mercoledì 17 febbraio 2021

17 febbraio: giornata del gatto


Dico solo una cosa: non vorrei mai che i gatti fossero diversi da quello che sono! L'esperienza mi dice che se uno ama i gatti ama essere una persona che cerca  la possibilità di essere autentico, autonomo e indipendente e apprezza le persone che desiderano esserlo. Quasi sempre è  anche una persona che ama entrare in relazione con le persone che, come lui, rispettano la diversità degli altri. T
utti gli animali, come tutte le persone, noi compresi, se ci rispettano, vanno rispettati!

Buona giornata del gatto al gatto che è dentro di noi! 

venerdì 12 febbraio 2021

la storia di Aldo

Caro Aldo,

quanti anni abbiamo passato insieme! Sei entrato nel mio studio per la prima volta più di trent'anni fa e ci sei tornato tutte le settimane, fino a poco tempo fa, quando te ne sei andato per sempre.

Ti ricordi quando venivi da me le prime volte, qualche anno prima di andare in pensione? Venivi a raccontarmi i tuoi pensieri, perchè non avevi nessun amico, nessun familiare, nessuna persona con cui parlare.
E tutta la tua vita era stata così, perchè non avevi mai avuto la capacità e il coraggio di entrare in una relazione affettiva con un altro essere umano. Tu avevi paura degli altri e dicevi che non te ne importava proprio niente di loro.
Vivevi da solo, eri autonomo, autosufficiente e ti dava fastidio perfino se qualcuno ti regalava qualcosa, perchè ti sentivi obbligato in qualche modo a contraccambiare.
Ricordo che parlai di te a una collega più anziana che mi disse: fai del training autogeno con lui, che almeno si rilassi un po', non può mica fare della psicoterapia!
Eppure, caro Aldo, io e te siamo andati avanti per una strada che poteva sembrare senza sbocco, ma che abbiamo percorso insieme passo dopo passo.
Quando ti ho conosciuto tu non frequentavi nessuno, vivevi nel mondo delle tue fantasie, non andavi nemmeno al bar: le tue uniche compagnie le trovavi, di tanto in tanto, quando andavi al cinema a luci rosse a vedere qualche film pornografico.
Eppure eri anche colto, ti interessavi di letteratura, di arte, di musica, ma avevi un giudizio così tanto negativo di te stesso, da precluderti qualsiasi relazione reale.
Avevi paura di soffrire nelle relazioni e le donne per te erano tutte delle persone che ti volevano incastrare, portare via la libertà e anche i soldi.
Ma a me non hai mai smesso di raccontare i tuoi pensieri. Ricordo quando un giorno ti dissi che tutti abbiamo un Io e tu, serio, mi guardasti e mi dicesti: no, io non ce l'ho l'Io!
Non davi importanza neppure ai sogni. Giocavi in borsa, lì mettevi tutta la tua libido, volevi vincere, guadagnare, avere, possedere, ammucchiare, come Paperon de' Paperoni. Non sapevi fare altro, non sapevi amare, nè gli altri, nè te stesso.
Se vogliamo fare un riassunto breve dei tuoi cambiamenti di questi anni, possiamo dire che hai cominciato ad andare a giocare a carte al bar, poi a qualche corso per anziani, poi alle vacanze estive organizzate per gli anziani dal Comune.
E al ritorno da una di queste vacanze, lo ricorderò fin che campo, mi hai detto: al mare ho conosciuto una donna che mi ha colpito molto perchè è una donna buona.
Hai detto proprio così, ti ricordi? Hai detto che era una donna buona. E con quella donna hai iniziato una storia d'amore fatta di tenere carezze, mele cotte, marmellate fatte in casa e televisione guardata insieme. Per tua fortuna, lei era molto portata per certe cose e ti ha fatto vivere in cinque anni tutte le fantasie erotiche che, fin da giovane, avevi  sempre immaginato e sognato ma mai realizzato insieme a una donna. Che esperienza meravigliosa è stata per te vivere il sesso unito al sentimento! Una cosa vissuta per la prima volta a settant'anni con l'ingenuità e lo stupore di un adolescente!
L'affetto per quella donna ti aveva fatto cambiare. Ora avevi il cuore che sorrideva e anche gli occhi ridevano e non eri più triste e solo, eri quasi sempre sereno, a volte felice. Purtroppo però la tua felicità è durata solo cinque anni, poi la vita ti ha giocato un brutto scherzo. La tua donna, la tua amata compagna alla quale avevi anche scritto alcune poesie, da un giorno all'altro ha perso conoscenza e non è stata più lei: qualcosa dentro la sua testa si è rotto e non ricordava quasi più nulla, non riusciva più a parlare, è velocemente peggiorata e dopo pochi mesi è morta. 
E per la prima volta nella vita hai vissuto il dolore profondo della perdita di una persona amata, tu che per tutta la vita ti eri difeso dai sentimenti con grande tenacia per evitare di soffrire. La andavi a trovare tutti i giorni all'ospedale, le portavi i fiori che piacevano a lei e le parlavi per ore, anche se lei non ti riconosceva, sperando inutilmente che tutto questo sarebbe servito a farla guarire, ma non è stato così.
 
Com'è la vita, eh, Aldo? 
Chi l'avrebbe detto, a suo tempo, che ce l'avremmo fatta a rompere il muro che ti separava dagli altri esseri umani?
Chi l'avrebbe detto che saresti arrivato a sentirti bello e desiderabile e ad interessarti dell'anima delle altre persone?
Che saresti riuscito ad essere felice, umano, a stare bene con te stesso e a rapportarti con gli altri con consapevolezza, senza le vecchie paure?
Chi l'avrebbe detto che avresti sperimentato il dolore e il lutto per la morte di una persona cara?
E chissà come sarà stata la tua morte, quella morte che ti ha sempre spaventato tanto e alla quale negli ultimi tempi non davi più così tanta importanza. Nella mia immaginazione ti vedo andare incontro alla morte con grande serenità.

 

domenica 7 febbraio 2021

malinconia creativa

 

Joan Mirò - Canto dell'usignolo di mezzanotte e pioggia del mattino (1940)

Oggi vorrei parlarvi di uno stato d'animo, tipico dell'adolescenza, che però quasi tutti prima o poi provano nella vita nei momenti di trasformazione: la malinconia creativa. Cos'è? E' uno stato d'animo tipico delle età di passaggio, caratterizzato dall' incertezza su ciò che siamo, su come sarà il nostro futuro, su come cambierà la nostra vita dopo la trasformazione che è in atto. 

E' come essere a metà dell'attraversamento di un ponte e constatare che, da un lato, abbiamo lasciato una sponda che conoscevamo bene e, dall'altro, che non siamo ancora arrivati dall'altra parte; che siamo in una terra di mezzo, con la consapevolezza che dovremo andare avanti verso un territorio sconosciuto e che non è possibile rimanere dove siamo per sempre e nemmeno tornare indietro. 

Siamo obbligati ad andare avanti (proviamo un certo desiderio di farlo, insieme alla speranza che alla fine ci sarà qualcosa di positivo) ma non sappiamo con sicurezza dove arriveremo, il futuro sconosciuto ci fa provare timore. Paura e speranza coesistono in noi, ma questa miscela di sentimenti contrapposti contiene una certa dose di vitalità.

La malinconia creativa genera una tensione vitale che permette di fluttuare in tutte le direzioni, tra la ricerca della consapevolezza di chi si è davvero e il mistero su ciò che si diventerà. Si sperimenta così quella mancanza di certezze che a volte diventa forza vitale, per poi ritornare ad essere dubbio, incertezza, timore: un periodo caratterizzato da tempi vuoti, creatività, noia, riflessione, a volte da grandi paure o momenti di esaltazione: in una parola, un multiforme periodo di formazione ed elaborazione del nostro futuro. 

Un periodo che è simile a un tuffo nel mare profondo, con un misto di paura e di speranza, perchè non sai mai se alla fine il mare ti inghiottirà o ti regalerà la freschezza per rigenerarti e farti ripartire più forte e sicuro di prima.

Guardando questo video ho provato le emozioni tipiche della malinconia creativa, nelle immagini, nella musica e anche nelle parole ed è per questo che ve lo propongo.

                     Corey Kilgannon - Soften, Continue (2016)
 

P.S.: Grazie a Maria Cardamone (www.treccenere.blogspot.com) che mi ha fatto trovare il video. 

giovedì 4 febbraio 2021

conchiglie

Sandro Botticelli - Nascita di Venere  (1485)

 

Dal punto di vista simbolico la conchiglia rimanda al mondo femminile.
 
Nell'antica iconografia indiana, il dio Vishnu porta una conchiglia, simbolo dell'Oceano e del primo alito vitale.

Negli affreschi di Pompei e nei dipinti di Botticelli e di Tiziano, la nascita di Venere dalla schiuma del mare viene rappresentata con la dea che esce dalle valve di una conchiglia.

Come creatura acquatica, la conchiglia collega il simbolismo sessuale al concetto di procreazione e fertilità, divenendo l'attributo della dea dell'amore.

In Cina la conchiglia è uno dei simboli della fortuna e della prosperità.

Presso gli Aztechi, Tecsiztecatl (letteralmente "quello della conchiglia") è il dio della Luna: la conchiglia rappresenta la matrice femminile, la Luna presiede alle nascite della vegetazione e della vita in generale.

La conchiglia è in grado di generare la Perla, il Sè più profondo e perfetto.

Il simbolo della conchiglia ha anche valenze spirituali: infatti spesso, nelle chiese, le acquasantiere di pietra hanno la forma di una conchiglia.

Quindi, se un giorno con amore una donna regalerà a un uomo delle conchiglie scelte e raccolte da lei, quell'uomo dovrà ritenersi molto fortunato, perchè ella gli avrà fatto dono della sua essenza femminile più profonda, autentica e vera.

martedì 26 gennaio 2021

morte e rinascita

Paul Gauguin: Autoritratto col Cristo giallo

 L'immagine di Gesù crocifisso ci presenta un essere umano appeso a una croce. Non può muoversi, non può fare nulla, può solo soffrire. Viene abbandonato anche dal Padre, che non risponde al suo grido di dolore. Credo che molti di noi si siano sentiti qualche volta nella vita in una situazione simile a questa: non si può fare niente, si è bloccati, inchiodati alla propria sofferenza. Si può solo morire, ma dopo, si può rinascere?

Io credo che molte volte la risposta possa essere sì, a patto che si comprenda che quella morte non è la fine definitiva di sè stessi, ma di quel modo di essere che ci ha portato in quella situazione senza via d'uscita. Se si riesce a relativizzare la morte, allora può essere possibile immaginare che, se riusciremo a cambiare qualcosa del nostro essere o agire che ci ha portato in quel vicolo cieco, la rinascita sarà possibile, anche se faticosa e lenta.
Mi ha sempre colpito constatare che spesso chi ha paura della morte ha anche paura della vita, mentre chi vive la vita senza troppa paura di affrontare dei cambiamenti, anche importanti, è talmente impegnato nel cercare di superare le piccole morti quotidiane modificando il proprio modo di stare al mondo, che alla morte definitiva e ultima non ha nemmeno tempo nè voglia di pensare, come se fosse una perdita di tempo e di energie inutile.
Spesso sono gli altri che ci mettono in croce, ma non è mai un problema così grave come quando in croce ci mettiamo noi stessi e questo può accadere quando ci dimentichiamo completamente di ciò che siamo veramente, quando smettiamo di pensare che ciò che siamo nella nostra totalità è comunque un valore e ha senso in sè e per sè.

Noi siamo il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito, i nostri valori, ciò che immaginiamo o fantastichiamo, le cose in cui crediamo profondamente, il nostro modo di vedere la vita, e in quanto tali abbiamo senso e diritto di esistere, anche se gli altri non ce lo riconoscono.
La nostra morte comincia quando rinunciamo a ciò che sentiamo di essere, o quando rinneghiamo i dubbi, le insicurezze, le incertezze e gli errori eventualmente commessi.
La rinascita incomincia quando accogliamo e diamo valore alle nostre verità (e anche avere un'insicurezza o un dubbio può essere una verità) e ci proponiamo di esserne sempre più consapevoli, sentendo la nostra unicità come un valore, la nostra vita come una serie continua di nuove conoscenze ed esperienze, di piccole morti e successive rinascite, cioè di trasformazioni.
Non per vincere, per arrivare primi o per essere i più bravi e i più belli, ma per essere solamente e sempre ciò che autenticamente siamo. 


giovedì 21 gennaio 2021

una vita da artigiano

Le cose che si costruiscono oggi sono mediamente più fragili e hanno minor durata di quelle costruite nel passato. I prodotti sono sempre più standardizzati e la loro bellezza è spesso un fattore esteriore che nasconde una qualità intrinseca del prodotto media o addirittura scadente. 

Gli artigiani tendono a scomparire: sia quelli che costruiscono e vendono cose particolari, sia quelli che sanno aggiustare le cose, sia quelli che vendono i ricambi e gli strumenti per fare manutenzione. 

Il loro posto è preso dalle grandi catene commerciali che hanno commessi spesso un po' inesperti, le cui competenze si limitano a indicarti su quale scaffale sono esposte le cose che cerchi. Comprando su internet, addirittura, non parli con nessuno e non vedi nemmeno le cose fisicamente: un paio di scarpe, ad esempio, non le puoi nemmeno provare, al massimo, se non ti vanno bene, puoi restituirle.

Mancano anche i giovani che vogliono fare gavetta presso gli artigiani imparando le basi di cui è composta la professione, per appropriarsi piano piano dei segreti del mestiere. La formazione dei giovani è oggi spesso standardizzata, appaltata ad esperti che raramente hanno sperimentato personalmente le tecniche che vanno ad insegnare.

Mi è capitato di recente di essere invitato da una coppia di conoscenti a vedere l'appartamento bellissimo da loro comprato qualche mese fa, completamente ristrutturato e con un arredamento tutto nuovo. Sono rimasto basito: tutti gli ambienti erano arredati con colori grigi, dal grigio chiaro al grigio scuro, più poche cose nere o bianche; un appartamento in bianco e nero, con mobili dalle linee sagomate, drittissime e freddissime. Qualcuno mi ha detto che adesso è di moda così: ti affidi a un geometra o a un architetto, che arreda tutti gli appartamenti in questo modo, perchè adesso sono di moda così. Niente di particolare, niente di colorato, di allegro, niente di stravagante, di eccentrico: tutto troppo anonimo, almeno per i miei gusti.

Anche la pubblicità, non potendo decantare qualità particolari dei prodotti, perchè tutti sono relativamente simili, perlopiù ci invita a comprare oggetti vendendoci sentimenti o narcisismi vari, facendoci così perdere l'abitudine a rapportarci con gli oggetti (e con noi stessi) in modo davvero personale (cosa voglio davvero? mi piace davvero quella cosa? ne ho bisogno davvero?).

La domanda è: vivendo in un mondo pieno di cose standardizzate, non si rischia di arrivare anche a perdere il contatto con l'idea che sia possibile vivere la propria vita in modo diverso da ciò che fanno tutti, perdendo di vista il valore dell'unicità del proprio essere?  

Io credo che questa generale standardizzazione dei prodotti contribuisca a far sì che, anche nel rapporto con noi stessi, piano piano, ci dimentichiamo che possiamo costruire la nostra vita in modo personale e artigianale, imparando gradualmente, un pezzettino oggi e uno domani, giorno dopo giorno, l'arte del vivere e mettendola in pratica secondo il nostro modo autentico di sentire e di pensare. 

Le nostre diversità spesso vengono classificate malattie perché misurate in base ai canoni e alle abitudini della maggioranza delle persone. 

E' anche da qui che nascono molte ansie, molti attacchi di panico e molte depressioni: dal fatto di non essere standardizzati, di non aderire pienamente ai modelli e ai risultati che ci vengono proposti e richiesti dalla società. Non solo gli oggetti, ma anche il nostro tempo e la nostra testa rischiano di diventare standardizzati: il pensare in modo personale diventa estremamente difficile da praticare e spesso viene guardato con sospetto o addirittura contrastato. 

Così, mi viene da pensare che, quando varcano la soglia del mio studio per la prima volta, i miei pazienti che stanno male perchè si sentono disorientati o sbagliati, entrino nella bottega di un artigiano della psiche, dove il lavoro consiste fondamentalmente nel rimettersi in contatto col proprio modo di pensare e sentire, con i propri valori, con ciò che dà senso alla propria vita, per dare valore a quei pensieri,  sentimenti, comportamenti e relazioni che sono il frutto di ciò che è autentico e unico dentro di sè, per poi cercare di viverli senza sentirsi sbagliati.

Vivere la vita in modo artigianale anzichè standardizzato favorisce molto la salute mentale perché fa crescere la consapevolezza delle differenze individuali e del fatto che abbiamo tutti diritto di essere quello che siamo, anche se ciascuno di noi è diverso da tutti gli altri, esattamente come gli artigiani o gli artisti producono i propri prodotti in base a ciò che sentono autentico dentro di sè e non misurano il proprio valore in base a ciò che fanno gli altri, rispettando così la propria e l'altrui diversità.     

domenica 17 gennaio 2021

il bandolo della matassa

 

Quando siamo a terra,

quando ci sentiamo estranei a noi stessi,

quando non sappiamo che pesci pigliare

e in quale direzione andare,

 

ricordiamoci che

il bandolo della matassa

è dentro di noi,

esattamente al centro di noi.

 

Cerchiamo di entrare in contatto

con le poche o tante

cose sicure di noi

che conosciamo.

 

Il bandolo è proprio lì,

sta accanto a ciò che ci appartiene,

ai nostri pensieri più veri,

alle nostre emozioni sincere,

 

al nostro modo di essere

che sentiamo davvero nostro,

anche se pochi o nessuno

lo riconosce e lo apprezza.

 

Il bandolo può essere nascosto

sotto le paure e la disistima di sé

che qualcuno ci può avere

appiccicato addosso.

E spesso bisogna scegliere:

vivere nella verità

o nell'apparenza,

essere se stessi

o piacere agli altri.

 

Una sola cosa è certa:

che il bandolo è sempre dentro di noi,

nel luogo più vero che abbiamo,

proprio lì,

dove continuamente nasciamo.

martedì 12 gennaio 2021

un mondo d'amore

I bambini hanno una grandissima capacità di percepire i sentimenti autentici che i genitori provano perché non hanno ancora tutte quelle sovrastrutture razionali che noi adulti ci siamo costruiti nel tempo.

Essi appartengono più di noi adulti al mondo della natura e, come gli animali, hanno delle antenne potentissime che permettono loro di percepire le emozioni e gli stati d’animo di chi hanno intorno.

Se noi siamo tristi e angosciati, i bambini lo sentono, a meno che non siamo così bravi da interrompere il flusso interno di questi sentimenti quando siamo con loro; è però sufficiente che ne rimanga qualche traccia percepibile perché loro la avvertano.

E non serve a nulla dire: "sto benissimo" quando coi gesti, col tono della voce, con gli sguardi e col nostro umore triste stiamo comunicando loro il nostro malessere.

Un bambino sa perfettamente quando un genitore è felice o quando è preoccupato; se in quest'ultimo caso noi facciamo finta di stare bene, il bambino percepisce che lo stiamo imbrogliando e non potrà avere con noi un rapporto sincero riguardo a questo imbroglio che, dolorosamente, si terrà dentro sentendosi terribilmente solo e senza fiducia, chiedendosi perchè mai il genitore abbia mentito. 

Riceverà due messaggi contemporanei e opposti (a parole "sto bene", nei fatti "sto male") e quindi non ci capirà più nulla, si sentirà confuso e ciò lo farà sentire abbandonato a se stesso, solo e triste.

martedì 5 gennaio 2021

cerchiamo di non esagerare

Cerchiamo di non esagerare, la vita normalmente consiste solo di questo: nascereessere figlio, diventare adolescente poi adulto, conoscersi, misurarsi col coraggio e la paura, divertirsi, soffrire,  innamorarsi, riuscire ad amare qualcuno, avere buoni rapporti con gli animali e la natura, saper stare da soli, avere degli amici, delle passioni, un lavoro e una casa, a volte vivere in coppia e diventare genitore, raggiungere il massimo delle energie fisiche, iniziare a declinare in modo naturale, sopravvivere alle separazioni e ai lutti e, per ultimo, preparare il commiato affrontando il mistero della morte.

Ho dimenticato qualcosa?

venerdì 1 gennaio 2021

pandemia: mi dà pena/mi dà pane

Ogni tanto gioco con le parole, le anagrammo per vedere quali altre parole o frasi si possono creare modificando la posizione delle lettere. Non è un gioco solo di testa, ma anche di cuore, comunque di curiosità, è un gioco. Ieri ho fatto questo gioco con la parola pandemia e ho fatto una scoperta interessante.  Non vi sembra strano che la parola pandemia contenga al suo interno due frasi dal significato opposto: mi dà pena e mi dà pane

La pena ricorda un tormento, una perdita, un lutto, mentre il pane ricorda il cibo fondamentale, il nutrimento che ha sfamato l'umanità fin dalle sue origini. Il pane è nutrimento, la pena è sofferenza. Cosa vi fa pensare il fatto che entrambi questi concetti sono dentro a questa parola?

Anche la parola crisi, etimologicamente, ha due significati opposti, che sono: pericolo e opportunità. Questo dualismo, nel mio lavoro, lo sperimento ogni giorno. Quando arriva un paziente nuovo, è sempre in crisi e perciò si sente in pericolo, ma da questa crisi, se andrà bene, potrà uscirne trasformato in positivo, potrà superare i suoi problemi esistenziali e rinascere a nuova vita, scoprendo una possibilità di stare al mondo più autentica e benefica. La crisi è sempre un momento di svolta, in peggio oppure in meglio.

Non è quindi così strano che la parola pandemia, che definisce una situazione assai critica, contenga al suo interno sia la frase mi dà pena che l'opposta mi dà pane.  Ma in che senso la pandemia può essere pane? Di che tipo di nutrimento si tratta? Qui ciascuno può dire la sua. Per me, che la pandemia possa diventare pane, alimento che lievita, può  avvenire soprattutto se riusciamo a fare pace con la nostra umanità, sentendoci davvero simili agli altri nella nostra invalicabile finitezza, abbandonando l'arroganza di crederci onnipotenti o immortali (cosa che, per inciso, ci riempie di inquietudine, perchè porta con sè la costante paura della morte).

Non c'è niente di altrettanto rasserenante dell'accettare da un lato la realtà della condizione umana, il fatto che non possiamo controllare tutto, mentre dall'altro cerchiamo di fare comunque del nostro meglio per vivere l'unica vita che abbiamo nel modo più sensato e concreto, dentro ai confini del possibile, cercando di migliorarci, ma senza fantasie di onnipotenza. Una vita dove possano coesistere bene e male, gioia e dolore, allegria e tristezza, perchè è sempre stato così ed è normale che sia così, perchè queste sono le regole del gioco.

Ecco, per il 2021 vi auguro di non diventare troppo unilaterali, di essere sempre più capaci di vivere integrando creativamente gli opposti, perché la dinamicità  creativa della vita si manifesta proprio quando non siamo prigionieri dell'unilateralità, che porta al fanatismo, alla radicalizzazione, all'assolutismo, all'isolamento, all'immobilismo e alla paura.


  


venerdì 18 dicembre 2020

il nostro muro

 Immaginate di trovarvi di fronte a un muro alto due metri e lungo cento. 

Se avete 50 anni, immaginate di trovarvi proprio a metà della lunghezza del muro, se siete più giovani immaginate di essere un po' più a sinistra della metà e se avete passato i 50, immaginate di trovarvi più a destra della metà.
Bene, siete di fronte al muro e vedete che tutta la parte del muro che sta alla vostra sinistra è stata piastrellata nel tempo con piastrelle tutte diverse tra loro, alcune brutte, altre belle, alcune scolorite, altre con colori brillanti. Ci sono zone del muro che non vi piacciono, altre che vi colpiscono per la loro bellezza. Ci sono piastrelle che cambiereste, altre che invece apprezzate molto. Ma nell'insieme il muro è fatto così: un po' bello e un po' brutto.
Adesso guardate alla vostra destra e vedete che lì il muro è completamente grezzo, non c'è stata ancora messa nessuna piastrella, è tutto da ricoprire.
E voi siete lì, davanti al vostro muro, che rappresenta la vostra vita, a sinistra quella già vissuta nel bene e nel male e, a destra, quella ancora da vivere, quella che potete riempire ancora di contenuti nuovi. 
Allora, cosa vi conviene fare? 
Trascorrere il vostro tempo a guardare a sinistra il muro già piastrellato, lamentandovi per i pezzi che non vi piacciono ma che non si possono più cambiare, oppure prendere in considerazione il muro ancora grezzo che c'è alla vostra destra, chiedervi come vi piacerebbe piastrellarlo e cercare di procurarvi il materiale idoneo per fare un bel lavoro? 

venerdì 11 dicembre 2020

ogni persona, come ogni relazione, è una poesia

Entra una persona nuova nel mio studio. La accolgo: io sono una fila di punti interrogativi.

E' lì per raccontarmi la sua vita, quel filo rosso che lo accompagna da sempre e che si è riempito di piccoli e grandi nodi che da solo non riesce più a sciogliere.
E' una persona, un essere umano, ha un cuore che sente dolore.
E' dubbioso, non sa dove andare, ha perduto la traccia del sentiero che stava percorrendo.
Si siede.
Da dove devo cominciare? mi chiede.
Da dove vuole, rispondo.

Lo osservo, vedo la sua postura, vedo la posizione del suo corpo sulla poltrona, guardo le tensioni che lo irrigidiscono, ascolto la sua difficoltà nel cominciare a parlare, a dire di sé, a prendere in mano il suo gomitolo male arrotolato.
Non è facile, mi dice.
Lo so, gli rispondo, e vorrei aggiungere: ci sono stato anch'io, e molto a lungo, a suo tempo, seduto sulla poltrona di chi chiede aiuto.
Non ha ancora cominciato a raccontarmi la sua vita e già sono in relazione con lui, perché il modo in cui si è presentato, le cose che mi ha detto, come le ha dette, ogni movimento del suo corpo, mi sono entrati dentro, suscitandomi delle emozioni, dei collegamenti interiori, delle risposte istintive.

Le medesime parole dette da due persone diverse hanno significati diversi.
La psicoterapia viene definita la cura con le parole ma non ha parole standardizzate, uguali per tutti, perché non esiste un paziente uguale ad un altro, così come non esiste un essere umano uguale ad un altro.
Nessuna persona suscita sentimenti uguali.
Nessuna seduta è uguale ad un altra.
Si è esattamente quel che si è in quel preciso istante, non si è mai uguali a ciò che si è stati in un momento precedente.

Non è detto che si vada avanti a lavorare insieme, ci si può anche fermare subito, sentire e capire che non è un incontro fecondo.
Oppure si può decidere di iniziare insieme un viaggio di cui non si sa nulla di preciso, se sarà lungo o breve, se darà pochi o molti frutti. L'unica cosa che si sa con certezza in quel momento è che vale la pena, quel viaggio, di iniziarlo.
Un viaggio mai scontato, mai fatto da altri nello stesso modo, perchè ogni persona, come ogni relazione, è una poesia e tutte le parole della psicoterapia sono (o dovrebbero essere) parole poetiche.

lunedì 7 dicembre 2020

una scuola che formi l'uomo

Credo che il regalo più bello che possiamo fare al mondo sia immaginare qualcosa di nuovo, che riteniamo migliore di quello che già c'è.

Galimberti in questa intervista prova a immaginare una scuola che funzioni con modalità diverse da quelle attuali, una scuola che cerchi di formare l'uomo, anche se, lui per primo, ritiene che ciò sicuramente non si potrà realizzare.

Per me è stato molto stimolante ascoltare le sue parole, sempre dettate dalla passione, anche quando parla del rapporto tra genitori, ragazzi e insegnanti.

Credo che, anche se su qualche argomento si hanno idee diverse, questa intervista costituisca uno stimolo interessante con cui confrontarsi per riflettere su un tema fondamentale per tutti noi e per la nostra società. 



mercoledì 2 dicembre 2020

il giardino interiore

 


Un detto orientale recita:


Se vuoi essere felice qualche ora, bevi vino;
se vuoi essere felice qualche anno, prendi moglie o marito;
se vuoi essere felice tutta la vita, coltiva un giardino.

Dunque, sembrerebbe che il prendersi cura di un giardino sia una specie di  passaporto per la felicità, anche se si sa che chi lo fa si accolla anche preoccupazioni e fatiche.
Vediamo allora alcune affinità tra il prendersi cura di un giardino e il prendersi cura della propria vita.

Un giardino ha dei limiti, dei confini, come è normale e naturale che li abbia anche la nostra vita; nel nostro giardino possiamo cercare di mettere le piante che ci piacciono di più, creando scenari, paesaggi e rapporti tra colori e forme, nello stesso modo in cui ogni giorno cerchiamo di modellare la nostra vita nel modo che sentiamo più autentico per noi.
Il giardino va curato quotidianamente: bisogna innaffiare, concimare, pulire, potare, proteggere dal troppo sole e dal troppo freddo le parti più sensibili; non si può abbandonare la cura del giardino per troppi giorni, altrimenti le piante muoiono. Allo stesso modo ci dobbiamo prendere cura quotidianamente del nostro corpo e del nostro spirito, con affetto e benevolenza.
Nel giardino si cerca di curare le parti malate e si può anche modificarne qualche settore, proprio come a volte ci capita di fare nella nostra vita.
Inoltre non possiamo pretendere che nel nostro giardino cresca tutto ciò che vorremmo, dobbiamo accontentarci di ottenere ciò che è oggettivamente possibile in base alle condizioni del luogo e del terreno, proprio come nella nostra vita, nella quale non tutto ciò che vorremmo si può realizzare. 
V.Van Gogh: Il giardino dell'ospedale di Arles (1889)

Osservando il nostro giardino, vedremo il susseguirsi delle stagioni e il ciclo vitale delle piante e degli animali; osservando noi stessi possiamo vedere giorno per giorno le naturali modificazioni del nostro ciclo vitale.
Come con il giardino dobbiamo fare anche con la nostra vita: vedere con chiarezza i nostri confini, seminare, zappare, vangare, piantare e strapiantare con cura; osservare la vitalità che a volte si mostra negli angoli più nascosti delle nostre giornate.
Ma soprattutto dobbiamo osservare il giardino, le sue dinamiche naturali quotidiane, indipendenti dalla nostra opera, così come nella vita dobbiamo cercare di osservare cosa la vita ogni giorno ci porta aldilà della nostra volontà cosciente.
Inoltre bisogna fare attenzione ai parassiti, che rischiano di distruggere il nostro lavoro creativo, nel giardino come nella vita!
 

sabato 28 novembre 2020

el pueblo unido jamàs serà vencido

 Il titolo del post è quello di una canzone popolare cilena diventata famosa ai tempi della dittatura del generale Pinochet in Cile negli anni '70 del secolo scorso, l'equivalente andino della nostra Bella Ciao.

Questo titolo mi è venuto in mente mentre pensavo a come ha reagito diversamente il popolo italiano al Covid nei due diversi periodi, prima in marzo-aprile e poi in ottobre-novembre di quest'anno. 

In primavera ci fu una grande reazione unitaria, corale, caratterizzata dalla solidarietà, dalla battaglia comune contro il virus, eravamo tutti uniti contro un solo nemico, il virus che minacciava le nostre vite e quelle dei nostri cari. Questo sentimento di unitad popular, enfatizzato dai media, che mostravano immagini di lenzuolate e incontri tra un balcone e l'altro col sottofondo continuo del mantra "Andrà tutto bene", ci fece sentire solidali, uniti, parte di una comunità coesa e coraggiosa nel lottare insieme a tutti gli altri e ci diede sostegno nell'affrontare un periodo difficile di privazioni mai patite prima: si soffriva insieme e si era solidali gli uni cogli altri, quasi come le popolazioni italiane contadine, povere e quasi senza cibo, negli anni '50 dopo la fine della guerra.

Poi, in estate, qualcosa cambiò. Da un lato cominciarono a prendere voce i negazionisti e i complottisti, dall'altro lato comparvero i menefreghisti, quelli che riempivano le discoteche in Sardegna senza mascherine e quelli che, sentendosi al sicuro, giravano senza protezioni mettendo a rischio la libertà conquistata da tutti noi con le fatiche del lockdown.

Arrivò la seconda ondata, che in primavera era stata ampiamente prevista, ma noi non eravamo più uniti. Il nemico non era più uno solo, il virus, contro cui lottare compatti: i nemici si moltiplicarono: il virus, i negazionisti, i complottisti, i menefreghisti. I medici e gli infermieri, che in primavera erano i nostri eroi, diventarono oggetto di odio e persecuzione. La rabbia e l'ira cominciarono a circolare più del virus: non eravamo più coesi, eravamo disgregati, divisi, gli uni contro gli altri, i nemici erano tra le nostre file, erano tra di noi. 

Le nostre divisioni interne fecero aumentare la stanchezza, si moltiplicarono le paure e tutto ciò diede un colpo terribile alla fiducia e alla speranza che avevamo coltivato in primavera, generando il timore che non ne saremmo mai più venuti fuori. Il virus stava vincendo di nuovo, non perchè fosse diventato più forte, ma semplicemente perchè noi ci eravamo divisi e ciò ci faceva sentire stanchi, letteralmente "a pezzi". Adesso vedremo come andrà col Natale e con i vaccini che dovrebbero arrivare.


Però, quando la pandemia sarà passata, dovremmo mantenere e trasmettere alle future generazioni il ricordo di ciò che abbiamo sperimentato: che l'unione tra esseri umani può dare a tutti la forza per affrontare momenti difficili, mentre le divisioni annichiliscono, tolgono forza ed energia a tutti e portano alla sconfitta. 

Se poi qualcuno vuole estendere il discorso dal virus alla politica...     

giovedì 26 novembre 2020

25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne



Opera di Matteo Zanfi

E' una poesia scritta da una donna e parla del femminile. Ci ricorda il coraggio di essere ciò che siamo veramente e di cercare di vivere dei rapporti paritari, fondati sul rispetto e la valorizzazione di sé e degli altri.

 
Sono stata cavalla
mucca farfalla
Sono stata una cagna
una vipera un'oca
Sono stata tutte le cose mansuete
e ampie della terra
il vuoto del corno che chiama alla guerra
l'oscuro tunnel dove sferraglia il treno
la caverna a notte dei pirati
Sono stata quella che sempre deve essere là
una certezza quadrata
Sono stata tutto ciò che poteva servirti
a prendere il volo
sono stata anche tigre
cima e voragine
strega
sacra e terribile bocca dentata
Come avresti potuto altrimenti
essere tu il cacciatore
l'esploratore
l'eroe dalle mille avventure?
Sono stata persino terra e luna
perché tu potessi metterci
il piede sopra
E adesso
questa ruota si è fermata
devo adesso fare una cosa
mai fatta forse mai esistita
una cosa anche per te ma
soprattutto per me
per me sola
tanto autentica e nuova
che trema persino il volto della vita.

Bianca Garufi

sabato 21 novembre 2020

la giornata internazionale dei diritti dell'infanzia

 Non sapevo che esistesse questa giornata dedicata ai diritti dei bambini ma colgo l'occasione per scrivere di getto alcuni importanti diritti dei bambini, dal punto di vista psicologico, che mi vengono in mente per primi. 

Premetto che credo sia fondamentale avere dei genitori che pongano ai diritti dei bambini dei limiti sensati, chiari e possibilmente condivisi con loro. E' tristissimo vedere bambini che possono fare tutto quello che vogliono, compreso dare fastidio agli altri o rompere oggetti, senza che un genitore li faccia smettere.

Detto questo, ecco i diritti che mi vengono in mente per primi:

- Essere amati, cioè guardati, ascoltati, riconosciuti nella loro personale specificità  e poi aiutati a distaccarsi dai genitori e ad andare nel mondo;

- Essere protetti dagli eccessi negativi della vita ma accompagnati a conoscere la realtà in tutte le sue forme, non solo quelle belle;

- Essere ascoltati, essere considerati un essere umano che esprime i propri sentimenti e i propri pensieri avendo il sacrosanto diritto di farlo, perchè dietro c'è sempre una motivazione;

- Ricevere dai genitori messaggi chiari, non contradditori, perchè questi ultimi disorientano e annichiliscono;

- Avere dei genitori che non tradiscono la loro fiducia, perchè non potersi fidare dei genitori è devastante;

- Avere dei genitori che mettano dei limiti invalicabili e chiari ad alcune loro richieste e che li facciano rispettare, cercando di spiegarne il senso (in caso di divergenze, meglio litigare prima, poi accordarsi su un compromesso onorevole per tutti e rispettare gli accordi, non solo i figli ma anche i genitori);

- Sapere che un genitore può essere sempre un punto di riferimento, anche se loro hanno fatto qualcosa di avventato che li ha messi in situazioni di pericolo (dopodichè, una volta risolta la situazione, si parla insieme del perchè si sono messi in quella situazione difficile);

- Non dover fare da sostegno ai genitori, non tenersi dentro dolori molto grandi per la paura di far stare male i genitori;

- Non avere dei genitori che si fanno fregare o imbrogliare da loro su qualsiasi cosa, perchè sapere di avere dei genitori che possono menare per il naso non li fa sentire per niente sicuri;

- Vedere che ci sono buone relazioni tra tutti coloro che interagiscono  nell'occuparsi di loro (genitori, nonni, insegnanti, ecc.);

- Non essere forzati a diventare dei piccoli adulti prematuramente, non essere sottoposti a richieste di prestazioni eccessive di nessun tipo, perchè gli anni dell'infanzia devono poter scorrere con il minor numero di preoccupazioni e di ansie possibili;

- Avere dei genitori che di fronte a segnali di disagio dei figli li prendono sul serio e cercano di capire in tutti i modi cosa c'è dietro senza sentirsi in colpa, perchè qualche problema ci può sempre essere: non esistono i genitori perfetti o i figli perfetti e, se esistono, forse hanno bisogno di andare a fare due chiacchiere con uno psicoterapeuta!  



 

domenica 15 novembre 2020

incontrarsi a metà strada

 Molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della professione, mi telefonò una persona che mi raccontò di essere da poco tempo in cura da uno psicoterapeuta, col quale però le cose non andavano bene.

Mi spiegò che aveva degli attacchi di panico molto forti che gli impedivano fisicamente di andare nello studio del terapeuta e, nonostante le sue richieste, il medico non era disponibile per andare a fare le sedute di psicoterapia presso il suo domicilio.
Mi chiese quindi se io avrei potuto andare a fare le sedute nella sua abitazione. Risposi affermativamente e iniziai ad andare da lui ogni sabato mattina.
Un po' di tempo dopo mi disse che si sentiva pronto per provare a venire con la sua automobile nel mio studio, che distava circa 20 chilometri da casa sua. Io acconsentii e il sabato successivo lo aspettai nel mio studio, sperando di vederlo arrivare.
Poco prima dell’orario concordato, ricevetti invece una sua telefonata nella quale mi diceva che era riuscito ad arrivare in automobile fino a un paesino che era circa a metà strada tra casa sua e il mio studio. Mancavano ancora 10 km, ma lui non riusciva né a proseguire verso il mio studio, né a tornare a casa: il panico lo teneva bloccato esattamente a metà strada.
Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei andato io da lui, e così feci. Lui intanto si era seduto al tavolino di un bar all’aperto. Lì lo raggiunsi, mi sedetti vicino a lui e facemmo la nostra seduta sotto l'ombra di un albero. Dopo un’ora mi disse che se la sentiva di tornare a casa, e così fece.
Il sabato successivo ci riprovò e questa volta arrivò fino al mio studio: ricordo ancora l’atmosfera di festa e di gioia che vivemmo insieme quel giorno!

Questo episodio è rimasto profondamente impresso nella mia memoria, perché questo trovarsi a metà strada, questo fare ciascuno dei due il proprio pezzo di strada per andare incontro all'altro è rimasto per me simbolo ed essenza del lavoro psicoterapeutico.

martedì 10 novembre 2020

l'amicizia

 Nell'introduzione del libro La filosofia come stile di vita Romano Madera, parlando della intensità della sua amicizia con il coautore Luigi Vero Tarca, ci dice che la specificità del loro rapporto consiste nel fatto che il loro legame è tanto più forte quanto meno è esclusivo. Quanto più ciascuno dei due avverte l'altro capace di rivolgere la stessa offerta di condivisione e quindi lo stesso profondo affetto a ogni altro essere vivente, tanto più la loro amicizia diventa significativa.

Il loro rapporto di amicizia, quindi, è importante nella misura in cui infonde nell'amico un'energia vitale che gli permetterà di condividere più facilmente sentimenti amicali con altre persone.

L'amico diventa quindi un tramite, un ponte, per trasmettere energia ad altre persone senza che il rapporto amicale ne soffra. L'esatto opposto di ciò che accade quando si pretende che un'amicizia sia esclusiva.
A volte un'amicizia si consolida perchè è contro qualcun'altro, contro un comune nemico. Credo invece che abbiamo bisogno di amicizie e di rapporti umani che non nascano dalla necessità di difenderci dai nemici, ma che abbiano la loro origine nelle affinità personali.
Per conoscere potenziali amici è necessario che ci facciamo vedere per quello che siamo veramente, cosicchè la persona che ci è affine ci riconosca con facilità e venga verso di noi spontaneamente.
Foto di Pasqual Morello
Al giorno d'oggi sembra che sia difficile trovare amici e molte persone si preoccupano di trovare i modi giusti per cercare nuove amicizie. In realtà il modo giusto è uno solo: c'è una legge di natura che stabilisce che gli affini si attraggono, però bisogna farsi riconoscere, andando in giro senza  maschere troppo coprenti.
Basta sapere, più o meno, chi si è e cosa si cerca e non scoraggiarsi se occorre un po' di tempo per incontrare le persone giuste: se ne perde molto di più a correre dietro a persone che appaiono troppo lontane da ciò che desideriamo.
L'amicizia esiste di per sè, a motivo del fatto che due persone sono sulla stessa lunghezza d'onda: noi dobbiamo solo sentirla e riconoscerla.