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giovedì 3 ottobre 2013

amor sacro e amor profano

Amor sacro e amor profano - Tiziano - 1514
Mi ha sempre lasciato perplesso la contrapposizione tra amore sacro e amor profano, mi ha sempre lasciato con una sensazione di incompiutezza, come due parti che non rappresentano l' intero perché sono vissute come scisse, opposte tra loro.
Io credo che l'amore possa contenere in sé entrambi i termini. 
Fisicità e spiritualità sono due modalità che, se congiunte, possono esprimere compiutamente l'incarnazione dell'amore.
L'Amore è uno solo e la sua sacralità si può manifestare appieno nel rapporto fisico tra corpi non disgiunti dall'anima, ma vivificati dalla totalità con cui si può essere nella relazione amorosa, anche al di fuori delle credenze religiose e dei sacramenti. 
Un esserci completamente, che include necessariamente la presenza del sacro accanto al profano. 

lunedì 16 settembre 2013

amore o possesso?

E se non dicessimo più mia moglie o mio marito?
Se non usassimo più l'aggettivo possessivo per indicare il coniuge che amiamo?

Questa è la proposta provocatoria che Umberto Galimberti ha lanciato oggi nel corso della sua conferenza al Festival della Filosofia di Modena, rispondendo alla domanda di una donna che chiedeva cosa si può fare per fermare il femminicidio.
La sensazione di possedere l'altro, il sentirlo come cosa propria, invece di considerarlo una persona libera, padrona di sé stessa, è alla base delle violenze che si consumano quando l'altro non soddisfa i nostri desideri e reclama la propria autodeterminazione.

E' una proposta che forse fa fatica ad essere accettata a livello razionale, perchè siamo abituati da sempre a dire: mia moglie, mio marito, la mia fidanzata, ma anche mio figlio... Provate però ad immaginare se nessuno dicesse più mio o mia riferendosi alla persona che ama, se non si sentisse nessuno usare più queste parole. Chissà se a livello collettivo cambierebbe qualcosa nella percezione della relazione amorosa con l'altro?

E in ogni caso, anche solo ricevere questa provocazione e fermarsi un po' a rifletterci sopra, può fare un po' di bene. Quando ci arrischiamo ad andare con l'immaginazione oltre le regole di comportamento codificate razionalmente, allarghiamo i nostri orizzonti e possiamo immaginare di realizzare cambiamenti che migliorino il nostro e l'altrui modo di vivere.


martedì 10 settembre 2013

amare

Cosa si può dire di essenziale sull'amore?
Cosa significa amare?
Io credo che amare significhi soprattutto desiderare che una persona possa essere libera di essere ciò che è veramente e fare tutto il possibile affinché questa condizione si realizzi.
Poichè, come sappiamo, si deve amare il prossimo come sé stessi, ne consegue che la realizzazione pratica dell'amare dovremmo cercare di concretizzarla sia nei confronti degli altri che verso noi stessi.

Per poter amare bisogna conoscere l'oggetto d'amore, quindi la conoscenza di sé e degli altri è la conditio sine qua non per poter amare. Come posso amare all'interno di un rapporto concreto colui che non conosco? Come posso cercare di aiutarlo a diventare sé stesso se non intuisco la verità della sua essenza? Diversamente si corre il rischio, peraltro molto frequente, di amare l'oggetto delle nostre proiezioni, una sorta di film che ci facciamo su come l'altro è, che però non corrisponde alla realtà.

L'amore reciproco è pienamente compiuto quando entrambi gli amanti amano molto e con la stessa intensità sé stessi e l'altro.




lunedì 6 maggio 2013

comizi d'amore

Pier Paolo Pasolini andò in giro per l'Italia negli anni '60 intervistando persone di ogni ceto sociale sul tema dell'amore e del sesso, argomento quest'ultimo quasi tabù per l'epoca.
Con la naturalezza che lo contraddistingueva, faceva domande semplici e dirette. Le risposte raccolte offrono un quadro veritiero della realtà sociale di quegli anni che, a mio parere, è estremamente interessante anche a 50 anni di distanza.
Qui sotto trovate un piccolo frammento di quel lavoro, raccolto nella campagna modenese (su youtube alla voce Comizi d'amore Pasolini potete trovare molto altro materiale).
Sono molto curioso di sapere cosa ne pensate.


lunedì 22 ottobre 2012

amore e potere




Se qualcuno mi chiedesse qual'è il contrario dell'amore, non gli risponderei l'odio, perchè, come dice il poeta, in certi casi si può amare e contemporaneamente odiare la stessa persona; credo invece che gli risponderei: il potere.

Il potere è, a mio avviso, assolutamente incompatibile con l'amore: se uno ama davvero, il suo animo non può ospitare per nessun motivo il desiderio di esercitare qualche forma di potere o di violenza sull'altro.

L'amore è desiderio del benessere proprio e di quello dell'altro in una relazione paritaria.

Le persone che non hanno la capacità di amare molto spesso cercano nel potere quel soddisfacimento che non possono trovare nell'amore. Se qualcuno li ama sono sì contenti, ma del potere che l'amore dell'altro conferisce loro.

L'esercizio del potere nelle relazioni affettive porta a ragionare in termini di possesso dell'altro: sei mio, mi appartieni, sei cosa mia.
Questa è la motivazione che spinge a molestare o, nei casi più gravi, perfino a ferire o uccidere la persona che ci tradisce o ci lascia definitivamente: quella persona è diventata una nostra proprietà, quasi una parte di noi e quindi non gli viene riconosciuta nè una sua autonomia nè una sua indipendenza, quindi nemmeno la possibilità di uscire per un giorno o per sempre dal nostro dominio.

Ciò che viene pensato è: o sei mio o di nessuno: non passa neppure per la testa l'idea che l'altro appartiene solo a se stesso.



La capacità di amare, anche solo di sapere cos'è veramente l'amore, non è innata: deve essere sperimentata all'interno di un rapporto d'amore.
Solo chi è stato oggetto d'amore vero (di un genitore, di un nonno, di uno zio) sa cosa è l'amore e sa come si fa a realizzarlo concretamente nei rapporti tra le persone. Anche per questo, amare è così importante.
Prendere coscienza della propria e altrui capacità di amare è raro e costa molta fatica se non si è mai stati amati.

Chi non ha avuto la fortuna di essere stato amato spesso sostituisce alle gioie dell'amore il piacere di comandare gli altri, di essere un capo, di sentirsi potente, diventando a volte anche sadico nei confronti dei più deboli. In questo modo cerca di avere un risarcimento per quella ferita affettiva che gli è stata inferta.
Amare qualcuno che non è mai stato amato, fargli sentire il calore dell'amore, può significare aprirgli nuove possibilità di vita; in una relazione d'amore bisogna però stare molto attenti che costui dimostri concretamente di essere diventato davvero a sua volta capace d'amare e che non si limiti a godere del nostro amore in modo passivo.

Il potere dell'amore di uno solo non basta a garantire la bontà di una relazione d'amore: la capacità di amare di entrambi ne è la componente fondamentale.   

domenica 5 agosto 2012

amore e doveri



Se i doveri sono conseguenza dell’amore autentico, tutto va bene e non si sta male ad assolverli, ma se chiamiamo amore qualcosa che invece è solo la conseguenza di un dovere che ci siamo imposti, è difficile che sia vero amore e bisognerebbe chiamarlo “esecuzione di un dovere”.
Se in amore si sente di dover fare qualcosa in base a un dovere non scelto liberamente, nè sentito profondamente come autentico, è probabile che si avverta del malessere, a volte che ci si senta in colpa e/o più soli di prima.
Quando si è ottemperato ai doveri che nascono dal vero amore, invece, ci si sente in pace con se stessi e col mondo, perché ciò che si è fatto, fosse anche un sacrificio, ha un senso profondo per noi: l’abbiamo scelto veramente ed è per noi la prima e più valida scelta. E’ la nostra vera verità.

venerdì 18 maggio 2012

cos'è l'amore?

Non pretendo ovviamente di esaurire l'argomento, ciascuno potrà aggiungere qualche altro pensiero. Ma se devo pensare a ciò che è veramente essenziale nell'amore, mi viene da scrivere questo:
Amare è desiderare intensamente che l'altro sia e diventi sè stesso, che riconosca e viva la propria vita autenticamente.
Amare è non avere bisogno dell'altro, lasciargli la libertà, anche quella di non amarci più, perchè il massimo della libertà garantisce il massimo dell'amore.
Amare è pensare di sopravvivere alla perdita dell'altro, perfino alla sua morte, perchè il senso ultimo del nostro vivere è insito nella nostra natura, ed è bello sollevare gli altri dal dovere di esserci vicini, sostenerci e amarci, lasciandoli liberi da qualsiasi ricatto affettivo, affinchè l'amore sia desiderio vero di autolimitazione, per il bene nostro e dell'altro.

A ciò consegue, evidentemente, che quanto più si conosce la propria natura, ci si ama e ci si vuole bene, tanto più si è in grado di conoscere, amare e volere veramente bene agli altri.

domenica 1 gennaio 2012

laicità e spiritualità possono convivere?


Esiste un luogo dell'anima dove laicità e religiosità possono convivere armoniosamente al punto di identificarsi quasi l'una con l'altra?
Fino a ieri avrei risposto di no, condizionato come tanti, credo, dall'abitudine a considerare queste due categorie dello spirito in modo oppositivo, quasi inconciliabile.
Oggi invece mi sento di rispondere che quel luogo esiste, che è possibile questa specie di assurdità logica.
Questo cambiamento è avvenuto in me grazie alla lettura di un libro per me bellissimo che consiglio caldamente a tutti, sia alle persone che si professano atee, sia a quelle che ritengono di avere una qualche forma di religiosità: il libro si intitola Io e Dio ed è stato scritto da Vito Mancuso, un teologo cattolico molto particolare.
A pagina 182, Mancuso cita tre scrittori.
Il primo è Bertrand Russell, ateo:
"La vita retta è quella ispirata dall'amore e guidata dalla conoscenza. Conoscenza e amore non hanno confini, cosicchè una vita, per quanto retta, è sempre suscettibile di miglioramento. L'amore senza la conoscenza o la conoscenza senza l'amore non possono maturare una vita retta... Benchè amore e conoscenza siano necessari, l'amore è in un certo senso, più fondamentale, perché spinge l'intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili".
Il secondo è Norberto Bobbio:
"Non ho tratto le soddisfazioni più durature della vita dai frutti del mio lavoro... Le ho tratte dalla mia vita di relazione, dai maestri che mi hanno educato, dalle persone che ho amato e che mi hanno amato".
Il terzo è Eugenio Scalfari:
"Ho ancora cose da fare, sentimenti e affetti da esprimere nel presente, conoscenza di me e del mondo da arricchire. Insomma condurre una buona vita finchè durerà. Sono circondato da molto amore e lo ricambio con pari intensità, ricambiare l'amore non costa fatica, anzi l'amore vero dà riposo e beatitudine".


E aggiunge Mancuso:
"Io voglio, desidero, ordino a me stesso, di andare in una direzione precisa, quella del bene e della giustizia, quella dell'amore, quella di una vita all'insegna della veridicità e della lealtà. Io desidero salire sul treno che conduce verso il bene e la giustizia, per me e il maggior numero di persone possibile... Per questo faccio attenzione alle mie idee, le indago, le soppeso, le confronto con le loro antitesi... Desidero tuttavia giungere a una visione del mondo che mi consenta di non sentirmi un illuso nel coltivare l'idea del primato dell'amore e del bene, ma che anzi mi dia più energie per lavorare...
Io non vorrei neppure essere cristiano, se essere cristiano significasse essere qualcosa in più e di diverso dal mio essere naturale, una sorta di vestito soprannaturale che si aggiunge e che copre il mio essere naturale. Non voglio appartenere a nulla e a nessuno che non sia questa vita, da servire in perfetta libertà, per quanto a un essere umano possa essere dato di vivere in perfetta libertà. Voglio essere semplicemente un uomo, un uomo accanto ad altri uomini che crede nel bene e nella giustizia, che crede nell'amore [...] elevando la mia mente a comprendere e a sentire con viva emozione la realtà che più di ogni altra merita il nome di mistero, e che qui nomino con le parole di Lucio Dalla:
"Ecco il mistero,
sotto un cielo di ferro e di gesso
l'uomo riesce ad amare lo stesso,
e ama davvero,
senza nessuna certezza,
che commozione, che tenerezza".


Perchè, per essere uomini naturalmente buoni, in fondo in fondo, non serve che questo: amarsi, amare gli altri, conoscersi e conoscere gli altri, sempre di più e sempre meglio, in un percorso di crescita personale che può durare per tutta la vita.
Perchè amare senza conoscere sé stessi e gli altri può essere un'assurdità, un esercizio sterile di buone intenzioni che può portare ad agire inutilmente e a volte in modo dannoso: è solo la conoscenza vera di sé e degli altri che può portare ad amare realmente, con risultati positivi concreti, e il fatto che una persona sia atea o religiosa, da questo punto di vista, non fa alcuna differenza. Ecco, proprio questo, dove amore e conoscenza sono ambedue amati e incoraggiati, credo sia il luogo dove laicità e religiosità possono convivere insieme in pace e armonia.

domenica 27 novembre 2011

ti amo

Vasilij Vasil'evič Kandinskij

Chi pensa che ti amo sia una espressione che ha per tutti lo stesso significato, si sbaglia di grosso. E' vero l'esatto contrario: ciascuno di noi, quando dice ti amo, dice una cosa che ha un significato estremamente soggettivo.
Quando le canzonette più banali strillano ti amoooo... hanno tanto successo perchè dicono una cosa generica e collettiva, che ciascun ascoltatore interpreta e modula secondo la propria concezione dell'amore.

 Per qualcuno amare significa darsi completamente all'altro, esporsi, mettersi in condizione di essere anche ferito dall'altro, dal suo abbandono o dal suo rifiuto, rispettando l'altro, lasciandolo libero e non facendolo sentire sbagliato o colpevole per essere diverso da sé in qualcosa.

 Altri dicono ti amo, ma tendono a difendersi da un coinvolgimento emotivo troppo impegnativo e tengono sempre aperta qualche porta per potere, in caso di bisogno, sfilarsi dal rapporto per andarsene altrove.

 Poi c'è anche chi tende a preoccuparsi continuamente di non perdere il controllo della relazione e quasi mai lascia scegliere o decidere il da farsi anche all'altro.
Edward HOPPER
C'è chi dice ti amo perchè ha bisogno di continuare ad avere con il partner lo stesso ruolo di figlio/a che aveva con la madre o il padre, con l'unica differenza che col partner ci fa anche l'amore.
C'è chi dice ti amo perchè deve averti, perchè tu hai delle caratteristiche che lui/lei non ha e tu supplisci alle sue mancanze.
C'è chi dice ti amo perchè sei bella/o, ricca/o, parli bene, sei colto/a, sei un intellettuale, sei indecifrabile, sei selvaggio/a, fai l'amore bene, ecc. ecc.
C'è chi dice ti amo perchè ha desiderio o bisogno della cerimonia del matrimonio, della festa con gli invitati, di un figlio e di una casa dove vivere insieme allontanandosi dai genitori.
Molte volte, quando ci sentiamo dire ti amo, pensiamo automaticamente che l'altro dia a questa espressione lo stesso significato che gli diamo noi. Può darsi che sia così, ma non è detto.
Dobbiamo prestare attenzione ai nostri sentimenti e alle nostre intuizioni, ma anche ai fatti, al comportamento concreto dell'altro e dare alla relazione tutto il tempo necessario per potersi mostrare nei suoi contenuti reali, per riuscire a scoprire se la nostra concezione dell'amore è simile a quella dell'altro, se amare significa davvero per entrambi la stessa cosa, se tutti e due siamo realmente capaci di amare.