Nietsche diceva che Si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari, a me viene da aggiungere che si ripaga male un genitore se si rimane sempre figli.
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sabato 26 ottobre 2013
mercoledì 10 aprile 2013
maturità/immaturità
Quando qualcuno usa l'appellativo di ragazzo o ragazza parlando di una persona di 40 o 50 anni, ho una forte sensazione di malessere e insofferenza.
Può darsi che io stia invecchiando, ma mi viene da dire che no, che a 40 o 50 anni una persona non è un ragazzo, che è bene che non lo sia e che se lo è, c'è qualcosa che non va nella sua vita.
La settimana scorsa una mia amica, reduce da una settimana di vacanze in un centro termale, mi raccontava di aver frequentato tante saune e bagni turchi dove, per ragioni igieniche, si entrava solo se si era completamente nudi, rimanendo stupita che quasi tutti i frequentatori delle saune fossero senza peli in ogni parte del corpo, genitali compresi. La mia amica concludeva affermando che secondo lei questa era una riprova che anche nell'aspetto esteriore del corpo c'è una diffusa tendenza a voler rimanere bambini o ragazzini, per contrastare così l'età che avanza. Per inciso, crescono anche gli adolescenti che si vergognano dei peli che naturalmente cominciano a crescere.
Vorrei ricordare che il fondamento di base di tutte le nevrosi consiste proprio nel non accettare e godere degli anni che passano, cercando di ritornare indietro verso la giovinezza (o di fissarla per l'eternità), come i salmoni che vanno controcorrente.
Vedo sempre più bambini che sono spaventati all'idea di crescere e rimangono attaccati oltre misura ai genitori: ma i genitori che parte hanno in tutto ciò? Trasmettono ai figli il piacere del crescere per diventare infine autonomi o sono anche loro spaventati del tempo che passa e delle separazioni che incombono?
Si diventa genitori mediamente più tardi rispetto agli anni scorsi, ma credo che i bambini che hanno genitori avanti negli anni abbiano diritto ad avere come genitori delle donne e degli uomini adulti, non delle ragazze o dei ragazzi tardivi.
Il senso di responsabilità, la necessità di affrontare sacrifici se necessario, la relativizzazione di sè e l'ascolto e il rispetto dell'altro dovrebbero essere conquiste realizzate nella maturità. Sentendo e vedendo ciò che accade nelle nostre massime istituzioni verrebbe da dubitarne.
Maturità, parola che significa qualcosa di preciso. O non più?
lunedì 11 marzo 2013
la psicoterapia con gli adolescenti
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| Le tre età dell'uomo - Giorgione (1500-1501) |
L'adolescenza è uno dei momenti più importanti della vita, quello in cui il bruco si trasforma gradualmente in farfalla.
Poter essere d'aiuto in questo momento cruciale di transizione è molto appagante. E' un periodo della vita in cui l'esistenza deve prendere una qualche direzione e le conseguenze delle scelte fatte in quel periodo incideranno fortemente sugli anni successivi.
Molte volte noi adulti scopriamo tardivamente che non abbiamo vissuto compiutamente la fase adolescenziale e dobbiamo ricordarci di come eravamo allora, per attingere energie che poi abbiamo perduto per strada, o per coccolare e amare quell'adolescente che siamo stati, che tanto ha sofferto per mille ragioni e che è ancora vivo dentro di noi.
Chi non ha, almeno una volta da adolescente, pensato alla possibilità di farla finita con la vita? Sono pochi coloro che possono dire di avere avuto una adolescenza felice e mediamente serena.
Da adolescenti, ci sono tante cose che non si sanno, che non si sono mai vissute e che è necessario sperimentare, passarci in mezzo per crescere. A volte gli adolescenti si mettono la maschera della spavalderia e della sfrontatezza, ma spesso è semplicemente per dissimulare paure e timori.
A volte la timidezza li blocca e impedisce loro di andare oltre.
Il problema fondamentale degli adolescenti è diventare consapevoli della propria identità e avere il coraggio di viverla nei rapporti con gli altri. Poiché ciò spesso non è per niente facile, assumono identità collettive: seguono mode e diventano parte di gruppi, di bande, di compagnie, al cui interno si sentono rassicurati e accomunati da valori condivisi.
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| Le tre età dell'uomo - C.D.Friedrich (1835) |
- il prenderli sul serio in tutto e per tutto senza avere con loro comportamenti paternalistici;
- far loro sentire che ti prendi davvero a cuore la loro situazione e che sei coinvolto emotivamente con loro sinceramente;
- ascoltarli davvero e non cercare di dare risposte o ricette affrettate;
- avere un rapporto empatico e non assumere l'atteggiamento del terapeuta tecnico e distaccato.
Se un ragazzo chiede di andare da uno psicologo, secondo me bisognerebbe cercare di assecondarlo, perché vuol dire che qualche problema ce l'ha davvero. Se invece siamo noi genitori a pensare che dovrebbe andarci, ma lui non vuole assolutamente, la situazione è delicata.
A me è capitato di vedere ragazzi trascinati lì a forza dai genitori, che mi hanno semplicemente detto che erano i genitori ad avere dei problemi, mentre altri hanno riconosciuto che forse un po' di lavoro psicologico poteva essere utile. Certo devono sapere che andare dallo psicologo non significa andare dal dottore dei matti, ma cercare un aiuto per superare i loro problemi.
Se si riesce a stabilire una buona relazione terapeutica con un adolescente, si diventa partecipi di un mondo affascinante, pieno di emozioni e sentimenti purissimi e a volte contrastanti, oltre che di paure e timori che spesso vengono vissuti come sovrastanti e quasi impossibili da affrontare. E' come andare al luna-park sulle montagne russe o fare un viaggio in terre primordiali come l'Islanda, piena di geyser che spruzzano acqua bollente vicino a grandi e freddi ghiacciai.
Il fascino della vita e delle sue contraddizioni allo stato nascente.
sabato 6 ottobre 2012
fare la pace con noi stessi
La nostra vita scorre tra due sentimenti opposti: l'impotenza e l'onnipotenza.
A volte uno dei due ci possiede e ci ritroviamo a pensare o che non riusciamo a fare nulla di buono o che possiamo compiere imprese impossibili.
Spesso questi due opposti stati d'animo si susseguono a breve distanza di tempo: ci sentiamo onnipotenti e quindi ci avventuriamo in progetti che poi non riusciamo a portare a compimento, dopodichè il nostro umore vira verso il nero della depressione, della svalorizzazione di sè, della perdita totale di autostima.
Ovviamente nessuno è davvero nè impotente, nè onnipotente.
Si tratta semplicemente di conoscere sufficientemente bene le nostre forze e le nostre capacità, per percorrere quei sentieri della vita che sono alla nostra portata: sarebbe assurdo che in montagna un escursionista non troppo esperto si avventurasse in ferrate e arrampicate difficili e pericolose.
La domanda è: perchè non ci andiamo bene così come siamo? Perchè non ci amiamo per ciò che siamo veramente? Per ciò che sentiamo, con le paure che abbiamo, con i limiti che abbiamo? Perchè dobbiamo sempre dimostrarci di essere migliori di ciò che siamo?
La risposta spesso è che non siamo stati apprezzati a sufficienza da un genitore o da tutti e due e, senza rendercene conto, passiamo la vita a cercare di essere sempre più bravi per cercare di ottenere dai genitori o dagli altri quell'approvazione, quell'apprezzamento che ci è mancato quando eravamo più piccoli e del quale soffriamo ancora la mancanza.
E' una specie di condanna che ci portiamo dentro e che non ha mai fine.
Fare la pace con noi stessi, accettarci per ciò che siamo veramente, è il frutto di una presa di posizione interiore affettiva ed emotiva, di un cambiamento di rotta, del riconoscimento che nessuno, nemmeno i nostri genitori, ha il diritto di dirci come dobbiamo essere nè di stare male e farci sentire in colpa se non siamo o non facciamo quello che loro ritengono giusto e buono per noi.
Il chè significa rivendicare a noi stessi il nostro diritto ad esistere in base a ciò che sentiamo e crediamo vero: un'assunzione di responsabilità verso noi stessi che fa la differenza tra il bambino dipendente dai genitori e l'adulto libero e autonomo.
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venerdì 28 settembre 2012
i bambini sentono tutto
A volte noi genitori ci troviamo in situazioni imbarazzanti perchè non sappiamo come dobbiamo parlare ai nostri figli di qualcosa di spiacevole che riguarda i nostri affetti o le nostre relazioni.
Credo che sia necessario non dimenticarsi mai che i bambini hanno una capacità grandissima di percepire i sentimenti veri che noi proviamo. I bambini conoscono i nostri stati d'animo veri spesso meglio di noi stessi, perchè loro non hanno ancora tutte quelle sovrastrutture e difese razionali che noi adulti ci siamo costruiti nel tempo.
Essi appartengono più di noi adulti al mondo della natura, sono dei piccoli animaletti, da questo punto di vista, e, come gli animali, hanno delle antenne potentissime che li mette in grado di percepire le emozioni e i sentimenti di chi hanno intorno.
Se noi siamo tristi e angosciati, i bambini lo sentono, a meno chè non siamo così bravi da interrompere il flusso interno di questi sentimenti quando siamo con loro. Se però ne rimane qualche traccia percebile, loro la sentono.
E non serve a nulla dire: "sto benissimo" quando coi gesti, col tono della voce, con gli sguardi, col tono dell'umore, stiamo gridando loro il nostro malessere.
Un bambino sa perfettamente quando un genitore è felice o quando è preoccupato; in questo secondo caso non è raro che il bambino venga da noi e ci chieda cosa abbiamo. Se noi rispondiamo "niente, niente" e facciamo finta di stare bene, il bambino percepisce che lo stiamo imbrogliando, ma, e questa è la cosa terribile, non potrà mai avere con noi un confronto sincero su questo imbroglio, perderà la fiducia in noi e, con dolore, si terrà tutto dentro. Riceverà due messaggi contemporanei e contrastanti (a parole "sto bene", nei fatti "sto male") e quindi non ci capirà più nulla, si sentirà confuso e ciò lo farà sentire solo, triste e abbandonato.
Credo che sia necessario non dimenticarsi mai che i bambini hanno una capacità grandissima di percepire i sentimenti veri che noi proviamo. I bambini conoscono i nostri stati d'animo veri spesso meglio di noi stessi, perchè loro non hanno ancora tutte quelle sovrastrutture e difese razionali che noi adulti ci siamo costruiti nel tempo.
Essi appartengono più di noi adulti al mondo della natura, sono dei piccoli animaletti, da questo punto di vista, e, come gli animali, hanno delle antenne potentissime che li mette in grado di percepire le emozioni e i sentimenti di chi hanno intorno.
Se noi siamo tristi e angosciati, i bambini lo sentono, a meno chè non siamo così bravi da interrompere il flusso interno di questi sentimenti quando siamo con loro. Se però ne rimane qualche traccia percebile, loro la sentono.
E non serve a nulla dire: "sto benissimo" quando coi gesti, col tono della voce, con gli sguardi, col tono dell'umore, stiamo gridando loro il nostro malessere.
Un bambino sa perfettamente quando un genitore è felice o quando è preoccupato; in questo secondo caso non è raro che il bambino venga da noi e ci chieda cosa abbiamo. Se noi rispondiamo "niente, niente" e facciamo finta di stare bene, il bambino percepisce che lo stiamo imbrogliando, ma, e questa è la cosa terribile, non potrà mai avere con noi un confronto sincero su questo imbroglio, perderà la fiducia in noi e, con dolore, si terrà tutto dentro. Riceverà due messaggi contemporanei e contrastanti (a parole "sto bene", nei fatti "sto male") e quindi non ci capirà più nulla, si sentirà confuso e ciò lo farà sentire solo, triste e abbandonato.
lunedì 24 settembre 2012
figli di genitori separati
Uscire da una separazione coniugale in avanti, cioè accedere ad un livello di vita migliore del precedente, è difficile per chi si separa e ancor più per i figli, che si trovano a dover fare i conti con una situazione inaspettata, che modifica pesantemente gli equilibri affettivi e organizzativi della loro famiglia.
D'altra parte esistono situazioni nelle quali la separazione è un male necessario, perchè i coniugi non riescono più a trovare un senso al proprio stare insieme e la vita quodiana rischia di diventare un inferno. In questi casi è fondamentale salvaguardare i figli, cercare di non far pesare loro addosso le piccole o grandi negatività che ogni separazione comporta. Quando i due genitori riescono a fare ciò, i figli possono continuare a crescere senza troppi traumi, anzi, a volte, meglio di prima.
A questo proposito non dimenticherò mai un aneddoto che mi raccontò un'amica che si separò circa quarant'anni fa, quando suo figlio aveva due anni e che dopo tre anni iniziò a convivere con un altro uomo, che andò ad abitare da lei e fece in pratica da secondo padre a suo figlio.
Il bambino frequentava la prima elementare, la maestra non sapeva nulla della separazione e al primo colloquio con la mamma, dopo alcuni mesi di scuola, con molto tatto e circospezione raccontò alla mamma che il figlio, molto tranquillamente, andava dicendo in giro ai compagni di classe che lui aveva due papà.
La mamma spiegò qual'era la sua situazione famigliare, le disse della separazione e del nuovo compagno che viveva in casa sua e chiese alla maestra se le sembrava che suo figlio avesse dei problemi a causa di ciò.
La maestra rispose che, a suo parere, il figlio della signora non aveva alcun problema, ma che i problemi li avevano gli altri bambini.
La mamma non capì e chiese spiegazioni alla maestra, la quale rispose che molti altri bambini andavano a casa dai rispettivi genitori, piangendo e lamentandosi del fatto che loro avevano un padre solo mentre l'altro bambino ne aveva due, chiedevano il perchè di quell'ingiustizia e se potessero avere due papà anche loro!
In questo caso, l'affetto sincero che era rimasto tra i coniugi separati, unitamente a quello che il nuovo compagno della madre aveva regalato a lei e al bambino, avevano fatto sì che il bambino non solo non si sentisse svantaggiato rispetto ai suoi compagni, ma addirittura fosse da loro percepito come più fortunato!
Per la cronaca, quel bambino ha compiuto da poco quarant'anni, si è fatto una sua famiglia e pare che sia diventato un ottimo marito e uno splendido padre di due bambini.
mercoledì 12 settembre 2012
il pulcino Pio è morto
Quest'estate avevo sentito parlare del pulcino Pio, uno dei tormentoni dell'estate, una canzoncina di tipo infantile che tutti conoscevano. Io avevo saputo che il pulcino Pio era il protagonista e che alla fine della canzone veniva asfaltato dal trattore di un contadino.
Poi un giorno ho incontrato una bambina di circa 3 anni, visibilmente triste e dispiaciuta per la brutta fine del pulcino, che chiedeva al papà come mai il pulcino Pio morisse alla fine della storia.
L'espressione triste di quella bambina mi è rimasta dentro e ogni tanto mi è capitato di chiedermi: ma perchè il pulcino Pio deve morire senza un motivo preciso?
Poi ho visto il video della canzone, un cartone animato, in cui allegramente si presentano tutti gli animali della fattoria (come Nella vecchia fattoria, cavallo di battaglia del Quartetto Cetra di tanti anni fa) e alla fine, senza motivo alcuno, il trattore del contadino schiaccia il pulcino in mezzo alla strada spegnendo il suo canto gioioso.
Le fiabe a volte sono truci, ma dietro alle morti, agli avvenimenti spaventosi, c'è quasi sempre un collegamento col senso più complessivo della vita (bene e male, vita e morte, ecc.) e quando questo collegamento apparentemente non c'è, fanno riflettere che esiste anche la morte, che le cose non vanno sempre a finire bene. Ma si tratta di una riflessione, che è adatta per i bambini un po' grandicelli, non per quelli di tre anni.
Qui, invece, il cartone animato è di quelli che guardano i bambini piccoli: presenta una situazione gioiosa, che poi termina improvvisamente in modo tragico senza spiegare niente.
Penso che un bambino di 3-4 anni possa rimanere turbato da questo non-senso della morte e, se avessi un figlio di quell'età, forse gli direi che il pulcino è andato sotto al trattore perchè non è stato attento ad attraversare la strada, in modo da dare un senso al finale della storia. Perchè le cose tragiche che non hanno un senso, creano dentro di noi delle ferite, anche profonde e durature.
Più in generale, mi chiedo perchè questa canzone ha avuto tanto successo. Non è che ci permette di guardare dall'esterno gli istinti sadici che covano dentro di noi senza sentirci colpevoli? Quegli istinti sadici che ci portano ad augurare con violenza tutto il male possibile a uno che ci attraversa la strada mentre corriamo in automobile, ad esempio? Non è che corrisponde a quel modo distaccato e poco compassionevole di guardare gli altri in generale (mors tua, vita mea) tanto comune al giorno d'oggi?
In fin dei conti, ad essere asfaltati in mezzo alla strada non siamo mica noi o i nostri familiari, è il pulcino Pio...
mercoledì 4 aprile 2012
i genitori-ragni
Ci sono dei genitori che non riescono a vivere bene il rapporto col proprio coniuge ma assumono su di sè il problema e cercano di conviverci decentemente o di risolverlo; altri genitori, invece, non riescono a non raccontare ai figli in modo continuativo tali malesseri, anche quando questi ultimi sono già grandi, dando magari la maggior parte delle colpe all'altro coniuge.
I figli più sensibili vivono con dolore le sofferenze che i genitori rivelano loro; quando i figli sono due o più, ce n'è spesso uno che diventa il contenitore dentro al quale i genitori riversano le proprie insoddisfazioni relazionali ed emotive.
Il risultato è che i figli si fanno carico di questi pesi, a volte senza soluzione di continuità, per tutta la vita e ciò può rendere loro particolarmente faticosa e difficile l'esistenza, non riuscendo, ad esempio, a realizzare un legame affettivo in modo sereno, essendo condizionati dalle esperienze negative dei propri genitori.
C'è in tutto ciò qualcosa di profondamente negativo e ingiusto, perchè si crea una catena nevrotica che scende a cascata da monte verso valle e travolge tutti quelli che, senza colpa, stanno sotto.
Spesso non basta capire come stanno le cose per risolvere il problema: il dolore vissuto dai genitori è una emozione che diventa dolore dei figli e che non serve a nulla, perchè i figli non possono fare niente per cancellare il malessere dei propri genitori, che dipende da cause che non li riguardano e sulle quali non possono intervenire.
La pretesa che i figli condividano in modo continuativo i problemi coniugali dei genitori è assurda perchè li fa soffrire inutilmente e va quindi condannata.
Le problematiche emotive e affettive che esistono tra i coniugi dovrebbero essere gestite e risolte tra loro, con quella normale assunzione di responsabilità che caratterizza le persone adulte. In caso contrario, i genitori si comportano come ragni: tessono la tela in cui tenere invischiato emotivamente il figlio e in questo modo gli tolgono energie e, in un certo senso, lo divorano, impedendogli di impiegare le proprie energie vitali per affrontare e risolvere i problemi della propria esistenza.
sabato 3 marzo 2012
il genitore-ombrello
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| Ombrello esposto al MOMA |
Quando mio figlio aveva tre-quattro anni avevo inventato per lui questo semplicissimo gioco: ci mettevamo seduti a gambe aperte per terra in un angolo della casa, lui era seduto tra le mie gambe, con la sua schiena appoggiata al mio petto, io avevo in mano un piccolo ombrello.
Ad un certo punto dicevo:" uh, piove, piove, guarda come piove", quindi aprivo l'ombrello sopra di noi e stringevo mio figlio, abbracciandolo forte forte. Dopo un po' dicevo: "non piove più, adesso c'è il sole", chiudevo l'ombrello e allentavo l'abbraccio. Poi si ricominciava il gioco daccapo e si andava avanti così per parecchio tempo.
Ad un certo punto dicevo:" uh, piove, piove, guarda come piove", quindi aprivo l'ombrello sopra di noi e stringevo mio figlio, abbracciandolo forte forte. Dopo un po' dicevo: "non piove più, adesso c'è il sole", chiudevo l'ombrello e allentavo l'abbraccio. Poi si ricominciava il gioco daccapo e si andava avanti così per parecchio tempo.
Sempre in quel periodo, quando eravamo al mare, succedeva che arrivassero dei temporali estivi, con tuoni fortissimi e fulmini accecanti. Allora io lo prendevo in braccio e lo tenevo abbracciato a me mentre, seduti insieme su di una sedia, guardavamo fuori dalla finestra le nuvole nere sul mare. Io gli dicevo con gioia: "dai dai, guardiamo i lampi, che belli!", oppure: "senti, senti che tuono forte: bum, bam, barabum... grande eh?".
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| Foto di Daniele Franceschini |
Il risultato è stato che non ha mai avuto paura, né dei tuoni né dei fulmini, e alcuni anni dopo mi ha chiesto:"Papà, ti ricordi che bello quando ero piccolo e facevamo il gioco dell'ombrello?".
I bambini piccoli hanno bisogno di sicurezza, di genitori-ombrelli, di sentire che ci siamo e gli vogliamo bene, del nostro amoroso contatto fisico; allora diventa possibile anche trasformare in gioco le situazioni potenzialmente paurose e ansiogene.
D'altra parte chi di noi, anche da adulto, non desidera avere qualcuno che lo coccoli e lo rassereni con il suo amore caldo e sincero?
Il gioco di stringere a sè i figli quando c'è un pericolo e di lasciarli andare quando il pericolo non c'è più ha anche un valore simbolico, perché rappresenta il comportamento giusto da tenere con loro sempre nella vita: essere presenti e protettivi nei momenti di bisogno e sapersi poi distaccare per lasciar loro compiere in autonomia le proprie esperienze.
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