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mercoledì 15 agosto 2012

verità e sensi di colpa


Cercare la propria verità può essere faticoso perché ci si può rendere conto che in passato si sono fatte delle scelte che si credeva sarebbero state vere per sempre ma che, anche se allora erano giuste, oggi vengono messe in dubbio e forse non sono più corrispondenti alla verità che si sente dentro.
Che accada ciò è però normale, perché siamo esseri umani e non indovini e non possiamo mai sapere con totale certezza come evolveranno le situazioni in futuro.
La verità è da riferire sempre al momento della scelta, alle consapevolezze che abbiamo nel preciso momento in cui scegliamo. Del senno di poi son piene le fosse dice, con ragione, un noto proverbio popolare.
Se le nostre consapevolezze cambiano, possiamo valutare negativamente le scelte fatte in passato senza farci venire assurdi sensi di colpa; ciò che serve è, invece, rendersi sanamente conto dei cambiamenti avvenuti nel nostro modo di sentire e di valutare le cose per cercare di modificare i nostri comportamenti in tal senso, perché è assurdo sentirsi in colpa per qualcosa che non corrisponde più alla nostra verità attuale.

martedì 12 giugno 2012

la ricerca della verità


Ho cominciato a leggere L'anima e il suo destino di  Vito Mancuso.
Nella prefazione l'autore dice una cosa che mi ha colpito molto. Si tratta di una frase breve e concisa, ma piena di significato:
"Credo nella comunione di coloro che cercano la verità"
Credo è un'affermazione forte, che mi piacerebbe sentire più spesso; penso sia importante credere in qualcosa che abbia un valore positivo, non importa in cosa, ma credere è importante.
Anche la comunione (dal latino communis unio=unione comune) è importante, soprattutto ai giorni nostri, quando tende a prevalere il soggettivismo più sfrenato e gli altri, i diversi da noi, sono considerati sempre più spesso in modo negativo a priori .
Ma la ricerca della verità è importante a patto che la si relativizzi, che sia la ricerca della nostra verità e, soprattutto, che non la si voglia imporre agli altri. Chi possiede questo concetto della verità è portato a darle valore in quanto propria, ma, nel contempo, riconosce agli altri il diritto di ricercare la propria verità, che può essere legittimamente diversa dalla sua.
E' questa l'idea di verità esplicitata da Vito Mancuso, il quale, a pag. 1 del medesimo libro, così si esprime:
L'interlocutore principale di questo libro è la coscienza laica, intendendo con ciò quella parte della coscienza, presente in ogni uomo, credente o non credente, che cerca la verità per se stessa e non per appartenere a un'istituzione; quella parte della coscienza che vuole aderire alla verità, ma vuole farlo senza alcuna forzatura ideologica, di nessun tipo, e se accetta una cosa, lo fa perchè ne è profondamente convinta, e non perchè l'abbia detto uno dei numerosi papi, o uno degli altrettanto numerosi antipapi della cultura laicista.
immagine tratta da film
Insomma, dal punto di vista delle istituzioni, Mancuso si potrebbe definire una testa calda, (infatti nella Chiesa non lo vedono molto di buon occhio), ed è per questo forse che mi attrae, oltre che per la sua cultura, il suo rigore intellettuale ed il suo amore per la verità e la libertà. Strano a pensarsi per un teologo...
Ma ciò che più mi attrae è la sua idea di Dio, poiché il Dio di cui parla non sembra l'amministratore delegato di una multinazionale ma, piuttosto, un Dio  che alloggia dentro ognuno di noi, legittimamente percepito da ciascuno in modo diverso, personale e originale, ritagliato cioè sulla misura della sensibilità  di ogni singolo individuo. In questo concetto di Dio trovo una notevole somiglianza con il tipo di lavoro psicologico fondato sulla ricerca della propria verità e autenticità individuale di cui mi occupo.
Ecco, vedete, sono arrivato a pagina 1 e ho già scritto un post e non è assolutamente detto ch'io mi fermi qui: se emergeranno altre cose interessanti nel proseguimento della lettura vi terrò sicuramente informati.





sabato 7 aprile 2012

morte e rinascita

Paul Gauguin: Autoritratto col Cristo giallo
L'immagine di Gesù crocifisso ci presenta un essere umano appeso a una croce. Non può muoversi, non può fare nulla, può solo soffrire. Viene abbandonato anche dal Padre, che non risponde al suo grido di dolore. Credo che molti di noi si siano sentiti qualche volta nella vita in una situazione simile a questa: non si può fare niente, si è bloccati, inchiodati alla propria sofferenza. Si può solo morire, ma dopo, si può rinascere?
Io credo che molte volte la risposta possa essere sì, a patto che si comprenda che quella morte non è la fine definitiva di sè stessi, ma di quel modo di essere che ci ha portato in quella situazione senza via d'uscita. Se si riesce a relativizzare la morte, allora può essere possibile immaginare che, se riusciremo a cambiare qualcosa del nostro essere o agire che ci ha portato in quel vicolo cieco, la rinascita sarà possibile, anche se faticosa e lenta.
Mi ha sempre colpito constatare che spesso chi ha paura della morte ha anche paura della vita, mentre chi vive la vita senza troppa paura di affrontare dei cambiamenti, anche importanti, è talmente impegnato nel cercare di superare le piccole morti quotidiane modificando il proprio modo di stare al mondo, che alla morte definitiva e ultima non ha nemmeno tempo nè voglia di pensare, come se fosse una perdita di tempo e di energie inutile.

Spesso sono gli altri che ci mettono in croce, ma non è mai un problema così grave come quando in croce ci mettiamo noi stessi e questo può accadere quando ci dimentichiamo completamente di ciò che siamo veramente, quando smettiamo di pensare che ciò che siamo nella nostra totalità è comunque un valore e ha senso in sè e per sè.
Noi siamo il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito, i nostri valori, ciò che immaginiamo o fantastichiamo, le cose in cui crediamo profondamente, il nostro modo di vedere la vita, e in quanto tali abbiamo senso e diritto di esistere, anche se gli altri non ce lo riconoscono.
La nostra morte comincia quando rinunciamo a ciò che sentiamo di essere, o quando rinneghiamo i dubbi, le insicurezze, le incertezze e gli errori eventualmente commessi.
La rinascita incomincia quando accogliamo e diamo valore alle nostre verità (e anche avere un'insicurezza o un dubbio può essere una verità) e ci proponiamo di esserne sempre più consapevoli, sentendo la nostra unicità come un valore, la nostra vita come una serie continua di nuove conoscenze ed esperienze, di piccole morti e successive rinascite, cioè di trasformazioni.
Non per vincere, per arrivare primi o per essere i più bravi e i più belli, ma per essere solamente e sempre ciò che autenticamente siamo. 

sabato 31 marzo 2012

siamo tutti "diversi"

Una delle cose più difficili da accettare è la diversità, quella degli altri ma anche la nostra.
Quanto più si accetta la nostra diversità, tanto più si accetta quella degli altri.
Non esiste un individuo che sia esattamente uguale a noi nel corpo o nella psiche, quindi gli altri sono sempre dei diversi ai nostri occhi, come noi lo siamo per loro.
Il sentirsi diversi dalla maggioranza è spesso fonte di sofferenze, soprattutto nell'adolescenza, ma ciò che ci dovrebbe stare più a cuore è la ricerca e la valorizzazione della nostra verità, perchè è quest'ultima che racchiude il senso della nostra esistenza.
Le relazioni affettive sono tanto più appaganti e vivificanti quanto più sono vere, anche quando i punti di vista sono diversi, perchè è proprio nel modo di affrontare le diversità insieme nella verità che si misura la coesione di una coppia o di un gruppo.
Da questo punto di vista, quindi, meglio dire una verità scomoda di una comoda falsità.