sabato 28 novembre 2020

el pueblo unido jamàs serà vencido

 Il titolo del post è quello di una canzone popolare cilena diventata famosa ai tempi della dittatura del generale Pinochet in Cile negli anni '70 del secolo scorso, l'equivalente andino della nostra Bella Ciao.

Questo titolo mi è venuto in mente mentre pensavo a come ha reagito diversamente il popolo italiano al Covid nei due diversi periodi, prima in marzo-aprile e poi in ottobre-novembre di quest'anno. 

In primavera ci fu una grande reazione unitaria, corale, caratterizzata dalla solidarietà, dalla battaglia comune contro il virus, eravamo tutti uniti contro un solo nemico, il virus che minacciava le nostre vite e quelle dei nostri cari. Questo sentimento di unitad popular, enfatizzato dai media, che mostravano immagini di lenzuolate e incontri tra un balcone e l'altro col sottofondo continuo del mantra "Andrà tutto bene", ci fece sentire solidali, uniti, parte di una comunità coesa e coraggiosa nel lottare insieme a tutti gli altri e ci diede sostegno nell'affrontare un periodo difficile di privazioni mai patite prima: si soffriva insieme e si era solidali gli uni cogli altri, quasi come le popolazioni italiane contadine, povere e quasi senza cibo, negli anni '50 dopo la fine della guerra.

Poi, in estate, qualcosa cambiò. Da un lato cominciarono a prendere voce i negazionisti e i complottisti, dall'altro lato comparvero i menefreghisti, quelli che riempivano le discoteche in Sardegna senza mascherine e quelli che, sentendosi al sicuro, giravano senza protezioni mettendo a rischio la libertà conquistata da tutti noi con le fatiche del lockdown.

Arrivò la seconda ondata, che in primavera era stata ampiamente prevista, ma noi non eravamo più uniti. Il nemico non era più uno solo, il virus, contro cui lottare compatti: i nemici si moltiplicarono: il virus, i negazionisti, i complottisti, i menefreghisti. I medici e gli infermieri, che in primavera erano i nostri eroi, diventarono oggetto di odio e persecuzione. La rabbia e l'ira cominciarono a circolare più del virus: non eravamo più coesi, eravamo disgregati, divisi, gli uni contro gli altri, i nemici erano tra le nostre file, erano tra di noi. 

Le nostre divisioni interne fecero aumentare la stanchezza, si moltiplicarono le paure e tutto ciò diede un colpo terribile alla fiducia e alla speranza che avevamo coltivato in primavera, generando il timore che non ne saremmo mai più venuti fuori. Il virus stava vincendo di nuovo, non perchè fosse diventato più forte, ma semplicemente perchè noi ci eravamo divisi e ciò ci faceva sentire stanchi, letteralmente "a pezzi". Adesso vedremo come andrà col Natale e con i vaccini che dovrebbero arrivare.


Però, quando la pandemia sarà passata, dovremmo mantenere e trasmettere alle future generazioni il ricordo di ciò che abbiamo sperimentato: che l'unione tra esseri umani può dare a tutti la forza per affrontare momenti difficili, mentre le divisioni annichiliscono, tolgono forza ed energia a tutti e portano alla sconfitta. 

Se poi qualcuno vuole estendere il discorso dal virus alla politica...     

giovedì 26 novembre 2020

25 novembre - giornata mondiale contro la violenza sulle donne



Opera di Matteo Zanfi

E' una poesia scritta da una donna e parla del femminile. Ci ricorda il coraggio di essere ciò che siamo veramente e di cercare di vivere dei rapporti paritari, fondati sul rispetto e la valorizzazione di sé e degli altri.

 
Sono stata cavalla
mucca farfalla
Sono stata una cagna
una vipera un'oca
Sono stata tutte le cose mansuete
e ampie della terra
il vuoto del corno che chiama alla guerra
l'oscuro tunnel dove sferraglia il treno
la caverna a notte dei pirati
Sono stata quella che sempre deve essere là
una certezza quadrata
Sono stata tutto ciò che poteva servirti
a prendere il volo
sono stata anche tigre
cima e voragine
strega
sacra e terribile bocca dentata
Come avresti potuto altrimenti
essere tu il cacciatore
l'esploratore
l'eroe dalle mille avventure?
Sono stata persino terra e luna
perché tu potessi metterci
il piede sopra
E adesso
questa ruota si è fermata
devo adesso fare una cosa
mai fatta forse mai esistita
una cosa anche per te ma
soprattutto per me
per me sola
tanto autentica e nuova
che trema persino il volto della vita.

Bianca Garufi

sabato 21 novembre 2020

la giornata internazionale dei diritti dell'infanzia

 Non sapevo che esistesse questa giornata dedicata ai diritti dei bambini ma colgo l'occasione per scrivere di getto alcuni importanti diritti dei bambini, dal punto di vista psicologico, che mi vengono in mente per primi. 

Premetto che credo sia fondamentale avere dei genitori che pongano ai diritti dei bambini dei limiti sensati, chiari e possibilmente condivisi con loro. E' tristissimo vedere bambini che possono fare tutto quello che vogliono, compreso dare fastidio agli altri o rompere oggetti, senza che un genitore li faccia smettere.

Detto questo, ecco i diritti che mi vengono in mente per primi:

- Essere amati, cioè guardati, ascoltati, riconosciuti nella loro personale specificità  e poi aiutati a distaccarsi dai genitori e ad andare nel mondo;

- Essere protetti dagli eccessi negativi della vita ma accompagnati a conoscere la realtà in tutte le sue forme, non solo quelle belle;

- Essere ascoltati, essere considerati un essere umano che esprime i propri sentimenti e i propri pensieri avendo il sacrosanto diritto di farlo, perchè dietro c'è sempre una motivazione;

- Ricevere dai genitori messaggi chiari, non contradditori, perchè questi ultimi disorientano e annichiliscono;

- Avere dei genitori che non tradiscono la loro fiducia, perchè non potersi fidare dei genitori è devastante;

- Avere dei genitori che mettano dei limiti invalicabili e chiari ad alcune loro richieste e che li facciano rispettare, cercando di spiegarne il senso (in caso di divergenze, meglio litigare prima, poi accordarsi su un compromesso onorevole per tutti e rispettare gli accordi, non solo i figli ma anche i genitori);

- Sapere che un genitore può essere sempre un punto di riferimento, anche se loro hanno fatto qualcosa di avventato che li ha messi in situazioni di pericolo (dopodichè, una volta risolta la situazione, si parla insieme del perchè si sono messi in quella situazione difficile);

- Non dover fare da sostegno ai genitori, non tenersi dentro dolori molto grandi per la paura di far stare male i genitori;

- Non avere dei genitori che si fanno fregare o imbrogliare da loro su qualsiasi cosa, perchè sapere di avere dei genitori che possono menare per il naso non li fa sentire per niente sicuri;

- Vedere che ci sono buone relazioni tra tutti coloro che interagiscono  nell'occuparsi di loro (genitori, nonni, insegnanti, ecc.);

- Non essere forzati a diventare dei piccoli adulti prematuramente, non essere sottoposti a richieste di prestazioni eccessive di nessun tipo, perchè gli anni dell'infanzia devono poter scorrere con il minor numero di preoccupazioni e di ansie possibili;

- Avere dei genitori che di fronte a segnali di disagio dei figli li prendono sul serio e cercano di capire in tutti i modi cosa c'è dietro senza sentirsi in colpa, perchè qualche problema ci può sempre essere: non esistono i genitori perfetti o i figli perfetti e, se esistono, forse hanno bisogno di andare a fare due chiacchiere con uno psicoterapeuta!  



 

domenica 15 novembre 2020

incontrarsi a metà strada

 Molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della professione, mi telefonò una persona che mi raccontò di essere da poco tempo in cura da uno psicoterapeuta, col quale però le cose non andavano bene.

Mi spiegò che aveva degli attacchi di panico molto forti che gli impedivano fisicamente di andare nello studio del terapeuta e, nonostante le sue richieste, il medico non era disponibile per andare a fare le sedute di psicoterapia presso il suo domicilio.
Mi chiese quindi se io avrei potuto andare a fare le sedute nella sua abitazione. Risposi affermativamente e iniziai ad andare da lui ogni sabato mattina.
Un po' di tempo dopo mi disse che si sentiva pronto per provare a venire con la sua automobile nel mio studio, che distava circa 20 chilometri da casa sua. Io acconsentii e il sabato successivo lo aspettai nel mio studio, sperando di vederlo arrivare.
Poco prima dell’orario concordato, ricevetti invece una sua telefonata nella quale mi diceva che era riuscito ad arrivare in automobile fino a un paesino che era circa a metà strada tra casa sua e il mio studio. Mancavano ancora 10 km, ma lui non riusciva né a proseguire verso il mio studio, né a tornare a casa: il panico lo teneva bloccato esattamente a metà strada.
Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei andato io da lui, e così feci. Lui intanto si era seduto al tavolino di un bar all’aperto. Lì lo raggiunsi, mi sedetti vicino a lui e facemmo la nostra seduta sotto l'ombra di un albero. Dopo un’ora mi disse che se la sentiva di tornare a casa, e così fece.
Il sabato successivo ci riprovò e questa volta arrivò fino al mio studio: ricordo ancora l’atmosfera di festa e di gioia che vivemmo insieme quel giorno!

Questo episodio è rimasto profondamente impresso nella mia memoria, perché questo trovarsi a metà strada, questo fare ciascuno dei due il proprio pezzo di strada per andare incontro all'altro è rimasto per me simbolo ed essenza del lavoro psicoterapeutico.

martedì 10 novembre 2020

l'amicizia

 Nell'introduzione del libro La filosofia come stile di vita Romano Madera, parlando della intensità della sua amicizia con il coautore Luigi Vero Tarca, ci dice che la specificità del loro rapporto consiste nel fatto che il loro legame è tanto più forte quanto meno è esclusivo. Quanto più ciascuno dei due avverte l'altro capace di rivolgere la stessa offerta di condivisione e quindi lo stesso profondo affetto a ogni altro essere vivente, tanto più la loro amicizia diventa significativa.

Il loro rapporto di amicizia, quindi, è importante nella misura in cui infonde nell'amico un'energia vitale che gli permetterà di condividere più facilmente sentimenti amicali con altre persone.

L'amico diventa quindi un tramite, un ponte, per trasmettere energia ad altre persone senza che il rapporto amicale ne soffra. L'esatto opposto di ciò che accade quando si pretende che un'amicizia sia esclusiva.
A volte un'amicizia si consolida perchè è contro qualcun'altro, contro un comune nemico. Credo invece che abbiamo bisogno di amicizie e di rapporti umani che non nascano dalla necessità di difenderci dai nemici, ma che abbiano la loro origine nelle affinità personali.
Per conoscere potenziali amici è necessario che ci facciamo vedere per quello che siamo veramente, cosicchè la persona che ci è affine ci riconosca con facilità e venga verso di noi spontaneamente.
Foto di Pasqual Morello
Al giorno d'oggi sembra che sia difficile trovare amici e molte persone si preoccupano di trovare i modi giusti per cercare nuove amicizie. In realtà il modo giusto è uno solo: c'è una legge di natura che stabilisce che gli affini si attraggono, però bisogna farsi riconoscere, andando in giro senza  maschere troppo coprenti.
Basta sapere, più o meno, chi si è e cosa si cerca e non scoraggiarsi se occorre un po' di tempo per incontrare le persone giuste: se ne perde molto di più a correre dietro a persone che appaiono troppo lontane da ciò che desideriamo.
L'amicizia esiste di per sè, a motivo del fatto che due persone sono sulla stessa lunghezza d'onda: noi dobbiamo solo sentirla e riconoscerla. 

mercoledì 4 novembre 2020

Modesti consigli per una difesa psicologica dal covid

 A mio parere tre cose sono fondamentali oggi: la prudenza nei comportamenti, la pazienza (prima o poi tutto questo finirà) e il non cadere nella trappola dell'onnipotenza/impotenza che genera ansia e depressione. 

Siamo abituati a voler risolvere in fretta tutti i problemi e a cercare di stare sempre meglio. Come desiderio è ineccepibile ma dobbiamo anche tenere conto del fatto che non è scontato che le cose vadano sempre per il meglio e che quindi è  necessario mantenerci il più possibile  in buona salute fisicamente e psicologicamente finché il virus ci tiene sotto scacco. Dobbiamo far collaborare i sentimenti con la razionalità, per poter lottare nel modo migliore al fine di superare questo periodo difficile. 

C'è bisogno il più possibile  di calma, di equilibrio e di ponderazione per giungere in salute alla vittoria. Non serve a nulla sentirci impotenti o onnipotenti, abbatterci o fuggire nella fantasia:  non dobbiamo perdere di vista la realtà per poterla affrontare nel modo migliore.

Dobbiamo considerare il tempo come nostro alleato e adattarci a ciò che le circostanze richiedono. Arriverà il giorno in cui tutto ciò  che stiamo vivendo sarà presente solo nella nostra memoria. Sarà un'esperienza che avremo vissuto e che forse ci avrà anche reso più forti.

E, tra le cose importanti da fare, suggerirei anche di sentirci vicini sempre sia a chi è colpito dal virus in prima persona o negli affetti più cari, sia a chi, a causa del virus, rischia di avere difficoltà economiche gravi.

domenica 1 novembre 2020

egoismo e sensi di colpa

 


Mi è capitato spesso di conoscere persone che consideravano la ricerca e la realizzazione della propria autenticità come qualcosa di egoistico.

Ciò li portava ad avere sensi di colpa tremendi quando sentivano il desiderio di seguire le proprie inclinazioni naturali.

In realtà cercare di rendersi conto di chi siamo veramente non significa assolutamente peccare di individualismo o di egoismo.

Una cosa è cercare di diventare consapevoli di chi siamo davvero, altra cosa è essere individualisti, cioè occuparsi solamente del proprio bene e trascurare quello degli altri.

Ci sono persone abilissime a farci sentire in colpa o sbagliati tutte le volte che esprimiamo desideri, opinioni, bisogni o progetti che riguardano la nostra vita e che non sono da loro apprezzati o condivisi. Dietro a questi comportamenti si nasconde spesso il loro desiderio di tenerci sotto controllo, di sapere che stiamo percorrendo strade a loro ben note invece di fare nuove esperienze, vivere situazioni che essi non conoscono e diventare perciò meno controllabili. 

Tenere troppo sotto controllo la vita delle altre persone, soprattutto dei figli diventati grandi, attraverso ricatti affettivi, è particolarmente odioso; quando ciò succede, i figli prima o poi arrivano a non sopportare più i genitori.   

Dobbiamo ricordare costantemente a noi stessi che non siamo venuti al mondo per vivere la vita come si aspettano gli altri e che la nostra vita ci appartiene e solo noi possiamo sapere in cosa consiste la nostra autenticità.

Se ascoltare ciò che gli altri hanno da dirci è spesso utile e fonte di arricchimento, alla fine le decisioni che riguardano la nostra vita spettano solamente a noi. 

E poi esiste anche il diritto di sbagliare, ovviamente assumendosi la responsabilità dei propri errori, senza per questo dover essere giudicati troppo negativamente. Anzi, normalmente, dai propri errori si imparano cose fondamentali per il nostro futuro che in nessun altro modo si sarebbero potute conoscere davvero. 

L'eccessiva paura di sbagliare ci trattiene dal misurarci con tutto ciò che è nuovo e ci tiene fermi nella palude del già detto, del già fatto e del già conosciuto, cosicché lentamente ci spegniamo, perché perdiamo contatto con la curiosità e col desiderio di conoscere e scoprire cose nuove. 


martedì 27 ottobre 2020

omosessualità

 

Pier Paolo Pasolini

Tutti i giorni sono testimone della maggior fatica di vivere cui sono sottoposti, nella nostra società, i miei amici e pazienti omosessuali, rispetto agli eterosessuali; credo fermamente che ciò non sia giusto.
Provate a immaginare come sarebbe la vita degli eterosessuali se la società fosse prevalentemente omosessuale e noi etero fossimo considerati una minoranza di malati e perversi, guardati con disprezzo. 
Non potremmo corteggiarci, tenerci per mano o darci un bacio in pubblico, ci sentiremmo giudicati in quanto diversi, sbagliati,  malati, pericolosi per la morale pubblica, da tenere lontani dai bambini. Credo che dentro di noi crescerebbe molta rabbia per questa violenza umiliante che ci sentiremmo addosso tutti i giorni.

Spesso sono testimone del desiderio degli omosessuali di avere un duraturo rapporto d'amore, di costruirsi una famiglia, esattamente come gli eterosessuali.

L'omosessualità non è una malattia né una perversione, è semplicemente la preferenza di una persona del proprio sesso anziché dell'altro per fare tutte quelle cose che tutti facciamo quando amiamo qualcuno: innamorarsi, scambiarsi tenerezze, fare sesso, convivere, farsi una famiglia propria diversa da quella di origine.

Dovremmo veramente indignarci e vergognarci per questa ingiustizia, per il fatto che costringiamo delle persone che hanno una inclinazione affettiva diversa dalla nostra a vergognarsi, a sentirsi colpevoli  e umiliati per essere ciò che sentono di essere.

La recente apertura di Papa Francesco che ha detto:

"Le persone omosessuali hanno il diritto di essere in una famiglia. Sono figli di Dio e hanno diritto a una famiglia. Nessuno dovrebbe essere estromesso o reso infelice per questo. Ciò che dobbiamo creare è una legge sulle unioni civili. In questo modo sono coperti legalmente. Mi sono battuto per questo." 

è da accogliere con gioia, sperando che anche all'interno della Chiesa gli omosessuali non siano più emarginati, colpevolizzati od esclusi.

   


 

giovedì 22 ottobre 2020

quello che deve starci a cuore...


Vi propongo un brano tratto dal libro "Le piccole virtù" di Natalia Ginzburg. L'ho trovato sul blog Mari da solcare di Maria D'Asaro, che ringrazio sentitamente. Lo posto qui perchè lo scritto della Ginzburg corrisponde esattamente a ciò che penso sull'argomento. Eccovi il testo:

 Quello che deve starci a cuore, nell'educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l'amore alla vita. (...)
E che cos'è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita? Noi dobbiamo aspettare, accanto a lui, che la sua vocazione si svegli, e prenda corpo. Il suo atteggiamento può assomigliare a quello della talpa o della lucertola, che se ne sta immobile, fingendosi morta: ma in realtà fiuta e spia la traccia dell'insetto, sul quale si getterà con un balzo. Accanto a lui, ma in silenzio e un poco in disparte, noi dobbiamo aspettare lo scatto del suo spirito.
Non dobbiamo pretendere nulla: non dobbiamo chiedere o sperare che sia un genio, un artista, un eroe o un santo; eppure dobbiamo essere disposti a tutto; la nostra attesa e la nostra pazienza deve contenere la possibilità del più alto e del più modesto destino. (...)
Una vocazione è l'unica vera salute e ricchezza dell'uomo. Quali possibilità abbiamo noi di svegliare e stimolare, nei nostri figli, la nascita e lo sviluppo di una vocazione? Non ne abbiamo molte: e tuttavia ne abbiamo forse qualcuna. La nascita e lo sviluppo di una vocazione richiede spazio: spazio e silenzio: il libero silenzio dello spazio. Il rapporto che intercorre fra noi e i nostri figli, dev'essere uno scambio vivo di pensieri e di sentimenti, e tuttavia deve comprendere anche profonde zone di silenzio; dev'essere un rapporto intimo, e tuttavia non mescolarsi violentemente alla loro intimità; dev'essere un giusto equilibrio fra silenzio e parole.
Noi dobbiamo essere importanti, per i nostri figli, e tuttavia non troppo importanti: dobbiamo piacergli un poco, e tuttavia non piacergli troppo: perchè non gli salti in testa di diventare identici a noi, di copiarci nel mestiere che facciamo, di cercare, nei compagni che si scelgono per la vita, la nostra immagine. (...)
E dobbiamo essere là per soccorso, se un soccorso sia necessario; essi debbono sapere che non ci appartengono, ma noi sì apparteniamo a loro, sempre disponibili, presenti nella stanza vicina, pronti a rispondere come sappiamo ad ogni interrogazione possibile, ad ogni richiesta.
E se abbiamo una vocazione noi stessi, se non l'abbiamo tradita, se abbiamo continuato attraverso gli anni ad amarla, a servirla con passione, possiamo tener lontano dal nostro cuore, nell'amore che portiamo ai nostri figli, il senso della proprietà.
Se invece una vocazione non l'abbiamo, o se l'abbiamo abbandonata e tradita, per cinismo o per paura di vivere, o per un malinteso amor paterno, o per qualche piccola virtù che si è installata in noi, allora ci aggrappiamo ai nostri figli come un naufrago al tronco dell'albero, pretendiamo vivacemente da loro che ci restituiscano tutto quanto gli abbiamo dato, che siano assolutamente e senza scampo quali noi li vogliamo, che ottengano dalla vita tutto quanto a noi è mancato; finiamo per chiedere a loro tutto quanto può darci soltanto la nostra vocazione stessa; vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se, per averli una volta procreati, potessimo continuare a procrearli lungo la vita intera. Vogliamo che siano in tutto opera nostra, come se si trattasse non di esseri umani, ma di opera dello spirito.
Ma se abbiamo noi stessi una vocazione, se non l'abbiamo rinnegata e tradita, allora possiamo  lasciarli germogliare quietamente fuori di noi, circondati dell'ombra e dello spazio che richiede il germoglio d'una vocazione, il germoglio di un essere. Questa è forse l'unica reale possibilità che abbiamo di riuscir loro di qualche aiuto nella ricerca di una vocazione, avere una vocazione noi stessi, conoscerla, amarla e servirla con passione: perchè l'amore alla vita genera amore alla vita.
                                                         Natalia Ginzburg  


giovedì 15 ottobre 2020

simboli: la cucina










La cucina è una metafora della vita perchè è il regno delle trasformazioni: in cucina il freddo si trasforma in caldo, il crudo in cotto, il duro in tenero, il secco in morbido, l'insipido in saporito. 

Elementi che da soli sarebbero cattivi e immangiabili come il pepe, il peperoncino e le spezie acquistano senso se usati nella giusta misura, rendendo gustose zuppe e minestroni.

In cucina impariamo che ogni piatto risulta sempre diverso dagli altri, mentre i cibi prodotti industrialmente hanno sempre lo stesso sapore. Inoltre nessun piatto riesce sempre perfettamente e a ciò bisogna abituarsi, proprio come nella vita.
Chiunque ha avuto a che fare coi bambini piccoli sa che i giochi acquistati nei negozi sono per loro molto meno interessanti della possibilità di stare in cucina a paciugare con farina, acqua, latte e uova.
In cucina si impara a prendere le cose così come vengono e a cercare di fare meglio la prossima volta, imparando dai propri errori.
Attorno ai fornelli si possono osservare le diverse caratteristiche di personalità: il preciso, il meticoloso, il creativo, l'ansioso, il tranquillo, l'egocentrico, lo sbadato...


Il cibo ha un valore simbolico: noi ci nutriamo di cibi materiali, ma anche di affetti e di alimenti per lo spirito. Quasi tutte le religioni vietano alcuni cibi sempre o solo in certi giorni dell'anno e conferiscono valore di simbolo ad altri cibi assunti nell'ambito di cerimonie rituali.  
E' molto importante il modo con cui viene offerto un alimento, il sentimento e la cura con cui viene preparato. E' molto facile rendersi conto se un cibo è stato cucinato in modo sciatto e banale o, al contrario con cura e attenzione.
Cucinare bene, come vivere bene, è un'arte. E qualche volta bisognerebbe dedicarsi un po' di tempo per prepararsi con cura qualche buon piatto anche se nessuno li condividerà con noi.  
E in ogni caso, come diceva ironicamente Irene Frain:"Per quanto si sorvegli la vita come il latte sul fuoco, appena ti distrai un attimo, uscirà subito dallo stampo".

lunedì 5 ottobre 2020

adolescenze prolungate


Parlando con alcune pazienti di 30-40 anni che ho visto nel corso degli anni, mi è capitato spesso di trovarmi di fronte a donne attive, intelligenti, preparate, brave lavoratrici, piene di buone qualità, colte, alcune delle quali, però, per quanto riguardava la loro vita sentimentale, sembravano delle adolescenti. 
Venivano da me perchè la fine dell'età fertile si avvicinava e non erano preparate a prendere una decisione sul loro futuro affettivo: farsi una famiglia? avere un figlio?
Generalmente non volevano correre il rischio di soffrire per amore, quindi vivevano cercando di divertirsi, portando avanti rapporti non vincolanti e trascorrendo il loro tempo libero facendo cose piacevoli. Mi dicevano che era troppo impegnativo per loro immaginare di iniziare una relazione importante, però non erano sicure che rinunciarvi sarebbe stata la scelta migliore.
Quasi sempre non erano donne del tutto indipendenti (anche se esteriormente lo sembravano) perchè vivevano ancora come figlie: sentivano il desiderio di essere libere da responsabilità e fatiche e perciò non sentivano la necessità di diventare veramente del tutto autonome rispetto ai genitori. 
Spesso vivevano da sole, ma i genitori venivano utilizzati per preparare loro  il cibo, per lavare e stirare i loro abiti, per pulire la loro casa e per fare lavoretti di ogni tipo, così che loro potessero avere tutto il tempo libero dal lavoro da poter dedicare ai loro piaceri, esattamente come abitualmente fa una figlia che abita insieme ai genitori.
Per inciso, si comportano così anche tanti trentenni o quarantenni maschi, i quali, peraltro, hanno più tempo delle donne per fare delle scelte importanti di vita e difficilmente hanno il coraggio di guardarsi dentro e magari di farsi aiutare da qualcuno a diventare veramente indipendenti.
Dell'immaturità dei maschi si parla parecchio, di quella delle ragazze si parla meno. A parte che, secondo me, non è corretto chiamare ragazza una donna di trenta-quaranta anni: le parole hanno dei significati precisi e possono poi diventare delle etichette che, inconsapevolmente, ci condizionano.
Quello che colpisce, nelle donne di cui parlo, è la mancata immaginazione della ricchezza di un rapporto profondo con un partner dove si accolgano pregi e difetti propri e altrui, di una relazione dove si abbandoni l'ideale del Principe Azzurro e della famiglia del Mulino Bianco, dove l'amore dia la forza e il coraggio di fare fatica, a volte anche di soffrire, rinunciando ad un mondo fatto di mille possibilità, per sceglierne finalmente una da cercare di realizzare concretamente, riponendo in quella la propria fiducia e il proprio impegno.
Molte volte, nella storia di queste persone, ci sono dei profondi condizionamenti da parte dei genitori, che non le aiutano a diventare veramente autonome perchè continuano a servirle come se fossero bambine. 
Quante madri non insegnano ai figli a far da mangiare, a usare il ferro da stiro o la lavatrice per continuare ad avere potere su di loro, rendendoli di fatto dipendenti, dando la colpa di ciò interamente ai figli, che vengono accusati di non voler fare fatica?
Fa davvero male vedere che gli anni che potrebbero essere utilizzati per diventare consapevoli di chi si è e di cosa si vuole per il proprio futuro, vengano trascorsi vivendo in una sorta di adolescenza prolungata.
La caratteristica che accomuna queste donne é  l'insicurezza, che cercano di tenere nascosta agli altri ma anche a se stesse, mentre in realtà sarebbe proprio il guardare in faccia le proprie insicurezze il punto di partenza per intraprendere quel cammino che potrebbe  portarle a diventare veramente autonome. E le loro insicurezze nascono quasi sempre da un cattivo rapporto coi genitori.
Non è obbligatorio diventare parte di una coppia, nè tanto meno fare figli, però sarebbe bello che la scelta di come portare avanti la propria vita affettiva fosse dettata da una condizione interiore di piena libertà e non da paure, timori, narcisismo o immaturità nei sentimenti. Capita troppe volte di incontrare genitori che, non essendo diventati veramente adulti e pienamente responsabili delle proprie scelte, non riescono a interpretare correttamente il loro ruolo. Non è una buona cosa, ad esempio, che nel rapporto genitore-figlio i ruoli vengano quasi invertiti e un figlio si trovi nell'innaturale ruolo di fare quasi da genitore al proprio genitore, come purtroppo a volte capita di vedere! Esistono genitori che trattano i figli come compagni di gioco, come confidenti o, al contrario, come limitazioni inaccettabili alla loro libertà. 
I figli hanno bisogno di genitori che, dopo averli accuditi e aiutati a crescere, li lascino finalmente andare per la loro strada. 
C'è un detto antico che sintetizza bene il senso del ruolo genitoriale:"I genitori devono dare ai figli le radici e le ali", per permettere loro di fare le proprie scelte nella vita in modo consapevole e indipendente.


lunedì 28 settembre 2020

senza chiedere niente in cambio

Uno dei più grandi desideri che tutti noi abbiamo è di conoscere qualche persona che, senza chiedere nulla in cambio, faccia qualcosa per noi.

Ieri stavo parlando con una giovane collega che conosco da poco ma stimo moltissimo perchè si prende davvero cura dei suoi pazienti e cerca di fare del suo meglio per aiutarli a risolvere i loro problemi. E' una persona molto semplice, che si mette sempre in discussione e che ha molta voglia di riuscire a fare sempre meglio il suo lavoro.

A un certo punto molto spontaneamente le ho detto:"Ma sai che sei proprio brava nel tuo lavoro?". E poi, per chiarire il senso del mio apprezzamento, ho aggiunto: "Guarda che te lo dico gratis..." (e non stavo mentendo).

Ecco, questo gratis che mi è uscito di bocca mi ha fatto pensare a quanto è importante che qualcuno faccia qualcosa di buono per gli altri in modo gratuito, senza chiedere nulla in cambio, solo per il piacere di farlo.

Molte persone sono dominate dal desiderio di trarre dalle loro azioni solamente un profitto personale, salvo che poi non sono mai soddisfatte, perché non c'è mai un limite al desiderio e niente dà loro una serenità interiore che duri nel tempo. Per molti gratis è una parola che ha un senso solo se riescono ad ottenere qualcosa gratuitamente, senza spendere soldi o fare fatica. Ricordo una bellissima definizione del narcisista, credo sia di Woody Allen, che suona più o meno così: "Il narcisista vuole prendere la caramella che c'è nella macchinetta distributrice, ma senza infilare la monetina".

A me è capitato spesso di vedere la meraviglia nel viso di persone cui avevo fatto una gentilezza per il puro piacere di farla. Una volta, ad esempio, è caduto a terra un oggetto a una signora che camminava davanti a me, io l'ho raccolto e affrettando il passo l'ho raggiunta; lei si è girata con un po' di paura, poi quando ha visto il mio sorriso e ha capito che volevo solo farle una cortesia, è rimasta un attimo imbambolata come se non credesse ai suoi occhi...

Ma il nostro mondo è quello in cui viviamo. Se riusciamo a fare in modo che nel nostro mondo ci sia qualcuno che è un po' più felice, magari più fiducioso nel prossimo, forse abbiamo fatto una piccola cosa per migliorarlo davvero. Invece, se ci lamentiamo solamente che il mondo va male e non facciamo niente di positivo per migliorarlo e stiamo sempre ad aspettare che qualcuno faccia qualcosa di gentile per noi, forse non stiamo facendo la cosa giusta. 

Sono d'accordo con l'I King, l'antico testo cinese, che dice:" Per combattere a fondo il male bisogna fare il bene", ma deve essere un bene veramente sentito, non formale, che dobbiamo indirizzare anche verso noi stessi, altrimenti rischiamo di diventare tristi, pessimisti o addirittura cinici perchè, non sapendo concederci un po' di bene, diventiamo troppo bisognosi dell'affetto degli altri.     

   

mercoledì 23 settembre 2020

la paura di vivere degli adolescenti

Qualche anno fa, quando ho saputo per la prima volta dell'esistenza degli hikikomori non mi sono troppo preoccupato: sono lontani da noi, pensavo, è un fenomeno che riguarda la società giapponese. Gli hikikomori sono quei ragazzi giapponesi che vivono perennemente chiusi nella loro stanza per protestare contro la società nipponica; solo raramente escono di casa e nei casi più gravi i genitori lasciano loro il cibo fuori dalla porta della camera, senza entrare.  

Poi, col tempo, ho scoperto che i ragazzi che restano rinchiusi in casa, ci sono anche in Italia, anche se non hanno motivazioni politiche e sociali come i loro coetanei giapponesi; nel mio lavoro ne ho conosciuti alcuni e parlando con loro ho capito qual'è il loro problema: la paura di vivere. 

Può sembrare incredibile, ma esistono dei ragazzi molto intelligenti, gentili, a prima vista normalissimi, che hanno delle gravissime lacune nel sapere cosa vogliono, cosa valgono, come ci si rapporta con gli altri, come ci si muove nel mondo reale. Perciò hanno paura di uscire di casa, una paura paralizzante di relazionarsi con altre persone per qualsiasi motivo. Una delle poche cose che riescono a fare in compagnia è passare il tempo con un gruppetto di amici simili a loro a fare giochi di ruolo molto complessi, con tornei che a volte durano mesi, vivendo in un mondo virtuale, anche se stanno insieme a giocare in presenza. Per la maggior parte sono maschi e non hanno praticamente relazioni con le coetanee.

Non sono scansafatiche, semplicemente non hanno le competenze necessarie per vivere per cui l'unica cosa che riescono a fare è giocare, perché non hanno la capacità di assumersi responsabilità nel mondo reale.

Sto parlando di ragazzi di 20-25 anni seri, intelligenti, educati, rispettosi, di buona famiglia. Spesso non hanno la minima idea di quale lavoro vorrebbero fare, qualcuno si è bloccato da anni all'ultimo anno dell'università e non ha più dato esami. I genitori non sanno cosa fare, così arrivano da me.

Ed è come se io dovessi insegnare loro tutto quello che ho insegnato a mio figlio da quando aveva 3-4 anni fino ad adesso che ne ha 20: ascoltare e conoscere ciò che sentono davvero vero per loro, il coraggio di metterlo in pratica, la normalità delle frustrazioni, dei propri limiti e dei propri sbagli, l'accontentarsi di piccoli progressi, ecc

E quello che mi chiedo sempre è: ma dov'erano questi genitori in tutti questi anni, cosa diavolo gli hanno insegnato, perché hanno lasciato che la situazione rimanesse bloccata per tanti anni, non vedevano che loro figlio stava male?

Mi viene da pensare che alla rappresentazione della società e del modo di vivere adulto data loro dai genitori, questi ragazzi abbiano risposto chiudendosi in camera loro, unico porto sicuro che li ha potuto proteggere dalle tempeste che si sono abituati a vedere o a immaginare nel mondo degli adulti.

Una volta uno di questi ragazzi mi disse che, provando dei fortissimi sensi di colpa per non riuscire a fare le cose che avrebbe dovuto fare, non si sentiva nemmeno legittimato a fare le cose che gli sarebbe piaciuto fare. Forse in questa frase c'è qualcosa che spiega l'origine del problema: un'autostima bassissima e un eccesso di colpevolizzazione che annichiliscono, che inibiscono ogni naturale manifestazione di energia vitale o, più semplicemente, paura di vivere.

Quando il lavoro psicologico va bene, li vedo riaprirsi pian piano alla vita, scoprono di avere qualità da spendere nel rapporto con gli altri, cresce la sicurezza e la fiducia in se stessi, ed è una specie di seconda nascita: rinascono al mondo ed escono tutti i giorni di casa.  

mercoledì 16 settembre 2020

per una ecologia della mente

 Oggi una mia paziente mi ha chiesto: vorrei sapere cosa ne pensa lei di quelli che, irrazionalmente, negano l'evidenza dei fatti, cioè la contagiosita' e la mortalità  del Covid e sostengono che non esiste, di quelli che pensano che c'è qualcuno che ci vuole limitare la libertà e danneggiarci coi vaccini, ecc.

Io credo che ciascuno possa avere le proprie opinioni, che possa non credere alla scienza o alla medicina, e in generale avere delle opinioni diverse su qualsiasi tema ed argomento. Ci mancherebbe! Non è questo il problema! 

Io sono preoccupato quando vedo il terrore profondo che anima certe persone che devono essere sicure al 100% che le loro idee sono giuste e questa sicurezza è così profondamente interiorizzata che qualunque cosa un altro possa dire per invitarli a un dialogo razionale, non la ascoltano nemmeno o la ascoltano con sufficienza per un po' per poi ribadire con assoluta certezza il loro incontrastabile punto di vista. Questo mi spaventa, perchè nella mia esperienza lavorativa ne ho visti parecchi di pazienti con tratti di personalità paranoici coi quali qualsiasi dialogo razionale è impossibile e so che una umanità composta di persone siffatte non può che portare ad avere sempre dei nemici da combattere ed eliminare. 

I paranoici non possono vivere senza nemici, perchè dividono il mondo con un taglio netto in due fette: da una parte chi la pensa come loro (amici) e dall'altra chi la pensa diversamente da loro (nemici) e tra queste due fette c'è uno spazio che rimane tristemente vuoto, inaccessibile al dialogo; al confine non ci si può trovare per parlare e dialogare perchè mors tua, vita mea: quindi devo eliminarti: URSS contro USA, guerra fredda, bombe atomiche, il dottor Stranamore (ricordate?), mentre anche oggi Trump è orgoglioso di annunciare al mondo che è l'unico ad avere delle armi che possono eliminare una volta per tutte qualsiasi nemico.

E' la violenza assoluta anche solo verbale verso l'altro che mi spaventa, la violenza che nasce dal terrore di soccombere, di essere finito se ciò che pensa l'altro si rivelasse vero. E da ciò nasce la necessità di eliminare l'altro, per sopravvivere, per non morire. Immaginate cosa sarebbe la nostra società se aumentasse sempre più il numero delle persone con le quali è impossibile dialogare, che o la pensi come loro o sei una minaccia da eliminare.

Chiunque ha avuto a che fare con una persona con dei tratti paranoici di personalità sa di cosa sto parlando: l'impossibilità di un dialogo, di un confronto civile, perchè per un paranoico non ha diritto di esistere niente che sia diverso dalla sua verità.

Credo che bisognerebbe far nascere intese a livello globale per cercare di affrontare questo problema, che non ha meno valore di quello ecologico: l'ecologia della mente non è meno importante dell'ecologia della Terra! 

Mentre dico questo sento già la critica che farebbe il gruppo di paranoici: "ecco, vedi, il paranoico sei tu, che hai paura di noi, sei violento e ci vorresti togliere di mezzo, noi invece con la nostra lotta vogliamo salvare anche te"! E questo è esattamente il punto aldilà del quale non si riesce ad andare nel dialogo razionale con i paranoici a meno che non si riesca con molta fatica a portarli ad avere più autostima, a sentire dei sentimenti caldi e affettuosi per sè, in modo che non siano così tanto spaventati dal mondo esterno, dagli altri. Ogni volta che riusciamo a raggiungere una sufficiente autostima o aiutiamo gli altri a farlo, stiamo togliendo spazio alla paranoia e quindi stiamo migliorando il mondo, stiamo allargando gli spazi del rispetto, del dialogo e dell'amore reciproco. 

Ecco, adesso posso dirvi cosa ho risposto oggi alla domanda della mia paziente: 

temo che sempre più persone diventino paranoiche sia a livello individuale che a livello sociale più di quanto io tema il Coronavirus o qualsiasi altra cosa.




giovedì 10 settembre 2020

il medico di famiglia

 


Credo molto nell'utilità del medico di base (o di famiglia, o di medicina generale, che dir si voglia).

Penso che ciascuno dovrebbe avere un medico di base che lo ascolti con attenzione e che non si concentri solo sulla parte del corpo malata, perché spesso quella parte del corpo è malata anche perché c'è qualcosa che non va dal punto di vista psicologico.
Alcune statistiche dicono che almeno il 40-50% dei problemi fisici portati al medico di base hanno come causa o concausa problemi psicologici: solitudine, ansia, depressione, ipocondria, ossessioni, ecc.

So che non è facile trovare medici di base che si interessino anche dello stato emotivo del paziente, ma credo che bisognerebbe cambiare medico fino a quando non se ne trovi uno col quale sia possibile avere una relazione fatta anche di un minimo di ascolto e di dialogo, che, ad esempio, ci chieda e poi si ricordi come, dove e con chi viviamo.

Purtroppo l'università non dà una formazione adeguata al medico riguardo alla relazione emotiva col paziente e quasi tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
E' vero che la professione medica è sovraccarica di incombenze e problemi burocratici e non penso che il medico dovrebbe fare anche lo psicologo, però almeno un pochino sì.

Solamente negli ultimi anni, a causa dei tagli alla spesa pubblica nel settore della sanità, sembra che si stia pensando di offrire ai medici un po' di formazione sul rapporto psicologico col paziente, al fine di risparmiare sulle prescrizioni dei farmaci.
Speriamo che la crisi economica abbia almeno questo effetto collaterale positivo!

mercoledì 9 settembre 2020

Carpe diem (cogli il giorno)


Sulla necessità di vivere il tempo presente senza indugiare troppo sul passato o senza pensare troppo al futuro sono stati scritti molti saggi e trattati.

Nel primo secolo a.C. Orazio scrisse questa breve e semplice poesia intitolata Carpe diem, che forse compendia in sé tutto quello che di veramente importante si può dire sull'argomento.

A mio parere non è un inno a godere unicamente l'attimo presente e a fregarsene di tutto il resto (come purtroppo capita spesso di veder fare al giorno d'oggi),  è piuttosto un invito ad onorare ogni momento della vita che ci è concesso vivendola a fondo con consapevolezza, senza sprecarla inutilmente in vani lamenti o in desideri inappagabili di immortalità (oggi si parlerebbe di mindfulness o buddhità).

Mi è anche venuto da pensare che accostando al Carpe diem (cogli il giorno) di Orazio il Panta rei di Eraclito (tutto scorre, la realtà è in continuo divenire), si ha una sintesi degli aspetti statici e dinamici della realtà, che sempre si trasforma ma che può essere vissuta consapevolmente in ogni momento. 

E' curioso che mi sia capitato di rileggere questa poesia per caso dopo tanti anni, mentre facevo delle ricerche su internet per risolvere la definizione di un cruciverba che riguardava Orazio (!). L'avevo forse studiata al liceo tanti anni fa, ma quando l'ho riletta mi ha attirato e affascinato: per qualche minuto ho avuto la necessità di rileggerla più volte lentamente, gustandola come un ottimo vino rosso pregiato, sorso dopo sorso.   

Eccola (notate la forza del primo e del quinto verso):


Tu non chiedere, è vietato sapere 

quale fine a me, quale a te 

gli dei abbiano assegnato, o Leucone,  

e non consultare la cabala babilonese. 

Quanto è meglio, qualsiasi cosa sarà,  accettarla!

Sia che Giove abbia assegnato più inverni, 

sia che abbia assegnato come ultimo

quello che ora sfianca con le scogliere di pomice 

che gli si oppongono il mare Tirreno, 

sii saggia: filtra il vino 

e ad una breve scadenza limita la lunga speranza.

Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile il tempo: 

cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.

Orazio (Carm. 1,11)

mercoledì 2 settembre 2020

la scala che sale verso il cielo

 


Fin da piccolo gli avevano detto che il senso della vita consiste nel salire più in alto possibile, vincendo la concorrenza degli altri.

Così, quando camminando trovò una scala che saliva diritta verso il cielo, non esitò ad afferrarla e cominciò ad arrampicarsi con gioiosa energia.
Gradino dopo gradino si innalzava sempre più dalla terra e più saliva, più era felice.
Provava la piacevole ebbrezza di fare qualcosa di bello e di buono, qualcosa che tutti gli altri approvavano e avrebbero desiderato fare.
Vedeva che intorno a lui c'erano molte altre scale con altri arrampicatori, ma lui era davvero veloce nel salire, mentre gli altri rimanevano inesorabilmente più in basso. Questa consapevolezza lo rendeva felice, perché si rendeva conto di essere migliore, più capace degli altri.

Negli anni era salito così in alto che pochi avevano raggiunto la sua altezza e la terra era molto, molto più in basso.
Poi un giorno fece una cosa che non aveva mai fatto: si sporse, guardò di sotto ed ebbe un capogiro, sentì la paura di cadere di sotto e si aggrappò con tutta la sua forza alla scala, col cuore che batteva forte, cercando di recuperare la sua freddezza, ma niente ormai era più come prima.
Aveva perso la sua grande sicurezza, aveva vacillato, e le gambe erano percorse da un tremore nuovo, sconosciuto e fastidioso. Il respiro si era fatto corto e un po' ansimante, il cuore sembrava impazzito: aveva paura di cadere di sotto, di schiantarsi, si rese conto che era salito tanto in alto che una caduta improvvisa gli sarebbe stata fatale.
Così si ritrovò nel dubbio: una parte di lui voleva restare in alto, a godersi i meriti della posizione di privilegio che si era guadagnato con la sua capacità di scalatore, mentre un'altra parte gli faceva intendere che sarebbe stato meglio scendere gradualmente verso il basso.
Guardava giù e pensava a come stavano bene quelli che erano in basso, sulla terra, loro sì che potevano muoversi tranquillamente senza correre il rischio di precipitare.
Lui rimase lì, fermo, bloccato, con gli occhi chiusi, incapace sia di salire che di scendere, con le mani che stringevano con forza quella scala che aveva salito con tanto slancio e tanta felicità per tutta la sua vita.

venerdì 28 agosto 2020

salvare il rapporto con i figli che crescono

 



Mi capita spesso di essere contattato da coppie di genitori che mi chiedono se posso aiutare il loro figlio ormai maggiorenne, perchè loro non riescono più ad avere con lui nessun dialogo costruttivo. La prima cosa che generalmente chiedo è se il figlio ha espresso il desiderio di andare da uno psicologo. Una parte dei genitori risponde di no, che non ne vuole proprio sapere ma che bisognerebbe convincerlo. Però è impossibile convincere un adolescente ad andare dallo psicologo se ritiene di non averne bisogno. I più non accettano di venire a parlarmi neanche una sola volta. Chi viene ha un solo argomento che può fargli cambiare idea, però solo se il ragazzo soffre della situazione in famiglia. L'argomento è: se vieni qui non vieni per diventare quello che vogliono i tuoi genitori, ma per cercare di avere un aiuto a stare meglio tu, a capire davvero chi sei e cosa vuoi, insomma ad ascoltarti e poter dialogare con qualcuno che ti ascolta, che dà valore a quello che pensi e dici e che non ti vuole far diventare quello che vuole lui.

A volte il ragazzo accetta e inizia un lavoro che lo porta a stare meglio, a diventare davvero più se stesso, a intraprendere un percorso individuale di crescita che lo porta ad essere più autonomo, ad occuparsi seriamente dei suoi problemi e finalmente a distaccarsi in un modo positivo dai suoi genitori. 

Perchè un adolescente accetta di cominciare a fare un lavoro psicologico con me? Perchè io, dicendogli queste cose, gli ho detto esattamente quello che lui avrebbe sempre desiderato sentirsi dire dai suoi genitori e che purtroppo loro non hanno mai detto e in più gli ho fatto sentire che il suo destino è nelle sue mani e che io ho fiducia che lui possa farcela a trovare la sua strada.

Ma com'è che a 18-20 anni in famiglia non c'è la fiducia tra genitori e figli? ( quasi sempre la fiducia manca da entrambe le parti: i figli non si fidano dei genitori e viceversa). Com'è che non si riesce a parlare? Il problema non è nato da qualche giorno, ma è cresciuto nel tempo, forse è cominciato quando il figlio era piccolo piccolo e si è alimentato ogni anno di più, oppure è nato a un certo punto, fatto sta che si è creata una frattura. Ecco, questa frattura non dovrebbe esserci mai e per scongiurarla c'è solo un metodo: non fare finta di niente, non abbandonare il campo quando si avvertono i primi scricchiolii della relazione. E' come quando non si sente più il battito del cuore e nei film un dottore dell'equipe medica che sta operando il paziente dice la famosa frase: Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo! E' proprio in quel momento che bisogna moltiplicare gli sforzi, immaginare anche l'impossibile, gettando in campo tutte le energie e gli aiuti disponibili. 

Se si rompe definitivamente il rapporto, se il figlio non stima più i genitori, se ritiene di non essere da loro visto, se sente che recitano frasi di rito o lo minacciano solamente, il figlio taglia la relazione. E' troppo penoso per un figlio dialogare con un genitore che non lo vede e non ha fiducia in lui.

So che non è facile, so che ci sono dei momenti difficilissimi, ma bisogna fare di tutto per salvare la relazione, anche prendendo il figlio e dicendogli sinceramente col cuore in mano: non ci capisco più niente, per piacere aiutami tu. 

Spesso funziona.  

venerdì 21 agosto 2020

elogio dell'imperfezione

L'attrice Jeanne Moreau

Per vivere bene non si deve solo cercare di migliorare la propria bellezza interiore o esteriore, bisogna anche accogliere le proprie ombre, le proprie mancanze, i propri difetti  e proprio in virtù di questi aprirsi alla consapevolezza di dover accettare di avere dei limiti senza sentirsi in colpa. I confini e i limiti, infatti, sono inevitabili perche' nessun essere vivente può crescere all'infinito o diventare perfetto. 

Chi, senza colpevolizzarsi, riesce a essere consapevole dei propri limiti e a conviverci, pur cercando di migliorarsi, é  nella condizione ideale per poter vivere serenamente. Chi invece si abbatte per le sue imperfezioni non è di giovamento né a sé né  agli altri, esattamente come chi non accetta che anche gli altri possano essere imperfetti. Gli artisti Zen lasciavano sempre un piccolo particolare imperfetto nelle loro opere, per ricordare che l'importante è avere il desiderio di migliorarsi, non di raggiungere la perfezione.

Invece molte volte capita di non essere contenti di se stessi perché si ha il timore di non piacere agli altri, di non essere da loro apprezzati. Questa è una dipendenza veramente terribile perché si pensa che per essere benvoluti  e amati sia necessario essere sempre perfetti nel corpo e nell'anima e così si passa la vita nell'ansia perenne di rimanere soli. Spesso questo problema deriva dal fatto di non essersi sentiti amati a sufficienza dai genitori, nonostante tutti gli sforzi fatti per dimostrarsi degni del loro amore. Bisognerebbe cercare di uscire al più presto  da questa dipendenza e imparare ad amarsi e a cercare qualcuno che ci ami globalmente, per quello che siamo,  limiti compresi. Non ha senso amare solo alcune parti di se stesso o di un'altra persona:  l'amore vero non ammette sezionamenti!

Per un figlio è molto faticoso avere dei genitori che tendono ad aspettarsi  da lui la perfezione: è una condizione che costringe a sforzi senza fine per migliorarsi, senza potersi mai rilassare e gioire della vita. Una persona che ha la necessità di essere sempre perfetta è sempre in tensione, come un equilibrista che cammina su un filo, perennemente attento a non fare un passo falso per non cadere giù e farsi male.

In realtà,  i rapporti affettivi più belli sono quelli nei quali si possono manifestare reciprocamente le proprie ombre e i propri limiti,  sentendosi comunque accettati, compresi e amati per ciò che si è.

Quando la grande attrice Jeanne Moreau diventò vecchia, le chiesero come mai non si faceva togliere dal chirurgo estetico le rughe che le imbruttivano il volto, come avevano fatto tante sue colleghe e lei rispose che non ci pensava proprio, che le piaceva guardarsele perchè le ricordavano tutta la vita che aveva vissuto!


giovedì 13 agosto 2020

elogio della immaginazione

 Uno degli slogan più noti del '68 era "L'immaginazione al potere". Credo che questa frase, depurandola degli eccessi post-sessantottini, possa aiutarci a riflettere su di noi e su alcuni aspetti attuali della nostra società. Per prima cosa cercherò di chiarire il significato della parola immaginazione perchè spesso la si confonde con la fantasia, anche se sono due cose molto diverse tra loro.

A tal riguardo faccio due esempi. Se pensiamo al modo in cui potremmo spendere i soldi ricavati da una eventuale vincita alla lotteria, stiamo facendo un esercizio di fantasia. Se, invece stiamo cercando di individuare quale potrebbe essere il viaggio più bello da fare in ferie con la nostra automobile, stiamo servendoci dell'immaginazione.

Infatti, la differenza tra fantasia e immaginazione è che la prima ha per oggetto qualcosa che non è reale (non abbiamo vinto nessun premio alla lotteria), mentre la seconda ci serve per trovare la migliore soluzione ad un nostra scelta di vita reale (come realizzare il massimo possibile di piacere dal nostro viaggio).

Visto che l'immaginazione riguarda situazioni di vita reale, si capisce quanto sia importante usarla per orientare le nostre scelte quotidiane,  per non farle dipendere esclusivamente da quello che fanno generalmente gli altri o da ciò che abbiamo già fatto in passato. 

Metterci in contatto con la nostra capacità immaginativa può davvero migliorare molto la nostra vita. 

Se, ad esempio, prima di fare una scelta che ci sembra scontata o obbligata, ci ascoltiamo un attimo chiedendoci cosa davvero preferiremmo fare, ci può capitare di entrare in contatto con una idea o prospettiva mai pensata prima, che sentiamo essere la più vera per noi, anche se a qualcuno potrebbe apparire bizzarra o strana.

Per permetterci di fare ciò che la nostra immaginazione ci suggerisce, bisogna dare valore a ciò che ci viene in mente, chiederci cosa è davvero meglio per noi, consultando anche la nostra razionalità e il sentimento, poi, valutati tutti i pro e contro, faremo la scelta che ci apparirà migliore.

Rimanere in contatto con l'immaginazione é  fondamentale anche a livello sociale. Se ci lasciamo sempre la porta aperta per raffigurarci qualcosa di diverso rispetto all'esistente, anche la società può trarne giovamento. I cambiamenti, nella storia dell'umanità, sono avvenuti perchè qualcuno ha cominciato a immaginare qualcosa di nuovo, vincendo la paura di essere additato come strano o addirittura pazzo.

L'immaginazione ci aiuta a superare l'idea che non si possano cambiare le cose, che non ci sia un futuro migliore, ci permette di evadere dalla prigione del già fatto, già detto, già sentito. Ci immunizza dalle frasi fatte, dagli slogan ripetuti ad oltranza, dalla violenza di chi vuole convincerci che non ci siano altre strade, altre possibilità di cambiamento.  

Quindi, dopo più di 50 anni dal '68, mi verrebbe  da dire: ricordiamoci che l'immaginazione ha un grande valore per il nostro benessere individuale e collettivo, contattiamola spesso e facciamola sedere al nostro tavolo di comando interno alla pari con la ragione, il sentimento, l'intuizione e la concretezza!