domenica 11 settembre 2022

21-30 anni: dove si comincia a confrontarsi con l'autonomia e la responsabilità

Prima di entrare nel merito del tema di oggi, vorrei chiarire che le cose che scrivo non sono obblighi da realizzare in un certo periodo della vita, perchè, come giustamente ha scritto un commentatore, nella vita si possono fare anche dopo cose che non si sono fatte prima. Ciò che scrivo è il frutto della constatazione che quotidianamente registro nel mio lavoro, delle difficoltà che può creare il non procedere in avanti in modo naturale nel crescere e nel maturare. Quando la libido, cioè l'energia vitale, ristagna e i pensieri tendono troppo verso il passato, la vita non è mai molto soddisfacente e ciò vale fino al giorno stesso in cui si muore.

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Questo è un periodo critico perché si è a metà del guado: non si può tornare indietro e nemmeno stare fermi a sognare, bisogna andare avanti concretamente negli studi o nel lavoro per costruire il proprio futuro. È tempo di scelte decisive che spesso fanno paura e quindi si vorrebbero rimandare. 

Si vive tra il desiderio e il timore di sperimentare rapporti affettivi importanti e mettersi in gioco nel mondo del lavoro, spesso si teme di arrivare alla laurea immaginando le difficoltà del post-laurea. Si fatica ad abbandonare le sicurezze e i vantaggi economici che offre la convivenza coi genitori: la libertà che il vivere da soli comporterebbe è tanto agognata quanto temuta per le responsabilità che porta con sé. 

Ci si confronta con le difficoltà economiche, con la precarietà del lavoro, con la necessità di fare delle scelte e di assumersi delle responsabilità. 

Rispetto al decennio precedente qui si affronta la vita nei suoi aspetti concreti e le decisioni che si prendono possono avere un impatto importante sul proprio futuro. Si avverte che prendere delle decisioni è necessario anche se difficile e che non rimarrà tanto tempo per percorrere strade diverse.

Spesso capita di scoprire che dobbiamo modificare qualcosa che non funziona nel nostro modo di vivere, avvertiamo delle carenze. Gli anni della piena maturità sono dietro l'angolo e non possiamo permetterci di essere troppo impreparati ad affrontarli.

Se non si riesce a modificare il proprio stile di vita adolescenziale e si cerca di rimanere attaccati a un passato che ci preclude la possibilità di crescere davvero, si rischia di essere preda di sentimenti di incapacità e di impotenza.

Nell'affrontare questo decennio sono molto importanti le esperienze che abbiamo fatto nei due decenni precedenti. Se in essi abbiamo sviluppato una sufficiente fiducia nelle nostre capacità razionali ed affettive, troveremo il coraggio sufficiente per andare avanti superando le difficoltà che questo periodo ci può far incontrare.

A trent'anni dovremmo avere raggiunto una consapevolezza sufficientemente chiara di chi siamo e di quali sono le cose più importanti che danno senso alla nostra vita. E, possibilmente, dovremmo non avere paura di avere paura, di fare fatica a raggiungere i nostri obiettivi. Dovremmo esserci resi conto che la vita è fatta di tante sfumature, di tanti colori diversi e che non esiste solo il bianco della vittoria e il nero della sconfitta. Dovremmo avere una buona dose di perseveranza nel cercare di raggiungere gli scopi che sentiamo veramente nostri e dovremmo valutare in autonomia le idee, i pareri e i giudizi degli altri.

Insomma, a trent'anni l'adolescenza dovrebbe essere davvero finita e con desiderio di andare avanti si dovrebbe entrare nell'età adulta.

(3 - continua) 

domenica 28 agosto 2022

La Meloni, lo sport e la devianza giovanile

Ma davvero, signora Meloni, lei crede che lo sport sia la medicina che serve per eliminare il disagio dei ragazzi d'oggi?

Concordo con lei che lo sport, se praticato e vissuto senza cercare ossessivamente la performance, può aiutare a crescere meglio.

Ma lo sa, signora Meloni, che c'è qualcosa che è molto, molto più importante dello sport nel determinare lo sviluppo sano di un ragazzo? Qualcosa che viene prima dello sport, che è a monte dello sport?

E quel qualcosa si chiama famiglia, si proprio quella parola di cui lei si riempie la bocca. Sono i rapporti familiari. E lo sa perché nove volte su dieci un bambino o un adolescente hanno dei problemi psicologici o di comportamento? Perché i genitori non l'hanno accettato e amato nella sua diversità, si,  proprio quella diversità che lei aborre, quella diversità che lei vorrebbe eliminare in Italia, quando ci propone un mondo dove il pensiero di chi comanda è giusto e tutti gli altri devono essere messi a tacere, dove chi ha un colore diverso della pelle o un diverso orientamento sessuale deve essere tolto di mezzo o curato.

Lo sa che le sofferenze dei ragazzi che lei vorrebbe curare con lo sport si fondano spessissimo sul fatto di avere avuto una famiglia, dei genitori che non li hanno mai visti davvero nella loro diversità? E lo sa che in questo gruppo, in prima fila, c'è proprio chi soffre di anoressia, di obesità e gli hikikomori, cioè quelli che non escono mai di casa perché non si sentono in grado di stare nel mondo?

Signora Meloni, io sono padre, sono uomo e sono psicoterapeuta, e vorrei un mondo dove le diversità siano rispettate e non disprezzate. I miei pazienti, come i miei amici, sono tutti uno diverso dall'altro e non esistono cure psicologiche valide per tutti nello stesso modo. Anche gli psicofarmaci, gli antidepressivi e gli ansiolitici, hanno effetti diversi se assunti da persone diverse.

Quindi, per piacere, diamo allo sport il valore positivo che ha, ma salviamo il diritto di ciascuno di essere amato e rispettato per quello che è, altrimenti non c'è niente da fare, a lungo andare le famiglie non stanno in piedi.   

mercoledì 24 agosto 2022

11-20 anni: dove si comincia a scoprire se stessi e il mondo

Trasformazioni, vertigini, paure, gioie infinite, scoperte di nuovi mondi, chiusure, aperture, incertezze, dubbi amletici, eccessi... Quanto si potrebbe andare avanti a cercare parole che definiscano questo periodo della vita? Forse la parola che sintetizza tutto è ottovolante, un percorso continuo fatto di discese ardite e risalite...

Si tratta di passare da bambini a giovani adulti attraverso l'acquisizione di una sempre maggiore libertà di movimento spazio-temporale, di conoscenza, accettazione e gestione del proprio corpo, di scoperta della sessualità, di affetti e amori effimeri o profondi, di gratificazioni e frustrazioni, di idealismi puri e senza limiti.

È il tempo degli estremismi, della scoperta del cielo e dell'abisso, dove si prendono le misure dei confini del mondo. Un viaggio in cui si allargano sempre le frontiere, sempre a scoprire cosa c'è aldilà del limite.

Difficilissimo fare i genitori quando i figli sono in questo periodo se non si è stabilito e mantenuto un rapporto di fiducia che in ogni momento può essere messo in discussione, bisogna mettere una quantità giusta di elasticità nelle quotidiane trattative, che non sia né poca nè troppa.

I genitori devono ricordarsi di quando erano giovani loro, di quanto hanno sofferto per la sensazione di non essere compresi dai loro genitori, per essere stati tenuti troppo reclusi o, al contrario, troppo abbandonati a se stessi.

Soprattutto è necessario dialogare coi figli senza la presunzione di avere tutte le verità in tasca, ricordandosi sempre che il mondo nel quale essi vivono è spesso profondamente diverso  da quello in cui hanno vissuto da giovani i genitori. 

E' fondamentale chiedere ai figli il più spesso possibile cosa ne pensano loro di ogni argomento di cui si parla, fare loro capire che ci interessa davvero il loro punto di vista e soprattutto dare valore a ciò che pensano anche quando non si è d'accordo con loro.

Ricordiamoci che gli adolescenti sono alle prese con problemi nuovi, con scelte mai fatte prima e possono sbagliare, così come a volte può capitare a noi.

Il problema fondamentale non è che sbaglino, è evitare che si chiudano al dialogo con noi, è far loro sentire che anche se hanno fatto qualche errore possono cercare il nostro aiuto per uscire dai guai senza il timore di essere giudicati e condannati senza pietà.

Se si riesce a fare ciò è difficile che i ragazzi arrivino a trovarsi in situazioni irreparabili.

Spesso chi ha figli piccoli, se pensa a quando saranno adolescenti, teme il loro futuro incontro con la droga o il sesso. Ma non è della droga e del sesso in sé che bisogna temere, ma della testa che avranno i ragazzi. Sarà importante che si vogliano sufficientemente bene e non si buttino via, che abbiano cura di sè e diano valore a se stessi e agli altri, ma tutte queste cose tanto più ci saranno quanto più bene gli abbiamo voluto e fatto sentire noi fin da piccoli, indipendentemente dalle loro performances.

Inoltre, fondamentale è il rapporto di fiducia che si è costruito con loro nei primi dieci anni perché i cambiamenti negativi non accadono mai improvvisamente, ma sono sempre la conseguenza di come si è cresciuti prima.

E se si percepiscono dei problemi è molto importante affrontarli quando iniziano a manifestarsi; non si può solo sperare che le cose si aggiusteranno da sole, bisogna provare a fare qualcosa fin da subito perchè più ci si allontana dalla strada giusta, più si fa fatica a ritornare indietro.

Concludendo, diciamo che a vent'anni si dovrebbe avere qualche idea sugli studi, i lavori e gli hobbies che interessano di più, si dovrebbe cominciare a pensare che il periodo delle esperienze tumultuose è finito e che si deve cominciare a gettare le basi per il proprio futuro, che le canne e le droghe non sono la strada maestra,  che le relazioni amicali e amorose possono avere una consistenza profonda, che il fatto che il mondo ci sembri brutto non è un valido motivo per gettare la spugna.

C'è ancora tempo davanti, ma la direzione della vita cambia, dalla libera e pura scoperta del mondo tipica dell'adolescenza, alla ricerca e creazione del proprio modo autentico di stare al mondo, l'inizio della creazione del proprio futuro senza preoccuparsi troppo se ci sono ancora molti punti oscuri. L'importante è avere voglia di chiarirli e acquisire sempre più certezze, dedicando alla crescita delle proprie consapevolezze tutto il tempo che sarà necessario.

(2 - continua)

mercoledì 10 agosto 2022

0-10 anni: dove si gettano le basi dell'esistenza

Inizia con questo una serie di dieci post con la quale, se ci riuscirò, intendo cercare di realizzare una missione impossibile, quasi un esercizio di stile: concentrare in poche righe l'essenza dei temi, delle problematiche e degli snodi fondamentali che caratterizzano, decennio dopo decennio, la nostra vita. L'ispirazione nasce dalla mia esperienza personale e dai racconti dei miei pazienti. E' una specie di fenomenologia concentrata di ciò che di umanamente più importante ci può accadere da quando nasciamo fino all'ultimo dei nostri giorni, visto in un ottica evolutiva. Credo che sia importante poter avere uno sguardo d'insieme sulla vita, dall'inizio alla fine, per abituarci a considerarla una esperienza unica nella sua totalità, non frammentata, in cui ogni frazione temporale, pur avendo una sua peculiare specificità, è connessa con tutte le altre per realizzare un tutto che ha senso solo se considerato nel suo complesso, come una partita di calcio, nella quale si può fare o subire un goal anche all'ultimo minuto. 

Ovviamente questo progetto è limitatissimo e non pretende di essere esaustivo, raggiungerà il suo senso se riuscirà ad essere spunto per qualche riflessione ulteriore da parte di chi legge. Mi raccomando: nessuno si senta colpevolizzato da ciò che scriverò; io parto sempre dall'idea che ciascuno fa sempre tutto quello che può nella sua vita, quindi cerco sempre di fare critiche e autocritiche costruttive e non distruttive. Se avete qualche altro tema che non ho citato e che ritenete importante, scrivetelo nei commenti.

Detto questo, cominciamo col decennio che va da 0 a 10 anni.

 Il periodo che va dalla nascita ai dieci anni è di gran lunga il più importante nella formazione della nostra personalità, la base della nostra salute mentale futura. 

Nei primi anni di vita iniziamo a renderci conto della nostra identità ma le nostre convinzioni al riguardo sono per la maggior parte condizionate da come ci vedono gli altri. 

Quando nasciamo siamo inconsapevoli di tutto, anche del nostro corpo e quasi tutto ciò che impariamo della nostra identità ci deriva inizialmente da come ci definiscono gli altri, soprattutto i genitori.

I genitori possono riconoscerci, accettarci e amarci per quello che siamo aiutandoci a farci crescere consapevoli della nostra identità oppure possono non capire le motivazioni di certi nostri comportamenti e giudicarci in modo sbagliato. 

A volte possono anche cercare di farci diventare quello che loro pensano che sia buono e giusto per noi, ma che magari non è proprio ciò che ci corrisponde e di cui abbiamo bisogno. 

Da questo mancato riconoscimento della nostra autenticità possono derivare difficoltà a volte insuperabili, che determinano in negativo tutta la nostra vita. La disperata ricerca di qualcuno che ci accetti e ci ami per quello che siamo, compresi i nostri difetti, è il prezzo che a volte si paga per questa mancanza.

Molte persone lottano per buona parte della propria vita per trovare una consapevolezza di sé mai conosciuta: qualcuno a fatica ci riesce, altri purtroppo no.

Può sembrare impossibile, ma quando i genitori pensano e ti dicono sempre, fin da piccolo, che tu non sei mica normale o che sei matto, va a finire che tu ci credi davvero, ti identifichi con questo giudizio e per tutta la vita non riesci a modificarlo, perché fuggi dai rapporti con gli altri: hai sempre paura che loro si rendano conto che non sei normale.

L'affetto e l'amore per i figli consistono fondamentalmente nell'intuire e accettare la loro autentica diversità da noi o da ciò che vorremmo che fossero.

Si può soffrire terribilmente nel non essere riconosciuti o nell'essere sminuiti o svalutati proprio dalle persone più importanti che dovrebbero aiutarci e sostenerci. 

Assai problematica è anche la situazione opposta, quella in cui i figli vengono apprezzati e lodati in continuazione,  facendoli sentire degli esseri speciali superiori a tutti, perché prima o poi il loro rapporto col mondo reale e con le inevitabili difficoltà della vita sarà intollerabile.

In sintesi, a dieci anni un bambino dovrebbe essere sufficientemente e serenamente consapevole non solo di essere una persona che ha una sua individualità che è degna di rispetto come quella di tutti gli altri, ma anche che i genitori gli vogliono davvero bene, che può fidarsi di loro, che la vita è sufficientemente interessante e che ampliare ogni giorno il proprio patrimonio di conoscenze ed esperienze può essere un'avventura  attraente. Nella misura in cui ciò si realizza si è pronti per affrontare nel migliore dei modi il decennio successivo che, di tutti, è il più trasformativo, turbolento, misterioso, pericoloso e potenzialmente ricco di nuove scoperte, di drammi e di gioie.

(1 - continua)

venerdì 1 luglio 2022

l'ospedale psichiatrico

Sono stato a visitare un ospedale psichiatrico, il reparto dei malati più gravi.

C'era uno che credeva di essere lo zar Nicola di Russia  e diceva a uno che stava seduto tranquillamente sulla sua sedia, che gli avrebbe tirato delle bombe e dei missili addosso se non gli dava una sigaretta o un euro per andare a comprarsele.

Un altro, che credeva di essere il Presidente degli Stati Uniti, urlando gli rispondeva che, se solo ci provava, gli avrebbe tirato una bomba atomica in testa e l'avrebbe distrutto.

La maggior parte dei matti guardava cosa stava succedendo ma non capiva il perchè di tutta questa confusione e non sapeva cosa fare.

Parecchi matti cominciarono però a rumoreggiare e ad agitarsi, facendo il tifo per uno dei due contendenti. Alcuni cercavano dei coltelli o delle forchette da dare al matto aggredito perchè si difendesse. Uno, che credeva di essere uno scienziato, disse che andava a creare un virus in laboratorio e che li avrebbe contagiati entrambi.  Insomma, la situazione rischiava seriamente di degenerare, così gli infermieri, soffiando forte nei loro fischietti, presero quelli più esagitati, li portarono via e la calma venne faticosamente ristabilita.

Esistono gli ospedali psichiatrici dove vengono ricoverati i matti e noi, che ci riteniamo sani, possiamo vivere fuori e sentirci liberi e sani. Ma siamo sicuri che sia sempre così?

Qui sotto il link a una delle prime, struggenti, canzoni di Roberto Vecchioni dal titolo I pazzi sono fuori.

https://www.youtube.com/watch?v=YvtKuqOgs48


sabato 25 giugno 2022

perdersi e ritrovarsi

 


A volte mi chiedo perchè sia così facile perdersi di vista, come sia possibile che, senza rendercene conto, giorno dopo giorno, ci possiamo allontanare così tanto da noi stessi. 

Come fossimo un treno che, giunto ad uno scambio, imbocca un binario sbagliato che lo porta sempre più lontano dal suo itinerario naturale.

Eppure, dopo un po', dovremmo accorgerci che il panorama che vediamo dal finestrino non è quello che ci appartiene, che ci è estraneo.

Perché allora non scendiamo dal treno subito alla prima stazione e non cerchiamo di riprendere la giusta direzione?

Forse la pigrizia? 

Forse pensiamo che non è possibile cambiare treno e ci abbandoniamo a un destino che non è il nostro?

O forse perché abbiamo la tentazione di tornare indietro come i salmoni, invece di andare sempre avanti? 

In realtà non conviene cercare di tornare indietro, perché prima o poi l'energia vitale non scorrerebbe più dentro di noi e si ingolferebbe, facendoci sentire in una strada senza uscita.

Per fortuna, alle volte ci guardiamo dentro e ci chiediamo chi siamo davvero e dove vogliamo cercare di dirigere la nostra vita per sentirci ancora vivi.

Allora abbiamo la possibilità di ritrovarci, di recuperare il piacere di vivere e il senso della nostra esistenza.

Le parti di noi che si erano allontanate andando in direzioni diverse e perdendosi di vista si ricongiungono, cosicchè ci sentiamo tutt'uno con noi stessi e sopraggiunge la certezza della direzione verso cui è bene dirigersi.




domenica 19 giugno 2022

Alla vita: la fatica di cambiare

 Alla vita è un film molto bello, direi imperdibile, perchè lascia dentro qualcosa di importante che difficilmente si cancellerà. 

Il titolo è azzeccatissimo perché il film è veramente un inno alla vita, intesa come spinta a ricercare la propria essenza più vera e naturale.

Se almeno una volta nella vita avete sofferto profondamente perché vivevate una situazione esistenziale inadeguata che vi faceva stare malissimo ma non avevate il coraggio di cambiare strada, andate a vedere questo film. Solidarizzerete con la giovane protagonista che appartiene a una famiglia di ebrei ultraortodossi e sente che non riesce a stare più dentro a quel mondo fatto di regole troppo rigide e cerca di vincere la paura di uscirne per diventare libera di vivere a modo suo.

Bellissima la fotografia, la sceneggiatura e, soprattutto, la delicatezza assoluta con cui il tema è trattato. Ci si immedesima facilmente con la voglia di libertà, di poter essere se stessi dei due protagonisti e si sente tutto il peso della fatica che serve per ottenere questo cambiamento.

Due frasi memorabili nel film: la mamma che risponde al bambino che le chiede del futuro: ti metterai in cammino per andare verso te stesso e l'altra: essere diversi spesso significa essere se stessi.

Ultima notazione: un critico ha scritto che il film ha il difetto, soprattutto all'inizio, di essere molto lento.  Non è vero. Il problema è che non siamo più abituati a concepire il fatto che i cambiamenti radicali richiedono tempo e fatica, siamo abituati a credere scioccamente che tutto possa cambiare in poco tempo e con poca fatica, ma non è  vero! Non si può lavorare su cose profonde con fretta e superficialità. 


lunedì 13 giugno 2022

qualcosa di unico, qualcosa di nuovo

Cosa si può dire che non sia già stato detto?

Forse quello che si prova sul momento, quello che si sente dentro guardando una persona o un luogo di natura, ascoltando una musica, leggendo un libro o una notizia, riflettendo o lasciando vagare liberamente i nostri pensieri.

Forse noi siamo una poesia quando ascoltiamo le emozioni, i sentimenti veri e profondi che qualcosa ci comunica, quando possiamo dire che un pensiero, uno stato d'animo o un dubbio sono nostri fino in fondo, perché in essi ci riconosciamo in pieno.

Ascoltandoci sinceramente possiamo scoprire anche quello che non ci siamo mai detti, quello che abbiamo sempre tenuto nascosto a noi stessi per il timore di scoprire qualche scomoda verità.

Facciamo esperienza del nuovo solo se manteniamo sempre lo stato d'animo dell'esploratore, come se fosse sempre la prima volta che facciamo una cosa, anche se l'abbiamo vissuta mille volte.

Si può stare in relazione con la stessa persona per anni, ogni giorno vivendo un'esperienza nuova mentre si fanno le stesse cose, così come per un bambino è sempre nuovo alla stazione attendere e poi vedere sfrecciare davanti a sé un treno, sapendo che gli toglierà il respiro e gli scompiglierà i capelli come altri treni che sono già passati, ma quel treno, in quel momento, sarà diverso da tutti gli altri.

Al contrario, si può cambiare cento volte partner ma ripetere meccanicamente sempre lo stesso copione se il sentimento non è nuovo e non conferisce unicità ai gesti che si compiono. 

Ricordo un mio conoscente, che riusciva a sedurre con facilità molte donne e che una volta mi disse una frase tra le più terribili,  tristi e desolanti che io abbia mai udito: "Riesco a conquistare molte donne ma, cosa vuoi, l'unica cosa che davvero cambia ogni volta è soltanto il colore delle mutandine".

martedì 24 maggio 2022

possibile/impossibile

Non credo di esagerare se dico che il mio lavoro consiste (quando va bene) nel trasformare qualcosa che sembrava impossibile in qualcosa che, giorno dopo giorno, si rivela sempre più possibile.

Queste due categorie dell'esistenza mi hanno sempre affascinato. Quando ero poco più che bambino mio padre mi aveva soprannominato "l'avvocato delle cause perse" perchè, se ero convinto di una cosa, andavo avanti a sostenerla fino allo sfinimento (dell'altro). Ci mettevo tutto me stesso, non mi risparmiavo, con una forza che mi veniva dal credere fermissimamente in ciò che sostenevo (a volte difendevo nello stesso modo anche le mie bugie per non essere sgridato!). 

A distanza di più di mezzo secolo devo ammettere che l'appellativo che mi aveva dato mio padre, oggi mi calza a pennello, perchè quando, per quello che riesco a intravvedere, mi convinco che un paziente potrà stare meglio al mondo ed essere più felice (non so mai con certezza se di poco poco o di moltissimo), mi butto a difendere anche quella che apparentemente potrebbe sembrare una causa persa.

Molte psicopatologie ruotano intorno alla coppia di opposti possibile-impossibile. Gli esempi sono semplici, persino banali: un depresso spesso vorrebbe essere o fare qualcosa che non gli riesce, che sembra impossibile per lui; gli attacchi di panico quasi sempre vengono quando si dovrebbe/vorrebbe cambiare qualcosa di molto importante nella propria vita, ma si ha tantissima paura che non ci si riuscirà; il narcisista è impossibilitato ad amare perchè, invece di prendersi cura dell'altro, l'unica cosa che riesce a fare è creare continuamente interesse intorno a se stesso senza costruire mai rapporti affettivi profondi e duraturi.

Per cercare di trasformare l'impossibile in possibile bisogna crederci fino in fondo, mantenere alta la motivazione, con la ragione e il sentimento. Bisogna non dare retta alla statistica. Se una cosa è andata male nove volte, alla decima può andare bene. Spes ultima dea, la speranza è l'ultima dea, dicevano i romani. Ecco, forse il segreto per riuscire sta nell'immaginare che l'impossibile possa accadere anche all'ultimo istante disponibile, non per magia, ma perchè nessuno realmente sa come andranno le cose tra un minuto. E se vuoi una cosa con tutto il tuo essere, fino alla parte più profonda e interiore di te e sei realmente pronto per realizzarla, riuscirai a far uscire da te un'energia talmente forte che quella cosa avrà buone possibilità di realizzarsi e questo, con mia rinnovata sorpresa, l'ho visto accadere tantissime volte. 

Per trasformare l'impossibile in possibile bisogna far andare d'accordo la ragione con l'utopia, bisogna accettare quella terra di mezzo dove i contrari si relazionano tra di loro, dove l'incertezza è sovrana, il fallimento è una possibilità e la sicurezza non esiste: in una parola, bisogna accettare la vita. 

Per cambiare le cose bisogna mettersi in viaggio ed essere aperti ai cambiamenti. 

Spesso dove cerchi Dio non lo trovi, Egli si manifesta in luoghi imprevedibili scriveva Euripide. 

Più semplicemente, ai giorni nostri, Steve Jobs suggeriva: siate affamati, siate folli, e in effetti credo che nessuno possa dire a priori, con totale sicurezza, che una cosa sarà davvero possibile o impossibile.

Quindi, se volete rimanere davvero vivi, non siate troppo unilaterali e non cercate di controllare tutto, fate stare insieme amichevolmente possibile e impossibile, come anche tutte le altre coppie di contrari,  così realizzerete una sorta di equilibrio dinamico e non rischierete di cadere nella routine e nella noia esistenziale.


 

giovedì 21 aprile 2022

un foglio bianco


Cosa stai aspettando, foglio bianco
che mi guardi in silenzio,
chiedendomi di agire?
Cosa ti aspetti da me,
cosa vorresti che scrivessi?
Tu ti accontenti di qualsiasi cosa, 
di un disegno, di un pensiero,
di uno scarabocchio colorato, una poesia.
Ma io sono diverso da te,
io voglio scrivere qualcosa che abbia senso,
qualcosa che serva a qualcuno,
qualcosa che arricchisca chi mi legge
e che lo faccia pensare.
Ma oggi non sono in vena,
oggi sono stanco e non riesco a creare nulla.
Però, mentre ti parlo,
mi viene in mente che tu sei un po' come la vita,
i giorni come tanti fogli bianchi
a nostra disposizione per lasciare delle tracce,
per raccontare chi siamo, cosa sentiamo, cosa pensiamo,
Per far sapere a chi si imbatterà nei nostri scritti, 
nei nostri disegni o nelle persone 
che ci hanno conosciuto,
che siamo esistiti davvero,
che abbiamo pensato con la nostra testa,
che abbiamo tentato di dare un contributo
al mondo, raccontando di noi,
perchè così ci andava di fare.
Noi abbiamo sognato un mondo dove le persone 
si potessero incontrare e parlare liberamente,
rispettandosi 
e dandosi fiducia l'uno con l'altro,
un mondo di pace, amore e libertà,
come si diceva una volta, tanto tempo fa.
Ma niente è facile e duraturo,
tutto si trasforma facilmente in slogan,
rischia di diventare superficiale 
e di perdere il suo vero senso e il contenuto.
Comunque è meglio che scriviamo qualcosa,
qualcosa di vero, però,
per non diventare anche noi come te,
foglio bianco, che contieni tutte le possibilità
ma non ne realizzi mai nemmeno una.

(Nella foto in alto una possibilità 
che ho contribuito a realizzare 22 anni fa)

 


sabato 5 marzo 2022

nei momenti difficili ci vuole coraggio e fiducia nei propri ideali

 Prima la crisi economica, poi la pandemia, adesso la guerra in Ucraina: non eravamo abituati ad essere toccati personalmente e tanto a lungo da problematiche così radicali, per cui rischiamo di perdere la progettualità, la creatività e la speranza nel futuro. L'incertezza rischia di dominarci e deprimerci.

In questo scenario, cosa si può fare per non perdere l'equilibrio? A cosa ci si può attaccare per non cadere preda dell'angoscia e del panico?

Ci spaventano soprattutto le cose che non abbiamo la possibilità di risolvere personalmente. Sui problemi che riguardano tutta l'umanità non abbiamo possibilità di un intervento personale risolutivo immediato, per cui è possibile che ci possa cogliere un senso di impotenza e frustrazione. La soluzione non sta certo nel disinteressarci del sociale e del politico, ma nel rimanere  consapevoli che il nostro contributo personale diretto alle vicende collettive è limitato e non immediatamente determinante. Se non teniamo bene in conto ciò, rischiamo di deprimerci, di fare entrare tutto il male del mondo dentro di noi per poi sentirci perduti. Invece il mondo ha bisogno che ciascuno di noi continui a credere nei valori che riteniamo essenziali e che cerchi di difenderli con forza, altrimenti non serviamo a nulla e non contribuiamo a migliorare le cose.

Per relazionarci sanamente con il mondo, anche coi suoi aspetti più problematici, dobbiamo rimanere integri, non farci distruggere dalle cattive notizie. I carri armati di Putin che scorrazzano in Ucraina non devono distruggerci moralmente: dobbiamo rimanere saldi nei nostri principi, come saldi sono i cittadini ucraini che lottano contro chi li sta invadendo. Abbiamo la fortuna di non essere sotto tiro fisicamente, cerchiamo di mantenere intatta la nostra forza morale e di non farci abbattere dalla paura.

La vita non è un gioco di bimbi, il mondo reale non è quello del Mulino Bianco, vediamo di non spaventarci troppo se oltre ai genitori che ci amano e ci coccolano scopriamo che esiste anche il lupo cattivo che vorrebbe mangiarci e, come insegna una famosa fiaba, diamoci da fare per costruirci una casa fatta di mattoni e non di paglia o fango. 

Se ce ne eravamo dimenticati, ricordiamoci che i lupi cattivi sono sempre esistiti e sempre esisteranno.

Abbiamo una grande responsabilità individuale che richiede massima fermezza e intatta fiducia nei nostri ideali. Superiamo le paure, i piagnistei e le mollezze. La vita è anche dura e richiede coraggio. Cerchiamo di prenderci cura innanzitutto di noi stessi: dobbiamo rimanere efficienti per contrastare al meglio il male. Non è egoismo o egocentrismo, è prendersi cura di sé per poter essere meglio in grado di aiutare gli altri e il mondo intero ad andare meglio.

La lotta per la vittoria del bene si è sempre combattuta innanzitutto così: mantenendosi efficienti fisicamente e psicologicamente. 

Il male si combatte facendo il bene, dicono gli antichi libri sapienziali. 

Mentre un esercito fiacco e demotivato verrà spazzato via facilmente e in poco tempo, l'indignazione e la forza morale di opporsi a ciò che riteniamo profondamente ingiusto potranno guidare il nostro agire e ci daranno energia, innalzando la barriera più alta che potremo erigere personalmente per difendere il nostro desiderio di avere una vita libera e felice insieme agli altri.

 

sabato 15 gennaio 2022

la psicoterapia con gli adolescenti

 


Lavorare con gli adolescenti è molto coinvolgente e delicato.

L'adolescenza è uno dei momenti più importanti della vita, quello in cui il bruco si trasforma gradualmente in farfalla.
Poter essere d'aiuto in questo momento cruciale di transizione è molto appagante. E' un periodo della vita in cui l'esistenza deve prendere una qualche forma e direzione e le conseguenze delle scelte fatte in quel periodo incideranno fortemente sugli anni successivi.
Molte volte noi adulti scopriamo tardivamente che non abbiamo vissuto compiutamente la fase adolescenziale e dobbiamo ricordarci di come eravamo allora, per attingere energie che poi abbiamo perduto per strada, o per coccolare e amare quell'adolescente che siamo stati, che tanto ha sofferto per mille ragioni e che è ancora vivo dentro di noi.

Chi non ha, almeno una volta, da adolescente, pensato alla possibilità di farla finita con la vita? Non sono tanti coloro che possono dire di avere avuto una adolescenza felice e serena.
Da adolescenti ci sono tante cose che non si sanno, che non si sono mai vissute e che è necessario sperimentare, passarci in mezzo, per crescere. A volte gli adolescenti si mettono la maschera della spavalderia e della sfrontatezza, ma spesso è semplicemente per dissimulare paure e timori.
A volte la timidezza li blocca e impedisce loro di andare oltre.

Il problema fondamentale degli adolescenti è diventare consapevoli della propria identità e avere il coraggio di viverla nei rapporti con gli altri. Poiché ciò spesso non è per niente facile, assumono identità collettive: seguono mode e diventano parte di gruppi, di bande, di compagnie, al cui interno si sentono rassicurati e accomunati da valori condivisi.
Nel tempo ho realizzato che i fattori che favoriscono un buon lavoro con gli adolescenti sono:
- il prenderli sul serio in tutto e per tutto senza avere con loro comportamenti paternalistici;
- far loro sentire che ti prendi davvero a cuore la loro situazione, che sei davvero coinvolto emotivamente con loro e che ti interessa davvero sapere cosa pensano e cosa sentono;
- ascoltarli davvero e non cercare di dare risposte o ricette affrettate;
- avere un rapporto rispettoso ed empatico e non assumere l'atteggiamento del terapeuta tecnico e distaccato.

Se un ragazzo chiede di andare da uno psicologo, secondo me bisognerebbe cercare di assecondarlo, perché è probabile che qualche problema ce l'abbia davvero. Se invece siamo noi genitori a pensare che dovrebbe andarci, ma lui non vuole assolutamente, la situazione è delicata.
A me è capitato di vedere ragazzi trascinati lì a forza dai genitori, che mi hanno semplicemente detto che erano i genitori ad avere dei problemi e, attraverso i loro racconti, spesso mi hanno convinto che avevano ragione!

Se si riesce a stabilire una buona relazione terapeutica con un adolescente, si diventa partecipi di un mondo affascinante, pieno di emozioni e sentimenti purissimi e a volte contrastanti, oltre che di paure e timori che spesso vengono vissuti come sovrastanti e quasi impossibili da affrontare. E' come andare  sulle montagne russe o fare un viaggio in terre primordiali come l'Islanda, piena di geyser che spruzzano acqua bollente vicino a grandi e freddi ghiacciai: il fascino della vita e delle sue contraddizioni allo stato nascente.  

domenica 2 gennaio 2022

buon anno!


Ho cercato un immagine che rappresentasse i miei auguri di buon 2022 per voi tutti e ho scelto questa.

A me parla di una parte bambina, che dobbiamo salvare ad ogni costo dentro di noi, collegata al tema del nuovo, del cambiamento e della trasformazione. 

Nell'immagine, il bambino e la bambina camminano gioiosamente insieme sotto un ombrello protettivo di colore rosso vivo (che contrasta con il bianco della fredda neve e ricorda la passione, il piacere di vivere e stare insieme) e guardano stupiti la mamma cerbiatta col suo piccolo appena nato. Insomma, mi verrebbe da dire che anche se l'ambiente che ci circonda è freddo, possiamo trovare riparo nei sentimenti e nelle buone relazioni con gli altri.   

Ovviamente è bene che questa parte bambina dentro di noi coesista con la nostra parte ragionevole, adulta e matura. Sono certo che queste due parti non sono incompatibili, anzi, credo che, se hanno una buona relazione tra loro, possono favorire il nostro benessere quotidiano.

Buon 2022!


   

domenica 26 dicembre 2021

il sonno della ragione genera mostri

Il sonno della ragione genera mostri - Francisco Goya - 1797

La cosa che mi preoccupa di più per il 2022 e per gli anni successivi non è la pandemia, che pure è un problema molto grande. A mio avviso esiste un problema psichico che è sempre più diffuso e che è potenzialmente in grado di minare alla radice il nostro modo di vivere le relazioni con gli altri.
Questo problema si chiama paranoia
La paranoia è una spinta interiore che ci obbliga a vivere chi è diverso da noi come un nemico da eliminare, da togliere di mezzo ad ogni costo. La paranoia è il motivo per cui nascono le guerre più atroci, gli sterminii sistematici di persone, di un'etnia o di una religione diversa, ma anche l'odio assoluto per il vicino di casa o per chi ci taglia la strada in automobile. 
Il nemico di turno viene vissuto come il colpevole dei mali che ci affliggono. Col paranoico il dialogo è impossibile perchè la sua certezza nella bontà delle proprie ragioni è blindata, inaccattabile, inscalfibile, anche se gli citiamo dati reali, verità concrete.
Tutti abbiamo dentro di noi un certo livello di paranoia, ma per fortuna la maggior parte di noi riesce a tenerlo sotto controllo.
Questa patologia individuale può diventare collettiva e questo è un gravissimo problema. Il sonno della ragione genera mostri disse Francisco Goya, che così intitolò una sua famosissima opera. Si potrebbe riferire alla paranoia una famosa frase di Marx: Uno spettro si aggira per l'Europa, estendendo il concetto a tutto il nostro mondo.
Credo che sia importante per tutti conoscere cosa è la paranoia perchè conoscere le cose è il modo migliore per difendersene; per questo vi metto qui sotto il link ad un articolo scritto da un mio amico e collega che in dieci pagine, con parole comprensibili a tutti descrive le cose più importanti che è necessario sapere sull'argomento. Provate a dargli un'occhiata.
Credo che se ci sforzeremo di tenere sufficientemente sotto controllo gli aspetti paranoici potenzialmente presenti in ciascuno di noi e a riconoscerli negli altri al fine di depotenziarli, contribuiremo a garantire a noi tutti la possibilità di continuare a vivere in un  mondo caratterizzato prevalentemente dal dialogo e dal rispetto dell'altro. Nel caso in cui gli aspetti paranoici dovessero disgraziatamente prendere il sopravvento, ci troveremmo nella difficoltà non solo di sconfiggere un virus, ma di vivere in un mondo in cui sia possibile godere felicemente di relazioni umane nutrienti e creative.







venerdì 17 dicembre 2021

lunedì 13 dicembre 2021

giustizia esistenziale

La scorsa settimana stavo parlando con una collega dell'atteggiamento emotivo che ho in generale con tutti i miei pazienti. Le dicevo del mio profondo dispiacere perchè molti di loro, soprattutto i più giovani, soffrono tanto per cause indipendenti dalla loro volontà, che non permettono loro di conoscere e vivere tutte le belle doti e caratteristiche che fanno parte della loro personalità.

La mia collega mi ha detto che spesso ha sentito in me come una sete di giustizia esistenziale. 

E' vero, mi sembra una definizione parecchio azzeccata. In realtà mi dispiace tantissimo che una persona non sia consapevole e non riesca a vivere tutto il bello che ha dentro di sè. Mi sembra una cosa davvero contro natura, un'ingiustizia, uno spreco, un po' come quando ci sono dei bambini che vengono maltrattati.

In certi momenti vorrei aggiustare le cose, far diventare la situazione più equa, vorrei essere il vendicatore buono che si butta dalla parte dei deboli per aiutarli a non subire più ingiuste prevaricazioni.

Non riesco a concepire il mio lavoro senza questa partecipazione emotiva.



mercoledì 8 dicembre 2021

il tema di italiano è terapeutico

 


Concordo totalmente con questo articolo scritto da Paola Mastrocola pubblicato sul quotidiano La Stampa, che ho trovato sul bellissimo blog di Andrea Sacchini Il blog di Andrea. C'è una profonda verità in queste parole che mi hanno fatto venire in mente tanti miei pazienti ventenni che conoscono poco o niente di chi sono veramente, di cosa c'è nella loro interiorità. Forse se avessero avuto la possibilità di scrivere più temi avrebbero potuto conoscere qualcosa di più della loro essenza.

Da almeno vent’anni quella particolare prova scolastica che si chiama tema viene criticata e osteggiata, anche da illustri intellettuali, nonché stravolta e snaturata da riforme, teorie e sperimentazioni varie. Ultimamente, prima dell’emergenza Covid, alla prova di italiano dell’esame di Stato si sottoponevano al candidato circa 8-10 pagine fotocopiate fitte: il testo di un autore, cui seguivano una serie di domande cui rispondere. Poi, con il Covid, il nulla. E ora gli studenti chiedono l’abolizione delle prove scritte. Il ministro, dice, riflette e ci farà sapere.

Chiaro che il tema è stato ucciso. Scrivere un tema non è leggere pagine di altri, più o meno riassumerle e incollarle, e rispondere a una batteria di domande: scrivere un tema è scrivere. Da soli e liberi. Senza griglie, schemi, istruzioni per l’uso e riassuntini premasticati. Fare un tema è quella particolarissima, e unica, attività che consiste nell’esprimere idee proprie, pensieri propri, sentimenti propri, in uno stile proprio. Esprimere. Bellissimo verbo, che viene dal latino ex-premere, premere fuori, premere per far uscire, estrarre. La capacità di espressione è semplicemente questo: saper usare le parole in modo che estraggano, il più esattamente possibile, quel che abbiamo dentro.

Possedere la capacità di esprimere pensieri e sentimenti mi pare importantissimo, per una semplice ragione: pensieri e sentimenti stanno normalmente nascosti in noi, come in uno scrigno chiuso; se non siamo capaci di tirarli fuori, nessuno li vedrà (nemmeno noi), e a quel punto diventerà persino inutile pensare e sentire. E credo che nessuno voglia un’umanità che vive tenendosi chiusi in sé i pensieri e i sentimenti. Saremmo scrigni ambulanti, il cui tesoro rimane per sempre sconosciuto. Fare un tema, per un ragazzo, è mostrare quanto ha studiato, quanto ha letto, meditato, capito del mondo intorno a lui; ma è anche, soprattutto, rivelarsi. Svelarsi, aprirsi (aprire lo scrigno), avere la preziosa possibilità di dire qualcosa di sé fuori dagli schemi. Esattamente quel che fa uno scrittore. Non è poco… (E mi dispiace che gli studenti che ora chiedono di abolire le prove scritte non vedano la bellezza di questa opportunità). Nessun’altra verifica, di nessun’altra disciplina, può fare altrettanto. Infatti il tema non è una verifica come le altre. Non userei mai la parola verifica, per un tema, tantomeno “verifica delle competenze” (se smettessimo di usare queste parole così piatte e deprimenti…!). Il tema mi è sempre parso una felice anomalia, un regalo extra che la scuola fa agli studenti, come dire va bene, ora fai pure le verifiche tecniche sacrosante, di matematica, latino e greco, informatica, chimica; ma prima di tutto fai un tema! Cioè, semplicemente, scrivi! Prenditi questa pausa dalla scuola, questo momento tutto tuo per dire quel che vuoi, quel che sei. Dovremmo chiamarla Scrittura, la prova di italiano, e neanche Prova di scrittura ma “Momento di scrittura”.

Credo che una scuola che abolisca il tema, e non lo preveda come prova finale alla maturità, sia una scuola che nega la libertà, che toglie ai ragazzi l’opportunità di esprimere i loro liberi pensieri.

Ma il tema prima di tutto dev’essere libero. Dobbiamo rimettere il tema nella scuola, e liberarlo. Che sia il più possibile privo di costrizioni. Niente griglie, niente schemi preconfezionati, niente risposte a domandine o test. Solo una breve e chiara indicazione dell’argomento: una riga, dieci righe, non di più, quel che una volta si chiamava il titolo. E poi il foglio bianco. Lo so che fa paura a tutti. È un po’ come quando affittiamo casa e la dobbiamo ammobiliare. Ci prende lo sconforto, non sappiamo quali mobili mettere e come disporli. Proviamo, riproviamo. Ma alla fine ci riusciamo, e quella è casa nostra. Il foglio bianco è fondamentale. Scrivere è avere sempre, di continuo, un foglio bianco davanti. È proprio questa la sfida: riempirlo. Se non è bianco, quel foglio, noi siamo inutili, pleonastici: cosa ci stiamo a fare davanti a un foglio che è già pieno?

Scrivere è la cosa migliore che possiamo augurare a un nostro allievo per il suo futuro: non perché diventi scrittore, ma perché, qualunque lavoro deciderà di fare, sia capace di scrivere, possa farlo ogni volta che lo vorrà.

Non è facile imparare a scrivere. Ci vuole tempo (più che corsi di scrittura creativa). Alle elementari non saremo tanto capaci di farlo, e forse nemmeno tanto alle medie. Ma alle superiori forse sì, e da adulti ancor di più. L’uso della parola cresce con noi. È come una pianta. Ma bisogna coltivarla. Bisogna che quell’uso diventi esercizio quasi quotidiano, negli anni, fin dalla più tenera età. È importante che la scuola faccia questo lavoro, che ci creda. Soprattutto oggi, che viviamo tutti irretiti dai social e pensiamo che mandare una battuta su Instagram sia scrivere. La scrittura ha bisogno di distendersi: in frasi, periodi e pagine, dove tutto sia collegato da un filo che si chiama ragionamento. Noi abbiamo spezzato i fili del ragionamento. La scuola deve aiutarci a riprenderli, invece di tagliare quei pochi fili che ci sono rimasti, per esempio abolendo le prove scritte.

Paola Mastrocola - La Stampa 8/12/2021

domenica 5 dicembre 2021

piacere e dovere


Quando ero bambino e non avevo voglia di studiare, mia madre spesso mi ripeteva un imperativo allora molto popolare: prima il dovere e poi il piacere! intendendo che prima avrei dovuto studiare e poi avrei potuto andare a giocare. Oggi non credo che questo modo di dire sia così diffuso.

In realtà, il rapporto tra dovere e piacere è una questione di fondo che interroga radicalmente la nostra esistenza. Mentre fino a cinquant'anni fa nella nostra società prevaleva il principio del dovere, ora domina quello del piacere: oggi si tende a pensare che si deve godere al massimo ogni istante della nostra vita presente e futura, spesso anche a costo di trascurare i bisogni degli altri. Credo però che l'idea di dover godere il più possibile per essere sempre felici non faccia vivere davvero meglio, perchè, in fondo, si tratta sempre di obbedire a un dovere assoluto.

Se il dovere o il piacere vengono considerati, disgiuntamente, come assoluti, cioè come "il modo unico" per essere felici, facilmente ci possono portare fuori strada. Ho visto molte persone che hanno rischiato di perdersi sia sotto il peso di un senso del dovere troppo forte che di una ricerca del piacere eccessiva e unilaterale. 

Da questo punto di vista, mi pare eccessivo sia  l'atteggiamento dei genitori che spingono i figli a dover sempre raggiungere il massimo dei voti, sia quello di chi non si pone seriamente il problema di far capire ai figli che non possono stare al mondo solo per divertirsi ma che a volte è necessario anche fare fatica.

Secondo me fare fatica, fare il proprio dovere, deve avere un senso compiuto per chi lo fa, altrimenti diventa solo una sterile imposizione-costrizione, come l'obbligo di andare a Messa solo per adempiere a un'abitudine, a una formalità. 

In generale, il dovere ha senso solo se nella nostra vita c'è uno spazio legittimo e adeguato anche per il piacere. Se il dovere è imposto come obbligo assoluto non ha senso; solo se viene relativizzato e accettato consapevolmente ha un senso e contribuisce al benessere e alla crescita umana e psicologica di una persona.

Anche il piacere di apparire e di godere, se non è scelto all'interno di un orizzonte di senso individuale ma è cercato in modo assoluto come un obbligo sociale, come proposto ossessivamente dalla pubblicità e dai mass-media, può generare una grande infelicità perchè capita a tutti, prima o poi, qualche problema, qualche momento di dubbio o di crisi. Idolatrando il piacere, si può diventare così refrattari alle frustrazioni, che un piccolo problema ci può deprimere pesantemente oppure un problema molto grande come, ad esempio, la proliferazione di un virus sconosciuto, può portare al terrore panico oppure alla negazione assoluta del problema.

Penso che il piacere e il dovere siano entrambi necessari e aiutino a vivere meglio, a patto che, almeno dall'età della ragione in poi, siano presi in considerazione entrambi con ragionevole consapevolezza. In particolare, credo che dovremmo cercare la nostra risposta individuale alla domanda di senso che il piacere e il dovere ci pongono, spesso congiuntamente, in ogni momento della nostra vita.

Relativizzare piacere e dovere può significare, ad esempio, amare il prossimo come noi stessi, cioè prendersi cura di sè (piacere) ma nello stesso tempo tenere presente anche il bene degli altri, cercando di tenere dei comportamenti che non li danneggino (dovere), con la consapevolezza che se tutti facessimo così, vivremmo sicuramente in un mondo con meno conflitti interpersonali e sociali e con più solidarietà. 

    


  

lunedì 15 novembre 2021

il valore umano degli insegnanti


Cosa sentiamo dentro quando veniamo a sapere, dopo tanti anni dalla fine della scuola, che un nostro insegnante delle scuole elementari, medie o superiori è morto? Cosa ricordiamo del tempo passato con lui a scuola? Ci viene in mente per prima cosa ciò che ci ha insegnato della sua materia o come era lui come persona e come professore?

Il valore più profondo di un insegnante, a mio parere, consiste, aldilà di ciò che insegna, nell'esperienza che abbiamo fatto di lui come persona. 

Credo che i giovani imparino a conoscere come sono gli adulti fuori dalla famiglia soprattutto attraverso l'esperienza del rapporto con i docenti. Osservando i professori, i ragazzi possono conoscere vizi e virtù degli adulti: i professori che incontri possono deprimerti terribilmente o farti sperare in un mondo bellissimo.

Mi sembra che il valore umano degli insegnanti sia, in generale, poco valorizzato.

Tutti i giorni i ragazzi sono lì, davanti agli insegnanti e hanno modo di studiarli, di valutarne il senso di giustizia, il narcisismo, la paura di perdere il controllo della classe, l'ingenuità, la sensibilità, l'amorevolezza, il menefreghismo, la capacità di dialogo, la passione per l'insegnamento e altro ancora. 

Come i ragazzi si immaginano il mondo degli adulti dipende moltissimo dalla personalità dei docenti che incontrano.

Credo che oggi l'attenzione sia troppo concentrata sull'acquisizione delle competenze e si trascuri l'importanza della formazione umana dei ragazzi. Non sto dicendo che sia facile e neppure che si possa fare sempre, ci sono situazioni terribili, qualche ragazzo è perduto già prima di entrare in classe, quindi non accuso e non giudico nessuno. Voglio solo sottolineare l'importanza di ciò che si trasmette ai ragazzi col proprio comportamento, coi sentimenti che esprimiamo, col modo nel quale noi adulti ci mettiamo in relazione con loro.

Se dovessi dire che cosa, secondo me, caratterizza di più un bravo insegnante dal punto di vista umano, direi che è la sua consapevolezza che, oltre ad avere tanto da insegnare, può imparare davvero tanto da ogni ragazzo che ha di fronte.