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domenica 10 novembre 2013

elogio della ricerca

Cresce sempre di più, nella nostra società, il valore che si dà ai prodotti finiti, mentre cala l'interesse per i processi di produzione, per l'attività di ricerca che ne permette la realizzazione.
All'inizio degli anni '80 l'Olivetti, che era leader mondiale nel suo settore, chiuse l'attività di ricerca, pensando di copiare o comprare il risultato della ricerca di altri; il risultato fu che, nel giro di dieci anni, quell'industria cessò di esistere.
Il discorso non riguarda solo la produzione di oggetti. 
Nell'ambito della psicoterapia, ad esempio, cresce sempre di più il numero di persone che cercano qualcuno che possa offrire una soluzione preconfezionata, perchè vorrebbero comprare un prodotto creato da altri che consenta loro di trovare la soluzione ai propri problemi esistenziali; costoro sono scarsamente interessati a fare un'attività di ricerca personale per conseguire quel risultato. E' un atteggiamento forse figlio della nostra società, che tende a voler accorciare al massimo gli spazi e a velocizzare il tempo.
Questo modo di fare espone però al rischio della dipendenza: il prodotto, invece di essere al nostro servizio, rischia di farci diventare dipendenti da sè e dal suo uso.
Spesso ci dimentichiamo dei processi naturali di crescita e sviluppo, che sono faticosi e lenti, se paragonati a quelli degli oggetti ipertecnologici che, con le loro prestazioni, ci regalano l'ebbrezza di sentirci quasi onnipotenti.
Il massimo della velocità si raggiunge nella dimensione dell'usa e getta, dove ad un oggetto se ne sostituisce un altro senza soluzione di continuità, come avviene in tante relazioni interpersonali, soprattutto quelle a sfondo prevalentemente sessuale.
In questa dimensione, è abolita la storia, quindi la valorizzazione delle nostre radici, della nostra reale essenza individuale fatta necessariamente di luci e ombre, di pregi e difetti: ombre e difetti che gli oggetti ipertecnologici non possono assolutamente possedere, pena la loro immediata espulsione dal mercato.
Noi stessi rischiamo di vederci, immaginarci e trattarci come oggetti, pronti a considerarci inadeguati se non siamo sempre e in ogni caso efficienti e a volte pensiamo di risolvere i nostri problemi andando in libreria a cercare un manuale di comportamento o in farmacia a comperare una pillola, che ci permettano in pochissimo tempo di recuperare il massimo dell'efficienza.
Tendiamo a non considerarci più soggetti che possono operare per la propria guarigione, che possono ogni giorno costruire e inventare la propria storia, ma oggetti ai quali un libro o una pillola (che diventano i soggetti) possono modificare il comportamento. E se in qualche momento piuttosto duro questo può anche avere un senso, quando diventa un sistema di vita, potrebbe essere opportuno rifletterci un po' sopra per cercare il modo di recuperare il desiderio e la capacità di essere semplicemente ciò che veramente siamo.
   

sabato 8 giugno 2013

andare incontro al paziente

Molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della professione, mi telefonò una persona che mi raccontò di essere da poco tempo in cura da uno psicoterapeuta, col quale però le cose non andavano bene.
Mi spiegò che aveva degli attacchi di panico molto forti che gli impedivano fisicamente di andare nello studio del terapeuta e, nonostante le sue richieste, il medico non era disponibile per andare a fare le sedute di psicoterapia presso il suo domicilio.
Mi chiese quindi se io avrei potuto andare a fare le sedute nella sua abitazione. Risposi affermativamente e iniziai ad andare da lui ogni sabato mattina.
Un po' di tempo dopo mi disse che si sentiva pronto per provare a venire con la sua automobile nel mio studio, che distava circa 20 chilometri da casa sua. Io acconsentii e il sabato successivo lo aspettai nel mio studio, sperando di vederlo arrivare.
Poco prima dell’orario concordato, ricevetti invece una sua telefonata nella quale mi disse che era riuscito ad arrivare in automobile fino a un paesino che era circa a metà strada tra casa sua e il mio studio. Mancavano ancora 10 km, ma lui non riusciva né a proseguire verso il mio studio, né a tornare a casa: era bloccato esattamente a metà strada.
Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei andato io da lui, e così feci. Lui intanto si era seduto al tavolino di un bar all’aperto. Lì lo raggiunsi, mi sedetti vicino a lui e facemmo la nostra seduta sotto l'ombra di un albero. Dopo un’ora mi disse che se la sentiva di tornare a casa, e così fece.
Il sabato successivo ci riprovò e questa volta arrivò fino al mio studio: ricordo ancora l’atmosfera di festa e di gioia che vivemmo insieme quel giorno!

Questo episodio è rimasto profondamente impresso nella mia memoria, perché questo trovarsi a metà strada, questo fare ciascuno dei due il proprio pezzo di strada per andare incontro all'altro è rimasto per me simbolo ed essenza del lavoro psicoterapeutico.

sabato 6 aprile 2013

il cocktail psicanalitico

Ho letto sulla Repubblica di ieri un articolo di Massimo Recalcati su una nuova serie televisiva in onda su Sky, dal titolo In treatment, ambientata nello studio di uno psicanalista (Sergio Castellitto).
Se non ho capito male, in ogni puntata si assiste ad una seduta dello psicanalista col suo paziente di turno. Il programma è un format americano e pare abbia avuto grande successo negli Stati Uniti.
Recalcati fa presente che nel programma non si parla mai né di sogni, né del passato dei pazienti, neanche di striscio: si parla solo dei problemi attuali del paziente di turno, come se il passato e l'inconscio non esistessero.
D'altra parte, il programma sembra soddisfare una curiosità vecchia come la psicanalisi: scoprire cosa succede in quella stanza, cosa viene detto e fatto tra analista e paziente, scoprire come può essere una relazione umana dove chi ascolta l'altro a fini terapeutici non si pone né come giudice, né come confessore, né come amico.
In realtà, nella stanza d'analisi succede qualcosa che riguarda esclusivamente le due persone che ci entrano: se succede qualcosa di terapeutico, ciò è dato dalla relazione, dall'alchimia che si crea tra le due persone presenti: cambiando uno degli ingredienti, il cocktail analitico avrebbe irrimediabilmente un diverso sapore e un diverso profumo. 
E' molto meglio che una persona non sappia niente di ciò che succede ad altri in quella stanza, perché potrebbe solo confondersi le idee e trovarsi ancor più nella nebbia.
Se qualcuno ha qualche curiosità personale e vuole esaudirla, non deve guardare cosa in quella stanza ci hanno fatto altri, perché sono cose che non lo riguardano, né nel bene né nel male; l'unica cosa da fare è entrarci per davvero in quella stanza. Ma può essere impegnativo, come è accaduto ad una persona che ho conosciuto, che andò da un analista perché era sicuro di non averne bisogno e voleva provarlo a se stesso in modo definitivo, dopodiché è entrato e uscito da quella stanza per parecchi anni, rivoluzionando completamente la propria vita.

lunedì 11 marzo 2013

la psicoterapia con gli adolescenti

Le tre età dell'uomo - Giorgione (1500-1501)
Lavorare con gli adolescenti è molto coinvolgente e delicato.
L'adolescenza è uno dei momenti più importanti della vita, quello in cui il bruco si trasforma gradualmente in farfalla.
Poter essere d'aiuto in questo momento cruciale di transizione è molto appagante. E' un periodo della vita in cui l'esistenza deve prendere una qualche direzione e le conseguenze delle scelte fatte in quel periodo incideranno fortemente sugli anni successivi.
Molte volte noi adulti scopriamo tardivamente che non abbiamo vissuto compiutamente la fase adolescenziale e dobbiamo ricordarci di come eravamo allora, per attingere energie che poi abbiamo perduto per strada, o per coccolare e amare quell'adolescente che siamo stati, che tanto ha sofferto per mille ragioni e che è ancora vivo dentro di noi.

Chi non ha, almeno una volta da adolescente, pensato alla possibilità di farla finita con la vita? Sono pochi coloro che possono dire di avere avuto una adolescenza felice e mediamente serena.
Da adolescenti, ci sono tante cose che non si sanno, che non si sono mai vissute e che è necessario sperimentare, passarci in mezzo per crescere. A volte gli adolescenti si mettono la maschera della spavalderia e della sfrontatezza, ma spesso è semplicemente per dissimulare paure e timori.
A volte la timidezza li blocca e impedisce loro di andare oltre.

Il problema fondamentale degli adolescenti è diventare consapevoli della propria identità e avere il coraggio di viverla nei rapporti con gli altri. Poiché ciò spesso non è per niente facile, assumono identità collettive: seguono mode e diventano parte di gruppi, di bande, di compagnie, al cui interno si sentono rassicurati e accomunati da valori condivisi.
Le tre età dell'uomo - C.D.Friedrich (1835)
Nel tempo ho realizzato che i fattori che favoriscono un buon lavoro con gli adolescenti sono:
- il prenderli sul serio in tutto e per tutto senza avere con loro comportamenti paternalistici;
- far loro sentire che ti prendi davvero a cuore la loro situazione e che sei coinvolto emotivamente con loro sinceramente;
- ascoltarli davvero e non cercare di dare risposte o ricette affrettate;
- avere un rapporto empatico e non assumere l'atteggiamento del terapeuta tecnico e distaccato.

Se un ragazzo chiede di andare da uno psicologo, secondo me bisognerebbe cercare di assecondarlo, perché vuol dire che qualche problema ce l'ha davvero. Se invece siamo noi genitori a pensare che dovrebbe andarci, ma lui non vuole assolutamente, la situazione è delicata.
A me è capitato di vedere ragazzi trascinati lì a forza dai genitori, che mi hanno semplicemente detto che erano i genitori ad avere dei problemi, mentre altri hanno riconosciuto che forse un po' di lavoro psicologico poteva essere utile. Certo devono sapere che andare dallo psicologo non significa andare dal dottore dei matti, ma cercare un aiuto per superare i loro problemi.

Se si riesce a stabilire una buona relazione terapeutica con un adolescente, si diventa partecipi di un mondo affascinante, pieno di emozioni e sentimenti purissimi e a volte contrastanti, oltre che di paure e timori che spesso vengono vissuti come sovrastanti e quasi impossibili da affrontare. E' come andare al luna-park  sulle montagne russe o fare un viaggio in terre primordiali come l'Islanda, piena di geyser che spruzzano acqua bollente vicino a grandi e freddi ghiacciai.
Il fascino della vita e delle sue contraddizioni allo stato nascente.      





martedì 2 ottobre 2012

con la psicoterapia non si rischia il narcisismo?


Ieri una persona mi ha fatto la domanda che dà il titolo al post e che mi offre l'opportunità di condividere con voi alcuni pensieri.

Con il termine narcisismo si può alludere ad una vera e propria psicopatologia, a volte molto grave, oppure a una generica tendenza a mettersi troppo al centro delle proprie attenzioni, trascurando le ragioni e i sentimenti degli altri.
Fare una psicoterapia dovrebbe portare ad una maggiore conoscenza di sè stessi, quindi anche ad una consapevolezza più chiara dei propri limiti e dei propri difetti (per superarli), e questo processo va nella direzione opposta a quella che il narcisista predilige, cioè l'incensamento di sè stesso.
Però è vero che nell'ambito psicoterapeutico un rischio narcisistico c'è: il rischio è quello di pensare che, proprio perchè si fa una psicoterapia, si è in qualche modo superiori a quelli che non la fanno, perchè si sono imparate (o si crede di avere imparato) tante cose di sè e di come funziona la psiche in generale.
Molti anni fa, quando ho cominciato a fare questo lavoro, questo rischio era molto accentuato, perchè erano pochi quelli che andavano da un analista e circolava con facilità un certo complesso di superiorità.
Woody Allen ha contribuito a dissacrare gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti e anche i pazienti; la diffusione di massa delle psicoterapie ha fatto il resto, facendo crescere il numero dei pazienti, per cui oggi andare da uno psicoterapeuta è molto meno elitario rispetto al passato e per fortuna è anche molto calato il numero delle persone che pensano che chi va da uno psicologo è matto.
Però, sia gli psicoterapeuti che i pazienti devono stare comunque molto attenti.
Il mito del guaritore ferito è un importante punto di riferimento e un'ancora di salvezza contro ogni tipo di inflazione narcisistica: il guaritore migliore è quello che è stato a sua volta ferito, è passato attraverso il dolore di vivere e conosce sulla propria pelle (e non perchè l'ha letto sui libri) cosa vuol dire soffrire, guardare in faccia il proprio dolore e poi riuscire a superarlo, avendo modificato qualcosa del suo vecchio modo di vivere.
Io diffido istintivamente di tutti coloro che, come gli imbonitori, sorridono sempre e ti fanno pensare che cambiare è facile e che loro ti possono insegnare la ricetta per vivere bene senza fatica, così come diffido di quelli troppo cupi, che sembra che vivano costantemente immersi nel dolore di vivere.
I miei migliori maestri sono stati delle persone normali, che avevano vissuto in prima persona le gioie e i dolori della vita. Entrando in contatto con loro, avevo la sensazione che fossero persone semplici, che andavano immediatamente all'essenza delle cose e che non tenevano troppo in considerazione l'aspetto esteriore: una volta, addirittura, scambiai il nipote di Jung, che è un anziano psicoterapeuta svizzero-tedesco, per il fattore di una villa di campagna dove egli doveva tenere una conferenza. Mi venne incontro con una camicia a scacchi rossi e un'aria talmente bonaria e semplice, che solo quando mi chiese in un italiano stentato "scusi, tofe è la toilette?", capii che era lui quello che doveva raccontarci della sua infanzia vissuta vicino all'illustre nonno.
Qualche anno dopo, dovendo incontrare per la prima volta come paziente una famosa analista di Milano, alla persona semplice e normale che mi venne ad aprire la porta e che io scambiai per la donna di servizio, stavo per chiedere di annunciarmi alla padrona di casa, quando lei per fortuna mi anticipò presentandosi e risparmiandomi una pessima figura, perchè capii che l'analista che stavo cercando era proprio lei.
Ecco, facendo della psicoterapia con persone come queste, non si rischia certo di diventare narcisisti.
  

venerdì 14 settembre 2012

sapersi perdonare

E.Hopper - Morning Sun (1952)
Pubblico questo scambio di mail che ho avuto con un'amica:

Caro Giorgio,
ho fortemente condiviso quanto hai scritto tempo fa sul tuo blog, relativo alla nostra capacità di abituarci rapidamente alle cose, dando per scontate quelle belle e rischiando di non valorizzarle più. L'esempio del Sella da un lato (ci abituiamo in fretta e diamo per scontate le cose belle) e del pronto soccorso dall'altro (quando le gioie che fanno parte della tua vita ti vengono a mancare, ecco che le valorizzi e ne comprendi appieno l'importanza) sono perfetti.
Alle tue osservazioni posso aggiungere sensazioni simili, collegate però alle "cose cattive" della vita.
Nel momento in cui attraversi periodo molto difficili, per te o per le persone che ami, il primo pensiero è: "Non ce la posso fare, è troppo per me!".
Poi inizi a conviverci, e a capire che hai la forza di sostenere quelle prove.
La situazione evolve ancora. Cogli, all'interno di quelle situazioni, l'amore profondo che ti lega ad altri e verifichi che quando tutto andava bene non eri riuscito a comprendere il senso di quella profondità. Capisci che il pianto non è solo espressione di dolore, ma ha una natura mista, fatta anche di uno spirito di commozione che credevi di non possedere più. Comprendi che essere moglie e madre, realtà quanto mai diffusa, è un'esperienza che diviene straordinaria quando cogli appieno l'immenso amore che ti lega alla tua famiglia. Valorizzi e coltivi le amicizie importanti, rinunci a quelle superficiali.
Vorresti tanto, come si fa sulle lavagne scolastiche o su un file di word, cancellare le cose cattive per tenere solo quelle buone. Ma sai che non è possibile e comprendi che quanto risulta negativo si traduce in positività là dove ti consente di abbracciare la forza dei sentimenti e di provare il bene che provi verso altri.
Sei anche consapevole di essere una persona imperfetta, con tanti limiti e difetti, ma la forza che hai trovato vivendo le "cose difficili" ti permette una cosa che prima risultava impossibile: quella di saperti perdonare.
A.

G.Klimt - L'abbraccio (1909)
Cara A.,
i pensieri che hai scritto sono molto profondi e veri e sono alla base dell’esperienza concreta del mio lavoro di psicoterapeuta.
In realtà ciò che faccio da tanti anni è prevalentemente incontrare delle persone che soffrono perché si sono allontanate dalla coscienza di sé, dalla consapevolezza della propria essenza naturale, e quindi leggono anche tutte le cose della vita, sé stessi e le relazioni in primis, usando un alfabeto sbagliato.
I sintomi psicologici, tutti, nessuno escluso, diventano allora l’unica possibilità di rendersi conto che c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa che non va nella relazione con la propria vita, e quindi cercare umilmente di trovare un modo di stare al mondo più autentico, più vero, più personale. Questo li porta a usare i propri veri criteri individuali di scelta, a sentire e frequentare chi davvero è simile, e a rinunciare alle relazioni che rendono la propria anima più povera.
Non è un’apologia del dolore fine a sé stesso, ma il vivere il dolore come fonte di crescita e consapevolezza.
Qualcuno purtroppo non ce la fa, ma chi riesce a passare attraverso Scilla e Cariddi, ha qualcosa in più degli altri, un’esperienza che rende diversi e che fa riconoscere quasi a pelle chi è sopravvissuto dopo essere passato attraverso esperienze analoghe alle tue. Chi ha salvato il suo bambino interiore e può ora prendersene cura per sanare quelle ferite che le circostanze della vita gli avevano inferto. E la vita diventa qualcosa di meno tragico, di più comprensibile, e la pietà e il perdono ne sono i frutti più belli.



lunedì 12 marzo 2012

noi non siamo il mondo

- No, dottore, non ha senso...
- Cosa non ha senso?
- Che io debba fare fatica per capire chi sono davvero e cosa voglio veramente, quando il mondo in cui vivo fa schifo, non c'è nessuna possibilità di rapporti affettivi decenti, la gente è sempre più incattivita e chiusa in sè stessa, non gliene frega niente degli altri; poi c'è la crisi economica, il lavoro che non si trova e se si trova ti pagano niente, non ci sono prospettive per il futuro...

Ascolto discorsi di questo genere sempre più frequentemente. Cresce il numero delle persone che, almeno in certi momenti, pensano che non valga la pena di occuparsi di sè, visto che il contesto in cui vivono è brutto e apparentemente senza prospettive di aperture e miglioramenti.
Credo che si debba cercare di contrastare questi atteggiamenti rinunciatari innanzitutto dentro noi stessi, perchè non portano da nessuna parte, anzi, contribuiscono ad imbruttire il mondo e le relazioni umane.
Proprio perchè il mondo in questo momento non è particolarmente bello, è indispensabile prenderci affettivamente cura di noi stessi, per garantirci uno spazio d'anima, una nicchia affettiva calda e positiva che ci aiuti a sopravvivere e magari anche a vivere decentemente.
Vivremo sempre male se non impareremo a trovare il modo di volerci bene, prima ancora di trovare qualcuno che ci ami. Ho conosciuto persone che, con la forza di questo amore per sè e pur partendo da situazioni di estremo disagio, sono riuscite con grandi fatiche a diventare indipendenti emotivamente (ed economicamente) e a garantirsi una vita autonoma e quindi libera.
Non essere dipendenti dal contesto è l'obiettivo: riconoscerne le bruttezze ma non farle proprie, crearsi un micromondo dove l'ossigeno che produciamo sia sufficiente per permetterci di respirare. Non per allontanarci dal mondo, ma per garantirci le energie necessarie per contrastarne, nei limiti del possibile, gli aspetti negativi e malsani.
Non dovremmo mai perdere di vista la distinzione tra noi e il mondo circostante.
Senza la minima spocchia, senza colpevolizzare nessuno, riconoscendo a tutti il diritto di comportarsi secondo le proprie energie ed inclinazioni, ma salvaguardando e rispettando le proprie specificità personali.

Ci sono delle persone bellissime, che ora hanno una certa età e che hanno lottato per tutta la loro vita in nome di un ideale, per una società migliore, per un mondo migliore. Ora che i risultati non sono quelli da loro sperati, non è giusto che si abbattano, come se la riuscita della loro esistenza si identificasse con quella della società nel suo complesso.
Bisogna tenere sempre presente questa differenza: noi possiamo fare ciò che ci è possibile, ma l'andamento generale della società non dipende solo da noi. Dobbiamo mantenere la consapevolezza di ciò che abbiamo fatto e stiamo facendo, per poter avere un giudizio su noi stessi, che ci faccia sentire il valore reale della nostra vita. Con realismo, con senso del limite, perchè è facile cadere in una sorta di delirio di onnipotenza che spesso porta a vivere ingiuste sensazioni di frustrazione e di impotenza.
Anche se ci spendiamo per gli altri, dobbiamo salvaguardare un nostro spazio personale dove poter fare i conti con noi stessi, con la nostra coscienza, dove poter essere eventualmente soddisfatti di noi anche se non siamo soddisfatti del mondo che ci circonda.

(Per andare alla homepage del blog: http://www.lapoesiadellapsiche.blogspot.it/ )

martedì 6 marzo 2012

ogni persona è una poesia


Entra una persona nuova nel mio studio. La accolgo: io sono una fila di punti interrogativi.
E' lì per raccontarmi la sua vita, quel filo rosso che lo accompagna da sempre e che si è riempito di piccoli e grandi nodi che da solo non riesce più a sciogliere.
E' una persona, un essere umano, ha un cuore che sente dolore.
E' dubbioso, non sa dove andare, ha perduto la traccia del sentiero che stava percorrendo da sempre.
Si siede.
Da dove devo cominciare? mi chiede.
Da dove vuole, rispondo.
Lo osservo, vedo la sua postura, vedo la posizione del suo corpo sulla poltrona, guardo le tensioni che lo irrigidiscono, ascolto la sua difficoltà nel cominciare a parlare, a dire di sé, a prendere in mano il suo gomitolo male arrotolato.
Non è facile, mi dice.
Lo so, gli rispondo, e vorrei aggiungere: ci sono stato anch'io, e molto a lungo, a suo tempo, seduto sulla poltrona di chi chiede aiuto.

Non ha ancora cominciato a raccontarmi la sua vita, i suoi problemi, e già sono in relazione con lui, perché il modo in cui si è presentato, le cose che mi ha detto, come le ha dette, ogni movimento del suo corpo, mi sono entrati dentro, suscitandomi delle emozioni, dei collegamenti interiori, delle risposte istintive.
Le stesse parole dette da due bocche diverse, da due corpi diversi, hanno significati diversi.
La psicoterapia viene definita la cura con le parole ma non ha parole standardizzate, uguali per tutti, perché non esiste un paziente uguale ad un altro, così come non esiste un essere umano uguale ad un altro.
Nessuna persona suscita sentimenti uguali.
Nessuna seduta è uguale ad un altra.
Si è esattamente quel che si è in quel preciso momento, si è in relazione, si è vivi, mai uguali ad un momento precedente.
Non è detto che si vada avanti, ci si può anche fermare subito, sentire e capire che non è un incontro fecondo.
Oppure decidere di iniziare insieme un viaggio di cui si sa ben poco, se non che vale la pena di provare a partire.
Ogni persona, ogni relazione è una poesia e tutte le parole della psicoterapia sono parole poetiche.

sabato 21 gennaio 2012

da dove vengono i sogni?


Quasi tutti ci siamo chiesti, prima o poi, nella vita: da dove vengono i sogni?, chi li genera?, cosa rappresentano? che significato e che senso hanno?
Non vi è dubbio che il sogno appartenga ad un tipo di realtà diversa rispetto a quella che viviamo da svegli, non foss'altro perchè nel sogno accadono cose che nella realtà diurna sarebbero impossibili: morti che ritornano in vita, persone vive che muoiono, fatti accaduti nel passato che ritornano presenti, persone che hanno età diverse rispetto all' attuale, luoghi e personaggi immaginari mai visti prima, ecc.
Nei sogni spesso vengono meno tutte le regole che governano la nostra vita conscia: le normali nozioni di tempo e spazio sono annullate e accade di frequente di trovare  naturalmente insieme elementi che razionalmente non potrebbero coesistere.
Allora? Che tipo di mondo è quello rappresentato nei sogni? Da dove viene? Chi lo governa? Chi decide che quel mattino dovremo proprio ricordare quel preciso sogno?
C.G.Jung (1875-1961)
Tante persone hanno detto la propria opinione sull'origine dei sogni.
Per quanto riguarda la psicoterapia, i sogni sono stati oggetto particolare di studio più di un secolo fa, quando Freud e Jung iniziarono a fare dei collegamenti tra i contenuti dei sogni e i sintomi dei loro pazienti. Dopo di loro, molti altri studiosi utilizzarono i sogni come materiale utile a scopi terapeutici, nella convinzione che i sogni che una persona ricorda non provengono da qualche luogo  esterno al soggetto che sogna, bensì dalla sua stessa psiche.
Secondo le loro tesi, suffragate da un secolo di esperienze, mentre la nostra coscienza è assopita la psiche produce immagini, di cui spesso non riusciamo a capire il significato.  Alcune volte invece, al risveglio, abbiamo la sensazione che il sogno ci trasmetta un messaggio chiaro, uno stimolo su cui riflettere, che magari riguarda questioni sulle quali stiamo riflettendo proprio in quei giorni.

Un fatto importante è che si può arrivare a dialogare con la parte di noi che crea i sogni.
Mi è capitato diverse volte di chiedere nella prima seduta a un paziente se ricordasse abitualmente dei sogni, sentendomi rispondere un no deciso: qualcuno mi ha detto di non averne mai ricordati in tutta la propria vita. Poi, a volte, nella seduta successiva, con meraviglia di entrambi, è capitato che qualcuno mi abbia raccontato di avere ricordato qualche sogno proprio negli ultimi giorni.
Altre volte i pazienti ammettono di essere andati a dormire confidando di ricordare qualche sogno e di essersi svegliati il mattino dopo ricordando un sogno importante.  
Da tutto ciò si deduce che i nostri sogni sono davvero nostri,  perché i loro significati ci appartengono personalmente e perché noi abbiamo la capacità/possibilità di interagire con la parte della nostra psiche che crea i sogni.
Su questi assunti si fondano le possibilità riequilibratrici e psicoterapeutiche del lavoro psicologico coi sogni.

giovedì 12 gennaio 2012

Il processo di individuazione di C.G. Jung


Esistono tre punti di partenza diversi dai quali possiamo pensare all'evoluzione e allo sviluppo della nostra coscienza.
Il primo è l'uomo primitivo, che viveva immerso nella natura, era guidato dalla pura istintività e non aveva conoscenza delle cause oggettive che creavano gli effetti che  percepiva coi sensi, di fronte ai quali provava stupore o paura.
Il secondo è il neonato, che non distingue sè stesso dalla madre e dal mondo che lo circonda. Anch'egli, come il primitivo, vive di istinti e di percezioni sensoriali, ma non conosce nulla del mondo in cui vive.
Il terzo è la persona completamente folle, colui che vive in un mondo totalmente diverso da quello reale, un mondo tutto suo, dove immagini, fantasmi, allucinazioni, si mescolano, si sovrappongono e si frantumano senza logica.
In queste tre situazioni la vita è percepita come caos primordiale, puro inconscio totalmente indistinto, impossibilità di tracciare con certezza confini, di conoscere e delimitare le forme della realtà nelle loro reciproche diversità.

La nostra consapevolezza (di noi, degli altri, delle cose del mondo) la possiamo pensare come il frutto di un percorso che inizia dalla completa inconsceità e giunge fino alla piena coscienza attraverso acquisizioni graduali, e ciò vale sia per il genere umano nel suo complesso, sia per i singoli individui.
Il nostro grado di consapevolezza di noi e del mondo può essere diverso da persona a persona e normalmente cresce col passare degli anni.
La coscienza di sè è insieme una grazia e il risultato di una serie di fatiche; la si acquista a caro prezzo, perchè è necessario distinguersi dal caos primordiale, dall'identificazione con tutti gli altri esseri umani e ciò comporta un vissuto di separazione, di diversità a volte duro da accettare.
Occorre riconoscere i propri confini, le proprie potenzialità, i propri limiti, sapere cosa ci piace e cosa non ci piace, cosa desideriamo veramente e cosa detestiamo, cosa ci nutre e ci fa crescere e cosa ci danneggia o ci fa solamente perdere tempo.
D'altra parte, quanto più uno è consapevole della propria identità, tanto più facilmente può trovare il giusto posto nella collettività e riuscire a essere parte vitale e creativa di una comunità.

Questo percorso graduale dall'inconscietà alla consapevolezza di sè, che Carl Gustav Jung definì processo di individuazione, può avvenire in modo naturale se non sopravvengono esperienze di vita che lo contrastano e tendono ad impedirlo.
In alcuni di questi casi, il lavoro introspettivo su di sè e sui propri sogni può aiutare ad integrare nella propria coscienza parti autentiche di noi delle quali siamo inconsapevoli oltre a riconoscere e depotenziare quelle forze negative che abbiamo introiettato e che tendono a crearci delle difficoltà nel nostro rapporto con la vita. 

giovedì 15 dicembre 2011

Se questa è una schizofrenica


E se una signora di 70 anni con diagnosi di schizofrenia vi raccontasse che da ragazzina, mentre le altre bimbe giocavano con le bambole, si incantava a guardare "Amore e Psiche", il capolavoro del Canova?
Se poi la stessa signora aggiungesse al racconto che lei percepiva in quella statua qualcosa di elevato, che non  aveva a che fare solo e semplicemente con la sessualità?
E se, ancora lei, la signora di prima, vi mostrasse una tavoletta in ceramica, appesa al muro di casa sua, con su scritto "La misura giusta dell'amore è amare senza misura", confidandovi che per lei è importantissima, anche se magari nessuno le ha mai detto che si tratta di una frase di Sant'Agostino, voi che idea vi fareste di lei?
Che è schizofrenica?

martedì 15 novembre 2011

le parole che curano



Come sono le parole della psicoterapia?
Sono come quelle scritte sui libretti di istruzioni degli oggetti che compriamo o sono come quelle delle poesie?

Rispondere in un modo o nell'altro a questa domanda fa una bella differenza.
In realtà esistono tipi diversi di psicoterapia: in alcuni hanno più importanza le istruzioni per l'uso, in altre la relazione emotiva tra paziente e terapeuta.

La psicoterapia viene anche definita la terapia con le parole, ma bisogna chiedersi ogni volta come sono queste parole, da dove nascono, in che modo vengono dette, perchè proprio quelle e in quel momento (e dicendo questo mi riferisco sia alle parole dette dal terapeuta che a quelle dette dal paziente).

E perchè un paziente con un terapeuta non si sente di dire quasi niente, mentre con un altro parla di sè per un'ora intera senza rendersene conto?

Credo che si possa parlare anche di terapia attraverso la relazione, di terapia che è un incontro di due personalità che si parlano usando le parole, ma che entrano comunque in una relazione profonda tra loro.

Negli anni della mia formazione, ho sempre scelto per me terapeuti le cui parole mi entravano nella pancia oltre che nella testa, parole calde, umane, aperte alla vita, a un lavoro da fare insieme senza nessuna garanzia assoluta se non quella dell'impegno reciproco e di un sentimento positivo che ci accumunava.
Ho sempre sentito che l'altro ce la metteva tutta per me, che si spendeva e non tirava indietro nè la parola nè il cuore.
Non sto dicendo che basta volere bene a qualcuno per aiutarlo ad uscire dai suoi problemi, però a volte aiuta, anche se ci vuole una preparazione adeguata soprattutto per trattenersi, per non dire la parola sbagliata al momento sbagliato.
Ma se c'è l'intesa profonda, se si diventa fan (con giudizio) del proprio paziente, le cose hanno più probabilità di andare nella giusta direzione.

Insomma, dire terapia con le parole in sé può non significare quasi nulla.
Ma se immaginiamo un albero dal quale, come frutti, nascono le parole, bisognerebbe cercare di sentire sempre qual'è il loro sapore e il loro profumo, cercare di intuire come stanno le radici profonde dalle quali esse hanno origine, qual'è la vitalità della linfa che le attraversa, e ricordare che se anche una pianta è un po' sofferente, il prendersene cura con affetto può restituirle naturalezza e benessere.
Le parole che curano sono come acqua cristallina che scaturisce da una sorgente interna pura e naturale, sono frutti di un albero che è riuscito a crescere sano e sufficientemente robusto, nonostante le difficoltà quotidiane, le parole che curano sono quelle che ci riscaldano l'anima e ci danno fiducia e speranza.

giovedì 10 novembre 2011

psicoterapia e poesia


 Se c'è una cosa che ho imparato in tanti anni che faccio lo psicoterapeuta, è che il mio lavoro ha molto a che fare con la poesia, il mio lavoro è soprattutto poesia.
Essere in relazione con un altro essere umano, cercare di sentire i suoi bisogni, i suoi tempi, i suoi ritmi: una specie di metrica umana, un dialogo che si dipana come i versi di una poesia.

Due cuori che battono vicini: uno che soffre e cerca la strada per stare meglio, e l'altro che ascolta e si ascolta, cercando strategie e percorsi possibili per giungere al superamento di uno stato di impasse esistenziale.
Sbloccare l'immaginazione, riuscire a immaginare il paziente mentre vive la sua esistenza in modo più autentico, più sereno e sicuro di sè, finalmente liberato da timori, paure e sensi di colpa.
Restare nella relazione, farsi carico delle paure dell'altro, accoglierle senza svalorizzarle e senza dare risposte superficiali, affrettatamente rassicuranti.
Esserci, continuare ad esserci anche quando il paziente manifesta il suo dolore profondo, la sua disperazione, i ricordi che fanno soffrire di più.
Fare sentire che non si ha paura, non perchè si usano tecniche di autocontrollo, ma perchè, anche se si teme la possibilità del naufragio, la speranza è comunque più grande ed è basata su percezioni interiori forti e precise.
Psicoterapia come poesia: a volte tragica, quando il percorso psicoterapeutico si interrompe o non riesce ad avviarsi, a volte epica, quando si lotta e si battaglia per raggiungere un obiettivo che si sente a portata di mano ma che è difficile da realizzare, a volte comica o ironica, quando si ride insieme come amici di lunga data.
Senza perdere mai la consapevolezza che è vero che i pazienti possono stare meglio grazie al rapporto con lo psicoterapeuta, ma è anche vero che lo psicoterapeuta senza i suoi pazienti non potrebbe fare il proprio lavoro.
E senza dimenticarsi che, una volta uscito da quella stanza e da quel ruolo, lo psicoterapeuta diventa simile ai suoi pazienti: una persona che vive la loro medesima condizione umana, un verso tra gli altri versi, in quella antichissima e attualissima poesia che per tutti è la vita.