sabato 11 luglio 2020

impotenza /onnipotenza

La nostra vita scorre spesso tra due sentimenti opposti: l'impotenza e l'onnipotenza.
A volte uno dei due ci possiede e ci ritroviamo a pensare che non riusciamo a fare nulla di buono o che possiamo compiere imprese impossibili.
Spesso questi due opposti stati d'animo si susseguono a breve distanza di tempo: ci sentiamo onnipotenti e quindi ci avventuriamo in progetti che poi non riusciamo a portare a compimento, dopodiché il nostro umore vira verso il nero della depressione, della svalorizzazione di sé, della perdita totale di autostima.
Ovviamente nessuno è davvero né impotente, né onnipotente.
Si tratta semplicemente di conoscere sufficientemente bene le nostre forze e le nostre capacità, per percorrere quei sentieri della vita che sono alla nostra portata: sarebbe assurdo che in montagna un escursionista non troppo esperto si avventurasse in arrampicate troppo difficili e pericolose.
La domanda è: perché non ci andiamo bene così come siamo? Perché non ci amiamo per ciò che siamo veramente? Per ciò che sentiamo di essere, comprese le nostre paure o i nostri limiti? Perchè dobbiamo sempre sentirci insufficienti?
La risposta spesso è che, durante la nostra vita, non siamo stati apprezzati a sufficienza e, senza rendercene conto, viviamo cercando di essere sempre più bravi per ottenere dagli altri quell'approvazione, quell'apprezzamento che ci è mancato quando eravamo più piccoli e del quale soffriamo ancora la mancanza.
E' una specie di condanna che ci portiamo dentro e che non ha mai fine.
Fare la pace con noi stessi, accettarci per ciò che siamo veramente, è il frutto di una presa di posizione interiore affettiva ed emotiva, di un cambiamento di rotta, del riconoscimento che nessuno, nemmeno i nostri genitori, ha il diritto di dirci come dobbiamo essere, né di stare male e farci sentire in colpa se non siamo o non facciamo quello che loro ritengono giusto e buono per noi. 
Non siamo nati per soddisfare le aspettative degli altri!
Il ché significa rivendicare a noi stessi il diritto ad esistere in base a ciò che sentiamo e crediamo vero: un'assunzione di responsabilità verso noi stessi che fa la differenza tra il bambino dipendente dai genitori e l'adulto libero e autonomo.
Poi, ovviamente, cercare di diventare migliori è giusto e buono,  ma senza pretendere da noi l'impossibile, volendoci bene.   

domenica 5 luglio 2020

la nostra identità, come un viaggio, cambia un po' ogni giorno

E' impossibile sapere con certezza, una volta per tutte, chi sono io, perchè le esperienze della vita ci fanno cambiare continuamente e non possiamo sapere come ci comporteremo di fronte a situazioni che non abbiamo mai vissuto prima.
Tuttavia, noi abbiamo una nostra identità, anche se si modifica nel tempo. L'importante è conoscere qual'è la nostra verità attuale, riuscendo a distinguere quali sono le aspettative degli altri su di noi da ciò che è autenticamente il nostro pensiero o il nostro sentimento.
In psicoterapia, questa è una delle mete più importanti da raggiungere: riconoscere quelle che sono le verità altrui, riservandosi il proprio spazio di libertà, di ascolto profondo di se stessi, per sentire quali sono i nostri autentici desideri e bisogni, al fine di cercare le vie migliori per poterli poi realizzare.
Con gli altri è bello dialogare, a patto che si salvaguardi e si rispetti il diritto reciproco di essere diversi, di avere il piacere di possedere due identità differenti.
Per conoscere sempre meglio la nostra identità non bisogna avere fretta, non ci sono facili scorciatoie: il processo che ci porta a prendere coscienza sempre di più di chi siamo veramente deve avere ritmi e tempi naturali e dura tutta la vita.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo, un percorso, una specie di viaggio che va goduto il più possibile, giorno per giorno, accettando che possano capitare anche momenti difficili o negativi. E' lo spirito del viaggio, dell'esplorazione, del desiderio di scoprire che non deve mai mancare. Ricordo sempre con piacere le parole di Andrea Camilleri che, ormai vecchio e vicino alla fine, alla domanda se avesse paura della morte, rispose che non aveva paura, ma che era curioso di viverla.

lunedì 29 giugno 2020

sogni che aiutano a vivere meglio (2)


E' necessario sognare? Perchè molte persone non ricordano mai sogni mentre altre hanno coi sogni un rapporto quasi quotidiano?

Molte sono le domande che ci si può porre rispetto a questo evento apparentemente strano che è il sogno. Credo che la prima cosa da dire al riguardo è che i sogni sono strettamente personali e quindi ciascuno di noi ha il suo rapporto coi propri sogni indipendentemente da ciò che accade agli altri, per cui se una persona non ricorda mai i sogni il motivo può essere molto semplicemente che non ne ha bisogno e che la sua vita scorre bene anche senza dialogare con le immagini oniriche. 
Per qualcun altro, invece, è importante ricordare i sogni, perchè lo aiutano a trovare un equilibrio migliore nella propria vita e questa è proprio la funzione che i sogni svolgono in psicoterapia. I contenuti dei sogni possono aiutare a riequilibrare idee o sentimenti troppo unilaterali e quindi disfunzionali. Ricordo a questo proposito una mia paziente che viveva da sola ed era molto triste e depressa, che sognava quasi quotidianamente di andare a ballare, partecipare a feste e stare allegramente in mezzo ad amici. 
In psicoterapia i sogni possono servire proprio a questo: a portare alla luce quella parte di noi che ci teniamo dentro, che non è conosciuta (in-conscia) e che ci può aiutare a trovare un migliore equilibrio personale.

Vi racconto la storia di una mia paziente che vidi parecchi anni fa, che è emblematica di come un sogno possa aprire alla coscienza di una persona nuove strade e nuove possibilità di crescita e sviluppo personale, facendola uscire da una situazione di blocco delle energie vitali per arrivare a un recupero della propria autenticità e della libertà di essere se stessa.


Un giorno suonò alla porta del mio studio una ragazza di 22 anni. Aprii la porta e la vidi salire le scale. Aveva il passo molto lento e pesante, lo sguardo verso terra, era tutta vestita di nero, neri anche i lunghi capelli, sembrava facesse molta fatica anche solo a respirare. Entrò, si sedette immobile e muta sulla poltrona, sempre con lo sguardo fisso sul pavimento. Le chiesi perchè fosse venuta da me e lei, parlando a voce bassissima e con una lentezza incredibile, mi disse che da parecchio tempo sentiva di non avere più energie, più interessi, più voglia di vivere e che non sapeva perchè. Non aveva amicizie vere, mai avuto un fidanzato, non c'era dialogo coi suoi genitori coi quali viveva, non c'era al mondo qualcosa che le desse gioia.
Per circa un'ora parlai con lei cercando di riuscire a trovare qualche aggancio positivo alla vita, qualcosa che avesse a che fare con la vitalità, la gioia, l'allegria, ma il risultato fu negativo. Sembrava che nel suo mondo ci fosse solo tristezza. Alla fine, non avendo trovato niente cui appigliarmi, le proposi di fare un altro incontro, chiedendole di prestare attenzione ai sogni (anche se lei disse che non ne ricordava mai) e di annotarseli se ne avesse ricordati.
Quando tornò mi disse che aveva ricordato un sogno:

Il sogno era ambientato in un aeroporto e si sapeva che lei si stava imbarcando su un aereo diretto in Argentina.

Cominciammo a parlare di questo sogno. Le chiesi cosa aveva di particolare, cosa rappresentava per lei l'Argentina e, con mio grande stupore, per la prima volta la ragazza acquisto vitalità, sollevò lo sguardo da terra e, guardandomi per la prima volta in faccia, mi disse che per lei l'Argentina era una terra calda e vitale, dove le persone ballavano e cantavano e c'era molta gioia di vivere.
Questo sogno mi fece intravedere una speranza di poter aiutare questa ragazza: la sua parte conscia era completamente a terra, ma dentro di lei, nel suo inconscio, c'era chiarezza sulla meta da raggiungere e il sogno diceva chiaramente che il viaggio era possibile farlo, non c'erano intralci.
Questo sogno era stato ricordato la notte successiva al nostro primo incontro e questo mi fece pensare che il viaggio di cui parlava il sogno avesse qualcosa a che fare con la nostra prima seduta, come se il suo inconscio vedesse positivamente l'inizio della psicoterapia, come l'inizio di un viaggio verso l'Argentina.

In effetti fu così. Ad ogni seduta successiva la ragazza mi portò sogni nuovi pieni di contenuti dinamici e vitali che la parte conscia non conosceva. Tali sogni illustrarono i problemi da affrontare, il percorso da compiere per uscire dalla sua situazione di blocco emotivo, per ritrovare la sua naturale voglia di vivere. E grazie anche alla fiducia che si stabilì nel nostro rapporto, la paziente riuscì, nell'arco di un paio di anni a ribaltare completamente la situazione: trovò per la prima volta un fidanzato, trovò un lavoro, andò a vivere da sola e poi un giorno venne a salutarmi e a ringraziarmi, dicendo che d'ora in avanti si sentiva di continuare il viaggio da sola. Dopo parecchi anni sono venuto casualmente a sapere che si è sposata e ha avuto due figli.

Mi piace raccontare questa storia perchè è stata molto soddisfacente per me ed è finita bene, ma soprattutto perchè hanno fatto quasi tutto i sogni, dall'inizio alla fine: la paziente li ha registrati e ci ha dialogato, mentre io l'ho sostenuta emotivamente ed affettivamente in questo percorso.
Mi sembra che sia una storia che possa aiutare a capire come l'interpretazione dei sogni non sia solamente una questione tecnica e razionale, l'associazione di un'immagine onirica ad un significato standard, come si trova in certi pseudomanuali. Il rapporto con i sogni ha sempre un valore affettivo individuale, i nostri sogni sono quanto di più personale esista al mondo e soprattutto hanno un valore emotivo e creativo che può veramente aiutarci a recuperare un equilibrio psichico migliore.   
     

lunedì 22 giugno 2020

interpretazione dei sogni e affettività in psicoterapia (1)

Dietro alle problematiche psicologiche importanti, c'è sempre un passato segnato da carenze o eccessi di affettività, da insicurezze o eccessive sicurezze, da eccessi di valutazione di sé o da scarsa autostima, da sensi di colpa, da incapacità di stabilire rapporti d'amore o d'amicizia (non solo con gli altri ma anche con se stessi), da estremo disinteresse o da eccesso di cura per sé e per gli altri.
In alcuni casi, se non ci si prende cura di sé e non si elaborano le ferite emotive che le esperienze negative della vita ci hanno creato e che rimangono aperte e vive dentro di noi, non si può sperare di fare pace con il nostro essere nel mondo. La razionalità, che pure è fondamentale per vivere bene, non può, da sola, curare queste ferite. Capire ciò che ci è successo non basta, bisogna fare esperienza dei sentimenti che ci sono mancati, ma anche di quelle parti affettive positive, autentiche e terapeutiche che esistono dentro di noi ma che non abbiamo mai conosciuto o che abbiamo dimenticato. Se ne diventiamo consapevoli e le integriamo nella nostra personalità, possiamo davvero riconciliarci con noi stessi e superare tanti timori e tante paure.

Attraverso il dialogo coi nostri sogni, possiamo spesso scoprire contenuti affettivi, doti e qualità positive che non sapevamo di avere, che ci aiutano a trovare le risposte alle nostre domande e ai nostri dubbi più intimi e profondi.

Si può affermare che abbia senso oggi prestare attenzione alle immagini e ai racconti dei nostri sogni, che talvolta ci appaiono molto chiari, mentre altre volte ci sembrano incomprensibili? Io credo di sì, a patto che non vogliamo cercare interpretazioni  teoriche troppo rigide e schematiche dei contenuti che si manifestano nei sogni. Penso che sia più importante prendere coscienza degli affetti e dei sentimenti che le immagini oniriche portano alla coscienza, piuttosto che dare interpretazioni definitive della loro simbologia.
Jung diceva che quando gli psicoterapeuti sono insieme ai pazienti devono dimenticare tutte le loro conoscenze teoriche, non perchè non siano importanti, ma perchè la cosa fondamentale è la relazione emotiva col paziente. Grazie ad un rapporto emotivo intenso e autentico col terapeuta, una persona può sanare le proprie ferite, acquistare consapevolezza di sè e raggiungere un migliore equilibrio interiore.

I sogni, proprio perchè ci parlano prevalentemente attraverso immagini e simboli, sono spesso portatori di una carica energetica affettiva. Quando ricordiamo un sogno, abbiamo quasi sempre un sentimento particolare (stupore, gioia, timore, benessere, inquietudine...) perchè i sogni fanno circolare dentro di noi un'energia psichica che proviene da immagini che hanno una tonalità affettiva. Ricordandoli, rivivendo le emozioni che ci hanno trasmesso, parlandone col terapeuta e ricercandone insieme un significato che ci sentiamo di riconoscere come autentico, spesso i sogni ci permettono di illuminare da nuovi punti di vista le nostre problematiche affettive, offrendoci materiale per la loro elaborazione.
Nel prossimo post vi racconterò un caso clinico, una storia in cui un singolo, piccolo sogno carico di affettività ha permesso l'aprirsi di un processo di crescita e consapevolezza di sè che era rimasto bloccato per molto tempo.


sabato 13 giugno 2020

viaggi dell'anima

I viaggi sono un'occasione per ristorare corpo e psiche, per uscire dalla routine del quotidiano e fare esperienze nuove. A volte, mentre si è in viaggio, da situazioni impreviste nascono emozioni profonde che rimangono dentro per sempre: a me è capitato la prima volta più di trent'anni fa a Masi Torello.
Il viaggio non era stato organizzato, è stato il frutto di contingenze particolari e imprevedibili, un'esperienza fuori da qualsiasi schema prefissato. C'è stato veramente un incontro con lo sconosciuto, con l'imponderabile, con l'inaspettato, che credo siano le caratteristiche di fondo più vere di un viaggio e della vita stessa.

Credo che vi domanderete dov'è Masi Torello e quali particolarità abbia per meritare un viaggio. Domanda lecita, perchè sicuramente nessuna rivista o agenzia di viaggio ha mai citato questa località e nessun tour operator ha mai organizzato viaggi in quel luogo.
All'epoca dei fatti, Masi Torello era un piccolo paese della bassa ferrarese e non aveva assolutamente niente che valesse il viaggio; me lo ricordo come un paesino del far west: una strada centrale, con qualche casa a fianco, un bar. Fine.

Era il mattino di Ferragosto di un'estate bollente, ero partito in automobile da mezzora dai lidi ferraresi per tornare a casa sulla superstrada che in 60 km. collega Porto Garibaldi a Ferrara.
Proprio a metà strada, in mezzo alla landa desolata, il motore prima tossisce poi, inesorabilmente, smette di funzionare. 
Accosto imprecando, fermo la macchina in una piazzola e cerco di farla ripartire: niente. Guardo sconsolato il nulla che ho intorno: poche auto che passano velocemente, nessuno si ferma (non c'erano ancora i cellulari).
Intravedo qualche casa lontana, chiudo l'auto e inizio a camminare. Il sole è a picco, l'asfalto rovente e sudo maledettamente; dopo 2 km. in mezzo al nulla arrivo a un piccolo paesino vuoto e desolato: Masi Torello, appunto.
E' tutto chiuso, l'unico luogo aperto è un piccolo bar: si chiama Bar Mocambo. Entro, è vuoto, in un angolo c'è un box per bimbi piccoli con dentro una bimba di un anno che gioca: prendo un paio di ghiaccioli per rinfrescarmi. Spiego alla barista il mio problema, lei gentilmente mi mette in contatto con un autofficina e dopo mezzora arriva il meccanico sudato; insieme a lui ritorno alla mia auto abbandonata: la diagnosi è tragica: bisogna sostituire un pezzo del motore, gliela devo lasciare per qualche giorno.
Mi dice che per tornare a casa posso prendere la corriera, che passa dal paese e va a Ferrara, poi da lì con un'altra corriera potrò arrivare a Modena.
Torno al Bar Mocambo, prendo un altro ghiacciolo. La barista parla alla bimba nel box chiamandola Candy Candy (!). Guardo l'orario degli autobus: ci sarà una corriera tra un'ora. Mentre aspetto, mangio un panino. Clienti sempre zero. Dopo un'ora arriva la corriera, una di quelle dei film degli anni '50: scassata, lenta e maleodorante. Salgo. Dopo dieci minuti parte: il termometro segna più di 40°, il vecchio motore mi fa vibrare la pancia, velocità da lumaca, pochissimi viaggiatori, quasi tutti anziani. Avremmo potuto essere in Colombia. 
Comincia il viaggio, il sudore mi scioglie, a un certo punto la corriera si ferma lungo la strada. C'è il camioncino di un contadino che vende delle prugne. L'autista scende, contratta, paga e carica sulla corriera la cassetta di prugne che porterà a casa sua. La corriera riparte, lentamente e dopo due ore arriviamo a Ferrara. Lì, dopo un'ora, arriva l'altra corriera, salgo e dopo un'ora sono a Modena, finalmente a casa.

Incredibilmente, a distanza di tanti anni, il ricordo di quel viaggio continua ad essere vivissimo dentro di me, continua a sembrarmi un'esperienza unica, irripetibile, piena di senso e di sentimenti. Perchè Masi Torello e quel viaggio mi sono rimasti nel cuore più di tante mete turistiche che ho visitato nel frattempo? E perchè mi ha lasciato delle emozioni così forti?

domenica 7 giugno 2020

la giusta velocità

Trad. "Affrettati lentamente"
Ma quando ci sarebbe successo, senza il virus, di sperimentare questa vita rallentata, così diversa da quella corsa continua che vivevamo prima? 
Provo un senso di gratitudine per questa opportunità di rallentare TUTTO, di abbassare la velocità, di andare più piano, di avere tempi più distesi e potersi godere lo scorrere della vita. Come nei nastri da registrazione, che se li fai andare piano, hai più spazio per registrare più cose e consumi meno nastro.
Perché davvero si schiuma l'essenziale, che emerge e si manifesta nella sua concretezza. 
Non sono più seduzioni o interessi esterni (spesso manipolati da altri) a determinare il nostro movimento, le nostre motivazioni. Siamo noi, chiusi nel limite, amico del tempo che scorre più lentamente, che ci riappropriamo della possibilità di decidere in autonomia cosa, quando e come fare, che poi significa davvero vivere la NOSTRA vita.
Ovvio, ci vuole uno spazio-casa, uno spazio-affetti (fuori e dentro di sé), uno spazio-economia (i soldi per l'essenziale) e uno spazio-cultura o manualità.
Ma c'è anche la domanda: e dopo? Quando la manovella che detta il ritmo del vivere verrà di nuovo girata da qualcuno sempre più velocemente, torneremo i criceti di prima? Trascorreremo di nuovo le nostre giornate sulle montagne russe, presi da mille impegni o alla ricerca di emozioni forti che ci riempiano quegli spazi psichici che il nostro incedere più lento non più praticato non ci permetterà più di colmare?
Spero che per il resto della nostra vita la memoria di questo tempo rallentato si sedimenti dentro di noi, cosicché, al momento opportuno, potremo andarla a ripescare, per ricordarci che spesso possiamo scegliere la velocità e la modalità giusta per noi, quella che ci permette di assaporare, gustare e godere pienamente ogni istante della nostra vita. 

domenica 31 maggio 2020

oltre il panico

Disegno di Fabio Magnasciutti
Uno dei segreti del vivere bene consiste nel cercare di realizzare il proprio desiderio di essere liberi, senza avere sensi di colpa perchè dobbiamo differenziarci e staccarci dai nostri genitori. 
Si tratta di sentirsi in diritto di tenere aperta la ricerca del senso della propria vita, di cercare la propria strada, la migliore realizzazione di sè, seguendo ciò che sentiamo di essere, senza avere paura delle nostre imperfezioni.
Solo se saremo sempre dei cercatori vivremo nella libertà e non importa se oggi troviamo o non troviamo qualcosa: c'è sempre il domani, che ci si prospetta come possibilità per trovare quello che andiamo cercando. 
Quanto più rafforziamo questo spirito e desiderio di ricerca, tanto più sarà facile che troviamo quello che cerchiamo.
Non esiste nè l'inferno nè il paradiso, esistiamo solo noi, esseri umani mai perfetti nè mai totalmente incapaci, semplicemente e costantemente alla ricerca del senso della nostra vita, attraverso una serie continua di trasformazioni, sempre in altalena tra la fatica e la gioia di vivere.
La ricerca implica sempre la relazione con l'altro, soprattutto con ciò che di noi non conosciamo ancora bene.
C'è sempre qualcosa di nuovo e di vero da trovare, dentro e fuori di noi. 

Essere aperti alla ricerca di senso e alle relazioni significa essere aperti alla vita e ciò ci aiuta a superare i sentimenti di panico che ci tengono incastrati tra un futuro che ci fa paura e un passato dal quale bisogna comunque uscire.

martedì 29 novembre 2016

genitori, date dei limiti ai bambini (senza però esagerare)

Troppe volte mi capita di vedere genitori che non riescono a imporsi sui propri figli. A volte sembra quasi che i bambini abbiano l'autorità e il potere che spetterebbe ai genitori, mentre questi ultimi sembrano completamente inermi, burattini nelle mani di bambini irrispettosi di tutto e di tutti, centrati esclusivamente sui propri infiniti desideri, in una parola: bambini senza limiti!
E' spesso il caso di quelli che vengono chiamati e classificati bambini iperattivi: quelli che a scuola o all'asilo non stanno mai fermi, quelli che non studiano e non si applicano con costanza in nulla, quelli che non rispettano gli altri e le cose degli altri, quelli che esistono solo loro e i loro mille desideri.

Quando noi veniamo al mondo non abbiamo mica il senso del limite: esistiamo solo noi e solamente più tardi ci rendiamo conto che esistono anche gli altri, che il mondo non è tutto di nostra proprietà. E' naturale che noi da piccoli desideriamo fare e avere tutto ciò che ci piace! E' chi ci educa che ci deve far comprendere che esistono anche gli altri, che rappresentano dei limiti alla nostra onnipotenza. Se ciò non avviene, se nessuno ci limita nei nostri desideri, noi vorremo fare e avere tutto ciò che ci piace in ogni momento della nostra vita (quanti adulti purtroppo sono così).

E' necessario che qualcuno ci abitui a tollerare qualche frustrazione: non possiamo passare attraverso una serie infinita di gratificazioni! La vita non funziona così! Ci sono persone che, cresciute senza mai sopportare una frustrazione, vanno fuori di testa quando la vita gliene propone una un po' importante, ed è una cosa terribile vedere un adulto abituato a imporsi sempre, a pensare di avere sempre ragione, a riuscire a essere sempre un vincente, non riuscire ad arrendersi al fatto che una volta tanto non può fare o avere tutto ciò che vuole, che una volta tanto non arriva primo ma arriva secondo!

Bisogna che noi genitori ci imponiamo, quando riteniamo che nostro figlio stia volendo qualcosa di eccessivo, stia superando i limiti dell'accettabile! Dobbiamo essere responsabili innanzitutto verso nostro figlio. Non dobbiamo fargli il torto di dargli o fargli fare tutto ciò che vuole, perchè in questo modo egli vorrà sempre di più, la sua fame di appagare i propri desideri non si estinguerà mai, non gli darà tregua: a desiderio seguirà desiderio, senza mai fine. E diventerà iperattivo, non avrà mai nessun limite, niente lo potrà fermare, niente lo potrà far ragionare, far sedere, far star fermo: diventerà schiavo della continua necessità di appagare tutti i suoi desideri. Gli sarà preclusa la via dell'equilibrio, vivrà male, in continua agitazione: non troverà mai pace!

All'opposto, il bambino al quale i genitori negano sempre tutto, quello che deve fare sempre tutto quello che i genitori desiderano, quello che non ha la libertà di sperimentarsi nella vita, crescerà chiuso in se stesso, non potrà mai realizzare se stesso e i propri desideri: il mondo per lui sarà un luogo tristissimo, dove tenderà a trovarsi male, sentendosi incapace e inadeguato. La sua energia vitale tenderà a spegnersi, si chiuderà in sè e in casa, parlerà poco, avrà paura di relazionarsi con i coetanei, perchè non saprà cosa dire e cosa fare, avrà perso la spontaneità, l'energia vitale che viene dal potersi permettere di essere ciò che si è, nelle relazioni con gli altri e col mondo.

Queste due situazioni estreme ed opposte che ho rappresentato purtroppo stanno crescendo di numero nella nostra società: aumentano moltissimo sia i giovani iperattivi che quelli che non hanno rapporti col mondo, che stanno quasi sempre chiusi nella loro camera.

Come si fa, allora, a dare dei limiti senza esagerare?
A mio avviso bisogna, dialogando e spesso contrattando coi figli, definire i limiti che si ritengono giusti per l'età, guardando ciò che fanno i coetanei come punto di riferimento ma non come legge assoluta, dopodichè il rispetto dei limiti decisi insieme e che vanno bene ad entrambi, deve essere assoluto, incondizionato da parte di entrambi. Cioè, si litiga prima, ma quando ci si accorda, quell'accordo deve essere rispettato ( e questo vale anche per le promesse che noi facciamo ai figli: vanno sempre rispettate!).
In questo modo, giorno dopo giorno, si costruisce un patrimonio comune di fiducia alimentato dal fatto che noi genitori, da un lato, desideriamo sinceramente che nostro figlio possa fare il più possibile di ciò che desidera, ma dall'altro lato, abbiamo ben chiaro che nostro figlio dovrà vivere e accettare anche qualche frustrazione che riteniamo giusta (non per essere sadici, ma perchè è normale e naturale che nella vita si incontrino situazioni frustranti). 

Se noi concediamo gradualmente, diamo ai figli il senso del loro crescere e alimentiamo il loro desiderio, mentre concedere subito e sempre tutto, innesca una spirale di richieste continue sempre maggiori e potenzialmente senza limiti, che annulla il loro desiderio, perchè annulla la mancanza di qualcosa. La mancanza viene allora realizzata compulsivamente, immaginando, dopo poco tempo, un desiderio più grande di quello precedente, da realizzare senza indugio, senza aspettare, senza godere il tempo dell'attesa. La vita corre così verso l'infinito, freneticamente, tra un desiderio, la sua realizzazione immediata e il desiderio successivo.
Non concedere mai nulla, ovviamente, alimenta nei figli un senso di frustrazione perenne, la sensazione di vivere continuamente nella mancanza di qualcosa, mentre il futuro non può che essere vissuto come difficile e vuoto.     

sabato 23 luglio 2016

i volti nuovi della follia

Erano cose che succedevano soltanto in America: ragazzi che sparavano all'impazzata nelle scuole e università, serial killer che per anni tenevano in scacco la polizia, folli che sparavano per strada uccidendo a caso i passanti.
Da noi la follia omicida si manifestava quasi solo tra le mura domestiche: femminicidi, bimbi buttati dai balconi, orrori che si svolgevano in casa, in uno spazio chiuso.
Adesso non più. 
Adesso la follia anche da noi si unisce sempre più spesso con il gesto eclatante, la strage, l'omicidio di massa, quel gesto che dopo una vita fatta solamente di frustrazioni, ti permette finalmente di diventare l'eroe di un momento, quel momento nel quale puoi finalmente fargliela pagare alla società quella caparbietà nel rifiutarti, nel non amarti, nel lasciarti ai margini, nel guardarti sempre col sospetto che si ha per i matti. Quel momento nasce dal fatto che senti di non avere altre possibilità. Una sorta di suicidio prima del quale però almeno qualcuno paga il tuo conto.
E non importa chi uccidi: donne, vecchi, bambini, perchè la partita è fra te e tutti gli altri: tutti, nessuno escluso.
Le azioni eclatanti dell'Is hanno scatenato (nel senso etimologico di togliere le catene) la nostra follia, quella che pervade la nostra società e che abbiamo finora cercato accuratamente di non vedere, di nascondere a noi stessi. 
D'altra parte è storia vecchia: i manicomi servivano esattamente a questo: molti non erano matti, diventavano matti standoci segregati dentro.
Oggi la follia la vediamo sulle prime pagine dei giornali. Si presenta con modalità assurde e incomprensibili (sennò che follia sarebbe?), difficilmente prevedibili.
Oggi abbiamo due nemici: l'Is e la nostra follia, congiunti strettamente tra loro. E mentre la prima va affrontata su un piano sociale, politico e militare, la seconda ci è molto più vicina: è nella vita logorante che facciamo, è nella crisi economica che non permette lavoro e guadagno per tutti, ma soprattutto è nella mancanza di solidarietà, di ascolto, di accoglienza, di buoni sentimenti, di ideali di bene comune che ci incattiviscono e ci isolano gli uni dagli altri.
Siamo tutti alla ricerca di qualcuno che ci voglia bene, che ci ami, abbiamo bisogno tutti di amicizie vere, eppure sembra che sia difficilissimo in generale trovare qualcuno che ci ami davvero per parecchi anni, che ci rimanga amico per una vita.
Quanta negatività diffondiamo ogni giorno intorno a noi? Quanta paura abbiamo degli altri, quanto li teniamo a distanza, fregandocene delle loro vite e dei loro problemi?
Lo so bene che ciascuno di noi fa ciò che può, perchè quando esci dal lavoro con poche soddisfazioni e molto stress, si fa fatica a pensare anche agli altri.
Però dobbiamo ragionarci su queste cose, seriamente e con la massima urgenza.
Perchè dare tutta la colpa all'Is non è corretto e non ci aiuta a migliorare le nostre vite.
Anzi, un mio amico psichiatra sostiene che l'Is ci può aiutare a darci la spinta per cercare di cambiare le modalità insensate e a volte quasi folli del nostro vivere.

   

venerdì 1 aprile 2016

dal narcisismo all'amore

La cosa essenziale della vita è amare ed essere amati, l'ostacolo più grande che si frappone è il narcisismo.
Per molti di noi la vita è un viaggio dal narcisismo all'amore, dal bisogno compulsivo di essere amati, desiderati, apprezzati, alla capacità di amarsi e di amare gli altri veramente.
Il narcisista non si ama, ha una bassissima autostima, ha bisogno continuamente di altri che lo apprezzino, lo lodino, lo ammirino, perchè da solo non ce la fa, non riesce proprio a volersi bene, a darsi e a dare quel calore umano che permette il dialogo amoroso con se stesso e con gli altri, che rende capaci di affrontare fiduciosi le difficoltà della vita.
Solo se si è veramente amati da qualcuno, si può sapere con certezza che si può essere oggetto d'amore, che si è degni d'amore, si può sapere che l'amore esiste veramente e in cosa consiste. 
Se ciò non accade, si deve fare una fatica degna di un eroe, per arrivare a credere di potere essere degni d'amore nella speranza di incontrare qualcuno che si lasci amare da noi e che ci ami davvero. 
La psicoterapia può servire anche a questo, anzi, secondo me, è uno degli scopi più impegnativi e importanti che può cercare di raggiungere.
Anche perchè al narcisismo si attaccano come cozze depressione, paranoia, ansie, panico.
Superare il narcisismo significa acquisire una visione positiva di sè, degli altri, della vita. Significa poter godere davvero delle cose belle della vita. Significa essere veramente liberi. Liberi di amare e di lasciarsi amare gratuitamente.


venerdì 12 febbraio 2016

Genitori adolescenti? No grazie.

Due domeniche fa una gara ufficiale di calcio tra due squadre di ragazzi di 14-15 anni che si svolgeva in provincia di Modena è stata interrotta definitivamente dall'arbitro perchè in tribuna parecchi genitori dei ragazzi che stavano giocando si sono azzuffati tra di loro insultandosi e dandosele di santa ragione. 
Poichè la cosa non cessava nonostante i reiterati inviti degli allibiti ragazzi ai loro genitori affinchè la smettessero , l'arbitro ha mandato i giocatori negli spogliatoi.

Il giudice sportivo ha identificato i genitori responsabili del fatto, ha vietato loro di partecipare a gare sportive per un anno, ha comminato una multa di mille euro alle due società, ha ordinato che le prossime due gare si svolgessero a porte chiuse e ha dato partita persa ad entrambe le società, le quali, ad onor del vero, non c'entravano nulla, essendo anche, pare, due società dilettantistiche particolarmente serie e tranquille.

La notizia è inquietante, la classica punta dell'iceberg. Quale maturità dimostrano i genitori che vanno oltre un leale tifo sportivo per i propri figli, che non rispettano l'avversario e, quando è il caso, ne riconoscono il maggior valore, che vogliono la vittoria ad ogni costo, che danno sempre la colpa agli arbitri di tutto? 
Genitori adolescenti mai diventati maturi? No, grazie.

martedì 9 febbraio 2016

la maturità è in via di estinzione?



Dove sono gli uomini e le donne adulte, coloro che hanno lasciato alle spalle i turbamenti, le contraddizioni, le fragilità, gli stili di vita, gli abbigliamenti, le mode, le cure del corpo, i modi di fare, perfino il linguaggio della giovinezza e, d'altra parte, non sono assillati dal pensiero di una fine che si avvicina senza che le si possa sfuggire?
Dov'è finito il tempo della maturità, il tempo in cui si affronta il presente per quello che è, guardandolo in faccia senza timore?
Ne ha preso il posto una sfacciata, fasulla, fittiziamente illimitata giovinezza, prolungata con trattamenti, sostanze, cure, diete, infiltrazioni e chirurgie; madri che vogliono essere e apparire come le figlie e come loro si atteggiano, spesso ridicolmente. Lo stesso per i padri, che rinunciano a se stessi per mimetizzarsi nella "cultura giovanile" dei figli.

Gustavo Zagrebelsky
Senza adulti, pagg. 46-47
Einaudi ed., 2016

martedì 12 gennaio 2016

andrea camilleri

Amo il novantenne Andrea Camilleri, il creatore del commissario Montalbano, amo il Camilleri uomo prima ancora dello scrittore. Il padre o il nonno che tutti vorremmo avere, perchè conosce gli uomini e sa raccontarli. Amo la sua umanità.
In una intervista, alla considerazione che ci sono persone che a un certo punto della loro vita hanno la sensazione che quello che dovevano fare l'hanno già fatto e per questo si sentono senza scopo, il laico Camilleri risponde con un folgorante:
" Quello che dovevano fare l'hanno fatto, ma quello che avevano da conoscere, l'hanno conosciuto? 
Io sono curioso e la curiosità è infinita. Perchè non conoscere ancora? 
La storia di cui io faccio parte continua attorno a me, perchè me ne devo disinteressare? 
La curiosità per gli altri... 
La curiosità anche nel momento in cui stai per morire: (ridendo) chissà cosa ci aspetta?"

mercoledì 30 dicembre 2015

2016: un anno migliore

Pensando al 2016, un caro amico mi dice che è stanco di concepire la vita all'insegna delle tre S che, secondo lui, vengono ossessivamente proposte come valori da realizzare a tutti i costi nella nostra società per essere felici: Soldi, Sesso e Successo.
Se proprio si devono trovare tre parole-simbolo desiderabili che iniziano con la lettera S, lui propone Serenità, Salute e Semplicità. Sono d'accordo.
Certo, per realizzarle, bisogna impegnarsi. E' facile lasciarsi travolgere dall'ansia e dall'angoscia, dimenticarsi di prendersi cura del nostro corpo e della nostra psiche, perdere di vista le cose essenziali e naturali della vita.
Ma, soprattutto, ciò che molte volte ci rende difficile l'esistenza è la ricerca dell'Assoluto, in tutte le sue forme (Amore, Benessere, Bellezza, Giustizia, ecc.), unitamente alla mancanza di rispetto della relatività e dell'umana imperfezione di noi e degli altri.

Mi piacerebbe un 2016 dove ciò che è troppo basso cresca e ciò che è troppo alto cali, dove l'equilibrio tra gli opposti sia una condizione reale, ricercata come valore; un equilibrio non statico, ma dinamico, che non si identifichi con gli estremi.
Vorrei che perdessero di valore gli sport estremi, la ricerca di sensazioni estreme, perchè sono convinto che si può stare meglio senza porsi l'esagerazione come obiettivo assoluto da ricercare.
Vorrei che ciascuno si ascoltasse e cercasse di realizzare ciò che sente davvero importante per il proprio bene, rispettando la propria natura e la diversità degli altri.

Auguro di cuore a ciascuno di trovare dentro di sè le energie per stare meglio e per contribuire a fare del 2016 un anno migliore per tutti. 

lunedì 21 dicembre 2015

significati psicologici del Natale


Per chi è credente il Natale ha un valore fondamentalmente religioso. Ma anche chi non è credente può trovare in questa ricorrenza valori significativi.
Mi riferisco al valore simbolico della nascita, qualcosa che nasce dentro di noi, ci arricchisce e ci spinge a trasformarci in senso positivo, ad avere più fiducia e amore per la vita, per noi stessi e per gli altri.
Ama il prossimo tuo come te stesso, in termini psicologici, significa sottolineare il fatto che dobbiamo amare noi stessi come amiamo gli altri, non di più né di meno.
Cacciare i mercanti dal tempio significa dare valore a ciò che siamo e a ciò in cui crediamo, superando la logica narcisistica del perseguire il proprio guadagno a spese degli altri.
Chi è senza peccato scagli la prima pietra significa ricordarsi che tutti noi, in quanto esseri umani, abbiamo delle debolezze e quindi non avere timore di riconoscerle per migliorarci e smetterla di pensare che solamente gli altri siano i colpevoli di tutto ciò che riteniamo sia male.

Ricordo ancora una mattina di tanti anni fa, quando, svegliandomi, ricordai un sogno che avevo fatto nella notte: nel sogno si sapeva che la mia religione era di permettere ad ogni persona di avere la propria religione. In termini psicologici ciò significa permettere a ciascuno di essere ciò che veramente è.

Non è importante che uno sia credente o non credente, che sia ateo o che professi un qualsiasi credo religioso,  l'importante è che ciascuno riconosca le propria verità, i propri valori e cerchi di realizzarli concretamente attraverso una serie continua di nascite (e morti) successive, intendendo la vita come una continua ricerca di senso individuale, una serie continua di trasformazioni e prese di coscienza che avvengono in noi anche grazie all'ascolto e a relazioni rispettose di chi la pensa diversamente da noi.
E' triste che non avvengano nascite nella nostra vita interiore, che ci fossilizziamo troppo a lungo in credenze e certezze assolute. E' qualcosa che assomiglia allo stare in una palude, in un luogo senza relazioni con l'altro, in qualcosa che è simile alla freddezza e immobilità della morte.
Quindi il valore simbolico del Natale risiede per me in questo: un inno alla vita immaginata e vissuta come trasformazione continua, una nascita continua della consapevolezza di ciò che costituisce la nostra essenza individuale e della nostra capacità di relazione positiva con gli altri.

Qui sotto trovate un video con la straordinaria voce di Enya e con immagini molto suggestive che vi suggerisco di guardare a schermo intero per goderle nei particolari.


Auguri quindi per un Natale interiore e psicologico di crescita personale che duri tutto l'anno e non sia limitato ad una giornata sola.







lunedì 2 novembre 2015

sentirsi inutili


Forse non ce ne rendiamo conto, ma siamo spesso dominati da sentimenti di inutilità.
A volte pensiamo che non si possa cambiare il mondo, anche se non ci piace per niente.
A volte pensiamo che le cose inevitabilmente andranno male sempre di più.
A volte pensiamo che i rapporti umani diventeranno sempre peggiori.
A volte pensiamo che sia inutile fare politica, perchè tanto non cambierà nulla.
A volte pensiamo che chi controlla i mercati finanziari continuerà ad imporci il suo potere.
A volte pensiamo che la tecnica e la tecnologia ci domineranno sempre più.
A volte pensiamo che saremo sempre più dei consumatori e sempre meno degli individui che pensano con la loro testa.
A volte pensiamo che la televisione ci farà sempre più il lavaggio del cervello.
A volte pensiamo che la gente sarà sempre più schizzata, incazzata, aggressiva e paranoica.
A volte pensiamo che non troveremo mai qualcuno che ameremo e che ci amerà.


Proviamo qualche volta a pensare che tutti questi pensieri ci tolgono lo spazio necessario per ascoltare la nostra diversità, la nostra autenticità, la nostra verità personale.
Proviamo a pensare che non siamo una cosa, un numero, un clone di qualcun altro, che possiamo essere anche in disaccordo con la maggioranza delle persone senza per questo essere pazzi o malati.
Proviamo a pensare che se non facciamo più distinzione tra ciò che a noi pare bene e ciò che ci sembra male, diventiamo amorfi, inconsistenti, completamente inutili.
Proviamo a pensare che se non mettiamo in pratica noi le virtù che desideriamo negli altri, dobbiamo incolpare anche noi stessi, oltre agli altri.
Stiamo col pensiero su di noi, riflettiamo su come ci comportiamo, sul bene o sul male che creiamo con le nostre azioni.
Proviamo a pensare un po' meno a quello che di male fa il mondo e concentriamoci un po' di più su quello che di buono potremmo fare noi.

C'è bisogno di sentirci meno inutili, altrimenti siamo già annullati, resi sterili, disumanizzati: chi vuole dominare il mondo, ne avrà guadagnato un'altra piccola fetta.  





martedì 20 ottobre 2015

il senso della nostra vita

A volte mi viene la sensazione che ci stiamo allontanando sempre di più da una percezione naturale della vita, soprattutto riguardo alla sua durata, che non è infinita.
Mi capita sempre più spesso di incontrare persone che vivono esclusivamente nel presente, come se la vita fosse tutta lì e il passato e il futuro non avessero la minima importanza. Altre vivono esclusivamente nel futuro, pensando o immaginando continuamente quello che potrà accadere loro (di bello o di brutto), ma trascurano di prendersi cura della loro realtà immediata. Altre vivono esclusivamente nel passato, pensando ossessivamente sempre agli stessi rimpianti, ai medesimi episodi di vita vissuta, ai presunti sbagli fatti o alle gioie vissute che non ritorneranno mai più.

Raramente incontro qualcuno che è serenamente cosciente di essere proprio lì dove temporalmente è, nel presente, con la consapevolezza di aver avuto un passato che, bello o brutto che sia stato, però è passato (e magari gli ha insegnato anche tante cose importanti), ricordandosi che davanti a sè ha un futuro, che potrà cercare di indirizzare proprio là dove desidera, utilizzando le esperienze positive e negative vissute in precedenza.

Siamo troppo ossessionati dal confronto con gli altri, siamo troppo dipendenti dalla ricerca ossessiva del benessere e diamo troppa importanza alla perfezione del nostro corpo e delle nostre prestazioni. 
Il confronto con gli altri spesso ci fa stare male e, per primeggiare, nascondiamo a noi stessi le nostre ombre (che continuano però a farci paura), invece di pacificarci con esse, di integrarle in un nostro modo più naturale di stare al mondo.

Non riusciamo più ad accettare di avere caratteristiche fisiche e mentali diverse da quelle degli altri, di avere una nostra individualità, che non potrà essere solo la somma di un insieme di perfezioni. Vorremmo eliminare i nostri difetti, primeggiare in ogni cosa, essere i numero uno, ma questa ricerca ci toglie energie, a volte ci schianta e, alla fine, ci deprime.
Si dà sempre meno valore alle differenze individuali, ai diversi ritmi di sviluppo dei bambini, ad esempio, che devono crescere rispettando parametri standard di prestazioni in tempi prestabiliti, pena la certificazione sempre più diffusa di strutture deficitarie di personalità.

Su tutti noi aleggia lo spettro dell'emarginazione: se non si è all'altezza degli altri, si finisce male.
Si arriva così a valutare noi stessi solamente in base ai risultati, alle competenze raggiunte, e dopo anni ci si accorge magari che non si riesce a capire che senso ha avuto la strada che abbiamo scelto, le decisioni che abbiamo preso in nome della ricerca del successo o del benessere. 
A volte ci accorgiamo di esserci allontanati dalla nostra essenza, dalla nostra naturalezza, e ci sentiamo ansiosi, tristi o depressi.
Inizia allora una specie di corsa a ritroso, come se cercassimo di tornare indietro su una scala mobile, per andare a recuperare il senso della nostra vita, ciò che siamo veramente, che per tanto tempo avevamo trascurato.

Se possiamo, quindi, cerchiamo sempre di rimanere in contatto con noi stessi, con la nostra autenticità, perchè è solo dentro di noi che possiamo trovare il senso del nostro stare al mondo, che spesso cerchiamo, a lungo e inutilmente, esclusivamente nel mondo esterno.  

lunedì 5 ottobre 2015

in cosa consiste una psicoterapia?


L'essenza di una psicoterapia o di un'analisi, a mio parere, consiste in questo: che progressivamente si stabilisce un sincero rapporto umano tra il paziente e il terapeuta, in virtù del quale il primo si sente libero di raccontare il più possibile di sè (ciò che veramente pensa, ciò che veramente sente, in una parola, le sue verità vere), mentre il terapeuta deve riuscire a fare tre cose: non spaventarsi di ciò che il paziente gli racconta, rimanendo sinceramente fiducioso sulla possibilità di un buon esito della terapia; distinguere sempre meglio cosa fa parte dell'autenticità psichica del paziente e, infine, trovare i modi e i tempi giusti per aiutare il paziente ad arrivare ad avere sempre più comprensione e affetto per la propria essenza e la propria vita (comprese le difficoltà). 
In definitiva, per come lo intendo io, il lavoro psicologico è una specie di allenamento a diventare sempre più consapevoli della propria autenticità e ad acquisire il coraggio di viverla il più possibile nella propria vita quotidiana.
Nella misura in cui ciò avviene, cresce il rispetto per gli altri e il desiderio di collaborare con loro nella realizzazione di mete comuni.   

giovedì 18 dicembre 2014

un regalo di Natale


Qual'è il più bel regalo che possiamo fare ai nostri figli per Natale?
Una maggiore fiducia in se stessi
Da un lato, evitando di denigrarli, di umiliarli, di accusarli con troppa facilità, facendo loro credere che non ce la potranno mai fare; dall'altro lato, evitando di far loro credere che si può migliorare senza fatica. Molto semplicemente, credendo in loro, nelle loro possibilità.
E anche noi genitori dobbiamo smettere di credere che essere genitori sufficientemente buoni sia quasi impossibile o, al contrario, che i figli ce la possano fare da soli: dobbiamo credere in noi come genitori!
I figli hanno bisogno dei genitori, hanno bisogno di qualcuno di cui possano fidarsi, che non tarpi loro le ali, nè che, al contrario, li esalti.
Dobbiamo far loro capire che possono anche sbagliare senza venire condannati per sempre, e che, d'altra parte, è bene che si impegnino a imparare qualcosa di nuovo, ad andare oltre i propri attuali limiti esistenziali.
I miglioramenti, in tutti i campi, non avvengono per caso o magicamente, ma in conseguenza di un consapevole impegno al quale dobbiamo attribuire un senso, senza il quale non andremo mai da nessuna parte.
La domanda fondamentale dell'esistenza è quella di senso: che senso ha la mia vita? Che senso ha fare questa o quella cosa? Che senso ha impegnarsi in qualcosa? Che senso ha non fare nulla dalla mattina alla sera? Dove voglio cercare di andare? In quale direzione? 
Sapendo che non c'è mai la certezza del risultato, ma nemmeno la certezza dell'insuccesso, e che ciò che fa davvero la differenza è cercare di fare qualcosa a cui io attribuisco un senso, che difficilmente riuscirò in tutto, ma che già un risultato parziale è un buon successo.
Dico queste cose perchè troppo spesso mi capita di vedere giovani senza speranza, senza ideali per cui lottare, senza una mappa delle strade che possono condurre verso la realizzazione dei loro più veri desideri, che spesso non conoscono nemmeno. E ancora, giovani che sono alla perenne ricerca di scorciatoie, di strade che portino a risultati importanti senza fare fatica, giovani cui manca completamente il piacere di accrescere le proprie capacità, affrontando le difficoltà.
E' la tentazione di tutti i genitori, quella di fare in modo che i propri figli non debbano faticare e soffrire, ma molte volte, se si esagera, non si permette loro di forgiarsi e quindi di far crescere la loro esperienza che ce la possono fare. Spesso otteniamo il risultato contrario: gli facciamo passare la voglia di fare fatica, di poter arrivare a dire: è stata dura, ma ce l'ho fatta!


venerdì 14 novembre 2014