mercoledì 16 settembre 2020

per una ecologia della mente

 Oggi una mia paziente mi ha chiesto: vorrei sapere cosa ne pensa lei di quelli che, irrazionalmente, negano l'evidenza dei fatti, cioè la contagiosita' e la mortalità  del Covid e sostengono che non esiste, di quelli che pensano che c'è qualcuno che ci vuole limitare la libertà e danneggiarci coi vaccini, ecc.

Io credo che ciascuno possa avere le proprie opinioni, che possa non credere alla scienza o alla medicina, e in generale avere delle opinioni diverse su qualsiasi tema ed argomento. Ci mancherebbe! Non è questo il problema! 

Io sono preoccupato quando vedo il terrore profondo che anima certe persone che devono essere sicure al 100% che le loro idee sono giuste e questa sicurezza è così profondamente interiorizzata che qualunque cosa un altro possa dire per invitarli a un dialogo razionale, non la ascoltano nemmeno o la ascoltano con sufficienza per un po' per poi ribadire con assoluta certezza il loro incontrastabile punto di vista. Questo mi spaventa, perchè nella mia esperienza lavorativa ne ho visti parecchi di pazienti con tratti di personalità paranoici coi quali qualsiasi dialogo razionale è impossibile e so che una umanità composta di persone siffatte non può che portare ad avere sempre dei nemici da combattere ed eliminare. 

I paranoici non possono vivere senza nemici, perchè dividono il mondo con un taglio netto in due fette: da una parte chi la pensa come loro (amici) e dall'altra chi la pensa diversamente da loro (nemici) e tra queste due fette c'è uno spazio che rimane tristemente vuoto, inaccessibile al dialogo; al confine non ci si può trovare per parlare e dialogare perchè mors tua, vita mea: quindi devo eliminarti: URSS contro USA, guerra fredda, bombe atomiche, il dottor Stranamore (ricordate?), mentre anche oggi Trump è orgoglioso di annunciare al mondo che è l'unico ad avere delle armi che possono eliminare una volta per tutte qualsiasi nemico.

E' la violenza assoluta anche solo verbale verso l'altro che mi spaventa, la violenza che nasce dal terrore di soccombere, di essere finito se ciò che pensa l'altro si rivelasse vero. E da ciò nasce la necessità di eliminare l'altro, per sopravvivere, per non morire. Immaginate cosa sarebbe la nostra società se aumentasse sempre più il numero delle persone con le quali è impossibile dialogare, che o la pensi come loro o sei una minaccia da eliminare.

Chiunque ha avuto a che fare con una persona con dei tratti paranoici di personalità sa di cosa sto parlando: l'impossibilità di un dialogo, di un confronto civile, perchè per un paranoico non ha diritto di esistere niente che sia diverso dalla sua verità.

Credo che bisognerebbe far nascere intese a livello globale per cercare di affrontare questo problema, che non ha meno valore di quello ecologico: l'ecologia della mente non è meno importante dell'ecologia della Terra! 

Mentre dico questo sento già la critica che farebbe il gruppo di paranoici: "ecco, vedi, il paranoico sei tu, che hai paura di noi, sei violento e ci vorresti togliere di mezzo, noi invece con la nostra lotta vogliamo salvare anche te"! E questo è esattamente il punto aldilà del quale non si riesce ad andare nel dialogo razionale con i paranoici a meno che non si riesca con molta fatica a portarli ad avere più autostima, a sentire dei sentimenti caldi e affettuosi per sè, in modo che non siano così tanto spaventati dal mondo esterno, dagli altri. Ogni volta che riusciamo a raggiungere una sufficiente autostima o aiutiamo gli altri a farlo, stiamo togliendo spazio alla paranoia e quindi stiamo migliorando il mondo, stiamo allargando gli spazi del rispetto, del dialogo e dell'amore reciproco. 

Ecco, adesso posso dirvi cosa ho risposto oggi alla domanda della mia paziente: 

temo che sempre più persone diventino paranoiche sia a livello individuale che a livello sociale più di quanto io tema il Coronavirus o qualsiasi altra cosa.




giovedì 10 settembre 2020

il medico di famiglia

 


Credo molto nell'utilità del medico di base (o di famiglia, o di medicina generale, che dir si voglia).

Penso che ciascuno dovrebbe avere un medico di base che lo ascolti con attenzione e che non si concentri solo sulla parte del corpo malata, perché spesso quella parte del corpo è malata anche perché c'è qualcosa che non va dal punto di vista psicologico.
Alcune statistiche dicono che almeno il 40-50% dei problemi fisici portati al medico di base hanno come causa o concausa problemi psicologici: solitudine, ansia, depressione, ipocondria, ossessioni, ecc.

So che non è facile trovare medici di base che si interessino anche dello stato emotivo del paziente, ma credo che bisognerebbe cambiare medico fino a quando non se ne trovi uno col quale sia possibile avere una relazione fatta anche di un minimo di ascolto e di dialogo, che, ad esempio, ci chieda e poi si ricordi come, dove e con chi viviamo.

Purtroppo l'università non dà una formazione adeguata al medico riguardo alla relazione emotiva col paziente e quasi tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
E' vero che la professione medica è sovraccarica di incombenze e problemi burocratici e non penso che il medico dovrebbe fare anche lo psicologo, però almeno un pochino sì.

Solamente negli ultimi anni, a causa dei tagli alla spesa pubblica nel settore della sanità, sembra che si stia pensando di offrire ai medici un po' di formazione sul rapporto psicologico col paziente, al fine di risparmiare sulle prescrizioni dei farmaci.
Speriamo che la crisi economica abbia almeno questo effetto collaterale positivo!

mercoledì 9 settembre 2020

Carpe diem (cogli il giorno)


Sulla necessità di vivere il tempo presente senza indugiare troppo sul passato o senza pensare troppo al futuro sono stati scritti molti saggi e trattati.

Nel primo secolo a.C. Orazio scrisse questa breve e semplice poesia intitolata Carpe diem, che forse compendia in sé tutto quello che di veramente importante si può dire sull'argomento.

A mio parere non è un inno a godere unicamente l'attimo presente e a fregarsene di tutto il resto (come purtroppo capita spesso di veder fare al giorno d'oggi),  è piuttosto un invito ad onorare ogni momento della vita che ci è concesso vivendola a fondo con consapevolezza, senza sprecarla inutilmente in vani lamenti o in desideri inappagabili di immortalità (oggi si parlerebbe di mindfulness o buddhità).

Mi è anche venuto da pensare che accostando al Carpe diem (cogli il giorno) di Orazio il Panta rei di Eraclito (tutto scorre, la realtà è in continuo divenire), si ha una sintesi degli aspetti statici e dinamici della realtà, che sempre si trasforma ma che può essere vissuta consapevolmente in ogni momento. 

E' curioso che mi sia capitato di rileggere questa poesia per caso dopo tanti anni, mentre facevo delle ricerche su internet per risolvere la definizione di un cruciverba che riguardava Orazio (!). L'avevo forse studiata al liceo tanti anni fa, ma quando l'ho riletta mi ha attirato e affascinato: per qualche minuto ho avuto la necessità di rileggerla più volte lentamente, gustandola come un ottimo vino rosso pregiato, sorso dopo sorso.   

Eccola (notate la forza del primo e del quinto verso):


Tu non chiedere, è vietato sapere 

quale fine a me, quale a te 

gli dei abbiano assegnato, o Leucone,  

e non consultare la cabala babilonese. 

Quanto è meglio, qualsiasi cosa sarà,  accettarla!

Sia che Giove abbia assegnato più inverni, 

sia che abbia assegnato come ultimo

quello che ora sfianca con le scogliere di pomice 

che gli si oppongono il mare Tirreno, 

sii saggia: filtra il vino 

e ad una breve scadenza limita la lunga speranza.

Mentre parliamo sarà fuggito, inesorabile il tempo: 

cogli il giorno, il meno possibile fiduciosa in quello successivo.

Orazio (Carm. 1,11)

mercoledì 2 settembre 2020

la scala che sale verso il cielo

 


Fin da piccolo gli avevano detto che il senso della vita consiste nel salire più in alto possibile, vincendo la concorrenza degli altri.

Così, quando camminando trovò una scala che saliva diritta verso il cielo, non esitò ad afferrarla e cominciò ad arrampicarsi con gioiosa energia.
Gradino dopo gradino si innalzava sempre più dalla terra e più saliva, più era felice.
Provava la piacevole ebbrezza di fare qualcosa di bello e di buono, qualcosa che tutti gli altri approvavano e avrebbero desiderato fare.
Vedeva che intorno a lui c'erano molte altre scale con altri arrampicatori, ma lui era davvero veloce nel salire, mentre gli altri rimanevano inesorabilmente più in basso. Questa consapevolezza lo rendeva felice, perché si rendeva conto di essere migliore, più capace degli altri.

Negli anni era salito così in alto che pochi avevano raggiunto la sua altezza e la terra era molto, molto più in basso.
Poi un giorno fece una cosa che non aveva mai fatto: si sporse, guardò di sotto ed ebbe un capogiro, sentì la paura di cadere di sotto e si aggrappò con tutta la sua forza alla scala, col cuore che batteva forte, cercando di recuperare la sua freddezza, ma niente ormai era più come prima.
Aveva perso la sua grande sicurezza, aveva vacillato, e le gambe erano percorse da un tremore nuovo, sconosciuto e fastidioso. Il respiro si era fatto corto e un po' ansimante, il cuore sembrava impazzito: aveva paura di cadere di sotto, di schiantarsi, si rese conto che era salito tanto in alto che una caduta improvvisa gli sarebbe stata fatale.
Così si ritrovò nel dubbio: una parte di lui voleva restare in alto, a godersi i meriti della posizione di privilegio che si era guadagnato con la sua capacità di scalatore, mentre un'altra parte gli faceva intendere che sarebbe stato meglio scendere gradualmente verso il basso.
Guardava giù e pensava a come stavano bene quelli che erano in basso, sulla terra, loro sì che potevano muoversi tranquillamente senza correre il rischio di precipitare.
Lui rimase lì, fermo, bloccato, con gli occhi chiusi, incapace sia di salire che di scendere, con le mani che stringevano con forza quella scala che aveva salito con tanto slancio e tanta felicità per tutta la sua vita.

venerdì 28 agosto 2020

salvare il rapporto con i figli che crescono

 



Mi capita spesso di essere contattato da coppie di genitori che mi chiedono se posso aiutare il loro figlio ormai maggiorenne, perchè loro non riescono più ad avere con lui nessun dialogo costruttivo. La prima cosa che generalmente chiedo è se il figlio ha espresso il desiderio di andare da uno psicologo. Una parte dei genitori risponde di no, che non ne vuole proprio sapere ma che bisognerebbe convincerlo. Però è impossibile convincere un adolescente ad andare dallo psicologo se ritiene di non averne bisogno. I più non accettano di venire a parlarmi neanche una sola volta. Chi viene ha un solo argomento che può fargli cambiare idea, però solo se il ragazzo soffre della situazione in famiglia. L'argomento è: se vieni qui non vieni per diventare quello che vogliono i tuoi genitori, ma per cercare di avere un aiuto a stare meglio tu, a capire davvero chi sei e cosa vuoi, insomma ad ascoltarti e poter dialogare con qualcuno che ti ascolta, che dà valore a quello che pensi e dici e che non ti vuole far diventare quello che vuole lui.

A volte il ragazzo accetta e inizia un lavoro che lo porta a stare meglio, a diventare davvero più se stesso, a intraprendere un percorso individuale di crescita che lo porta ad essere più autonomo, ad occuparsi seriamente dei suoi problemi e finalmente a distaccarsi in un modo positivo dai suoi genitori. 

Perchè un adolescente accetta di cominciare a fare un lavoro psicologico con me? Perchè io, dicendogli queste cose, gli ho detto esattamente quello che lui avrebbe sempre desiderato sentirsi dire dai suoi genitori e che purtroppo loro non hanno mai detto e in più gli ho fatto sentire che il suo destino è nelle sue mani e che io ho fiducia che lui possa farcela a trovare la sua strada.

Ma com'è che a 18-20 anni in famiglia non c'è la fiducia tra genitori e figli? ( quasi sempre la fiducia manca da entrambe le parti: i figli non si fidano dei genitori e viceversa). Com'è che non si riesce a parlare? Il problema non è nato da qualche giorno, ma è cresciuto nel tempo, forse è cominciato quando il figlio era piccolo piccolo e si è alimentato ogni anno di più, oppure è nato a un certo punto, fatto sta che si è creata una frattura. Ecco, questa frattura non dovrebbe esserci mai e per scongiurarla c'è solo un metodo: non fare finta di niente, non abbandonare il campo quando si avvertono i primi scricchiolii della relazione. E' come quando non si sente più il battito del cuore e nei film un dottore dell'equipe medica che sta operando il paziente dice la famosa frase: Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo! E' proprio in quel momento che bisogna moltiplicare gli sforzi, immaginare anche l'impossibile, gettando in campo tutte le energie e gli aiuti disponibili. 

Se si rompe definitivamente il rapporto, se il figlio non stima più i genitori, se ritiene di non essere da loro visto, se sente che recitano frasi di rito o lo minacciano solamente, il figlio taglia la relazione. E' troppo penoso per un figlio dialogare con un genitore che non lo vede e non ha fiducia in lui.

So che non è facile, so che ci sono dei momenti difficilissimi, ma bisogna fare di tutto per salvare la relazione, anche prendendo il figlio e dicendogli sinceramente col cuore in mano: non ci capisco più niente, per piacere aiutami tu. 

Spesso funziona.  

venerdì 21 agosto 2020

elogio dell'imperfezione

L'attrice Jeanne Moreau

Per vivere bene non si deve solo cercare di migliorare la propria bellezza interiore o esteriore, bisogna anche accogliere le proprie ombre, le proprie mancanze, i propri difetti  e proprio in virtù di questi aprirsi alla consapevolezza di dover accettare di avere dei limiti senza sentirsi in colpa. I confini e i limiti, infatti, sono inevitabili perche' nessun essere vivente può crescere all'infinito o diventare perfetto. 

Chi, senza colpevolizzarsi, riesce a essere consapevole dei propri limiti e a conviverci, pur cercando di migliorarsi, é  nella condizione ideale per poter vivere serenamente. Chi invece si abbatte per le sue imperfezioni non è di giovamento né a sé né  agli altri, esattamente come chi non accetta che anche gli altri possano essere imperfetti. Gli artisti Zen lasciavano sempre un piccolo particolare imperfetto nelle loro opere, per ricordare che l'importante è avere il desiderio di migliorarsi, non di raggiungere la perfezione.

Invece molte volte capita di non essere contenti di se stessi perché si ha il timore di non piacere agli altri, di non essere da loro apprezzati. Questa è una dipendenza veramente terribile perché si pensa che per essere benvoluti  e amati sia necessario essere sempre perfetti nel corpo e nell'anima e così si passa la vita nell'ansia perenne di rimanere soli. Spesso questo problema deriva dal fatto di non essersi sentiti amati a sufficienza dai genitori, nonostante tutti gli sforzi fatti per dimostrarsi degni del loro amore. Bisognerebbe cercare di uscire al più presto  da questa dipendenza e imparare ad amarsi e a cercare qualcuno che ci ami globalmente, per quello che siamo,  limiti compresi. Non ha senso amare solo alcune parti di se stesso o di un'altra persona:  l'amore vero non ammette sezionamenti!

Per un figlio è molto faticoso avere dei genitori che tendono ad aspettarsi  da lui la perfezione: è una condizione che costringe a sforzi senza fine per migliorarsi, senza potersi mai rilassare e gioire della vita. Una persona che ha la necessità di essere sempre perfetta è sempre in tensione, come un equilibrista che cammina su un filo, perennemente attento a non fare un passo falso per non cadere giù e farsi male.

In realtà,  i rapporti affettivi più belli sono quelli nei quali si possono manifestare reciprocamente le proprie ombre e i propri limiti,  sentendosi comunque accettati, compresi e amati per ciò che si è.

Quando la grande attrice Jeanne Moreau diventò vecchia, le chiesero come mai non si faceva togliere dal chirurgo estetico le rughe che le imbruttivano il volto, come avevano fatto tante sue colleghe e lei rispose che non ci pensava proprio, che le piaceva guardarsele perchè le ricordavano tutta la vita che aveva vissuto!


giovedì 13 agosto 2020

elogio della immaginazione

 Uno degli slogan più noti del '68 era "L'immaginazione al potere". Credo che questa frase, depurandola degli eccessi post-sessantottini, possa aiutarci a riflettere su di noi e su alcuni aspetti attuali della nostra società. Per prima cosa cercherò di chiarire il significato della parola immaginazione perchè spesso la si confonde con la fantasia, anche se sono due cose molto diverse tra loro.

A tal riguardo faccio due esempi. Se pensiamo al modo in cui potremmo spendere i soldi ricavati da una eventuale vincita alla lotteria, stiamo facendo un esercizio di fantasia. Se, invece stiamo cercando di individuare quale potrebbe essere il viaggio più bello da fare in ferie con la nostra automobile, stiamo servendoci dell'immaginazione.

Infatti, la differenza tra fantasia e immaginazione è che la prima ha per oggetto qualcosa che non è reale (non abbiamo vinto nessun premio alla lotteria), mentre la seconda ci serve per trovare la migliore soluzione ad un nostra scelta di vita reale (come realizzare il massimo possibile di piacere dal nostro viaggio).

Visto che l'immaginazione riguarda situazioni di vita reale, si capisce quanto sia importante usarla per orientare le nostre scelte quotidiane,  per non farle dipendere esclusivamente da quello che fanno generalmente gli altri o da ciò che abbiamo già fatto in passato. 

Metterci in contatto con la nostra capacità immaginativa può davvero migliorare molto la nostra vita. 

Se, ad esempio, prima di fare una scelta che ci sembra scontata o obbligata, ci ascoltiamo un attimo chiedendoci cosa davvero preferiremmo fare, ci può capitare di entrare in contatto con una idea o prospettiva mai pensata prima, che sentiamo essere la più vera per noi, anche se a qualcuno potrebbe apparire bizzarra o strana.

Per permetterci di fare ciò che la nostra immaginazione ci suggerisce, bisogna dare valore a ciò che ci viene in mente, chiederci cosa è davvero meglio per noi, consultando anche la nostra razionalità e il sentimento, poi, valutati tutti i pro e contro, faremo la scelta che ci apparirà migliore.

Rimanere in contatto con l'immaginazione é  fondamentale anche a livello sociale. Se ci lasciamo sempre la porta aperta per raffigurarci qualcosa di diverso rispetto all'esistente, anche la società può trarne giovamento. I cambiamenti, nella storia dell'umanità, sono avvenuti perchè qualcuno ha cominciato a immaginare qualcosa di nuovo, vincendo la paura di essere additato come strano o addirittura pazzo.

L'immaginazione ci aiuta a superare l'idea che non si possano cambiare le cose, che non ci sia un futuro migliore, ci permette di evadere dalla prigione del già fatto, già detto, già sentito. Ci immunizza dalle frasi fatte, dagli slogan ripetuti ad oltranza, dalla violenza di chi vuole convincerci che non ci siano altre strade, altre possibilità di cambiamento.  

Quindi, dopo più di 50 anni dal '68, mi verrebbe  da dire: ricordiamoci che l'immaginazione ha un grande valore per il nostro benessere individuale e collettivo, contattiamola spesso e facciamola sedere al nostro tavolo di comando interno alla pari con la ragione, il sentimento, l'intuizione e la concretezza!

    


     

giovedì 6 agosto 2020

il nuovo fuori e dentro di noi


Quando decidiamo di fare un viaggio, desideriamo che qualcuno ci organizzi con precisione tempi e luoghi da visitare oppure preferiamo mantenerci la possibilità di deviare dai programmi prestabiliti per seguire l'estro del momento?
Quando andiamo in vacanza, ci piace di più tornare nel solito posto dove sappiamo già che ci siamo trovati sempre bene o preferiamo esplorare luoghi finora mai visitati?
Ci attira di più un lavoro che ci richiede di seguire procedure, tempi e ritmi standardizzati o uno che ci consente maggiore libertà di organizzazione?
Ci piace di più stare sempre con gli stessi amici coi quali ci troviamo in sintonia o ci fa piacere anche provare a frequentarne dei nuovi?
Mangiamo sempre i cibi che ci piacciono o preferiamo provarne dei nuovi?
Preferiamo vedere vecchi film, rileggere vecchi libri e ascoltare canzoni del passato o provare a guardare, leggere e ascoltare qualcosa di nuovo?

Per queste domande non esiste una risposta giusta e una sbagliata. Ciascuno di noi è diverso dagli altri e la risposta giusta è quella che, essendo la più vera per noi, ci fa stare meglio quando dobbiamo fare una scelta.
A volte possiamo preferire di crogiolarci nell'abitudine e a volte ci possiamo sentire attratti dal cambiamento, talvolta siamo felici di rifare qualcosa che abbiamo già fatto e che conosciamo bene, mentre altre volte abbiamo voglia di sperimentare qualcosa di nuovo.

L'importante credo sia che, quando ripetiamo qualcosa che abbiamo già fatto in passato, dobbiamo davvero partecipare emotivamente alla situazione che si sta svolgendo in quel momento e provare dentro di noi un sentimento attuale, fresco e vivo, altrimenti essa diventa una mera ripetizione delle esperienze passate o, come si dice, una minestra riscaldata.
Si possono fare le stesse cose ripetutamente godendo sempre di una sensazione di novità mentre, al contrario, si possono fare cose nuove ma avere la sensazione del già visto o del già sperimentato perchè non ci trasmettono nulla di nuovo.  

Godere di qualcosa di nuovo non è necessariamente legato alla novità di un oggetto, di un luogo o di una persona, ma dipende soprattutto dallo spirito con cui viviamo lo stimolo presente, anche se l'abbiamo già conosciuto, visto, sentito o incontrato in passato.

E ciò vale anche per l'amore. Spesso ci si lascia perché ci si annoia, ci si conosce a memoria e si fanno sempre le stesse cose, ma molte volte il problema vero è nel raffreddarsi dei nostri sentimenti, nella progressiva mancanza di senso delle relazioni che abbiamo, non nella ripetizione degli stessi atti o degli stessi gesti, altrimenti non si spiegherebbe come si possa vivere in coppia felicemente con la medesima persona per molti anni o, ancor più, per tutta la vita, perchè non è che si fa qualcosa di oggettivamente nuovo tutti i giorni!



venerdì 31 luglio 2020

l'amore

Marc Chagall - Il concerto (1957)
Comprate l'amore a poco prezzo,
è in svendita, offerta speciale!
L'amore senza fatica,
basta allungare la mano e coglierlo.
L'amore che ti rende felice
ogni giorno, da qui all'eternità.
L'amore che risolve tutti i tuoi problemi,
non sarai mai più solo e triste.

Non ne posso più di questi imbrogli,
di questi sentimenti che
nemmeno all'asilo infantile 
i bambini sono così ingenui.

L'amore è una cosa seria e allegra, 
semplice e complessa,
è un dare e un ricevere,
un sapere e un non sapere,
un mistero e una certezza.



giovedì 23 luglio 2020

trasmettere ai figli l'abc dei sentimenti

Immagine tratta dal film "Inside out" (Pixar, 2015)
La notizia è che sette ragazzi e ragazze di 16 anni sono stati trasportati d'urgenza all'ospedale in coma etilico per aver ingurgitato bevande alcooliche in modo esagerato durante una nottata trascorsa in una discoteca della riviera romagnola che quella sera conteneva duemila persone.
Alcuni genitori, intervistati, hanno accusato con violenza i gestori della discoteca che, a loro dire, non hanno controllato a sufficienza che i minorenni non assumessero alcoolici durante l'evento. La discoteca è stata poi chiusa dal questore per dieci giorni.

Aldilà delle difficoltà di controllare se nei tavoli dove siedono minorenni e maggiorenni i primi si limitino a bere analcoolici, sappiamo tutti (a me lo dice mio figlio ventenne) che ci sono discoteche dove gli alcoolici vengono serviti senza controllo anche ai minorenni e questo è odioso e va punito rigorosamente.
Ma, detto questo, spero che questi genitori si siano anche interrogati sullo stato del loro rapporto col proprio figlio, il quale a 16 anni non ha maturato la consapevolezza e l'amore per se stesso per non farsi del male bevendo tanto alcool al punto di andare in coma etilico. 
Spero che si siano chiesti se hanno trasmesso ai figli l'abc dei sentimenti, l'affetto profondo per se stessi e per gli altri, unitamente al dolore per il proprio e l'altrui stare male, sentimenti che sicuramente aiutano a non andarsi a cacciare con leggerezza in situazioni pericolose e ad alto rischio.
Perchè dietro a tutti questi comportamenti nei quali gli adolescenti mettono a repentaglio la propria vita (bere smodatamente alcool, guida spericolata, assunzione massiccia di sostanze stupefacenti, salti da balcone a balcone o da tetto a tetto, ecc.) c'è, a mio avviso, una quasi totale inconsapevolezza della bellezza dello stare al mondo, dell'importanza dei rapporti affettivi e della vita in generale; il rischio di morire a causa dei comportamenti che mettono in atto non sembra essere per loro molto importante.
Ora, è chiaro che il problema è anche sociale, ma la società non è un'entità astratta, siamo noi singoli che componiamo la società, creando famiglie e mettendo al mondo figli della cui formazione anche affettiva abbiamo la responsabilità almeno fino alla loro maggiore età.
Spero vivamente che i genitori di questi ragazzi, oltreché prendersela giustamente coi titolari della discoteca, trovino il tempo e il modo di parlare coi propri figli sgridandoli con amore, cioè comunicando con forza e chiarezza la loro grande arrabbiatura e il  loro profondo dolore per il male che essi si sono provocati a causa dei loro stupidi comportamenti.
Questa arrabbiatura dovrebbe, a mio parere, essere espressa in modo tale da essere percepita dai figli non come uno sfogo contro di loro, ma per loro, come qualcosa che nasce da tre sentimenti uniti insieme: l'amore del genitore per i figli, il dolore per ciò che è successo e il profondo desiderio che essi vivano il più possibile sani, sereni e magari anche felici.




sabato 18 luglio 2020

un bravo psicoterapeuta

Augusto Romano, un mio collega che stimo molto, alla domanda "Come deve essere un bravo psicoterapeuta?" ha risposto: "Secondo me dovrebbe essere capace di: empatia, immaginazione, resistenza alla frustrazione, controllo delle proprie inclinazioni narcisistiche, riuscire a sopportare i comportamenti seduttivi o aggressivi del paziente, avere un'ironia non distruttiva, non essere troppo preoccupato dei risultati, essere in grado di lasciare andare il paziente quando è il momento, rispettare quasi religiosamente il "destino" dell'altro".
Sono completamente d'accordo.

domenica 5 luglio 2020

la nostra identità, come un viaggio, cambia un po' ogni giorno

E' impossibile sapere con certezza, una volta per tutte, chi sono io, perchè le esperienze della vita ci fanno cambiare continuamente e non possiamo sapere come ci comporteremo di fronte a situazioni che non abbiamo mai vissuto prima.
Tuttavia, noi abbiamo una nostra identità, anche se si modifica nel tempo. L'importante è conoscere qual'è la nostra verità attuale, riuscendo a distinguere quali sono le aspettative degli altri su di noi da ciò che è autenticamente il nostro pensiero o il nostro sentimento.
In psicoterapia, questa è una delle mete più importanti da raggiungere: riconoscere quelle che sono le verità altrui, riservandosi il proprio spazio di libertà, di ascolto profondo di se stessi, per sentire quali sono i nostri autentici desideri e bisogni, al fine di cercare le vie migliori per poterli poi realizzare.
Con gli altri è bello dialogare, a patto che si salvaguardi e si rispetti il diritto reciproco di essere diversi, di avere il piacere di possedere due identità differenti.
Per conoscere sempre meglio la nostra identità non bisogna avere fretta, non ci sono facili scorciatoie: il processo che ci porta a prendere coscienza sempre di più di chi siamo veramente deve avere ritmi e tempi naturali e dura tutta la vita.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo, un percorso, una specie di viaggio che va goduto il più possibile, giorno per giorno, accettando che possano capitare anche momenti difficili o negativi. E' lo spirito del viaggio, dell'esplorazione, del desiderio di scoprire che non deve mai mancare. Ricordo sempre con piacere le parole di Andrea Camilleri che, ormai vecchio e vicino alla fine, alla domanda se avesse paura della morte, rispose che non aveva paura, ma che era curioso di viverla.

lunedì 29 giugno 2020

sogni che aiutano a vivere meglio (2)


E' necessario sognare? Perchè molte persone non ricordano mai sogni mentre altre hanno coi sogni un rapporto quasi quotidiano?

Molte sono le domande che ci si può porre rispetto a questo evento apparentemente strano che è il sogno. Credo che la prima cosa da dire al riguardo è che i sogni sono strettamente personali e quindi ciascuno di noi ha il suo rapporto coi propri sogni indipendentemente da ciò che accade agli altri, per cui se una persona non ricorda mai i sogni il motivo può essere molto semplicemente che non ne ha bisogno e che la sua vita scorre bene anche senza dialogare con le immagini oniriche. 
Per qualcun altro, invece, è importante ricordare i sogni, perchè lo aiutano a trovare un equilibrio migliore nella propria vita e questa è proprio la funzione che i sogni svolgono in psicoterapia. I contenuti dei sogni possono aiutare a riequilibrare idee o sentimenti troppo unilaterali e quindi disfunzionali. Ricordo a questo proposito una mia paziente che viveva da sola ed era molto triste e depressa, che sognava quasi quotidianamente di andare a ballare, partecipare a feste e stare allegramente in mezzo ad amici. 
In psicoterapia i sogni possono servire proprio a questo: a portare alla luce quella parte di noi che ci teniamo dentro, che non è conosciuta (in-conscia) e che ci può aiutare a trovare un migliore equilibrio personale.

Vi racconto la storia di una mia paziente che vidi parecchi anni fa, che è emblematica di come un sogno possa aprire alla coscienza di una persona nuove strade e nuove possibilità di crescita e sviluppo personale, facendola uscire da una situazione di blocco delle energie vitali per arrivare a un recupero della propria autenticità e della libertà di essere se stessa.


Un giorno suonò alla porta del mio studio una ragazza di 22 anni. Aprii la porta e la vidi salire le scale. Aveva il passo molto lento e pesante, lo sguardo verso terra, era tutta vestita di nero, neri anche i lunghi capelli, sembrava facesse molta fatica anche solo a respirare. Entrò, si sedette immobile e muta sulla poltrona, sempre con lo sguardo fisso sul pavimento. Le chiesi perchè fosse venuta da me e lei, parlando a voce bassissima e con una lentezza incredibile, mi disse che da parecchio tempo sentiva di non avere più energie, più interessi, più voglia di vivere e che non sapeva perchè. Non aveva amicizie vere, mai avuto un fidanzato, non c'era dialogo coi suoi genitori coi quali viveva, non c'era al mondo qualcosa che le desse gioia.
Per circa un'ora parlai con lei cercando di riuscire a trovare qualche aggancio positivo alla vita, qualcosa che avesse a che fare con la vitalità, la gioia, l'allegria, ma il risultato fu negativo. Sembrava che nel suo mondo ci fosse solo tristezza. Alla fine, non avendo trovato niente cui appigliarmi, le proposi di fare un altro incontro, chiedendole di prestare attenzione ai sogni (anche se lei disse che non ne ricordava mai) e di annotarseli se ne avesse ricordati.
Quando tornò mi disse che aveva ricordato un sogno:

Il sogno era ambientato in un aeroporto e si sapeva che lei si stava imbarcando su un aereo diretto in Argentina.

Cominciammo a parlare di questo sogno. Le chiesi cosa aveva di particolare, cosa rappresentava per lei l'Argentina e, con mio grande stupore, per la prima volta la ragazza acquisto vitalità, sollevò lo sguardo da terra e, guardandomi per la prima volta in faccia, mi disse che per lei l'Argentina era una terra calda e vitale, dove le persone ballavano e cantavano e c'era molta gioia di vivere.
Questo sogno mi fece intravedere una speranza di poter aiutare questa ragazza: la sua parte conscia era completamente a terra, ma dentro di lei, nel suo inconscio, c'era chiarezza sulla meta da raggiungere e il sogno diceva chiaramente che il viaggio era possibile farlo, non c'erano intralci.
Questo sogno era stato ricordato la notte successiva al nostro primo incontro e questo mi fece pensare che il viaggio di cui parlava il sogno avesse qualcosa a che fare con la nostra prima seduta, come se il suo inconscio vedesse positivamente l'inizio della psicoterapia, come l'inizio di un viaggio verso l'Argentina.

In effetti fu così. Ad ogni seduta successiva la ragazza mi portò sogni nuovi pieni di contenuti dinamici e vitali che la parte conscia non conosceva. Tali sogni illustrarono i problemi da affrontare, il percorso da compiere per uscire dalla sua situazione di blocco emotivo, per ritrovare la sua naturale voglia di vivere. E grazie anche alla fiducia che si stabilì nel nostro rapporto, la paziente riuscì, nell'arco di un paio di anni a ribaltare completamente la situazione: trovò per la prima volta un fidanzato, trovò un lavoro, andò a vivere da sola e poi un giorno venne a salutarmi e a ringraziarmi, dicendo che d'ora in avanti si sentiva di continuare il viaggio da sola. Dopo parecchi anni sono venuto casualmente a sapere che si è sposata e ha avuto due figli.

Mi piace raccontare questa storia perchè è stata molto soddisfacente per me ed è finita bene, ma soprattutto perchè hanno fatto quasi tutto i sogni, dall'inizio alla fine: la paziente li ha registrati e ci ha dialogato, mentre io l'ho sostenuta emotivamente ed affettivamente in questo percorso.
Mi sembra che sia una storia che possa aiutare a capire come l'interpretazione dei sogni non sia solamente una questione tecnica e razionale, l'associazione di un'immagine onirica ad un significato standard, come si trova in certi pseudomanuali. Il rapporto con i sogni ha sempre un valore affettivo individuale, i nostri sogni sono quanto di più personale esista al mondo e soprattutto hanno un valore emotivo e creativo che può veramente aiutarci a recuperare un equilibrio psichico migliore.   
     

lunedì 22 giugno 2020

interpretazione dei sogni e affettività in psicoterapia (1)

Dietro alle problematiche psicologiche importanti, c'è sempre un passato segnato da carenze o eccessi di affettività, da insicurezze o eccessive sicurezze, da eccessi di valutazione di sé o da scarsa autostima, da sensi di colpa, da incapacità di stabilire rapporti d'amore o d'amicizia (non solo con gli altri ma anche con se stessi), da estremo disinteresse o da eccesso di cura per sé e per gli altri.
In alcuni casi, se non ci si prende cura di sé e non si elaborano le ferite emotive che le esperienze negative della vita ci hanno creato e che rimangono aperte e vive dentro di noi, non si può sperare di fare pace con il nostro essere nel mondo. La razionalità, che pure è fondamentale per vivere bene, non può, da sola, curare queste ferite. Capire ciò che ci è successo non basta, bisogna fare esperienza dei sentimenti che ci sono mancati, ma anche di quelle parti affettive positive, autentiche e terapeutiche che esistono dentro di noi ma che non abbiamo mai conosciuto o che abbiamo dimenticato. Se ne diventiamo consapevoli e le integriamo nella nostra personalità, possiamo davvero riconciliarci con noi stessi e superare tanti timori e tante paure.

Attraverso il dialogo coi nostri sogni, possiamo spesso scoprire contenuti affettivi, doti e qualità positive che non sapevamo di avere, che ci aiutano a trovare le risposte alle nostre domande e ai nostri dubbi più intimi e profondi.

Si può affermare che abbia senso oggi prestare attenzione alle immagini e ai racconti dei nostri sogni, che talvolta ci appaiono molto chiari, mentre altre volte ci sembrano incomprensibili? Io credo di sì, a patto che non vogliamo cercare interpretazioni  teoriche troppo rigide e schematiche dei contenuti che si manifestano nei sogni. Penso che sia più importante prendere coscienza degli affetti e dei sentimenti che le immagini oniriche portano alla coscienza, piuttosto che dare interpretazioni definitive della loro simbologia.
Jung diceva che quando gli psicoterapeuti sono insieme ai pazienti devono dimenticare tutte le loro conoscenze teoriche, non perchè non siano importanti, ma perchè la cosa fondamentale è la relazione emotiva col paziente. Grazie ad un rapporto emotivo intenso e autentico col terapeuta, una persona può sanare le proprie ferite, acquistare consapevolezza di sè e raggiungere un migliore equilibrio interiore.

I sogni, proprio perchè ci parlano prevalentemente attraverso immagini e simboli, sono spesso portatori di una carica energetica affettiva. Quando ricordiamo un sogno, abbiamo quasi sempre un sentimento particolare (stupore, gioia, timore, benessere, inquietudine...) perchè i sogni fanno circolare dentro di noi un'energia psichica che proviene da immagini che hanno una tonalità affettiva. Ricordandoli, rivivendo le emozioni che ci hanno trasmesso, parlandone col terapeuta e ricercandone insieme un significato che ci sentiamo di riconoscere come autentico, spesso i sogni ci permettono di illuminare da nuovi punti di vista le nostre problematiche affettive, offrendoci materiale per la loro elaborazione.
Nel prossimo post vi racconterò un caso clinico, una storia in cui un singolo, piccolo sogno carico di affettività ha permesso l'aprirsi di un processo di crescita e consapevolezza di sè che era rimasto bloccato per molto tempo.


sabato 13 giugno 2020

viaggi dell'anima

I viaggi sono un'occasione per ristorare corpo e psiche, per uscire dalla routine del quotidiano e fare esperienze nuove. A volte, mentre si è in viaggio, da situazioni impreviste nascono emozioni profonde che rimangono dentro per sempre: a me è capitato la prima volta più di trent'anni fa a Masi Torello.
Il viaggio non era stato organizzato, è stato il frutto di contingenze particolari e imprevedibili, un'esperienza fuori da qualsiasi schema prefissato. C'è stato veramente un incontro con lo sconosciuto, con l'imponderabile, con l'inaspettato, che credo siano le caratteristiche di fondo più vere di un viaggio e della vita stessa.

Credo che vi domanderete dov'è Masi Torello e quali particolarità abbia per meritare un viaggio. Domanda lecita, perchè sicuramente nessuna rivista o agenzia di viaggio ha mai citato questa località e nessun tour operator ha mai organizzato viaggi in quel luogo.
All'epoca dei fatti, Masi Torello era un piccolo paese della bassa ferrarese e non aveva assolutamente niente che valesse il viaggio; me lo ricordo come un paesino del far west: una strada centrale, con qualche casa a fianco, un bar. Fine.

Era il mattino di Ferragosto di un'estate bollente, ero partito in automobile da mezzora dai lidi ferraresi per tornare a casa sulla superstrada che in 60 km. collega Porto Garibaldi a Ferrara.
Proprio a metà strada, in mezzo alla landa desolata, il motore prima tossisce poi, inesorabilmente, smette di funzionare. 
Accosto imprecando, fermo la macchina in una piazzola e cerco di farla ripartire: niente. Guardo sconsolato il nulla che ho intorno: poche auto che passano velocemente, nessuno si ferma (non c'erano ancora i cellulari).
Intravedo qualche casa lontana, chiudo l'auto e inizio a camminare. Il sole è a picco, l'asfalto rovente e sudo maledettamente; dopo 2 km. in mezzo al nulla arrivo a un piccolo paesino vuoto e desolato: Masi Torello, appunto.
E' tutto chiuso, l'unico luogo aperto è un piccolo bar: si chiama Bar Mocambo. Entro, è vuoto, in un angolo c'è un box per bimbi piccoli con dentro una bimba di un anno che gioca: prendo un paio di ghiaccioli per rinfrescarmi. Spiego alla barista il mio problema, lei gentilmente mi mette in contatto con un autofficina e dopo mezzora arriva il meccanico sudato; insieme a lui ritorno alla mia auto abbandonata: la diagnosi è tragica: bisogna sostituire un pezzo del motore, gliela devo lasciare per qualche giorno.
Mi dice che per tornare a casa posso prendere la corriera, che passa dal paese e va a Ferrara, poi da lì con un'altra corriera potrò arrivare a Modena.
Torno al Bar Mocambo, prendo un altro ghiacciolo. La barista parla alla bimba nel box chiamandola Candy Candy (!). Guardo l'orario degli autobus: ci sarà una corriera tra un'ora. Mentre aspetto, mangio un panino. Clienti sempre zero. Dopo un'ora arriva la corriera, una di quelle dei film degli anni '50: scassata, lenta e maleodorante. Salgo. Dopo dieci minuti parte: il termometro segna più di 40°, il vecchio motore mi fa vibrare la pancia, velocità da lumaca, pochissimi viaggiatori, quasi tutti anziani. Avremmo potuto essere in Colombia. 
Comincia il viaggio, il sudore mi scioglie, a un certo punto la corriera si ferma lungo la strada. C'è il camioncino di un contadino che vende delle prugne. L'autista scende, contratta, paga e carica sulla corriera la cassetta di prugne che porterà a casa sua. La corriera riparte, lentamente e dopo due ore arriviamo a Ferrara. Lì, dopo un'ora, arriva l'altra corriera, salgo e dopo un'ora sono a Modena, finalmente a casa.

Incredibilmente, a distanza di tanti anni, il ricordo di quel viaggio continua ad essere vivissimo dentro di me, continua a sembrarmi un'esperienza unica, irripetibile, piena di senso e di sentimenti. Perchè Masi Torello e quel viaggio mi sono rimasti nel cuore più di tante mete turistiche che ho visitato nel frattempo? E perchè mi ha lasciato delle emozioni così forti?

domenica 7 giugno 2020

la giusta velocità

Trad. "Affrettati lentamente"
Ma quando ci sarebbe successo, senza il virus, di sperimentare questa vita rallentata, così diversa da quella corsa continua che vivevamo prima? 
Provo un senso di gratitudine per questa opportunità di rallentare TUTTO, di abbassare la velocità, di andare più piano, di avere tempi più distesi e potersi godere lo scorrere della vita. Come nei nastri da registrazione, che se li fai andare piano, hai più spazio per registrare più cose e consumi meno nastro.
Perché davvero si schiuma l'essenziale, che emerge e si manifesta nella sua concretezza. 
Non sono più seduzioni o interessi esterni (spesso manipolati da altri) a determinare il nostro movimento, le nostre motivazioni. Siamo noi, chiusi nel limite, amico del tempo che scorre più lentamente, che ci riappropriamo della possibilità di decidere in autonomia cosa, quando e come fare, che poi significa davvero vivere la NOSTRA vita.
Ovvio, ci vuole uno spazio-casa, uno spazio-affetti (fuori e dentro di sé), uno spazio-economia (i soldi per l'essenziale) e uno spazio-cultura o manualità.
Ma c'è anche la domanda: e dopo? Quando la manovella che detta il ritmo del vivere verrà di nuovo girata da qualcuno sempre più velocemente, torneremo i criceti di prima? Trascorreremo di nuovo le nostre giornate sulle montagne russe, presi da mille impegni o alla ricerca di emozioni forti che ci riempiano quegli spazi psichici che il nostro incedere più lento non più praticato non ci permetterà più di colmare?
Spero che per il resto della nostra vita la memoria di questo tempo rallentato si sedimenti dentro di noi, cosicché, al momento opportuno, potremo andarla a ripescare, per ricordarci che spesso possiamo scegliere la velocità e la modalità giusta per noi, quella che ci permette di assaporare, gustare e godere pienamente ogni istante della nostra vita. 

domenica 31 maggio 2020

oltre il panico

Disegno di Fabio Magnasciutti
Uno dei segreti del vivere bene consiste nel cercare di realizzare il proprio desiderio di essere liberi, senza avere sensi di colpa perchè dobbiamo differenziarci e staccarci dai nostri genitori. 
Si tratta di sentirsi in diritto di tenere aperta la ricerca del senso della propria vita, di cercare la propria strada, la migliore realizzazione di sè, seguendo ciò che sentiamo di essere, senza avere paura delle nostre imperfezioni.
Solo se saremo sempre dei cercatori vivremo nella libertà e non importa se oggi troviamo o non troviamo qualcosa: c'è sempre il domani, che ci si prospetta come possibilità per trovare quello che andiamo cercando. 
Quanto più rafforziamo questo spirito e desiderio di ricerca, tanto più sarà facile che troviamo quello che cerchiamo.
Non esiste nè l'inferno nè il paradiso, esistiamo solo noi, esseri umani mai perfetti nè mai totalmente incapaci, semplicemente e costantemente alla ricerca del senso della nostra vita, attraverso una serie continua di trasformazioni, sempre in altalena tra la fatica e la gioia di vivere.
La ricerca implica sempre la relazione con l'altro, soprattutto con ciò che di noi non conosciamo ancora bene.
C'è sempre qualcosa di nuovo e di vero da trovare, dentro e fuori di noi. 

Essere aperti alla ricerca di senso e alle relazioni significa essere aperti alla vita e ciò ci aiuta a superare i sentimenti di panico che ci tengono incastrati tra un futuro che ci fa paura e un passato dal quale bisogna comunque uscire.

martedì 29 novembre 2016

genitori, date dei limiti ai bambini (senza però esagerare)

Troppe volte mi capita di vedere genitori che non riescono a imporsi sui propri figli. A volte sembra quasi che i bambini abbiano l'autorità e il potere che spetterebbe ai genitori, mentre questi ultimi sembrano completamente inermi, burattini nelle mani di bambini irrispettosi di tutto e di tutti, centrati esclusivamente sui propri infiniti desideri, in una parola: bambini senza limiti!
E' spesso il caso di quelli che vengono chiamati e classificati bambini iperattivi: quelli che a scuola o all'asilo non stanno mai fermi, quelli che non studiano e non si applicano con costanza in nulla, quelli che non rispettano gli altri e le cose degli altri, quelli che esistono solo loro e i loro mille desideri.

Quando noi veniamo al mondo non abbiamo mica il senso del limite: esistiamo solo noi e solamente più tardi ci rendiamo conto che esistono anche gli altri, che il mondo non è tutto di nostra proprietà. E' naturale che noi da piccoli desideriamo fare e avere tutto ciò che ci piace! E' chi ci educa che ci deve far comprendere che esistono anche gli altri, che rappresentano dei limiti alla nostra onnipotenza. Se ciò non avviene, se nessuno ci limita nei nostri desideri, noi vorremo fare e avere tutto ciò che ci piace in ogni momento della nostra vita (quanti adulti purtroppo sono così).

E' necessario che qualcuno ci abitui a tollerare qualche frustrazione: non possiamo passare attraverso una serie infinita di gratificazioni! La vita non funziona così! Ci sono persone che, cresciute senza mai sopportare una frustrazione, vanno fuori di testa quando la vita gliene propone una un po' importante, ed è una cosa terribile vedere un adulto abituato a imporsi sempre, a pensare di avere sempre ragione, a riuscire a essere sempre un vincente, non riuscire ad arrendersi al fatto che una volta tanto non può fare o avere tutto ciò che vuole, che una volta tanto non arriva primo ma arriva secondo!

Bisogna che noi genitori ci imponiamo, quando riteniamo che nostro figlio stia volendo qualcosa di eccessivo, stia superando i limiti dell'accettabile! Dobbiamo essere responsabili innanzitutto verso nostro figlio. Non dobbiamo fargli il torto di dargli o fargli fare tutto ciò che vuole, perchè in questo modo egli vorrà sempre di più, la sua fame di appagare i propri desideri non si estinguerà mai, non gli darà tregua: a desiderio seguirà desiderio, senza mai fine. E diventerà iperattivo, non avrà mai nessun limite, niente lo potrà fermare, niente lo potrà far ragionare, far sedere, far star fermo: diventerà schiavo della continua necessità di appagare tutti i suoi desideri. Gli sarà preclusa la via dell'equilibrio, vivrà male, in continua agitazione: non troverà mai pace!

All'opposto, il bambino al quale i genitori negano sempre tutto, quello che deve fare sempre tutto quello che i genitori desiderano, quello che non ha la libertà di sperimentarsi nella vita, crescerà chiuso in se stesso, non potrà mai realizzare se stesso e i propri desideri: il mondo per lui sarà un luogo tristissimo, dove tenderà a trovarsi male, sentendosi incapace e inadeguato. La sua energia vitale tenderà a spegnersi, si chiuderà in sè e in casa, parlerà poco, avrà paura di relazionarsi con i coetanei, perchè non saprà cosa dire e cosa fare, avrà perso la spontaneità, l'energia vitale che viene dal potersi permettere di essere ciò che si è, nelle relazioni con gli altri e col mondo.

Queste due situazioni estreme ed opposte che ho rappresentato purtroppo stanno crescendo di numero nella nostra società: aumentano moltissimo sia i giovani iperattivi che quelli che non hanno rapporti col mondo, che stanno quasi sempre chiusi nella loro camera.

Come si fa, allora, a dare dei limiti senza esagerare?
A mio avviso bisogna, dialogando e spesso contrattando coi figli, definire i limiti che si ritengono giusti per l'età, guardando ciò che fanno i coetanei come punto di riferimento ma non come legge assoluta, dopodichè il rispetto dei limiti decisi insieme e che vanno bene ad entrambi, deve essere assoluto, incondizionato da parte di entrambi. Cioè, si litiga prima, ma quando ci si accorda, quell'accordo deve essere rispettato ( e questo vale anche per le promesse che noi facciamo ai figli: vanno sempre rispettate!).
In questo modo, giorno dopo giorno, si costruisce un patrimonio comune di fiducia alimentato dal fatto che noi genitori, da un lato, desideriamo sinceramente che nostro figlio possa fare il più possibile di ciò che desidera, ma dall'altro lato, abbiamo ben chiaro che nostro figlio dovrà vivere e accettare anche qualche frustrazione che riteniamo giusta (non per essere sadici, ma perchè è normale e naturale che nella vita si incontrino situazioni frustranti). 

Se noi concediamo gradualmente, diamo ai figli il senso del loro crescere e alimentiamo il loro desiderio, mentre concedere subito e sempre tutto, innesca una spirale di richieste continue sempre maggiori e potenzialmente senza limiti, che annulla il loro desiderio, perchè annulla la mancanza di qualcosa. La mancanza viene allora realizzata compulsivamente, immaginando, dopo poco tempo, un desiderio più grande di quello precedente, da realizzare senza indugio, senza aspettare, senza godere il tempo dell'attesa. La vita corre così verso l'infinito, freneticamente, tra un desiderio, la sua realizzazione immediata e il desiderio successivo.
Non concedere mai nulla, ovviamente, alimenta nei figli un senso di frustrazione perenne, la sensazione di vivere continuamente nella mancanza di qualcosa, mentre il futuro non può che essere vissuto come difficile e vuoto.     

sabato 23 luglio 2016

i volti nuovi della follia

Erano cose che succedevano soltanto in America: ragazzi che sparavano all'impazzata nelle scuole e università, serial killer che per anni tenevano in scacco la polizia, folli che sparavano per strada uccidendo a caso i passanti.
Da noi la follia omicida si manifestava quasi solo tra le mura domestiche: femminicidi, bimbi buttati dai balconi, orrori che si svolgevano in casa, in uno spazio chiuso.
Adesso non più. 
Adesso la follia anche da noi si unisce sempre più spesso con il gesto eclatante, la strage, l'omicidio di massa, quel gesto che dopo una vita fatta solamente di frustrazioni, ti permette finalmente di diventare l'eroe di un momento, quel momento nel quale puoi finalmente fargliela pagare alla società quella caparbietà nel rifiutarti, nel non amarti, nel lasciarti ai margini, nel guardarti sempre col sospetto che si ha per i matti. Quel momento nasce dal fatto che senti di non avere altre possibilità. Una sorta di suicidio prima del quale però almeno qualcuno paga il tuo conto.
E non importa chi uccidi: donne, vecchi, bambini, perchè la partita è fra te e tutti gli altri: tutti, nessuno escluso.
Le azioni eclatanti dell'Is hanno scatenato (nel senso etimologico di togliere le catene) la nostra follia, quella che pervade la nostra società e che abbiamo finora cercato accuratamente di non vedere, di nascondere a noi stessi. 
D'altra parte è storia vecchia: i manicomi servivano esattamente a questo: molti non erano matti, diventavano matti standoci segregati dentro.
Oggi la follia la vediamo sulle prime pagine dei giornali. Si presenta con modalità assurde e incomprensibili (sennò che follia sarebbe?), difficilmente prevedibili.
Oggi abbiamo due nemici: l'Is e la nostra follia, congiunti strettamente tra loro. E mentre la prima va affrontata su un piano sociale, politico e militare, la seconda ci è molto più vicina: è nella vita logorante che facciamo, è nella crisi economica che non permette lavoro e guadagno per tutti, ma soprattutto è nella mancanza di solidarietà, di ascolto, di accoglienza, di buoni sentimenti, di ideali di bene comune che ci incattiviscono e ci isolano gli uni dagli altri.
Siamo tutti alla ricerca di qualcuno che ci voglia bene, che ci ami, abbiamo bisogno tutti di amicizie vere, eppure sembra che sia difficilissimo in generale trovare qualcuno che ci ami davvero per parecchi anni, che ci rimanga amico per una vita.
Quanta negatività diffondiamo ogni giorno intorno a noi? Quanta paura abbiamo degli altri, quanto li teniamo a distanza, fregandocene delle loro vite e dei loro problemi?
Lo so bene che ciascuno di noi fa ciò che può, perchè quando esci dal lavoro con poche soddisfazioni e molto stress, si fa fatica a pensare anche agli altri.
Però dobbiamo ragionarci su queste cose, seriamente e con la massima urgenza.
Perchè dare tutta la colpa all'Is non è corretto e non ci aiuta a migliorare le nostre vite.
Anzi, un mio amico psichiatra sostiene che l'Is ci può aiutare a darci la spinta per cercare di cambiare le modalità insensate e a volte quasi folli del nostro vivere.

   

venerdì 1 aprile 2016

dal narcisismo all'amore

La cosa essenziale della vita è amare ed essere amati, l'ostacolo più grande che si frappone è il narcisismo.
Per molti di noi la vita è un viaggio dal narcisismo all'amore, dal bisogno compulsivo di essere amati, desiderati, apprezzati, alla capacità di amarsi e di amare gli altri veramente.
Il narcisista non si ama, ha una bassissima autostima, ha bisogno continuamente di altri che lo apprezzino, lo lodino, lo ammirino, perchè da solo non ce la fa, non riesce proprio a volersi bene, a darsi e a dare quel calore umano che permette il dialogo amoroso con se stesso e con gli altri, che rende capaci di affrontare fiduciosi le difficoltà della vita.
Solo se si è veramente amati da qualcuno, si può sapere con certezza che si può essere oggetto d'amore, che si è degni d'amore, si può sapere che l'amore esiste veramente e in cosa consiste. 
Se ciò non accade, si deve fare una fatica degna di un eroe, per arrivare a credere di potere essere degni d'amore nella speranza di incontrare qualcuno che si lasci amare da noi e che ci ami davvero. 
La psicoterapia può servire anche a questo, anzi, secondo me, è uno degli scopi più impegnativi e importanti che può cercare di raggiungere.
Anche perchè al narcisismo si attaccano come cozze depressione, paranoia, ansie, panico.
Superare il narcisismo significa acquisire una visione positiva di sè, degli altri, della vita. Significa poter godere davvero delle cose belle della vita. Significa essere veramente liberi. Liberi di amare e di lasciarsi amare gratuitamente.