martedì 27 maggio 2014

la sindrome del nido vuoto

Perchè i genitori devono sentire la propria casa vuota e la propria vita diventare quasi priva di senso quando un figlio va a vivere per conto proprio?
I figli si mettono al mondo per aiutarli a vivere la propria vita (che è diversa dalla nostra) oppure perchè essi diano, attraverso la loro presenza, un senso alla nostra? Il senso della nostra vita ce la danno i nostri figli?
Dobbiamo riflettere su queste domande fin da quando i nostri figli sono piccoli, perchè essi percepiscono chiaramente se noi genitori non siamo capaci di stare sufficientemente bene al mondo senza di loro. 
Se ciò avviene, invece di convogliare tutte le proprie energie vitali nella risoluzione dei problemi della propria esistenza, invece di ricercare le risposte che la vita pone loro in termini di scelte importanti, i figli sentono il dovere di occuparsi di noi, di farci da sostegno psicologico, gravandosi di un peso che non gli appartiene.
Sarebbe come se noi ci appoggiassimo fisicamente sulle loro spalle e impedissimo loro di camminare nel mondo liberamente, per affrontare i propri problemi e raggiungere i propri obiettivi esistenziali. Invece di avere dei genitori che li aiutano in questo faticoso compito, si troverebbero a doversi preoccupare del malessere dei genitori che non sono capaci di badare a se stessi.

Se i nostri genitori non ci hanno guardato e riconosciuto sufficientemente nella nostra individualità e non ci hanno dato quell'affetto che avremmo voluto avere, non abbiamo comunque il diritto di chiedere ai nostri figli l'appagamento delle nostre frustrazioni. I figli non devono nemmeno sostituire quell'attenzione e quell'amore che il nostro coniuge non ci ha dato o non ci dà.
Siamo noi che dobbiamo cercare di risolvere i nostri problemi affettivi, non i nostri figli. 
Loro non devono conoscere l'evolversi quotidiano del dolore che ci provocano le nostre carenze affettive. Non è bene raccontare ai propri figli tutto quello che ci disturba intimamente sul versante emotivo.
Dobbiamo farcene carico noi, perchè è la nostra vita, non la loro.

Se non possiamo fare a meno di comunicargli qualcosa dei nostri dispiaceri, dobbiamo però anche trasmettere in modo chiaro e sincero il messaggio che sono problemi nostri e che non riguardano loro. Non dobbiamo chiedere loro che ci telefonino sempre o che ci vengano a trovare troppo spesso solo perchè ci sentiamo tristi e soli senza di loro.
Lo so che a volte è difficile comportarsi così e che comunque è vero che ciascuno fa quello che può, ma dobbiamo cercare con tutte le nostre forze di occuparci di noi, di realizzare il nostro bene, di volerci bene il più possibile, perchè in questo modo avremo un figlio che sarà libero e felice di sentirci e venirci a trovare con il vero piacere di farlo. 
Volendoci bene, liberiamo nostro figlio dalla necessità di preoccuparsi troppo per noi e, in questo modo, facciamo a noi stessi (e anche a lui) il regalo più grande che esiste: la libertà di vivere la propria vita senza essere o avere un peso da sostenere.
E se, come spesso capita, sono i nostri genitori a pesare indebitamente su di noi, dobbiamo cercare di non farcene assillare troppo, anche per non riversare poi le nostre fatiche sui nostri figli, in una catena nevrotica generazionale che dovrebbe essere interrotta il più presto possibile per il bene di tutti. 
  
   

lunedì 12 maggio 2014

lo spazio come origine di tutte le cose

Una cosmogonia indiana racconta che al principio di tutte le cose c'era lo spazio e che da esso si è originata l'aria, poi il fuoco, ecc.
Ciò suona abbastanza strano a noi occidentali. 
Studiando la filosofia greca si impara che i vari filosofi pongono all'origine di tutte le cose chi l'aria, chi l'acqua, chi il fuoco, ma nessuno ha mai pensato allo spazio come inizio di tutte le cose.
E, d'altra parte, la potenzialità creatrice dello spazio, nella nostra società, non gode di molto credito.
Noi pensiamo allo spazio più come un mezzo che ci serve per muoverci, un vuoto che permette il movimento, ma, a dir la verità, al vuoto come valore in sè non ci pensiamo mica tanto: noi pensiamo solo al movimento, all'esistenza delle cose, diamo per scontato il vuoto e non gli diamo valore.
Questo è un grave errore, perchè se non ci fosse il vuoto, non potrebbe esserci il movimento, la creazione di qualcosa di nuovo. Il mondo sarebbe un unico blocco monolitico senza possibilità di trasformazione. Anche nelle relazioni è necessario uno spazio intermedio, un vuoto tra una persona e l'altra, altrimenti si rischia la fusione e la con-fusione.
Ma a noi il vuoto dà fastidio, perlopiù lo percepiamo in senso negativo e ci affrettiamo a riempirlo: se abbiamo qualche ora o una giornata vuota, ci diamo da fare per riempirla subito con impegni, appuntamenti, incontri, cose da fare.
Il vuoto lo comprimiamo, lo riduciamo il più possibile anche nel tempo libero dal lavoro, per non parlare poi di chi va in pensione e non sa che cosa fare tutto il giorno.
Ma cosa c'è nel vuoto che ci fa così timore?
Forse proprio la sua capacità di generare movimento, di creare trasformazione.
Nel vuoto c'è l'essenza del femminile, che non a caso fa paura ad alcuni maschi e che è legata strettamente alla creazione e al mistero della vita.
Il femminile è lo spazio vuoto accogliente che è capace di far nascere dentro di noi nuove idee e nuovi sentimenti mentre, nella realtà corporea, fa nascere nuovi bambini.
E' la mancanza di rigidità, è quella parte di noi che è a fianco della mente razionale, la parte destra del cervello che integra quella sinistra, che è deputata alla razionalità.
E' la parte creativa, intuitiva, che conosce il mondo in un modo diverso da quello razionale.
E' quella parte che anche noi maschi abbiamo, quella che, se dimenticata o non conosciuta, ci riduce a geometri dell'esistenza.
Se, al contrario, riusciamo ad integrarla dentro di noi con la parte maschile, proviamo una piacevole sensazione di totalità e completezza.




domenica 27 aprile 2014

passato, presente e futuro

A volte sprechiamo energie pensando troppo al futuro, cercando di prevederlo o di controllarlo. Passiamo il tempo chiedendoci cosa sarà meglio fare per noi in futuro, preoccupati perché non sappiamo se saremo in grado di affrontare i problemi, le scelte, le decisioni di domani.
E non ci rendiamo conto che questi pensieri ci sottraggono energie, ci distolgono dal concentrare tutte le nostre energie sugli impegni di oggi, su ciò che dobbiamo fare oggi. Così rimaniamo indietro rispetto agli altri e ci consumiamo, ponendo a noi stessi domande cui non possiamo dare una risposta certa, perché oggi è oggi e non è domani.

Altre volte ci dimentichiamo del passato, di ciò che eravamo e di cosa siamo diventati ora. Sprechiamo le nostre energie colpevolizzandoci perché abbiamo perso tempo, perché abbiamo fatto scelte che ora non rifaremmo, ma oggi è oggi e ieri era ieri: come è possibile che ieri avessimo la stessa consapevolezza che abbiamo oggi? Che colpa abbiamo di essere stati esattamente quello che eravamo? Ogni giorno si impara qualcosa e si cresce, e questi pensieri negativi ci distolgono da ciò che la vita ci chiede di fare e imparare oggi.

Altre volte ci rinchiudiamo completamente nel presente, come se non ci fosse una storia alle nostre spalle, come se non avessimo vissuto un passato, come se il passato non ci potesse insegnare niente, come se non avessimo imparato nulla dalla vita che abbiamo vissuto, nemmeno dai nostri errori. E temiamo il futuro, abbiamo paura di continuare il percorso della nostra vita, ci blocchiamo nel presente che diventa una palude dove piano piano sprofondiamo nella ripetitività, nell'inedia, nella noia.

Per tenere insieme creativamente passato, presente e futuro bisogna accettare i propri limiti, abbandonare ideali troppo elevati, avere consapevolezza della situazione in cui siamo e partire da lì, realisticamente, utilizzando tutte le energie che abbiamo a disposizione per fare ciò che la vita ci chiede oggi di fare. Bisogna ascoltare le nostre necessità e i nostri limiti: è inutile chiedere a noi stessi sforzi che non siamo in grado di fare. Le energie fisiche e psichiche non sono illimitate e dopo averle spese tutte bisogna ricostituirle, facendo qualcosa che ci faccia star bene, ci allieti, ci diverta, ci nutra, per acquisire nuove energie da reinvestire nelle fatiche quotidiane. E' inutile faticare e poi flagellarsi perché non si è fatto abbastanza rispetto alle proprie aspettative.
Bisogna essere onesti con se stessi: quando si è stanchi, si è stanchi; inutile pretendere ancora qualcosa da noi stessi: si rischia di peggiorare la situazione, di perdere tempo senza risultati concreti, aumentando la nostra stanchezza e frustrazione.
La vita non è solo fatica né solo leggerezza. Sta a noi cercare di dosare, di integrare con sapienza i due ingredienti, per dare sempre il meglio di noi, cioè per fare tutto ciò che ci è realmente possibile fare in ogni momento della nostra vita, tenendo conto anche del contesto in cui viviamo, per il bene nostro e per quello degli altri. 

domenica 30 marzo 2014

la convivenza degli opposti

Cosa significa far convivere gli opposti? 
Cosa vuol dire affrettarsi lentamente? Come è possibile? La ragione ci dice che è una frase assurda: o ci si affretta o si va lentamente, non c'è alternativa.
Invece, se ci pensiamo bene, l'alternativa ci può essere: è l'alternativa che permette di unire gli opposti, invece di tenerli separati. E' l'alternativa che permette di evitare le scissioni: il bene da una parte e il male dall'altra, la giovinezza da un lato e la vecchiaia dall'altro: dualità costituite da dimensioni apparentemente inconciliabili, che non possono avere nessuna relazione tra loro: le certezze contro i dubbi, le sicurezze contro le paure.
La separazione troppo netta degli opposti crea risvolti paranoici: l'assoluta necessità di tenere lontano l'opposto fa vivere nella continua paura di incontrarlo realmente.
Allora è meglio cercare di farli convivere gli opposti, anche perchè la vita reale è fatta di tutto, e se è vero che bisogna distinguere per capire e istituire scale di valori, è altrettanto vero che gli opposti non si possono mai eliminare completamente.
Quando mai nella storia dell'umanità si sono create delle società nelle quali è esistito solo il bene ed è stato estirpato definitivamente il male? Quando mai la vita di un singolo uomo è stata solo un paradiso senza nessun momento di difficoltà? 
L'importante è continuare a tendere verso la realizzazione di ciò che riteniamo positivo, ma per tendere è necessario avere fiducia, speranza e consapevolezza della realtà.

Nella prima parte della nostra vita è necessario chiarirsi le idee su cosa è bene e su cosa è male, ma diventando adulti, forse bisogna arrivare a riconoscere che col male bisogna imparare a convivere, non per assecondarlo, ma proprio per continuare ad avere la fiducia e la speranza necessarie per poter fare del nostro meglio, per essere realistici e non lasciarci scoraggiare dall'ineluttabilità del male.

La vecchiaia è un ottimo esempio: dobbiamo scoraggiarci e vivere male perchè la nostra parabola inizia a diventare discendente o dobbiamo cercare di accettare la realtà, vivendo anche gli ultimi anni della nostra vita nel modo migliore possibile, compatibilmente con le nostre residue energie e capacità?
Allora affrettarsi lentamente può significare che ci si dà da fare con tutte le proprie forze a migliorare la propria vita, ma senza buttarsi allo sbaraglio, senza cedere all'ansia da prestazione, riflettendo su ciò che realmente si può fare nella situazione in cui siamo, con i mezzi che realmente abbiamo a disposizione.
Ciò contrasta con le idee di onnipotenza, di mancanza di limiti, di crescita continua, di miglioramento infinito, ma questi sentimenti sono nocivi ed irreali: sono una trappola esistenziale, perché ci fanno realmente vivere nella paura, a volte nel terrore, dell'impotenza, del limite, della malattia, della vecchiaia e, infine, della morte, perdendo irrimediabilmente contatto con la nostra creatività.     

sabato 8 marzo 2014

gli attacchi di panico

Perché vengono e cosa sono, in realtà, gli attacchi di panico?
Il Disturbo di panico (da Pan, dio greco), che si manifesta con attacchi durante i quali l'emotività si scatena senza possibilità di controllo razionale, nasce dalla perdita di contatto con la naturalezza propria e della vita in generale, da una sfiducia in se stessi talmente potente da vincere qualsiasi pensiero ragionevole. 
L'Io è talmente insicuro da non potersi più fidare di se stesso. La ricerca del senso della propria vita risulta così impedita e non si riesce a vivere in modo spontaneo e naturale.
Sembra che i sintomi capitino, cioè vengano non-si-sa-da-dove, per cui l'Io non sa come farvi fronte: le difese razionali non bastano. Infatti il problema è di tipo affettivo: manca la fiducia in se stessi, manca il collegamento consapevole tra il modo in cui si sta vivendo e i disturbi che si provano.
C'è bisogno del conforto di qualcuno, dell'appoggio affettivo di un genitore, di un coniuge o di un figlio, è sufficiente la loro presenza, anche se non fanno o dicono nulla. Non ci si fida di sé, si ha paura di non sapersela cavare se ci si troverà in difficoltà anche banali.
La vita viene immaginata solo nei suoi aspetti negativi. Si vorrebbe prevedere tutto, avere la sicurezza che non capiterà nulla di imprevisto, perché ci si ritiene incapaci di farvi fronte, negandosi alla vita, che è invece regno delle possibilità e delle trasformazioni imprevedibili, belle o brutte che siano.
Si è come bambini cui non è stato insegnato, con l'amore e l'accoglimento, a sopportare che la vita sia complessa e a volte difficile da affrontare. Non si è diventati, per se stessi, un porto sicuro nel quale ripararsi dalle tempeste che il vivere quotidiano a volte comporta.

La patologia dei Disturbi di panico è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi anni, di pari passo con una società sempre più indirizzata a dividere rigorosamente le persone in vincenti e perdenti, a far pensare che è obbligatorio il successo, pena il sentirsi impotenti e senza valore. 
Una società narcisista, che obbliga ad una continua rincorsa al successo, pena la sfiducia in se stessi, non può che far fiorire disturbi di panico e depressione: patologie che rimandano alla paura e alla colpa di non essere capaci, di non saper vivere la propria vita in modo autentico e naturale.

  

lunedì 3 marzo 2014

a parte la salute, l'amore e i soldi, cosa occorre per vivere bene?

Leonardo Manera
Innanzitutto la passione.
Senza passioni, la vita è fredda, vuota e con poco senso. Ci si può appassionare di tutto: persone, idee, animali, natura, oggetti, storia, cultura, interessi vari. L'importante è che siano passioni vere, che vengano dalla pancia e dal cuore, oltreché dalla testa.
Poi l'inquietudine.
Senza di lei, la vita è piatta, noiosa e ripetitiva. E' vero che se è eccessiva ci fa stare male, ma la sua mancanza totale non ci consente di sentirci vivi.
Poi il sorriso.
Una vita senza sorrisi è una vita triste. E' importante sorridere, avere un po' di ironia e di autoironia per non diventare troppo seriosi.
Poi il lavoro. A parte i pochi che possono vivere di rendita, il lavoro è importante, a patto che si riesca a trovare in esso un minimo di senso.
Poi il riposo. A patto che non lo si viva con senso di colpa, ma come occasione utile per ricaricare le pile, per ritrovare le energie che ci sono necessarie.
Poi l'ascolto. Perché non ascoltare davvero gli altri, ci condanna all'isolamento e non ci consente di aprirci alle possibilità che la vita ci può offrire.
Poi il distacco da tutti quelli che vorrebbero che noi fossimo come piace a loro e non come sentiamo autenticamente di essere.
Poi la forza d'animo che ci consente di affrontare le avversità e le difficoltà che prima o poi inevitabilmente compaiono nella vita di tutti.
Infine la responsabilità, affinché non si dia sempre la colpa di tutto agli altri, ma riconoscendo con onestà anche i propri sbagli, si cerchi il modo di migliorarsi senza abbattersi troppo e senza pretendere di essere perfetti.

La serie di cose necessarie per vivere bene che ho riportato qui sopra non è farina del mio sacco, tranne, in parte, i commenti a ciascun punto. Non è neanche il contenuto del libro di uno psicologo o di un filosofo.
Inaspettatamente, almeno per me, è la parte finale di uno spettacolo intitolato L'ottimista recitato dal comico Leonardo Manera, noto per la sua partecipazione a Zelig negli anni scorsi e trasmesso in questi giorni su Rai 5 (canale 23), rete che vi consiglio perché da dicembre trasmette tutto il giorno cultura, spesso di ottimo livello (concerti di musica classica, film d'autore, opere, teatro, concerti rock, documentari e mostre d'arte, spesso molto interessanti).
A volte, nella vita, si trovano cose intelligenti e interessanti che vanno aldilà delle aspettative.
Aspettarsi sempre qualcosa di bello e inaspettato è quindi un atteggiamento interiore che può rendere molto più viva e vitale la vita.

domenica 9 febbraio 2014

tutti i genitori hanno dei difetti (e dei pregi)

Per quanto noi genitori ci sforziamo di fare del nostro meglio nel rapporto coi figli, non saremo mai perfetti: qualche sbaglio lo commetteremo sempre. Ma, a mio parere, il problema non è quello di non sbagliare mai, il problema è, da un lato, di essere consapevoli di chi siamo noi e, dall'altro, di cercare di capire/sentire chi sono veramente i nostri figli: esseri umani diversi da noi, necessariamente. 
Hanno un corpo diverso dal nostro, ma anche una mente, un cuore e una psiche diversa: questo tendiamo a dimenticarcelo e cerchiamo di trasmettere loro in modo automatico o forzandoli, le nostre ricette per affrontare la vita, come se fossero dei nostri replicanti o cloni, senza pensare che se queste ricette sono giuste per noi, non è detto che necessariamente siano valide nello stesso modo anche per loro.
Un conto è porgere loro la nostra esperienza, raccontargli ciò che noi abbiamo imparato dalla vita, altra cosa è pretendere che essa diventi automaticamente il fondamento dei loro comportamenti. 
A volte dovremmo focalizzarci un po' meno su noi stessi, sulla nostra paura di essere inadeguati, e ascoltare un po' di più cosa dicono, cosa pensano, cosa hanno in testa e nel cuore i nostri figli, per poter dialogare con loro in un modo migliore.
Con loro si può essere in disaccordo, si possono avere idee diverse, ma l'importante è che il figlio non si senta ignorato o svalorizzato quando esprime ciò che pensa o sente, altrimenti non parlerà più con noi; questa è l'unica cosa da evitare, l'unica veramente pericolosa nella relazione genitori-figli. 
E' una questione di ascolto, di dignità e di rispetto, che incide direttamente sull'autostima e può generare una rabbia interiore verso il genitore che non ti dà valore, dalla quale possono poi nascere sensi di colpa nei confronti dei genitori amati/odiati, che possono durare anche per tutta la vita.
E' difficilissimo accettare le diversità dei figli, perchè si vorrebbe fornire loro tutti gli strumenti necessari per vivere bene, ma se impediamo loro di maturare da soli le proprie verità, otteniamo l'esatto contrario: togliamo il loro collegamento diretto e personale con la loro vita.
L'unica cosa che possiamo fare è fornirli di autostima per affrontare meglio le difficoltà, che non vuole dire dargli sempre ragione, ma dare loro gradualmente sempre più fiducia (da verificare nei fatti concreti) e fare in modo che loro possano fidarsi di noi, accettando il fatto che, come noi genitori non siamo perfetti, nemmeno i nostri figli potranno esserlo mai.
L'amore autentico nasce, credo, da questa pratica: dalla rinuncia a ideali di perfezione, dall'ascolto, dal rispetto, dalla fiducia e dalla sincerità del cuore anche quando si è in disaccordo: da questo amore possono nascere quella umana comprensione reciproca e quelle proposte di mediazione che sono fondamentali per trovare un accordo anche quando si hanno opinioni ed esigenze diverse.    

sabato 1 febbraio 2014

elogio dell'amicizia

Nel saggio L'Iliade o il poema della forza, Simone Weil riflette sul tema della sopraffazione dell'uomo sull'uomo, cioè sull'esercizio della forza che "annienta tanto impietosamente, quanto impietosamente inebria chiunque la possieda o crede di possederla". 
C'è un solo farmaco, nota quasi di passaggio, che può fermarla, anche tra nemici mortali: "l'amicizia che sgorga dal cuore".
Disegnandone a perfezione la caratteristica, Simone Weil afferma che "l'amicizia è il miracolo grazie al quale un essere accetta di guardare a distanza e senza avvicinarsi quello stesso essere che gli è necessario come il nutrimento".
E.Rasy

domenica 12 gennaio 2014

come la lava del vulcano

A volte capita che una persona, senza volerlo, dica o faccia qualcosa che ferisce qualcuno e che quest'ultimo reagisca attaccando, senza un minimo di mediazione razionale. Dopodiché il primo dei due, sentendosi oggetto di tanta violenza, si ritira dalla relazione o contrattacca.

Chi reagisce immediatamente in modo molto aggressivo è una persona che ha una soglia di tolleranza molto bassa riguardo un certo argomento: basta una frase o una parola per sentirsi ferito.

E' come con il corpo: c'è chi in certe zone ha la pelle dura e chi sottile sottile.

Chi perde il lume della ragione dando in escandescenze, ha una pelle così sottile che al minimo graffio il magma irrazionale e incandescente di passioni e sentimenti che sta sotto, esce allo scoperto, come la lava di un vulcano, travolgendolo e accecandolo, rendendo impossibili le relazioni.

Nessuno è del tutto indenne da questo meccanismo, però, quando capita, sarebbe opportuno cercare di capire come mai siamo così sensibili e così esposti riguardo a quello specifico tema, perché l'aggressività che troppo facilmente scarichiamo sugli altri è quasi sempre indizio di una nostra ferita, di un nostro problema irrisolto.

martedì 7 gennaio 2014

la relazione tra corpo e psiche

Ho rivisto a distanza di anni il film L'attimo fuggente con Robin Williams, storia di un professore che insegna ai suoi allievi a guardare il mondo dal proprio punto di vista, andando oltre i luoghi comuni.
In particolare, mi hanno colpito due scene. Nella prima il professore di lettere invita i ragazzi, tra lo stupore generale, a salire in piedi sui banchi e a guardare l'aula da un altro punto di vista; nella seconda, li obbliga prima a camminare nel cortile della scuola a ritmo di marcia uguale per tutti e poi a muovere il corpo nello stesso spazio a proprio piacimento, senza paura di apparire strani o di sentirsi diversi dagli altri. In entrambi i casi il docente ha utilizzato il corpo per far sperimentare ai ragazzi la possibilità di far uscire la mente dagli schemi comuni ed essere se stessi.
La cultura, quindi, come cosa che riguarda sia la mente che il corpo.
E in effetti così deve essere, per superare l'idea che la cultura sia qualcosa che riguarda solo la mente o solo il corpo. Nel primo caso si peccherebbe di iperrazionalismo e nel secondo di eccesso di fisicità.
I romani dicevano mens sana in corpore sano e credo che questa massima debba essere intesa soprattutto nel senso di non dimenticare mai la relazione che c'è tra mente e corpo.
Mente e corpo sono due cose diverse tra loro, ma sono due modalità di vivere la realtà che coesistono nell'essere umano che noi siamo e non dobbiamo mai smettere di cercare una buona relazione tra di loro. La mente senza il corpo o il corpo senza la mente sono insufficienti per percepire l'esperienza del vivere in modo completo.
Il rischio è di vivere in modo troppo unilaterale, dando valore solamente alla fisicità o alla razionalità.
Il corpo è pratico, concreto, più facilmente percepibile, la psiche si esprime per immagini.
Jung ha fatto un esempio della relazione profonda che esiste tra psiche e corpo, chiedendoci di immaginare la situazione di una persona che avverte uno strano rumore al buio. Immediatamente i suoi muscoli si contraggono, il cuore batte forte ed egli cercherà di capire meglio di cosa si tratti. A quel punto la mente può creare, utilizzando la memoria visiva o uditiva, l'immagine mentale di un serpente a sonagli, o di un terremoto, o di altro ancora, e questo porterà il corpo ad irrigidirsi ancora di più, finché non si sarà chiarita la fonte del rumore e il corpo si rilasserà o inizierà a fuggire. Uno stimolo fisico ambiguo può dunque portare ciascuno di noi ad avere immagini diverse, che faranno reagire il corpo in modo conseguente: ci sarà anche chi pensa fin da subito allo scricchiolìo naturale del legno e non diventerà né teso né ansioso.
L'ansia, e ancor di più il panico, agiscono quindi sul corpo e lo modificano: un'immagine mentale può attivare il corpo, come sappiamo bene tutti quando ci svegliamo dopo aver ricordato un sogno angosciante.
Lo scrittore, il poeta, il musicista o il pittore ci mettono davanti a stimoli concreti che attivano in noi immagini diverse che nascono da dentro di noi, dalla nostra psiche e si fondano sulle nostre esperienze personali. Si tratta sempre di una relazione: una relazione tra qualcosa di oggettivo e il nostro modo soggettivo di percepire la realtà. E possiamo dire con certezza che per noi una certa cosa è vera (ad es. il serpente a sonagli o il terremoto), almeno per un certo periodo, anche se nella realtà quella cosa concretamente non esiste: è sufficiente che quell'immagine si attivi nella nostra psiche perché essa produca modificazioni anche al nostro corpo.




lunedì 6 gennaio 2014

tre mostre di pittura

Annunciata (part.) - Antonello da Messina - (1476)
Mi sono regalato una giornata speciale, andando al Mart a Rovereto a vedere la mostra dedicata a Antonello da Messina.
Complessivamente la mostra non mi ha entusiasmato, ma l'Annunciata vale da sola il viaggio.
E' incredibile la luminosità che il pittore riesce a dare ai volti dei soggetti raffigurati, la loro naturalezza e modernità.
Di ritorno mi sono fermato a Verona, dove c'è una mostra dedicata al paesaggio dal Seicento fino a Monet. Una mostra ricca, con parecchi quadri di Monet e, tra gli altri, Van Gogh, Pissarro, Renoir e Cezanne.
Ho poi già prenotato un biglietto per la mostra di Vermeer che aprirà tra un mese a Bologna, con la famosa Ragazza con l'orecchino di perla.
Insomma, un inizio d'anno nato sotto il segno della pittura...
Unica nota stonata, al Mart di Rovereto ho incrociato Vittorio Sgarbi, che dal vivo è riuscito a trasmettermi una sensazione negativa ancora più accentuata di quando mi capita di vederlo in tv...

mercoledì 1 gennaio 2014

la prima pagina del mio calendario


Certe immagini sono così, non c'è bisogno di commentarle o di spiegarle.
Ciascuno le può leggere a modo suo, ci può trovare qualcosa di personale.
Io associo questa immagine al 2014, la metto nella copertina del mio calendario.

sabato 28 dicembre 2013

buon 2014

Auguro a tutti un caldo 2014,
pieno di amore e di amicizie,
di relazioni umane feconde e durature.
Di novità piacevoli
e di forza per superare i momenti difficili.
Di gioie inaspettate
e di scoperte nuove.
Di serena accettazione dei nostri
e degli altrui limiti.
Di amore per il proprio corpo
e per la propria psiche.
Un anno dove tutto sia più equilibrato
e le giornate non assomiglino
a un freddo manuale di geometria.

sabato 21 dicembre 2013

buon Natale


Quest'anno mi sento di sottolineare il tema della nascita, rappresentata dall'immagine dei bambini.
Penso a tutto quello che è nato o può nascere dentro di noi, tutti i giorni, in ogni momento.
Penso alla nostra creatività, alle nostre certezze, frutto di duro lavoro o di illuminazioni improvvise, e ringrazio le incertezze, senza le quali non si può crescere.
Penso a chi ama i bambini e ama anche il bambino che è dentro di lui.
E spero che i bambini crescano e diventino adulti, ma che mantengano viva la loro parte bambina: la curiosità, la voglia di scoprire, di sperimentare, di esprimersi in modo diretto, lo stupore, l'ingenuità, la voglia di essere amici e giocare, la fiducia, la fedeltà, la sincerità e l'impegno.


 


mercoledì 18 dicembre 2013

luminarie natalizie


Detesto le luminarie natalizie di colore blu. 
Il blu elettrico è un colore freddo, non trasmette calore, soprattutto se associato al bianco, e solo in una società fredda come la nostra può avere successo. 
Il blu è un colore molto elegante, ma il Natale non è la festa dell'eleganza, è la festa della semplicità e del calore, quindi meglio i colori tradizionali: gialli, verdi e rossi:


Mi sono insopportabili anche le luminarie che si accendono e si spengono troppo rapidamente, perché danno sensazioni frenetiche e veloci come i ritmi ansiogeni della vita di oggi. 
Meglio le luci che si accendono e si spengono cambiando colore lentamente.

domenica 15 dicembre 2013

papà, mamma, io sono qui...




Mi sono imbattuto qui (www.facebook.com/ViaGiacosaAlba?ref=hl) in questa vignetta che ritengo molto significativa. 
Un padre chiede al figlio dove ha sbagliato con lui, ma sbaglia perfino ragazzo, non è nemmeno capace di riconoscere il figlio.

Quante relazioni sono così? Quante volte non riusciamo ad essere veramente in relazione con qualcuno, non lo vediamo per ciò che realmente tenta di comunicarci, accecati dai nostri pregiudizi e preconcetti? Quante volte sappiamo già cosa diremo dopo che l'altro avrà parlato e non ascoltiamo davvero ciò che l'altro ci comunica?

Quanti vorrebbero gridare ai propri genitori: Papà, mamma, guardatemi, io sono qui...

giovedì 12 dicembre 2013

la musica può anche uccidere

Stasera a cena mio figlio mi ha raccontato di un ragazzino di Bologna che, con le cuffiette per ascoltare la musica nelle orecchie, ha attraversato a piedi un passaggio a livello con le sbarre abbassate ed è stato ucciso da un convoglio in corsa perchè non aveva sentito il fischio del treno.

Pochi minuti fa ho letto sul sito di un giornale locale che oggi a Modena una ragazza, sempre con le cuffiette nelle orecchie, ha attraversato una strada non sentendo la sirena di un'autopompa dei vigili del fuoco che l'ha travolta ed ora è in rianimazione all'ospedale.
Forse dobbiamo dirlo ai ragazzi che la musica può anche uccidere.
  

lunedì 9 dicembre 2013

andare per negozi

Mi capita ogni tanto di cercare nei negozi un prodotto ottimo, che uso da molti anni con soddisfazione e sentirmi rispondere dal negoziante: mi dispiace, ma non lo fanno più oppure la ditta che lo produceva ha chiuso, frasi che mi lasciano sempre una sensazione di vuoto. 
L'ultima volta che mi è successo, ho replicato: mi dispiace molto, era un ottimo prodotto e la negoziante, una donna piuttosto anziana, ha aggiunto:  eh, tutte le ditte che fanno degli ottimi prodotti chiudono..., frase che mi ha parecchio abbattuto...
Nel complesso, ho la sensazione che a chiudere siano quelle aziende che fanno prodotti un po' diversi dalla media, da quelli che vanno per la maggiore e che resti in piedi un numero sempre minore di aziende, sempre più grandi, che producono tantissime cose molto simili tra loro, con un effetto complessivo di impoverimento nella nostra possibilità reale di scegliere, un po' come succede per i centri commerciali, che si divorano centinaia di piccoli esercizi e negozietti.

Guardate le insegne dei negozi lungo una strada commerciale: ci sono tantissimi negozi che vendono servizi (banche, assicurazioni, sale giochi, servizi finanziari, parrucchieri e barbieri, agenzie interinali, ecc.) ma relativamente pochi che vendono cose, a parte abbigliamento e telefonini. 
Spesso trovare una ferramenta, una merceria, un negozio di giocattoli, un negozio di alimentari o una macelleria non è così facile.

Per non parlare poi dello scadimento generale della qualità dei prodotti e della loro durata nel tempo: i venditori onesti consigliano quasi sempre di tenere gli elettrodomestici più vecchi, perchè i nuovi sono magari più belli esteticamente, ma si rompono molto più facilmente.

Insomma, nonostante sia vero che in un centro commerciale possiamo trovare tante cose, ho la sensazione che la possibilità di scelta stia restringendosi sempre più. Un po' come i canali televisivi, che si sono moltiplicati, ma che offrono più o meno gli stessi programmi, solo con nomi diversi.

sabato 30 novembre 2013

la paura della felicità

Può sembrare incredibile, ma si può avere paura di essere felici.

A volte rimaniamo attaccati alle situazioni che ben conosciamo e che perciò non ci fanno paura (anche se non stiamo bene), piuttosto che lasciarci andare verso novità portatrici di possibile benessere che però, essendo sconosciute, ci fanno sentire incerti ed insicuri. 
Altre volte ci troviamo per la prima volta a godere di una situazione decisamente positiva e dopo un po' ci chiediamo: dove sarà la fregatura? Quando arriverà la bastonata? Così non stiamo mai bene.

Quando non si è abituati a stare bene, si tende ad essere diffidenti verso il futuro, anche quando sembra portarci buone cose.
Aprirsi al nuovo, pur con attenzione e cautela, pensare che è possibile che anche per noi possa arrivare qualche momento di felicità, è indispensabile per non contribuire noi stessi a farci rimanere sempre nella stessa situazione paludosa. 
Non dovremmo mai dimenticarci che noi possiamo essere artefici del nostro destino, almeno in una certa misura, se non ci lasciamo sopraffare da pensieri totalmente negativi.



giovedì 21 novembre 2013

la perfezione non esiste

Siamo abituati a pensare che l'assoluto abiti spazi senza limiti e ci sentiamo stretti negli spazi angusti della quotidianità.
L'amore, ad esempio, viene spesso immaginato come qualcosa di perfetto, mentre le relazioni che viviamo nella quotidianità spesso ci feriscono con le loro imperfezioni.
Trovare l'assoluto nella concretezza delle situazioni che incontriamo quotidianamente, significa accettare alcuni limiti, relazionarsi con le persone esattamente così come sono, nel bene e nel male, senza la pretesa di cambiarle.

L'altro reale è sempre limitato, ma in lui si deve incarnare il nostro desiderio di assoluto. Per realizzare ciò, è importante che i difetti dell'altro siano accettati, che le caratteristiche altrui che non ci piacciono siano da noi scelte consapevolmente insieme ai pregi, che non si sezionino le persone in base ai propri desideri, rifiutando le parti che meno ci piacciono.
L'amore è un'apertura alla vita, ma anche un'autolimitazione che dovrebbe essere scelta consapevolmente con gioia, in totale libertà e con la consapevolezza che la perfezione non esiste.