domenica 12 gennaio 2014

come la lava del vulcano

A volte capita che una persona, senza volerlo, dica o faccia qualcosa che ferisce qualcuno e che quest'ultimo reagisca attaccando, senza un minimo di mediazione razionale. Dopodiché il primo dei due, sentendosi oggetto di tanta violenza, si ritira dalla relazione o contrattacca.

Chi reagisce immediatamente in modo molto aggressivo è una persona che ha una soglia di tolleranza molto bassa riguardo un certo argomento: basta una frase o una parola per sentirsi ferito.

E' come con il corpo: c'è chi in certe zone ha la pelle dura e chi sottile sottile.

Chi perde il lume della ragione dando in escandescenze, ha una pelle così sottile che al minimo graffio il magma irrazionale e incandescente di passioni e sentimenti che sta sotto, esce allo scoperto, come la lava di un vulcano, travolgendolo e accecandolo, rendendo impossibili le relazioni.

Nessuno è del tutto indenne da questo meccanismo, però, quando capita, sarebbe opportuno cercare di capire come mai siamo così sensibili e così esposti riguardo a quello specifico tema, perché l'aggressività che troppo facilmente scarichiamo sugli altri è quasi sempre indizio di una nostra ferita, di un nostro problema irrisolto.

martedì 7 gennaio 2014

la relazione tra corpo e psiche

Ho rivisto a distanza di anni il film L'attimo fuggente con Robin Williams, storia di un professore che insegna ai suoi allievi a guardare il mondo dal proprio punto di vista, andando oltre i luoghi comuni.
In particolare, mi hanno colpito due scene. Nella prima il professore di lettere invita i ragazzi, tra lo stupore generale, a salire in piedi sui banchi e a guardare l'aula da un altro punto di vista; nella seconda, li obbliga prima a camminare nel cortile della scuola a ritmo di marcia uguale per tutti e poi a muovere il corpo nello stesso spazio a proprio piacimento, senza paura di apparire strani o di sentirsi diversi dagli altri. In entrambi i casi il docente ha utilizzato il corpo per far sperimentare ai ragazzi la possibilità di far uscire la mente dagli schemi comuni ed essere se stessi.
La cultura, quindi, come cosa che riguarda sia la mente che il corpo.
E in effetti così deve essere, per superare l'idea che la cultura sia qualcosa che riguarda solo la mente o solo il corpo. Nel primo caso si peccherebbe di iperrazionalismo e nel secondo di eccesso di fisicità.
I romani dicevano mens sana in corpore sano e credo che questa massima debba essere intesa soprattutto nel senso di non dimenticare mai la relazione che c'è tra mente e corpo.
Mente e corpo sono due cose diverse tra loro, ma sono due modalità di vivere la realtà che coesistono nell'essere umano che noi siamo e non dobbiamo mai smettere di cercare una buona relazione tra di loro. La mente senza il corpo o il corpo senza la mente sono insufficienti per percepire l'esperienza del vivere in modo completo.
Il rischio è di vivere in modo troppo unilaterale, dando valore solamente alla fisicità o alla razionalità.
Il corpo è pratico, concreto, più facilmente percepibile, la psiche si esprime per immagini.
Jung ha fatto un esempio della relazione profonda che esiste tra psiche e corpo, chiedendoci di immaginare la situazione di una persona che avverte uno strano rumore al buio. Immediatamente i suoi muscoli si contraggono, il cuore batte forte ed egli cercherà di capire meglio di cosa si tratti. A quel punto la mente può creare, utilizzando la memoria visiva o uditiva, l'immagine mentale di un serpente a sonagli, o di un terremoto, o di altro ancora, e questo porterà il corpo ad irrigidirsi ancora di più, finché non si sarà chiarita la fonte del rumore e il corpo si rilasserà o inizierà a fuggire. Uno stimolo fisico ambiguo può dunque portare ciascuno di noi ad avere immagini diverse, che faranno reagire il corpo in modo conseguente: ci sarà anche chi pensa fin da subito allo scricchiolìo naturale del legno e non diventerà né teso né ansioso.
L'ansia, e ancor di più il panico, agiscono quindi sul corpo e lo modificano: un'immagine mentale può attivare il corpo, come sappiamo bene tutti quando ci svegliamo dopo aver ricordato un sogno angosciante.
Lo scrittore, il poeta, il musicista o il pittore ci mettono davanti a stimoli concreti che attivano in noi immagini diverse che nascono da dentro di noi, dalla nostra psiche e si fondano sulle nostre esperienze personali. Si tratta sempre di una relazione: una relazione tra qualcosa di oggettivo e il nostro modo soggettivo di percepire la realtà. E possiamo dire con certezza che per noi una certa cosa è vera (ad es. il serpente a sonagli o il terremoto), almeno per un certo periodo, anche se nella realtà quella cosa concretamente non esiste: è sufficiente che quell'immagine si attivi nella nostra psiche perché essa produca modificazioni anche al nostro corpo.




lunedì 6 gennaio 2014

tre mostre di pittura

Annunciata (part.) - Antonello da Messina - (1476)
Mi sono regalato una giornata speciale, andando al Mart a Rovereto a vedere la mostra dedicata a Antonello da Messina.
Complessivamente la mostra non mi ha entusiasmato, ma l'Annunciata vale da sola il viaggio.
E' incredibile la luminosità che il pittore riesce a dare ai volti dei soggetti raffigurati, la loro naturalezza e modernità.
Di ritorno mi sono fermato a Verona, dove c'è una mostra dedicata al paesaggio dal Seicento fino a Monet. Una mostra ricca, con parecchi quadri di Monet e, tra gli altri, Van Gogh, Pissarro, Renoir e Cezanne.
Ho poi già prenotato un biglietto per la mostra di Vermeer che aprirà tra un mese a Bologna, con la famosa Ragazza con l'orecchino di perla.
Insomma, un inizio d'anno nato sotto il segno della pittura...
Unica nota stonata, al Mart di Rovereto ho incrociato Vittorio Sgarbi, che dal vivo è riuscito a trasmettermi una sensazione negativa ancora più accentuata di quando mi capita di vederlo in tv...

mercoledì 1 gennaio 2014

la prima pagina del mio calendario


Certe immagini sono così, non c'è bisogno di commentarle o di spiegarle.
Ciascuno le può leggere a modo suo, ci può trovare qualcosa di personale.
Io associo questa immagine al 2014, la metto nella copertina del mio calendario.

sabato 28 dicembre 2013

buon 2014

Auguro a tutti un caldo 2014,
pieno di amore e di amicizie,
di relazioni umane feconde e durature.
Di novità piacevoli
e di forza per superare i momenti difficili.
Di gioie inaspettate
e di scoperte nuove.
Di serena accettazione dei nostri
e degli altrui limiti.
Di amore per il proprio corpo
e per la propria psiche.
Un anno dove tutto sia più equilibrato
e le giornate non assomiglino
a un freddo manuale di geometria.

sabato 21 dicembre 2013

buon Natale


Quest'anno mi sento di sottolineare il tema della nascita, rappresentata dall'immagine dei bambini.
Penso a tutto quello che è nato o può nascere dentro di noi, tutti i giorni, in ogni momento.
Penso alla nostra creatività, alle nostre certezze, frutto di duro lavoro o di illuminazioni improvvise, e ringrazio le incertezze, senza le quali non si può crescere.
Penso a chi ama i bambini e ama anche il bambino che è dentro di lui.
E spero che i bambini crescano e diventino adulti, ma che mantengano viva la loro parte bambina: la curiosità, la voglia di scoprire, di sperimentare, di esprimersi in modo diretto, lo stupore, l'ingenuità, la voglia di essere amici e giocare, la fiducia, la fedeltà, la sincerità e l'impegno.


 


mercoledì 18 dicembre 2013

luminarie natalizie


Detesto le luminarie natalizie di colore blu. 
Il blu elettrico è un colore freddo, non trasmette calore, soprattutto se associato al bianco, e solo in una società fredda come la nostra può avere successo. 
Il blu è un colore molto elegante, ma il Natale non è la festa dell'eleganza, è la festa della semplicità e del calore, quindi meglio i colori tradizionali: gialli, verdi e rossi:


Mi sono insopportabili anche le luminarie che si accendono e si spengono troppo rapidamente, perché danno sensazioni frenetiche e veloci come i ritmi ansiogeni della vita di oggi. 
Meglio le luci che si accendono e si spengono cambiando colore lentamente.

domenica 15 dicembre 2013

papà, mamma, io sono qui...




Mi sono imbattuto qui (www.facebook.com/ViaGiacosaAlba?ref=hl) in questa vignetta che ritengo molto significativa. 
Un padre chiede al figlio dove ha sbagliato con lui, ma sbaglia perfino ragazzo, non è nemmeno capace di riconoscere il figlio.

Quante relazioni sono così? Quante volte non riusciamo ad essere veramente in relazione con qualcuno, non lo vediamo per ciò che realmente tenta di comunicarci, accecati dai nostri pregiudizi e preconcetti? Quante volte sappiamo già cosa diremo dopo che l'altro avrà parlato e non ascoltiamo davvero ciò che l'altro ci comunica?

Quanti vorrebbero gridare ai propri genitori: Papà, mamma, guardatemi, io sono qui...

giovedì 12 dicembre 2013

la musica può anche uccidere

Stasera a cena mio figlio mi ha raccontato di un ragazzino di Bologna che, con le cuffiette per ascoltare la musica nelle orecchie, ha attraversato a piedi un passaggio a livello con le sbarre abbassate ed è stato ucciso da un convoglio in corsa perchè non aveva sentito il fischio del treno.

Pochi minuti fa ho letto sul sito di un giornale locale che oggi a Modena una ragazza, sempre con le cuffiette nelle orecchie, ha attraversato una strada non sentendo la sirena di un'autopompa dei vigili del fuoco che l'ha travolta ed ora è in rianimazione all'ospedale.
Forse dobbiamo dirlo ai ragazzi che la musica può anche uccidere.
  

lunedì 9 dicembre 2013

andare per negozi

Mi capita ogni tanto di cercare nei negozi un prodotto ottimo, che uso da molti anni con soddisfazione e sentirmi rispondere dal negoziante: mi dispiace, ma non lo fanno più oppure la ditta che lo produceva ha chiuso, frasi che mi lasciano sempre una sensazione di vuoto. 
L'ultima volta che mi è successo, ho replicato: mi dispiace molto, era un ottimo prodotto e la negoziante, una donna piuttosto anziana, ha aggiunto:  eh, tutte le ditte che fanno degli ottimi prodotti chiudono..., frase che mi ha parecchio abbattuto...
Nel complesso, ho la sensazione che a chiudere siano quelle aziende che fanno prodotti un po' diversi dalla media, da quelli che vanno per la maggiore e che resti in piedi un numero sempre minore di aziende, sempre più grandi, che producono tantissime cose molto simili tra loro, con un effetto complessivo di impoverimento nella nostra possibilità reale di scegliere, un po' come succede per i centri commerciali, che si divorano centinaia di piccoli esercizi e negozietti.

Guardate le insegne dei negozi lungo una strada commerciale: ci sono tantissimi negozi che vendono servizi (banche, assicurazioni, sale giochi, servizi finanziari, parrucchieri e barbieri, agenzie interinali, ecc.) ma relativamente pochi che vendono cose, a parte abbigliamento e telefonini. 
Spesso trovare una ferramenta, una merceria, un negozio di giocattoli, un negozio di alimentari o una macelleria non è così facile.

Per non parlare poi dello scadimento generale della qualità dei prodotti e della loro durata nel tempo: i venditori onesti consigliano quasi sempre di tenere gli elettrodomestici più vecchi, perchè i nuovi sono magari più belli esteticamente, ma si rompono molto più facilmente.

Insomma, nonostante sia vero che in un centro commerciale possiamo trovare tante cose, ho la sensazione che la possibilità di scelta stia restringendosi sempre più. Un po' come i canali televisivi, che si sono moltiplicati, ma che offrono più o meno gli stessi programmi, solo con nomi diversi.

sabato 30 novembre 2013

la paura della felicità

Può sembrare incredibile, ma si può avere paura di essere felici.

A volte rimaniamo attaccati alle situazioni che ben conosciamo e che perciò non ci fanno paura (anche se non stiamo bene), piuttosto che lasciarci andare verso novità portatrici di possibile benessere che però, essendo sconosciute, ci fanno sentire incerti ed insicuri. 
Altre volte ci troviamo per la prima volta a godere di una situazione decisamente positiva e dopo un po' ci chiediamo: dove sarà la fregatura? Quando arriverà la bastonata? Così non stiamo mai bene.

Quando non si è abituati a stare bene, si tende ad essere diffidenti verso il futuro, anche quando sembra portarci buone cose.
Aprirsi al nuovo, pur con attenzione e cautela, pensare che è possibile che anche per noi possa arrivare qualche momento di felicità, è indispensabile per non contribuire noi stessi a farci rimanere sempre nella stessa situazione paludosa. 
Non dovremmo mai dimenticarci che noi possiamo essere artefici del nostro destino, almeno in una certa misura, se non ci lasciamo sopraffare da pensieri totalmente negativi.



giovedì 21 novembre 2013

la perfezione non esiste

Siamo abituati a pensare che l'assoluto abiti spazi senza limiti e ci sentiamo stretti negli spazi angusti della quotidianità.
L'amore, ad esempio, viene spesso immaginato come qualcosa di perfetto, mentre le relazioni che viviamo nella quotidianità spesso ci feriscono con le loro imperfezioni.
Trovare l'assoluto nella concretezza delle situazioni che incontriamo quotidianamente, significa accettare alcuni limiti, relazionarsi con le persone esattamente così come sono, nel bene e nel male, senza la pretesa di cambiarle.

L'altro reale è sempre limitato, ma in lui si deve incarnare il nostro desiderio di assoluto. Per realizzare ciò, è importante che i difetti dell'altro siano accettati, che le caratteristiche altrui che non ci piacciono siano da noi scelte consapevolmente insieme ai pregi, che non si sezionino le persone in base ai propri desideri, rifiutando le parti che meno ci piacciono.
L'amore è un'apertura alla vita, ma anche un'autolimitazione che dovrebbe essere scelta consapevolmente con gioia, in totale libertà e con la consapevolezza che la perfezione non esiste.

sabato 16 novembre 2013

inebriante

Mi è capitato di riflettere su questa parola: inebriante.
Lo spunto è stato il dialogo con una persona che mi raccontava della mancanza, nella sua vita, di qualcosa di inebriante. Non un liquore, non una droga, ma qualcosa di inebriante nella relazione col mondo.
E mi sono chiesto: quanti di noi vivono momenti inebrianti nella loro vita? Quanto è necessario che momenti siffatti esistano? Ma soprattutto, cosa è che ci dà la sensazione di vivere qualcosa di inebriante?

Il dizionario definisce inebriante ciò che dà ebbrezza (una bevanda, un profumo, una musica).
Ma cos'è ebbrezza?
La Treccani la definisce:
stato di esaltazione e di piacevole stordimento per una gioia intensa, per una passione.
Se ciò è vero, può essere inebriante la passione per la vita, per una relazione nella quale si possa essere davvero se stessi avendo la sensazione di essere compresi.
Allora inebriante ha molto a che fare con autentico. 
Credo che spesso andiamo a cercare in cose stravaganti, inusuali, fuori dall'ordinario la nostra dose di ebbrezza, mentre è proprio nella fedeltà a noi stessi, nel profumo della nostra autenticità e nella ricerca delle nostre verità, che potremmo trovare il piacere più grande dell'esistenza. Quell'ebbrezza che nasce dalla consapevolezza di sapere ciò che siamo e di sentirci autorizzati ad esserlo nella quotidianità, coi nostri pregi e i nostri difetti, come tutti, superando la paura di non essere all'altezza delle aspettative eccessive nostre e degli altri.

domenica 10 novembre 2013

elogio della ricerca

Cresce sempre di più, nella nostra società, il valore che si dà ai prodotti finiti, mentre cala l'interesse per i processi di produzione, per l'attività di ricerca che ne permette la realizzazione.
All'inizio degli anni '80 l'Olivetti, che era leader mondiale nel suo settore, chiuse l'attività di ricerca, pensando di copiare o comprare il risultato della ricerca di altri; il risultato fu che, nel giro di dieci anni, quell'industria cessò di esistere.
Il discorso non riguarda solo la produzione di oggetti. 
Nell'ambito della psicoterapia, ad esempio, cresce sempre di più il numero di persone che cercano qualcuno che possa offrire una soluzione preconfezionata, perchè vorrebbero comprare un prodotto creato da altri che consenta loro di trovare la soluzione ai propri problemi esistenziali; costoro sono scarsamente interessati a fare un'attività di ricerca personale per conseguire quel risultato. E' un atteggiamento forse figlio della nostra società, che tende a voler accorciare al massimo gli spazi e a velocizzare il tempo.
Questo modo di fare espone però al rischio della dipendenza: il prodotto, invece di essere al nostro servizio, rischia di farci diventare dipendenti da sè e dal suo uso.
Spesso ci dimentichiamo dei processi naturali di crescita e sviluppo, che sono faticosi e lenti, se paragonati a quelli degli oggetti ipertecnologici che, con le loro prestazioni, ci regalano l'ebbrezza di sentirci quasi onnipotenti.
Il massimo della velocità si raggiunge nella dimensione dell'usa e getta, dove ad un oggetto se ne sostituisce un altro senza soluzione di continuità, come avviene in tante relazioni interpersonali, soprattutto quelle a sfondo prevalentemente sessuale.
In questa dimensione, è abolita la storia, quindi la valorizzazione delle nostre radici, della nostra reale essenza individuale fatta necessariamente di luci e ombre, di pregi e difetti: ombre e difetti che gli oggetti ipertecnologici non possono assolutamente possedere, pena la loro immediata espulsione dal mercato.
Noi stessi rischiamo di vederci, immaginarci e trattarci come oggetti, pronti a considerarci inadeguati se non siamo sempre e in ogni caso efficienti e a volte pensiamo di risolvere i nostri problemi andando in libreria a cercare un manuale di comportamento o in farmacia a comperare una pillola, che ci permettano in pochissimo tempo di recuperare il massimo dell'efficienza.
Tendiamo a non considerarci più soggetti che possono operare per la propria guarigione, che possono ogni giorno costruire e inventare la propria storia, ma oggetti ai quali un libro o una pillola (che diventano i soggetti) possono modificare il comportamento. E se in qualche momento piuttosto duro questo può anche avere un senso, quando diventa un sistema di vita, potrebbe essere opportuno rifletterci un po' sopra per cercare il modo di recuperare il desiderio e la capacità di essere semplicemente ciò che veramente siamo.
   

giovedì 7 novembre 2013

di ritorno dalla Biennale di Venezia


Di ritorno dalla Biennale di Venezia, mi è capitato di osservare scorci di realtà e di pensare: ecco, questa è un'opera d'arte, potrebbe essere esposta alla Biennale: mi è accaduto, ad esempio, con una rastrelliera di biciclette colorate un po' malandate e con la porzione di un edificio un po' diroccata incontrata lungo l'autostrada.
Anche mentre mi spostavo tra un padiglione e l'altro della Biennale, ogni tanto, avevo il dubbio se un certo manufatto, un oggetto con una sua identità particolare, ad esempio un bidone scrostato o un cestino un po' storto, fossero opere d'arte o oggetti comuni. 
Non sto scherzando e non è una sensazione di poco conto. 
Intanto, perchè può significare che qualsiasi cosa che abbia una sua identità singolare può offrire uno spunto creativo, se guardata con occhio artistico, e dall'altra, ci può fare chiedere qual'è la differenza tra noi comuni mortali e gli artisti affermati e ufficialmente riconosciuti come tali. 
Io credo che gli artisti contemporanei abbiano delle intuizioni, dei sentimenti, delle urgenze interiori, come noi tutti, e che, a differenza di noi, abbiano il tempo e il coraggio per trasformare questo materiale in oggetti, installazioni, video e invenzioni varie.
Cosa mi ha colpito di più?
A parte i disegni originali del Libro Rosso di Jung, così carichi di energia e di colori, che sono stati la molla che mi ha spinto ad andare a Venezia, insieme all'idea di prendermi un paio di giorni di riposo in quella splendida città, mi ha colpito il fatto che la stragrande maggioranza delle opere esposte raccontano il disagio, la povertà d'anima, la ripetitività, la mancanza di speranza che caratterizzano grande parte della nostra società. E poichè esponevano artisti di quasi cento nazioni diverse, temo che la globalizzazione riguardi anche lo smarrimento interiore rispetto alle prospettive di sviluppi futuri positivi del nostro mondo.

Una bella eccezione mi è rimasta particolarmente impressa: nel padiglione finlandese c'era un video che raccontava l'impresa di un giovane artista, che faticosamente trascinava nel mare alto circa un metro, a una certa distanza dalla spiaggia, uno dopo l'altro, una lunga serie di sacchi neri, fino a formare una barriera per le onde (tipo frangiflutti) che poi diventava un isoletta con addirittura una palma, sulla quale si sedeva contento, dopo la sua grande fatica. 
Ho apprezzato il significato simbolico del suo sforzo per contrastare e superare le ondate del mare che tendevano ad impedirgli di costruire la sua piccola personale isola (e d'altra parte, il rapporto col mare è un tema simbolico che si trova spesso nei sogni che facciamo).
Al contrario, il momento più disperante è stato nel padiglione spagnolo, dove troneggiava un enorme cumulo di rottami alto circa sei metri e largo come tutto il padiglione.

In compenso, ho mangiato dell'ottimo pesce, a prezzo accettabile, vicino a Venezia e venerdì primo novembre è stata una splendida giornata quasi primaverile. 


  

sabato 26 ottobre 2013

diventare se stessi

Nietsche diceva che Si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari, a me viene da aggiungere che si ripaga male un genitore se si rimane sempre figli.

lunedì 21 ottobre 2013

la paura delle responsabilità

La differenza tra il bambino e l'adulto consiste fondamentalmente nella consapevole accettazione delle responsabilità.
E' comodo evitare responsabilità, ma in questo modo si evita di crescere.
Alcuni bambini hanno paura di crescere, altri lo desiderano: credo che spesso la differenza sia determinata dall'atteggiamento dei genitori nei confronti delle responsabilità che la vita familiare e in genere la vita adulta necessariamente comporta. Un genitore che accetta di buon cuore le difficoltà degli impegni che si è assunto insegna ai figli che crescere è bello.

Accettare responsabilità significa radicarsi nel mondo e rinunciare a dilettarsi tutta la vita con infinite possibilità.
Certo, occorre essere liberi per autolimitarsi e non farlo perchè altri ce lo impongono con la violenza fisica o morale oppure con ricatti affettivi; questa è forse la cosa più impegnativa da realizzare.

Una nazione di irresponsabili è una nazione che non va da nessuna parte, un luogo dove ciascuno cura solamente il proprio orticello e si disinteressa completamente di quelli degli altri.

Credo che bisogna uscire da un equivoco: nessuno può salvare il mondo, nessuno può dare agli altri più energie di quelle che realmente ha disponibili, e d'altra parte è vero che dobbiamo destinare a noi stessi un numero sufficiente di attenzioni, per sopravvivere decentemente bene; ma tra i due estremi (l'egoista e il santo) c'è la realtà delle relazioni umane, che ha il suo fondamento oltre che nell'amore, anche nella responsabilità e nel rispetto sia per noi stessi che per gli altri.


giovedì 17 ottobre 2013

salviamo i bambini

Salviamo i bambini.
Cerchiamo di immaginare chi sono e cosa hanno dentro. Non i bambini in generale, ma quello lì, quello che abbiamo davanti e che ci sta guardando coi suoi occhi bambini.
Ascoltiamoli.
Se gridano, c'è sempre un motivo, come del resto anche noi.
Se sono felici, c'è sempre un motivo, come del resto per noi.
Ho visto bambini trascinati, urlanti, da genitori inflessibili, quasi aguzzini, convinti della bontà della propria cattiveria.
Perchè non si può ragionare coi bambini? Forse perchè noi non ragioniamo con loro?
Perchè non ci raccontano niente? Forse perchè noi non raccontiamo niente a loro?
I bambini hanno paura delle nostre paure, delle nostre incertezze mascherate da rigidità.
I bambini capiscono tutto, hanno antenne sensibilissime, sanno perfettamente quali sentimenti ci abitano il cuore. E' inutile volerli imbrogliare, riescono sempre a smascherare le nostre bugie, anche se non trovano il coraggio di dircelo e si tengono la terribile verità tutta per loro.
I bambini soffrono per noi. Recitano la parte che noi non abbiamo imparato. 
E ci vogliono salvare, vogliono che noi stiamo bene, perchè senza di noi sono perduti; noi lo sappiamo e spesso ci marciamo sopra. 
Anche quando ci fanno ammattire, quasi sempre lo fanno per farci sapere che c'è qualcosa che non va e che loro non hanno il potere di cambiare le cose.
Lo so, non è facile, perchè siamo sempre di corsa, perchè c'è tanto da lavorare o perchè abbiamo mille problemi. Ma cerchiamo di regalare loro, in mezzo ai giocattoli di cui li riempiamo, il dono più grande: la verità, l'autenticità, l'ammissione che non siamo extra-terrestri, che anche noi ci stanchiamo, ma che anche in quei momenti loro non escono dal nostro cuore.
Facciamoli sentire amati, perchè è questo di cui hanno bisogno. 
Stiamo dalla loro parte, loro staranno dalla nostra.
Come dice l'I King: non vi è nulla che sia più facile da evitare e più difficile da eseguire che spezzare la volontà ai bambini.

giovedì 10 ottobre 2013

la scuola oltre il fiume (1959)

Non voglio commentare, non voglio paragonare gli anni passati ai nostri giorni.
Ma qualche riflessione si può fare, dopo aver guardato questo breve filmato del 1959:


domenica 6 ottobre 2013

le opere di Jung alla biennale di Venezia

Un'idea per un fine-settimana piovoso d'autunno? Andare a visitare la Biennale di Venezia, aperta fino al 24 novembre, esclusi i lunedì. 
Quest'anno, per noi psicologi junghiani, c'è una chicca: l'esposizione delle tavole dipinte da Jung che illustrano il suo Libro Rosso, recentemente pubblicato anche in Italia.

Proprio ieri, un amico che non è psicologo e non è junghiano, ma è semplicemente un artista creativo, mi ha raccontato, assieme alla moglie, le emozioni che hanno provato davanti a queste opere di Jung esposte ai Giardini della Biennale, sostenendo che sono stupefacenti anche dal punto di vista tecnico-pittorico, paragonabili ad antiche preziose miniature.

Ma fare un giro alla Biennale, lui sostiene, fa bene comunque, perché si entra in contatto con creazioni di artisti di ogni parte del mondo e ci si apre un po' la testa, ci si relaziona con stimoli che attivano i nostri sentimenti e i nostri pensieri, come un invito a un dialogo che vada oltre la tradizionale ricerca del bello.

Se volete avere subito un'idea delle immagini realizzate da Jung, potete guardare qui:
https://www.google.it/search?q=libro+rosso+jung&espvd=210&es_sm=122&um=1&ie=UTF-8&hl=it&tbm=isch&source=og&sa=N&tab=wi&ei=fWdRUumWKabo4QTg_4HIBg