mercoledì 31 ottobre 2012

le cose essenziali nella vita




Goethe diceva che cinque erano le cose essenziali nella vita:
1) UNA CASA in cui abitare,
2) CIBO sufficiente per nutrirsi,
3) VESTITI per ripararsi dal freddo,
4) UN AMORE,
5) AMICI coi quali stare bene in compagnia.
 
Io aggiungerei:
6) LA SALUTE.
7) LA LIBERTA'
8) L'AMORE PER SE'
9) L'IRONIA E L'AUTOIRONIA
10) LA SERENITA' (LA PACE DENTRO).
 
 
Ma credo che ciascuno si possa divertire a costruire la propria lista delle cose che sono essenziali per vivere bene...

venerdì 26 ottobre 2012

dodici persone (più due)


Dodici persone, che non si conoscevano tra loro, sono venute a sapere casualmente, in modi diversi, che c'era un incontro pubblico sul tema dell'autenticità nelle relazioni.
Hanno deciso di partecipare e, successivamente, hanno aderito alla proposta di far parte di un gruppo che lavori sull'autenticità nelle relazioni.
Stasera queste dodici persone si troveranno attorno ad un tavolo per la prima volta, unite dal desiderio comune di approfondire questo tema che evidentemente è per loro importante.
Cosa faranno? Cosa scopriranno l'uno dell'altro? Quali affinità e quali differenze si evidenzieranno tra loro? Quali sono i loro personali modi di sentire questo tema?
Cosa si diranno, come si percepiranno, cosa si scambieranno?
E soprattutto: cosa nascerà da questa serie di incontri? Si formerà davvero un gruppo di persone con qualcosa di importante in comune o resteranno dodici persone slegate tra loro? Come si rapporterà il gruppo con l'autenticità di ciascuno di loro?
E come cambierà il loro rapporto con se stessi e con gli altri in conseguenza della partecipazione a questo gruppo?

Per ora si può dire solamente che trovarsi in gruppo  è un evento concreto, fisico e psichico insieme, che nella stessa stanza per due ore ci saranno dodici corpi, dodici cuori, dodici teste e dodici anime, e che nessuno li obbligherà a fare o dire qualcosa.
Nella stanza ci saranno anche altre due persone, che della ricerca dell'autenticità, propria e degli altri, hanno fatto il centro del proprio lavoro e che insieme agli altri dodici parteciperanno al gruppo, ascoltandosi e ascoltando, rapportandosi agli altri in modo autentico.
Quando qualcosa nasce è sempre un bel giorno, perchè il mondo è più ricco di prima; certo, dei neonati, bisogna prendersi cura con affetto e attenzione, per cercare di farli crescere sani e robusti. 


lunedì 22 ottobre 2012

amore e potere




Se qualcuno mi chiedesse qual'è il contrario dell'amore, non gli risponderei l'odio, perchè, come dice il poeta, in certi casi si può amare e contemporaneamente odiare la stessa persona; credo invece che gli risponderei: il potere.

Il potere è, a mio avviso, assolutamente incompatibile con l'amore: se uno ama davvero, il suo animo non può ospitare per nessun motivo il desiderio di esercitare qualche forma di potere o di violenza sull'altro.

L'amore è desiderio del benessere proprio e di quello dell'altro in una relazione paritaria.

Le persone che non hanno la capacità di amare molto spesso cercano nel potere quel soddisfacimento che non possono trovare nell'amore. Se qualcuno li ama sono sì contenti, ma del potere che l'amore dell'altro conferisce loro.

L'esercizio del potere nelle relazioni affettive porta a ragionare in termini di possesso dell'altro: sei mio, mi appartieni, sei cosa mia.
Questa è la motivazione che spinge a molestare o, nei casi più gravi, perfino a ferire o uccidere la persona che ci tradisce o ci lascia definitivamente: quella persona è diventata una nostra proprietà, quasi una parte di noi e quindi non gli viene riconosciuta nè una sua autonomia nè una sua indipendenza, quindi nemmeno la possibilità di uscire per un giorno o per sempre dal nostro dominio.

Ciò che viene pensato è: o sei mio o di nessuno: non passa neppure per la testa l'idea che l'altro appartiene solo a se stesso.



La capacità di amare, anche solo di sapere cos'è veramente l'amore, non è innata: deve essere sperimentata all'interno di un rapporto d'amore.
Solo chi è stato oggetto d'amore vero (di un genitore, di un nonno, di uno zio) sa cosa è l'amore e sa come si fa a realizzarlo concretamente nei rapporti tra le persone. Anche per questo, amare è così importante.
Prendere coscienza della propria e altrui capacità di amare è raro e costa molta fatica se non si è mai stati amati.

Chi non ha avuto la fortuna di essere stato amato spesso sostituisce alle gioie dell'amore il piacere di comandare gli altri, di essere un capo, di sentirsi potente, diventando a volte anche sadico nei confronti dei più deboli. In questo modo cerca di avere un risarcimento per quella ferita affettiva che gli è stata inferta.
Amare qualcuno che non è mai stato amato, fargli sentire il calore dell'amore, può significare aprirgli nuove possibilità di vita; in una relazione d'amore bisogna però stare molto attenti che costui dimostri concretamente di essere diventato davvero a sua volta capace d'amare e che non si limiti a godere del nostro amore in modo passivo.

Il potere dell'amore di uno solo non basta a garantire la bontà di una relazione d'amore: la capacità di amare di entrambi ne è la componente fondamentale.   

martedì 16 ottobre 2012

contraddizione e vita

Le persone che hanno sempre le idee chiare su tutto mi lasciano sempre un po' perplesso. Se trovassi un personaggio pubblico che ammettesse davanti a tutti di non avere precise certezze riguardo a un certo problema e si impegnasse a pensarci su seriamente, credo che lo seguirei con interesse.
Non perchè io non ami la chiarezza, anzi, credo che sia una condizione dell'animo bellissima e desiderabile, tuttavia credo che per arrivare alla chiarezza, quasi sempre bisogna passare attraverso momenti di incertezza, momenti nei quali non conosciamo bene la nostra verità, momenti di nebbia piuttosto che di sole sfolgorante.
Certo, sono momenti difficili, scomodi, dai quali si vorrebbe uscire il più presto possibile per sentirci più tranquilli e sereni. Però non credo sia giusto rifuggire sempre le contraddizioni, come se fossero una iattura, né cercare scorciatoie troppo veloci e poco meditate.
In definitiva, è proprio dallo stare un po' nella contraddizione che può nascere la nostra vera verità, a meno chè non vogliamo adeguarci sempre alle verità  che gli altri ci propongono, senza fare lo sforzo di pensare con la nostra testa.
Certo, nemmeno passare tutta la vita senza prendere una posizione, senza assumersi la responsabilità di una decisione, non è una buona cosa.
Il problema fondamentale consiste, a mio avviso, nel modo in cui noi ci poniamo di fronte alle contraddizioni. Si può avere un atteggiamento depressivo, sentirsi sommersi dalle difficoltà di trovare la nostra soluzione, la via d'uscita veramente valida per noi, oppure si può considerare il momento nebuloso come un'occasione di ricerca, di lavoro creativo per trovare la nostra strada, quella che ci porterà a godere di una nostra nuova e chiara consapevolezza.

domenica 14 ottobre 2012

l'autenticità nelle relazioni

Cinquanta persone oggi erano presenti all'incontro pubblico sul narcisismo. Cinquanta persone attente e interessate, che hanno prima ascoltato e poi dialogato con noi facendo domande ricche di senso e pertinenti.
Dodici di loro hanno chiesto di partecipare al gruppo che inizierà a lavorare sull'autenticità nelle relazioni tra quindici giorni.
Siamo contenti.
Abbiamo avuto la sensazione che ci sia un grande bisogno diffuso di naturalezza, di semplicità, di autenticità, di rapportarsi con gli altri in modo sincero e rispettoso.
Siamo stati lì, a dialogare col pubblico per quasi tre ore e nessuno se ne è andato via prima.
Siamo soddisfatti perchè non abbiamo promesso ricette miracolose, tecniche straordinarie. Abbiamo cercato di far capire che ciascuno ha in sè tutto ciò che gli serve per stare sufficientemente bene e che si può creare uno spazio accogliente che permetta a tutti di ascoltarsi ed esprimere ciò che si pensa e si sente vero.
Marc Chagall - Gli amanti in blu (1914)
Siamo stanchi di pensare che qualcuno abbia le ricette per la felicità, vorremmo che ciascuno, nei limiti del possibile, si riappropriasse della capacità di cercare e vivere la propria verità. Con senso di responsabilità, non per contemplare il proprio ombelico. Con la voglia di stare bene per far stare bene anche gli altri e avere con loro delle relazioni autentiche. Perchè crediamo che sia normale avere delle relazioni autentiche.

E adesso vorrei chiedervi: voi, come ve lo immaginate un gruppo che lavora sull'autenticità delle relazioni? Cosa pensate che si faccia o che succeda?

mercoledì 10 ottobre 2012

per conoscere il narcisismo

J.W.Waterhouse - Eco e Narciso - (1903)
Sabato prossimo 13 ottobre alle ore 17, al Palazzo Europa - Sala C, via Emilia Ovest, 101 a Modena, una mia amica-collega ed io parleremo di narcisismo insieme a chi vorrà partecipare.
Cercheremo di spiegare cos'è il narcisismo, che differenza c'è tra quello sano e quello patologico, da cosa nasce, in che modi si manifesta e come ci si può difendere dal narcisismo degli altri ma anche dal nostro.
Parleremo di Narciso, ma anche di Eco, che spesso viene poco considerata, ma che rappresenta perfettamente una forma precisa di narcisismo.
L'incontro pubblico e gratuito si inserisce in un progetto che cerca di favorire l'autenticità nelle relazioni, cosa impossibile da realizzare sia per coloro che hanno problemi di tipo narcisistico, sia per chi si trova a doversi rapportare con loro.
L'argomento è, a mio parere, di grande importanza, perchè la nostra società purtroppo ha un altissimo tasso diffuso di narcisismo che si presenta in mille forme diverse e la difficoltà quotidiana di sperimentare relazioni profonde autentiche, la crescita del senso di isolamento, della chiusura in se stessi e della fragilità delle persone, ne sono la testimonianza.
Superare il narcisismo significa poter creare relazioni autentiche, accettandosi per ciò che si è veramente e provando rispetto e sincero interesse per gli altri, per le loro individualità che, proprio perchè diverse dalle nostre, possono donarci sempre nuove conoscenze ed essere per noi preziose fonti di arricchimento culturale, affettivo e spirituale.

sabato 6 ottobre 2012

fare la pace con noi stessi

La nostra vita scorre tra due sentimenti opposti: l'impotenza e l'onnipotenza.
A volte uno dei due ci possiede e ci ritroviamo a pensare o che non riusciamo a fare nulla di buono o che possiamo compiere imprese impossibili.
Spesso questi due opposti stati d'animo si susseguono a breve distanza di tempo: ci sentiamo onnipotenti e quindi ci avventuriamo in progetti che poi non riusciamo a portare a compimento, dopodichè il nostro umore vira verso il nero della depressione, della svalorizzazione di sè, della perdita totale di autostima.
Ovviamente nessuno è davvero nè impotente, nè onnipotente.
Si tratta semplicemente di conoscere sufficientemente bene le nostre forze e le nostre capacità, per percorrere quei sentieri della vita che sono alla nostra portata: sarebbe assurdo che in montagna un escursionista non troppo esperto si avventurasse in ferrate e arrampicate difficili e pericolose.
La domanda è: perchè non ci andiamo bene così come siamo? Perchè non ci amiamo per ciò che siamo veramente? Per ciò che sentiamo, con le paure che abbiamo, con i limiti che abbiamo? Perchè dobbiamo sempre dimostrarci di essere migliori di ciò che siamo?
La risposta spesso è che non siamo stati apprezzati a sufficienza da un genitore o da tutti e due e, senza rendercene conto, passiamo la vita a cercare di essere sempre più bravi per cercare di ottenere dai genitori o dagli altri quell'approvazione, quell'apprezzamento che ci è mancato quando eravamo più piccoli e del quale soffriamo ancora la mancanza.
E' una specie di condanna che ci portiamo dentro e che non ha mai fine.
Fare la pace con noi stessi, accettarci per ciò che siamo veramente, è il frutto di una presa di posizione interiore affettiva ed emotiva, di un cambiamento di rotta, del riconoscimento che nessuno, nemmeno i nostri genitori, ha il diritto di dirci come dobbiamo essere nè di stare male e farci sentire in colpa se non siamo o non facciamo quello che loro ritengono giusto e buono per noi.
Il chè significa rivendicare a noi stessi il nostro diritto ad esistere in base a ciò che sentiamo e crediamo vero: un'assunzione di responsabilità verso noi stessi che fa la differenza tra il bambino dipendente dai genitori e l'adulto libero e autonomo.  

mercoledì 3 ottobre 2012

il mare che abbiamo dentro

"Miranda-The Tempest" - J.W.Waterhouse (1916)
In un giorno d'agosto guardavo il mare da un altura e riflettevo sulla più basilare differenza tra mare e montagne: sempre orizzontale il primo e sempre verticali le seconde; le montagne che puntano al cielo e il mare che ricopre come una pianura la superficie terrestre.
C'è chi ama solo il mare e chi ama solo le montagne; io amo entrambi i paesaggi, amo le loro caratteristiche naturali così diverse.
Quel giorno ero davanti al mare e questo smisurato mare che avevo davanti, mi ha fatto pensare a quante volte il mare, con i suoi simboli, è comparso nei miei sogni e in quelli dei miei pazienti: il mare che abbiamo dentro.
Viandante davanti al mare di nebbia - D.F.Caspar (1818)
Il mare nei sogni può essere calmo o tempestoso, l'acqua può essere chiara e trasparente oppure scura e torbida. Nel mare si possono nascondere preziosi tesori o terribili pericoli. Il mare può inghiottire e uccidere oppure può essere strumento di gioco e divertimento.
Dove l'acqua è alta bisogna saper nuotare per stare a galla, oppure trovare un appiglio che ci sostenga e ci salvi. Ci sono tratti di mare sicuri e altri pericolosi.
Poi c'è la riva del mare, la zona di confine tra il mare e la terra, uno spazio in cui spesso ci si ritrova e in cui accadono peripezie di ogni tipo: il mare che improvvisamente si ingrossa e ricopre la terra, la ricerca di un punto riparato e sicuro da cui osservare il paesaggio...
Il mare tempestoso e pericoloso può rappresentare bene tutte quelle forze negative che vorrebbero inghiottirci, togliere di mezzo la nostra vera personalità, annullarci e farci scomparire, mentre il mare calmo e senza pericoli può simboleggiare la nostra capacità di lasciarci andare con gioia, di non stare sempre coi piedi piantati sulla terra, di tuffarci in territori sconosciuti e profondi della nostra anima con la capacità di esplorarli e riemergere più ricchi di conoscenza e consapevolezza.
Ricordo ancora con chiarezza la prima volta che, tanti anni fa, mi misi la maschera e guardai sotto la superficie del mare: rimasi senza fiato. Sotto di me un fondale profondo con piante, pesci piccoli sotto la superficie e pesci sempre più grandi man mano che il mare si faceva più profondo. Pensai con meraviglia e stupore che sotto la superficie del mare c'era tutto un mondo, una parte della vita che io non conoscevo.
E' bello nuotare e giocare nell'acqua, così come è bello andare a passeggiare lungo i sentieri di montagna, a patto che non ci si vada a cacciare nei guai, che non si sopravvalutino le proprie forze e che si porti rispetto e un sano naturale timore per le forze della natura, uniti a una sana consapevolezza delle proprie energie e capacità.

martedì 2 ottobre 2012

con la psicoterapia non si rischia il narcisismo?


Ieri una persona mi ha fatto la domanda che dà il titolo al post e che mi offre l'opportunità di condividere con voi alcuni pensieri.

Con il termine narcisismo si può alludere ad una vera e propria psicopatologia, a volte molto grave, oppure a una generica tendenza a mettersi troppo al centro delle proprie attenzioni, trascurando le ragioni e i sentimenti degli altri.
Fare una psicoterapia dovrebbe portare ad una maggiore conoscenza di sè stessi, quindi anche ad una consapevolezza più chiara dei propri limiti e dei propri difetti (per superarli), e questo processo va nella direzione opposta a quella che il narcisista predilige, cioè l'incensamento di sè stesso.
Però è vero che nell'ambito psicoterapeutico un rischio narcisistico c'è: il rischio è quello di pensare che, proprio perchè si fa una psicoterapia, si è in qualche modo superiori a quelli che non la fanno, perchè si sono imparate (o si crede di avere imparato) tante cose di sè e di come funziona la psiche in generale.
Molti anni fa, quando ho cominciato a fare questo lavoro, questo rischio era molto accentuato, perchè erano pochi quelli che andavano da un analista e circolava con facilità un certo complesso di superiorità.
Woody Allen ha contribuito a dissacrare gli psicoanalisti, gli psicoterapeuti e anche i pazienti; la diffusione di massa delle psicoterapie ha fatto il resto, facendo crescere il numero dei pazienti, per cui oggi andare da uno psicoterapeuta è molto meno elitario rispetto al passato e per fortuna è anche molto calato il numero delle persone che pensano che chi va da uno psicologo è matto.
Però, sia gli psicoterapeuti che i pazienti devono stare comunque molto attenti.
Il mito del guaritore ferito è un importante punto di riferimento e un'ancora di salvezza contro ogni tipo di inflazione narcisistica: il guaritore migliore è quello che è stato a sua volta ferito, è passato attraverso il dolore di vivere e conosce sulla propria pelle (e non perchè l'ha letto sui libri) cosa vuol dire soffrire, guardare in faccia il proprio dolore e poi riuscire a superarlo, avendo modificato qualcosa del suo vecchio modo di vivere.
Io diffido istintivamente di tutti coloro che, come gli imbonitori, sorridono sempre e ti fanno pensare che cambiare è facile e che loro ti possono insegnare la ricetta per vivere bene senza fatica, così come diffido di quelli troppo cupi, che sembra che vivano costantemente immersi nel dolore di vivere.
I miei migliori maestri sono stati delle persone normali, che avevano vissuto in prima persona le gioie e i dolori della vita. Entrando in contatto con loro, avevo la sensazione che fossero persone semplici, che andavano immediatamente all'essenza delle cose e che non tenevano troppo in considerazione l'aspetto esteriore: una volta, addirittura, scambiai il nipote di Jung, che è un anziano psicoterapeuta svizzero-tedesco, per il fattore di una villa di campagna dove egli doveva tenere una conferenza. Mi venne incontro con una camicia a scacchi rossi e un'aria talmente bonaria e semplice, che solo quando mi chiese in un italiano stentato "scusi, tofe è la toilette?", capii che era lui quello che doveva raccontarci della sua infanzia vissuta vicino all'illustre nonno.
Qualche anno dopo, dovendo incontrare per la prima volta come paziente una famosa analista di Milano, alla persona semplice e normale che mi venne ad aprire la porta e che io scambiai per la donna di servizio, stavo per chiedere di annunciarmi alla padrona di casa, quando lei per fortuna mi anticipò presentandosi e risparmiandomi una pessima figura, perchè capii che l'analista che stavo cercando era proprio lei.
Ecco, facendo della psicoterapia con persone come queste, non si rischia certo di diventare narcisisti.
  

venerdì 28 settembre 2012

i bambini sentono tutto

A volte noi genitori ci troviamo in situazioni imbarazzanti perchè non sappiamo come dobbiamo parlare ai nostri figli di qualcosa di spiacevole che riguarda i nostri affetti o le nostre relazioni.

Credo che sia necessario non dimenticarsi mai che i bambini hanno una capacità grandissima di percepire i sentimenti veri che noi proviamo. I bambini conoscono i nostri stati d'animo veri spesso meglio di noi stessi, perchè loro non hanno ancora tutte quelle sovrastrutture e difese razionali che noi adulti ci siamo costruiti nel tempo.

Essi appartengono più di noi adulti al mondo della natura, sono dei piccoli animaletti, da questo punto di vista, e, come gli animali, hanno delle antenne potentissime che li mette in grado di percepire le emozioni e i sentimenti di chi hanno intorno.

Se noi siamo tristi e angosciati, i bambini lo sentono, a meno chè non siamo così bravi da interrompere il flusso interno di questi sentimenti quando siamo con loro. Se però ne rimane qualche traccia percebile, loro la sentono.

E non serve a nulla dire: "sto benissimo" quando coi gesti, col tono della voce, con gli sguardi, col tono dell'umore, stiamo gridando loro il nostro malessere.

Un bambino sa perfettamente quando un genitore è felice o quando è preoccupato; in questo secondo caso non è raro che il bambino venga da noi e ci chieda cosa abbiamo. Se noi rispondiamo "niente, niente" e facciamo finta di stare bene, il bambino percepisce che lo stiamo imbrogliando, ma, e questa è la cosa terribile, non potrà mai avere con noi un confronto sincero su questo imbroglio, perderà la fiducia in noi e, con dolore, si terrà tutto dentro. Riceverà due messaggi contemporanei e contrastanti (a parole "sto bene", nei fatti "sto male") e quindi non ci capirà più nulla, si sentirà confuso e ciò lo farà sentire solo, triste e abbandonato.

lunedì 24 settembre 2012

figli di genitori separati

Uscire da una separazione coniugale in avanti, cioè accedere ad un livello di vita migliore del precedente, è difficile per chi si separa e ancor più per i figli, che si trovano a dover fare i conti con una situazione inaspettata, che modifica pesantemente gli equilibri affettivi e organizzativi della loro famiglia.
D'altra parte esistono situazioni nelle quali la separazione è un male necessario, perchè i coniugi non riescono più a trovare un senso al proprio stare insieme e la vita quodiana rischia di diventare un inferno. In questi casi è fondamentale salvaguardare i figli, cercare di non far pesare loro addosso le piccole o grandi negatività che ogni separazione comporta. Quando i due genitori riescono a fare ciò, i figli possono continuare a crescere senza troppi traumi, anzi, a volte, meglio di prima.
A questo proposito non dimenticherò mai un aneddoto che mi raccontò un'amica che si separò circa quarant'anni fa, quando suo figlio aveva due anni e che dopo tre anni iniziò a convivere con un altro uomo, che andò ad abitare da lei e fece in pratica da secondo padre a suo figlio.
Il bambino frequentava la prima elementare, la maestra non sapeva nulla della separazione e al primo colloquio con la mamma, dopo alcuni mesi di scuola, con molto tatto e circospezione raccontò alla mamma che il figlio, molto tranquillamente, andava dicendo in giro ai compagni di classe che lui aveva due papà.
La mamma spiegò qual'era la sua situazione famigliare, le disse della separazione e del nuovo compagno che viveva in casa sua e chiese alla maestra se le sembrava che suo figlio avesse dei problemi a causa di ciò.
La maestra rispose che, a suo parere, il figlio della signora non aveva alcun problema, ma che i problemi li avevano gli altri bambini.
La mamma non capì e chiese spiegazioni alla maestra, la quale rispose che molti altri bambini andavano a casa dai rispettivi genitori, piangendo e lamentandosi del fatto che loro avevano un padre solo mentre l'altro bambino ne aveva due, chiedevano il perchè di quell'ingiustizia e se potessero avere due papà anche loro!
In questo caso, l'affetto sincero che era rimasto tra i coniugi separati, unitamente a quello che il nuovo compagno della madre aveva regalato a lei e al bambino, avevano fatto sì che il bambino non solo non si sentisse svantaggiato rispetto ai suoi compagni, ma addirittura fosse da loro percepito come più fortunato!
Per la cronaca, quel bambino ha compiuto da poco quarant'anni, si è fatto una sua famiglia e pare che sia diventato un ottimo marito e uno splendido padre di due bambini.  

giovedì 20 settembre 2012

i venti dell'anima

Foto di Andreas Kemenater - India
A volte capita di sentirsi in balìa di qualcuno o di qualcosa, altre volte ci sentiamo feriti dalla vita in generale che percepiamo ostile nei nostri confronti, ma molte volte siamo solo prigionieri di noi stessi.

A volte scambiamo la parte per il tutto, ci sentiamo in una situazione disperata e senza via d'uscita solo perchè abbiamo lo sguardo troppo basso, interamente concentrato sulla situazione negativa che ci fa soffrire.
In quei momenti dimentichiamo tutto il buono che abbiamo dentro e che esiste intorno a noi, ci scordiamo di tutte le cose belle che abbiamo vissuto e che potranno tornare in futuro, magari in forme diverse e con modalità diverse.
E' come se fossimo sotto un tremendo temporale e pensassimo che si estenda ovunque, che ricopra i cieli di tutta la Terra.
Non è così, non è mai così.

Le tempeste hanno anche loro dei limiti, di spazio e di tempo e ai loro margini ci sono ampie zone di sereno.
Tutto è regolato dai venti che spostano incessantemente le nuvole: le fanno arrivare, le addensano, e poi le portano lontano.
I venti sono fondamentali, nella natura come nella nostra psiche. I venti sono necessari, anche per spazzare via lo smog, i rifiuti nocivi che la vita produce.
I venti possono essere violenti e portare tempesta, oppure talmente piacevoli da accarezzarci dolcemente.

Se mancano i venti c'è bonaccia, c'è ristagno, c'è afa, spesso insopportabile.
In greco vento si dice Anemos. Da questa parola deriva la parola Anima, il principio vitale individuale che ci anima, che ci fornisce vitalità.

Quando siamo in pericolo perchè i venti soffiano troppo forte intorno a noi, cerchiamo un luogo riparato, un luogo sicuro, stiamo fermi e raccolti su noi stessi anche per un tempo lungo.
Adoperiamo le nostre energie solo per proteggerci e per prenderci cura di noi, con l'intento di subire i minori danni possibili.
Cerchiamo di essere amici e non nemici di noi stessi, anche se ci sembra di avere sbagliato qualcosa o tutto.

Opponiamoci con tutte le nostre forze all'idea che non faremo mai nulla di buono, perchè se rimaniamo in contatto con la nostra anima, col nostro naturale. genuino e autentico modo di sentire e vedere le cose, da noi si scatenerà un'energia vitale molto potente.

Se i venti terribili hanno fatto dei danni, quasi sempre ci si può organizzare per ricostruire.
Magari ci sarà da impegnarsi e da lavorare sodo, magari si tratterà di compiere un viaggio in sè stessi lungo e difficile, magari si dovrà chiedere l'aiuto di una guida, ma vale la pena di provarci perchè, come diceva Dante, si tratta di uscire dall'inferno e rivedere le stelle.

martedì 18 settembre 2012

un bel messaggio

Messaggio del Vice Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna, Stefano Versari, in occasione dell’inizio delle lezioni dell’anno scolastico 2012/13

Bologna, 12 settembre 2012
Agli studenti, alle famiglie ed al personale della scuola
e dell’amministrazione scolastica dell’Emilia-Romagna
Nel saluto di apertura dello scorso anno scolastico mi sono soffermato sul nostro “esserci” come educatori. Essere presenti con il cuore e con la mente. Attenti verso ciascun ragazzo, soprattutto nei momenti difficili che ciascuno di loro vive.
Mai avrei immaginato di aprire questo anno 2012-2013 con quasi duecento plessi scolastici danneggiati dal terremoto. Molte migliaia di alunni, centinaia di docenti e decine di dirigenti scolastici che opereranno in condizioni almeno inizialmente complesse. Tanti paesi distrutti, il patrimonio storico artistico gravemente lesionato se non abbattuto, il tessuto produttivo danneggiato nelle sue parti più vitali e prospere.
I danni immensi causati da questo terremoto – per le strutture scolastiche e produttive assai più grave di quello dell’Aquila anche se, fortunatamente, con un numero minore di vittime – arrivano per di più in un momento di forte contrazione di risorse e di rimodellamento dell’intera “macchina” dell’amministrazione statale e degli enti locali.
Il terremoto, evento ancora più sconvolgente in questo tempo di crisi, transizione, trasformazione. Un tempo che avrebbe comunque richiesto, anche senza il terremoto, il grande impegno di tutti per identificare e sostenere l’essenziale in ciascuna cosa. Imparando a rinunciare al non essenziale, anche se esso fa parte dell’immagine “agiata” che avevamo di noi stessi.
Un tempo quindi per molti aspetti duro, spigoloso, arduo. In cui le capacità di far fronte in modo concreto a problemi concreti devono prendere il sopravvento su costruzioni puramente mediatiche e illusorie di un mondo che non esiste (e non esisteva neppure prima).
Siamo chiamati a vivere questo nostro tempo, il tempo che ci è dato, non come maledizione ma con lo sguardo degli educatori. Cioè come coloro che sono chiamati alla speranza, a radicare i giovani nella realtà data, quale che sia, per costruire il loro futuro.
Se il nostro compito è “esserci”, essere presenti accanto ai nostri ragazzi, questo tempo difficile soprattutto per la nostra terra ci impone come dobbiamo esserci. Per essere aiutati a capire “come esserci” possiamo volgere lo sguardo a testimoni, come il poeta Davide Maria Turoldo che ha incentrato la sua opera nel coniugare tempi difficili e speranza, nell’osare la speranza proprio quando “la memoria è seminata di rovine delle cose amate”.
Questa è una terra forte anche quando trema ed è forte la sua gente. Nella complessità di questo presente ci troviamo più forti di quanto pensavamo. Credo anche scopriremo che i nostri giovani, che ci paiono a volte “leggeri” e privi di responsabilità, sapranno essere molto più costruttivi e determinati di quanto pensiamo; certamente molto più di quanto sarebbero stati se i tempi facili e falsi dell’illusione fossero ancora durati.
Ero piccolo ai tempi dell’alluvione di Firenze, ma ricordo amici più grandi che negli anni successivi raccontarono lo stupore di quello che si vide. Si vide una generazione di giovani buttarsi nel fango a spalare venendo da ogni dove senza neppure essere stati chiamati. Eppure era una generazione di cui si diceva che fosse persa nella fumosità di figli dei fiori e del disimpegno.
Così sarà per i giovani del terremoto che – adesso che i muri della scuola non ci sono più – improvvisamente sentono di volere la scuola, magari quella in cui andavano mugugnando al mattino. Perché la scuola è parte di una realtà che uno ritiene immutabile (e che perciò può anche essere messa in discussione e venire a noia). Poi la notte in cui tutto cade, la si ricerca, la si rivuole. Si desidera la propria scuola: sotto una tenda, in un prefabbricato, magari. Si rivuole la propria scuola perché si vuole ricominciare a vivere, si vuole il proprio futuro.
Tocca a noi fare di tutto perché i nostri ragazzi possano in questo anno scolastico che inizia riavere la scuola come tassello ineliminabile della loro vita.
Ho incontrato i Dirigenti Scolastici delle scuole terremotate, ho ascoltato le loro parole e letto le loro comunicazioni. Rimarco la fermezza, l’impegno e la forza che hanno dimostrato e stanno dimostrando, a prova che è nei tempi duri che le persone attingono alle risorse più profonde e preziose. Tanti insegnanti hanno lavorato volontariamente nei campi per aiutare i bambini e i ragazzi, elaborando il lutto e contrastando la paura nel fare concreto e non nella lamentazione sterile e arresa. Sono tornati a scuola e sarà Scuola, perché in qualunque luogo in cui essi insegneranno la scuola sarà.
La scuola è fatta di persone che donano quello che sono mentre trasmettono quello che sanno. Giovanni Reale, scrivendo dell’arte di Riccardo Muti e della Musa platonica, osservava che si possono possedere tutte le conoscenze e abilità tecniche, eppure si può rimanere freddi, lasciando l’altro senza emozioni spirituali di rilievo.

Occorre qualcosa di più della pur necessaria competenza disciplinare. Platone nel Fedro segnala la necessità di appropriata connessione delle cose collegate fra loro e con il tutto. E ne La Repubblica aggiunge la necessità dell’amore per il bello. E’ il compito del docente, di qualsiasi ordine e grado di scuola, in qualsiasi luogo.
Perciò anche nel resto della regione, in cui i muri sono in piedi e saldi, sono certo che la volontà di rigenerare un nuovo futuro in questi tempi difficili saprà essere il filo conduttore dell’azione di tutta la comunità educante.
Il mio saluto alle scuole e agli insegnanti, agli allievi ed alle loro famiglie, ai dirigenti scolastici ed al personale delle segreterie come pure al personale degli uffici dell’amministrazione del Ministero parte dalla certezza nella speranza per il bene dei nostri figli, dei nostri allievi, del nuovo futuro che essi rappresentano.
Stefano Versari
Vice Direttore Generale
Ufficio Scolastico Regionale
per l’Emilia-Romagna

venerdì 14 settembre 2012

sapersi perdonare

E.Hopper - Morning Sun (1952)
Pubblico questo scambio di mail che ho avuto con un'amica:

Caro Giorgio,
ho fortemente condiviso quanto hai scritto tempo fa sul tuo blog, relativo alla nostra capacità di abituarci rapidamente alle cose, dando per scontate quelle belle e rischiando di non valorizzarle più. L'esempio del Sella da un lato (ci abituiamo in fretta e diamo per scontate le cose belle) e del pronto soccorso dall'altro (quando le gioie che fanno parte della tua vita ti vengono a mancare, ecco che le valorizzi e ne comprendi appieno l'importanza) sono perfetti.
Alle tue osservazioni posso aggiungere sensazioni simili, collegate però alle "cose cattive" della vita.
Nel momento in cui attraversi periodo molto difficili, per te o per le persone che ami, il primo pensiero è: "Non ce la posso fare, è troppo per me!".
Poi inizi a conviverci, e a capire che hai la forza di sostenere quelle prove.
La situazione evolve ancora. Cogli, all'interno di quelle situazioni, l'amore profondo che ti lega ad altri e verifichi che quando tutto andava bene non eri riuscito a comprendere il senso di quella profondità. Capisci che il pianto non è solo espressione di dolore, ma ha una natura mista, fatta anche di uno spirito di commozione che credevi di non possedere più. Comprendi che essere moglie e madre, realtà quanto mai diffusa, è un'esperienza che diviene straordinaria quando cogli appieno l'immenso amore che ti lega alla tua famiglia. Valorizzi e coltivi le amicizie importanti, rinunci a quelle superficiali.
Vorresti tanto, come si fa sulle lavagne scolastiche o su un file di word, cancellare le cose cattive per tenere solo quelle buone. Ma sai che non è possibile e comprendi che quanto risulta negativo si traduce in positività là dove ti consente di abbracciare la forza dei sentimenti e di provare il bene che provi verso altri.
Sei anche consapevole di essere una persona imperfetta, con tanti limiti e difetti, ma la forza che hai trovato vivendo le "cose difficili" ti permette una cosa che prima risultava impossibile: quella di saperti perdonare.
A.

G.Klimt - L'abbraccio (1909)
Cara A.,
i pensieri che hai scritto sono molto profondi e veri e sono alla base dell’esperienza concreta del mio lavoro di psicoterapeuta.
In realtà ciò che faccio da tanti anni è prevalentemente incontrare delle persone che soffrono perché si sono allontanate dalla coscienza di sé, dalla consapevolezza della propria essenza naturale, e quindi leggono anche tutte le cose della vita, sé stessi e le relazioni in primis, usando un alfabeto sbagliato.
I sintomi psicologici, tutti, nessuno escluso, diventano allora l’unica possibilità di rendersi conto che c’è qualcosa di sbagliato, qualcosa che non va nella relazione con la propria vita, e quindi cercare umilmente di trovare un modo di stare al mondo più autentico, più vero, più personale. Questo li porta a usare i propri veri criteri individuali di scelta, a sentire e frequentare chi davvero è simile, e a rinunciare alle relazioni che rendono la propria anima più povera.
Non è un’apologia del dolore fine a sé stesso, ma il vivere il dolore come fonte di crescita e consapevolezza.
Qualcuno purtroppo non ce la fa, ma chi riesce a passare attraverso Scilla e Cariddi, ha qualcosa in più degli altri, un’esperienza che rende diversi e che fa riconoscere quasi a pelle chi è sopravvissuto dopo essere passato attraverso esperienze analoghe alle tue. Chi ha salvato il suo bambino interiore e può ora prendersene cura per sanare quelle ferite che le circostanze della vita gli avevano inferto. E la vita diventa qualcosa di meno tragico, di più comprensibile, e la pietà e il perdono ne sono i frutti più belli.



mercoledì 12 settembre 2012

il pulcino Pio è morto

Quest'estate avevo sentito parlare del pulcino Pio, uno dei tormentoni dell'estate, una canzoncina di tipo infantile che tutti conoscevano. Io avevo saputo che il pulcino Pio era il protagonista e che alla fine della canzone veniva asfaltato dal trattore di un contadino.
Poi un giorno ho incontrato una bambina di circa 3 anni, visibilmente triste e dispiaciuta per la brutta fine del pulcino, che chiedeva al papà come mai il pulcino Pio morisse alla fine della storia.
L'espressione triste di quella bambina mi è rimasta dentro e ogni tanto mi è capitato di chiedermi: ma perchè il pulcino Pio deve morire senza un motivo preciso?
Poi ho visto il video della canzone, un cartone animato, in cui allegramente si presentano tutti gli animali della fattoria (come Nella vecchia fattoria,  cavallo di battaglia del Quartetto Cetra di tanti anni fa) e alla fine, senza motivo alcuno, il trattore del contadino schiaccia il pulcino in mezzo alla strada spegnendo il suo canto gioioso.
Le fiabe a volte sono truci, ma dietro alle morti, agli avvenimenti spaventosi, c'è quasi sempre un collegamento col senso più complessivo della vita (bene e male, vita e morte, ecc.) e quando questo collegamento apparentemente non c'è, fanno riflettere che esiste anche la morte, che le cose non vanno sempre a finire bene. Ma si tratta di una riflessione, che è adatta per i bambini un po' grandicelli, non per quelli di tre anni.
Qui, invece, il cartone animato è di quelli che guardano i bambini piccoli: presenta una situazione gioiosa, che poi termina improvvisamente in modo tragico senza spiegare niente.
Penso che un bambino di 3-4 anni possa rimanere turbato da questo non-senso della morte e, se avessi un figlio di quell'età, forse gli direi che il pulcino è andato sotto al trattore perchè non è stato attento ad attraversare la strada, in modo da dare un senso al finale della storia. Perchè le cose tragiche che non hanno un senso, creano dentro di noi delle ferite, anche profonde e durature.
Più in generale, mi chiedo perchè questa canzone ha avuto tanto successo. Non è che ci permette di guardare dall'esterno gli istinti sadici che covano dentro di noi senza sentirci colpevoli? Quegli istinti sadici che ci portano ad augurare con violenza tutto il male possibile a uno che ci attraversa la strada mentre corriamo in automobile, ad esempio? Non è che corrisponde a quel modo distaccato e poco compassionevole di guardare gli altri in generale (mors tua, vita mea) tanto comune al giorno d'oggi?
In fin dei conti, ad essere asfaltati in mezzo alla strada non siamo mica noi o i nostri familiari, è il pulcino Pio...

giovedì 6 settembre 2012

incontro sul narcisismo

J.W.Waterhouse - Eco e Narciso (1903)
Dopo il post del 9 dicembre 2011 torno a parlare di narcisismo, perchè su questo tema sto lavorando con la dott.ssa Maria Luisa Agostaro, amica e collega; insieme stiamo preparando un incontro pubblico che si svolgerà a Modena fra circa un mese e che sarà la continuazione del discorso iniziato il 5 maggio con la conferenza sulla comunicazione autentica nelle relazioni.
Il narcisismo ci appare infatti come un grave ostacolo alla realizzazione di relazioni autentiche in tutti i rapporti affettivi: nella coppia, nelle amicizie, nel rapporto genitori-figli, per non parlare del narcisismo in politica, nei programmi televisivi e nei rapporti sociali in generale.
 
Il post del 9 dicembre ha avuto a tutt'oggi 38 commenti, quasi tutti di donne che raccontavano la propria esperienza negativa vissuta in un rapporto affettivo con un narcisista.
In questo incontro vorremmo approfondire il tema, cercare di spiegare cos'è il narcisismo, come nasce, come si può riconoscere e cosa si può fare per difendersene. Ma anche quali sono le caratteristiche di personalità che rendono difficile limitare i danni quando ci si innamora di una persona con un disturbo narcisistico del carattere.
 
Crediamo che sia importante conoscere meglio le dinamiche psicologiche che si costellano nel rapporto con un narcisista per diventare più consapevoli delle relazioni affettive che si stanno vivendo e per essere il più possibile in grado di prendere le decisioni più sane e vitali, quelle che permettono di non soffrire inutilmente.
 

mercoledì 29 agosto 2012

siamo unici, siamo diversi

Ciascuno di noi ha un corpo che è il proprio corpo naturale e che si differenzia, poco o tanto, da tutti gli altri corpi.
Ciascuno di noi ha una psiche (un'anima, un'interiorità, uno spirito, un modo di essere e di sentire le cose) che è la propria psiche e che si differenzia, poco o tanto, da quelle degli altri.
Se noi ascoltiamo con attenzione il nostro corpo, sapremo con certezza di cosa ha bisogno o desiderio in quel momento: cibo, acqua, movimento, riposo, coccole, ecc.
Se noi ascoltiamo con attenzione la nostra psiche, sapremo con certezza di cosa ha bisogno in quel momento: riposo, svago, buone compagnie, amore, solitudine, ecc.
Corpo e psiche insieme compongono un tutt'uno: la nostra essenza naturale, ciò che siamo veramente. Quindi, quando cerchiamo delle risposte sulla nostra essenza, sulle nostra verità, non dobbiamo cercarle fuori di noi, non dobbiamo presumere che altri conoscano le nostre risposte giuste. Se anche fosse così, se anche qualcuno conoscesse davvero la nostra verità, dovremmo essere sempre noi a riconoscerne il valore, a mettere il nostro sigillo, il nostro personale e autentico assenso: solo in questo modo potremmo essere sicuri di non sbagliare.
Far crescere un bambino, aiutare un amico, un figlio grande o un genitore, significa comunicargli il nostro punto di vista, lasciandolo libero di farlo suo oppure rigettarlo.
Non si può far mangiare a una persona con la forza un cibo che non vuole assolutamente, che non gli piace: si potrà sforzarlo un po', se siamo convinti che gli fa bene, ma non oltre un certo limite.
Se noi fin da piccoli potessimo crescere in un ambiente che ci lascia la possibilità di scoprire piano piano chi siamo veramente, cosa vogliamo, qual'è la nostra vera verità, vivremmo normalmente bene. Il problema è che molto spesso gli altri ci vedono coi loro occhi, misurano il nostro futuro con i loro metri, e ciò può creare gravi problemi, proprio perchè ciascuno ha il proprio corpo e la propria psiche, che sono diversi da quelli di tutti gli altri, genitori, figli e fratelli compresi.   

mercoledì 15 agosto 2012

verità e sensi di colpa


Cercare la propria verità può essere faticoso perché ci si può rendere conto che in passato si sono fatte delle scelte che si credeva sarebbero state vere per sempre ma che, anche se allora erano giuste, oggi vengono messe in dubbio e forse non sono più corrispondenti alla verità che si sente dentro.
Che accada ciò è però normale, perché siamo esseri umani e non indovini e non possiamo mai sapere con totale certezza come evolveranno le situazioni in futuro.
La verità è da riferire sempre al momento della scelta, alle consapevolezze che abbiamo nel preciso momento in cui scegliamo. Del senno di poi son piene le fosse dice, con ragione, un noto proverbio popolare.
Se le nostre consapevolezze cambiano, possiamo valutare negativamente le scelte fatte in passato senza farci venire assurdi sensi di colpa; ciò che serve è, invece, rendersi sanamente conto dei cambiamenti avvenuti nel nostro modo di sentire e di valutare le cose per cercare di modificare i nostri comportamenti in tal senso, perché è assurdo sentirsi in colpa per qualcosa che non corrisponde più alla nostra verità attuale.

domenica 5 agosto 2012

amore e doveri



Se i doveri sono conseguenza dell’amore autentico, tutto va bene e non si sta male ad assolverli, ma se chiamiamo amore qualcosa che invece è solo la conseguenza di un dovere che ci siamo imposti, è difficile che sia vero amore e bisognerebbe chiamarlo “esecuzione di un dovere”.
Se in amore si sente di dover fare qualcosa in base a un dovere non scelto liberamente, nè sentito profondamente come autentico, è probabile che si avverta del malessere, a volte che ci si senta in colpa e/o più soli di prima.
Quando si è ottemperato ai doveri che nascono dal vero amore, invece, ci si sente in pace con se stessi e col mondo, perché ciò che si è fatto, fosse anche un sacrificio, ha un senso profondo per noi: l’abbiamo scelto veramente ed è per noi la prima e più valida scelta. E’ la nostra vera verità.

lunedì 30 luglio 2012

l'importanza di ascoltarsi

Una mia paziente, qualche anno fa, mi disse che le era successa una cosa importante. Lei era abituata a fare jogging per rilassarsi e, quando usciva di casa, si metteva a correre fino a quando, stanca, decideva di rientrare. Nell'ultima uscita, invece, a un certo punto, improvvisamente, aveva sentito che il suo corpo le chiedeva di smettere di correre e di iniziare a camminare, poi, dopo qualche minuto, di correre di nuovo, poi di camminare, poi di fermarsi, e così via. Per tutto il tempo della sua passeggiata lei aveva semplicemente esaudito alla lettera ciò che le chiedeva il corpo.
Mi disse che avere ascoltato e assecondato le richieste del suo corpo era stata per lei un'esperienza nuova e appagante, che le aveva dato un senso di pienezza e di benessere totale. La testa non si doveva più porre domande su cosa fosse meglio fare, nè su cosa desiderasse davvero: il corpo. inequivocabilmente, le suggeriva qual'era la cosa giusta da fare in ogni momento.
Aveva sperimentato il proprio corpo come una parte di sè che sapeva con chiarezza cosa desiderava e la sua testa aveva semplicemente recepito ed eseguito le richieste che venivano dal corpo.

Credo che molti momenti difficili nella nostra vita nascano dalla mancanza di ascolto delle richieste che giungono dalla nostra psiche e dal nostro corpo. A volte non si può realizzare subito ciò che il nostro corpo e la nostra anima ci chiedono, però il sapere cosa si sente davvero, cosa si vuole davvero, è fondamentale per non sentirsi confusi. Se, per motivi contingenti, non si può fare ciò che si vorrebbe, non ha importanza: lo si farà appena si potrà, ci si darà da fare per cercare di realizzare le condizioni che ce lo permetteranno in futuro. Saremo delle persone che sanno ciò che desiderano veramente e che cercano di realizzarlo, e questo stato d'animo conferirà senso alla nostra vita.
E' la mancanza di ascolto di noi stessi, la confusione su ciò che effettivamente è vero ed ha senso per noi, che ci mette in difficoltà.
Le ferie possono essere un'occasione ideale per ascoltarci, per stare con noi stessi, liberati dalle esigenze del lavoro e dei ritmi spesso frenetici che viviamo abitualmente.
Approfittiamone, per chiederci cosa vogliamo veramente e cos'è davvero importante per noi, per ascoltare la nostra psiche e il nostro corpo, che sono ciò che ci costituisce, sono la nostra essenza, e spesso ci chiedono le stesse cose, con modalità e strumenti espressivi diversi.
Cerchiamo di volere bene e di nutrire bene la nostra psiche e il nostro corpo: in cambio avremo quella serenità e quella sicurezza che ogni rapporto d'amore regala a chi lo vive in modo appassionato.