giovedì 10 ottobre 2013

la scuola oltre il fiume (1959)

Non voglio commentare, non voglio paragonare gli anni passati ai nostri giorni.
Ma qualche riflessione si può fare, dopo aver guardato questo breve filmato del 1959:


domenica 6 ottobre 2013

le opere di Jung alla biennale di Venezia

Un'idea per un fine-settimana piovoso d'autunno? Andare a visitare la Biennale di Venezia, aperta fino al 24 novembre, esclusi i lunedì. 
Quest'anno, per noi psicologi junghiani, c'è una chicca: l'esposizione delle tavole dipinte da Jung che illustrano il suo Libro Rosso, recentemente pubblicato anche in Italia.

Proprio ieri, un amico che non è psicologo e non è junghiano, ma è semplicemente un artista creativo, mi ha raccontato, assieme alla moglie, le emozioni che hanno provato davanti a queste opere di Jung esposte ai Giardini della Biennale, sostenendo che sono stupefacenti anche dal punto di vista tecnico-pittorico, paragonabili ad antiche preziose miniature.

Ma fare un giro alla Biennale, lui sostiene, fa bene comunque, perché si entra in contatto con creazioni di artisti di ogni parte del mondo e ci si apre un po' la testa, ci si relaziona con stimoli che attivano i nostri sentimenti e i nostri pensieri, come un invito a un dialogo che vada oltre la tradizionale ricerca del bello.

Se volete avere subito un'idea delle immagini realizzate da Jung, potete guardare qui:
https://www.google.it/search?q=libro+rosso+jung&espvd=210&es_sm=122&um=1&ie=UTF-8&hl=it&tbm=isch&source=og&sa=N&tab=wi&ei=fWdRUumWKabo4QTg_4HIBg

giovedì 3 ottobre 2013

amor sacro e amor profano

Amor sacro e amor profano - Tiziano - 1514
Mi ha sempre lasciato perplesso la contrapposizione tra amore sacro e amor profano, mi ha sempre lasciato con una sensazione di incompiutezza, come due parti che non rappresentano l' intero perché sono vissute come scisse, opposte tra loro.
Io credo che l'amore possa contenere in sé entrambi i termini. 
Fisicità e spiritualità sono due modalità che, se congiunte, possono esprimere compiutamente l'incarnazione dell'amore.
L'Amore è uno solo e la sua sacralità si può manifestare appieno nel rapporto fisico tra corpi non disgiunti dall'anima, ma vivificati dalla totalità con cui si può essere nella relazione amorosa, anche al di fuori delle credenze religiose e dei sacramenti. 
Un esserci completamente, che include necessariamente la presenza del sacro accanto al profano. 

giovedì 26 settembre 2013

identità o efficienza?

Charlie Chaplin nel film Tempi moderni
Il compito fondamentale di ciascun essere umano dalla nascita in poi è prendere coscienza della propria vera identità, per potere relazionarsi con gli altri e col mondo nel modo più autentico.
Fino a qualche decennio fa, ciò significava fondamentalmente due cose: da un lato, andare oltre la assoluta istintività della primaria condizione di natura e, dall'altro, difendersi dai principi morali troppo ristretti ed oppressivi: in termini psicanalitici, l'Io doveva trovare la propria identità barcamenandosi tra la istintività collettiva dell'Es e l'eccessivo rigore morale del Super-Io.
E' ancora valido oggi questo modello?
Nei suoi aspetti fondamentali è ancora valido, ma si è aggiunta una complicazione importante, perchè la nostra società dominata dalla tecnica, tende ad applicare le leggi della tecnica anche agli individui e alle relazioni tra le persone. Ciò significa che, così come una macchina deve funzionare e produrre al massimo delle sue possibilità, altrimenti non va bene e deve essere aggiustata o sostituita, nello stesso modo si è diffusa l'abitudine di considerare gli esseri umani in base alla loro funzionalità e produttività, non solo rispetto al mondo del lavoro, ma anche alla rete di relazioni umane ed affettive in cui sono inseriti.
L'uomo come la macchina, nel lavoro ma anche nelle relazioni affettive: se è efficiente va bene, altrimenti è malato o diverso, non funziona bene, con conseguente diminuzione dell'autostima.

Questo modo di considerare le persone, piano piano si è inserito nelle coscienze individuali e ci ha pesantemente condizionato. Per ovviare a ciò, sono nate un'infinità di tecniche che hanno lo scopo di farci diventare più efficienti nel più breve tempo possibile. Il rischio è però di concentrarsi esclusivamente sul cercare di diventare più efficaci, di fornire prestazioni all'altezza delle richieste e dei modelli che ci vengono proposti, smettendo di chiederci chi siamo veramente e come vorremmo cercare davvero di vivere per stare decentemente bene.

Questo discorso vale, naturalmente, anche per il corpo: chi non è all'altezza dei modelli che vanno di moda, tende a non essere apprezzato. Anche il corpo è diventato un corpo-macchina, che viene valutato e quindi amato in base alla quantità di prestazioni che fornisce. 
Il fatto che uno possa essere non proprio perfetto ed efficiente rispetto a qualche scala di valori fisica o psichica, diventa subito diversità, stigma, etichetta negativa, situazione da eliminare.

Il mondo, quindi, come una gara continua dove solo chi vince o arriva tra i primi è felice e realizzato, mentre gli altri vengono eliminati o marginalizzati, come tanti programmi televisivi ci insegnano quotidianamente.
Perciò credo che sia importante, oggi più che mai, cercare di riconoscere, valorizzare e amare la nostra vera identità fisica e psichica, non per isolarsi dagli altri, ma per cercare di portare avanti la nostra vita sulla base di quelle che sono le nostre caratteristiche più autentiche, anche se possono sembrare un po' diverse o meno produttive rispetto a quelle altrui.

  

lunedì 16 settembre 2013

amore o possesso?

E se non dicessimo più mia moglie o mio marito?
Se non usassimo più l'aggettivo possessivo per indicare il coniuge che amiamo?

Questa è la proposta provocatoria che Umberto Galimberti ha lanciato oggi nel corso della sua conferenza al Festival della Filosofia di Modena, rispondendo alla domanda di una donna che chiedeva cosa si può fare per fermare il femminicidio.
La sensazione di possedere l'altro, il sentirlo come cosa propria, invece di considerarlo una persona libera, padrona di sé stessa, è alla base delle violenze che si consumano quando l'altro non soddisfa i nostri desideri e reclama la propria autodeterminazione.

E' una proposta che forse fa fatica ad essere accettata a livello razionale, perchè siamo abituati da sempre a dire: mia moglie, mio marito, la mia fidanzata, ma anche mio figlio... Provate però ad immaginare se nessuno dicesse più mio o mia riferendosi alla persona che ama, se non si sentisse nessuno usare più queste parole. Chissà se a livello collettivo cambierebbe qualcosa nella percezione della relazione amorosa con l'altro?

E in ogni caso, anche solo ricevere questa provocazione e fermarsi un po' a rifletterci sopra, può fare un po' di bene. Quando ci arrischiamo ad andare con l'immaginazione oltre le regole di comportamento codificate razionalmente, allarghiamo i nostri orizzonti e possiamo immaginare di realizzare cambiamenti che migliorino il nostro e l'altrui modo di vivere.


martedì 10 settembre 2013

amare

Cosa si può dire di essenziale sull'amore?
Cosa significa amare?
Io credo che amare significhi soprattutto desiderare che una persona possa essere libera di essere ciò che è veramente e fare tutto il possibile affinché questa condizione si realizzi.
Poichè, come sappiamo, si deve amare il prossimo come sé stessi, ne consegue che la realizzazione pratica dell'amare dovremmo cercare di concretizzarla sia nei confronti degli altri che verso noi stessi.

Per poter amare bisogna conoscere l'oggetto d'amore, quindi la conoscenza di sé e degli altri è la conditio sine qua non per poter amare. Come posso amare all'interno di un rapporto concreto colui che non conosco? Come posso cercare di aiutarlo a diventare sé stesso se non intuisco la verità della sua essenza? Diversamente si corre il rischio, peraltro molto frequente, di amare l'oggetto delle nostre proiezioni, una sorta di film che ci facciamo su come l'altro è, che però non corrisponde alla realtà.

L'amore reciproco è pienamente compiuto quando entrambi gli amanti amano molto e con la stessa intensità sé stessi e l'altro.




giovedì 29 agosto 2013

la conoscenza di sè

La conoscenza di sè è fondamentale, ma come si fa a conoscersi meglio? A sapere con certezza qualcosa di più della nostra più vera, intima essenza individuale?
Per rispondere a questa domanda, può essere utile ripensare alle nostre esperienze passate, a quali situazioni ci hanno fatto conoscere qualcosa di vero di noi stessi. Possono essere stati incontri casuali con persone che hanno accolto la nostra verità facendoci da specchio, oppure momenti di introversione, di solitudine quasi depressiva, che ci hanno dato la spinta per superare le paure, per sfrondare gli orpelli che ci eravamo costruiti e che ci hanno spinto con forza a cercare la nostra essenza più vera. 
Cercare la verità spesso mette paura. Ed è giusto che sia così, perchè solo se sentiamo di avere le energie sufficienti per farlo, dobbiamo cercare di conoscere e realizzare ciò che siamo veramente, perchè ci vuole forza e coraggio per confrontarsi con gli altri sostenendo i propri valori e la propria visione della vita, in quanto spesso ci si può sentire diversi.

Conoscersi e avere la forza di proporsi agli altri per quello che si è, significa essere più selettivi e avere meno paura degli altri, desiderando di più il confronto con gli altri su un piano di parità e di reciproco rispetto. 
Solo chi ha paura o è insicuro di sè, tende ad avere un atteggiamento di aggressività, per difendersi e cercare di spaventare l'altro, come fanno i cagnolini piccoli che abbaiano a quelli più grandi, i quali, peraltro, spesso, essendo più forti, non rispondono alle provocazioni.
    
Sicuramente non si arriverà mai a conoscersi completamente, ma è certo che ciascuno di noi ha una propria identità che, se riconosciuta e rispettata, lo farà vivere meglio, in modo più naturale.

Spesso compare la paura di conoscersi meglio, perchè si teme di scoprire aspetti negativi della propria personalità. Io credo che bisogna cercare di superare questi timori, perchè solo se si conoscono anche le parti meno nobili di noi, si può essere in grado di fronteggiarle, depotenziarle o magari scoprire che non sono proprio nostre per natura, ma che le abbiamo solo utilizzate per difenderci, per sopravvivere in condizioni di difficoltà. Oppure ci è stato detto da altri che siamo cattivi e malvagi, semplicemente perchè una parte della nostra indole, il nostro temperamento esuberante, dinamico, diverso e fuori dalle righe, non era gradito e accettato. 
A volte si diventa aggressivi semplicemente perchè gli altri lo sono stati con noi, ma si tratta di una reazione difensiva, non di un tratto di personalità negativo. Anzi, un po' di aggressività è bene che ci sia, perchè altrimenti diventiamo succubi di chi ci vuol fare diventare quello che vuole lui. Il problema non è l'aggressività in sè, ma è come la si usa. 

La forza per acquisire una sempre maggiore conoscenza di sè si fonda sulla convinzione interiore che sia giusto diventare consapevoli di ciò che si è veramente e che questo vale per noi come per tutti gli altri, ad iniziare dai nostri figli e dalle persone a cui vogliamo più bene.        

giovedì 22 agosto 2013

la libertà...

Per chi non l'ha mai sentita ma anche per chi la conosce già.
Per arricchire il significato della libertà.


giovedì 8 agosto 2013

liberi di esistere

Ci sono dei momenti, nella vita, nei quali il nostro passato è inerte, rappresenta solo se stesso e non ci comunica nulla di nuovo, mentre il futuro è ancora di là da venire e di lui non riusciamo ad immaginare proprio nulla.
C’è solo il presente, che è fatto di irrequietezza, di sensazioni ondivaghe e dell’assenza di qualsiasi certezza.
Se riusciamo a non cadere nello smarrimento, tenendoci ancorati a noi stessi, a quello che, comunque, percepiamo di noi, possiamo provare uno stato d’animo simile ad una lieta liberazione, una gioia bambina. Se ascoltiamo attentamente dentro di noi, possiamo sentire la nostra anima creativa che è in movimento, possiamo percepirne le vibrazioni sottili.
Non ci sono obblighi, non ci sono modelli. Non c’è un programma prestabilito, nessuna istruzione per l’uso.
Siamo liberi, liberi veramente (e la cosa spesso spaventa un po’): liberi di essere, liberi di immaginare, liberi di fantasticare, liberi di ascoltarci.
Spesso questi momenti coincidono con delle giornate di ferie, quando usciamo dalla routine quotidiana.

Forse a questo servono soprattutto le ferie: oltre a riposare, a cercare di entrare in contatto con la nostra anima più autentica e libera, a riportarla alla luce, alla faccia delle cattive abitudini quotidiane che la nascondono alla nostra coscienza.

martedì 25 giugno 2013

cibo


Esiste un cibo per il corpo e un cibo per l’anima.

Ci sono cibi che nutrono e altri che non nutrono.

Si può essere sazi di cibo per il corpo e affamati d’amore.

I bulimici buttano dentro di sé ogni sorta di schifezza,
come se fossero dei pozzi vuoti o delle fogne.

Gli anoressici rinunciano al cibo materiale per un ideale di perfezione.


venerdì 21 giugno 2013

l'educazione secondo Marcello Bernardi

Quella irriducibile speranza che si chiama libertà, quel misterioso indefinibile appello che risuona costantemente nel profondo di ogni essere umano, credo nasca soprattutto dall'educazione. Parola, anche questa, fra le più imbarazzanti. Se ne possono dare mille definizioni, di libertà e di educazione, ma è difficile, forse impossibile, esprimerne l'essenza. Penso comunque che l'uomo educato - e solo lui - sia veramente libero.
Libero dalle prevaricazioni di un qualsiasi sistema, libero dal ricatto, dalla paura e dal bisogno. E se potessi tentare di tradurre questa mia convinzione in parole, direi che un essere umano è educato quando ha imparato a superare il suo egocentrismo, a entrare nell'universo e a far entrare l'universo in sé stesso, a non misurare gli altri uomini e le cose sulla propria misura e a non misurare la propria persona sui codici del mondo. In breve, per usare una parola scomoda, quando sa amare.

Tratto da Marcello Bernardi e il judo di Cesare Barioli, Vallardi ed.

venerdì 14 giugno 2013

forza e fragilità

Ciascuno di noi ha le proprie fragilità.
Non esiste una persona che non abbia qualche punto debole, anche coloro che sembrano perfetti.
Anzi, più si ha paura delle proprie fragilità e più si cerca di apparire solidi come l'acciaio.
Non è un caso che uomini di potere perdano la testa e compiano gesti estremi se la loro fortuna vacilla.
Al contrario, le persone realmente forti sono quelle che riescono ad accettare le proprie fragilità senza farne un dramma.

D'altra parte, le vere amicizie si basano sulla confidenza, che nasce dalla condivisione delle difficoltà che si sperimentano nella vita.
Se tutti riuscissero ad accettare le proprie e le altrui fragilità senza giudicarle in modo eccessivamente negativo e senza averne troppa paura, le relazioni tra gli uomini sarebbero molto più autentiche e appaganti.

Identificarsi con l'immagine della persona superiore agli altri e senza debolezze è ciò che impedisce l'intimità delle relazioni.
A molti figli viene attribuito dalla famiglia questo ruolo di persona sempre forte, che impedisce loro di poter vivere anche le proprie debolezze; costoro devono quindi sopportare, senza lamentarsi, altri membri della famiglia cui viene attribuita l'etichetta di più debole, più incapace, ecc.
Ciò purtroppo a volte conferisce a quello che viene definito più debole l'alibi per crogiolarsi nella propria debolezza, mentre l'altro è costretto a impersonare sempre il ruolo del più forte, non potendo mai manifestare le proprie fragilità. 


sabato 8 giugno 2013

andare incontro al paziente

Molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della professione, mi telefonò una persona che mi raccontò di essere da poco tempo in cura da uno psicoterapeuta, col quale però le cose non andavano bene.
Mi spiegò che aveva degli attacchi di panico molto forti che gli impedivano fisicamente di andare nello studio del terapeuta e, nonostante le sue richieste, il medico non era disponibile per andare a fare le sedute di psicoterapia presso il suo domicilio.
Mi chiese quindi se io avrei potuto andare a fare le sedute nella sua abitazione. Risposi affermativamente e iniziai ad andare da lui ogni sabato mattina.
Un po' di tempo dopo mi disse che si sentiva pronto per provare a venire con la sua automobile nel mio studio, che distava circa 20 chilometri da casa sua. Io acconsentii e il sabato successivo lo aspettai nel mio studio, sperando di vederlo arrivare.
Poco prima dell’orario concordato, ricevetti invece una sua telefonata nella quale mi disse che era riuscito ad arrivare in automobile fino a un paesino che era circa a metà strada tra casa sua e il mio studio. Mancavano ancora 10 km, ma lui non riusciva né a proseguire verso il mio studio, né a tornare a casa: era bloccato esattamente a metà strada.
Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei andato io da lui, e così feci. Lui intanto si era seduto al tavolino di un bar all’aperto. Lì lo raggiunsi, mi sedetti vicino a lui e facemmo la nostra seduta sotto l'ombra di un albero. Dopo un’ora mi disse che se la sentiva di tornare a casa, e così fece.
Il sabato successivo ci riprovò e questa volta arrivò fino al mio studio: ricordo ancora l’atmosfera di festa e di gioia che vivemmo insieme quel giorno!

Questo episodio è rimasto profondamente impresso nella mia memoria, perché questo trovarsi a metà strada, questo fare ciascuno dei due il proprio pezzo di strada per andare incontro all'altro è rimasto per me simbolo ed essenza del lavoro psicoterapeutico.

venerdì 31 maggio 2013

tutto scorre

Bisognerebbe sentirla scorrere,
la vita,
bisognerebbe non opporvisi e non ignorarla,
seguire il suo flusso, essere con lei,
esserle amica,
anche quando ci ferisce con le sue asperità improvvise.
Bisognerebbe ascoltare la sua musica,
lasciarsi cullare dai suoi suoni,
abbandonarsi alle sue melodie
e alle sue dissonanze.

Tutto scorre, in ogni momento,
il nuovo diventa vecchio
e sempre qualcosa di diverso ci si presenta davanti.
Come in un film, come in un sogno,
le immagini scorrono e noi dove siamo?

Come salmoni vogliamo tornare alla fonte,
entrare in un senso vietato.
Tutto inutile, si può solo andare avanti,
cercando la strada,
accettando le difficoltà,
senza perdere mai la fiducia,
mescolando passato e futuro,
dolcezze e amarezze,
rimanendo ancorati al presente,
in compagnia della nostra immaginazione.



martedì 28 maggio 2013

elogio dell'inatteso

L'atteso non si compie 
e all'inatteso un dio apre la via.
Euripide

Io sono la somma delle mie esperienze. Bene.
Ma ora come vado avanti? Come posso fare nuove esperienze? 
In due modi: cercando il nuovo o aprendomi all'inatteso.
C'è una notevole differenza tra questi due atteggiamenti, apparentemente simili.
Se cerco il nuovo, sono Io che mi organizzo e decido le strategie sul come e dove cercare, seguirò un piano che avrò deciso in base a ciò che già sono, sulla base di ciò che so, che già conosco.
Se invece mi apro all'inatteso, se sono disposto ad andare a conoscere senza pre-giudizi ciò che mi capiterà "casualmente", che non sarà ciò che stavo cercando perchè non era nelle mie pre-visioni, allora avrò l'occasione di fare davvero una esperienza diversa.
Lo si vede bene quando si pianifica un viaggio. Io posso decidere di andare in un certo luogo per vedere determinate cose, ma quando sono nella zona prescelta posso incontrare cose che non avevo previsto e che mi suscitano interesse, mentre quelle che avevo prescelto possono non essere poi così interessanti.
Certo, se faccio parte di un viaggio organizzato, non sarà possibile deviare dalle mete prestabilite, ma se sono autonomo potrò modificare il programma, assecondando i miei desideri del momento.
Uno dei rischi che corriamo nella nostra vita quotidiana è di predefinire con troppa precisione i nostri comportamenti e le nostre ricerche, senza prendere in considerazione le occasioni inattese che la vita ci fa incontrare. Spesso viviamo l'inatteso come un disturbo, come un fastidio, perché siamo concentrati esclusivamente sui nostri progetti iniziali. 
Il rischio vero è di perseguire l'ideale perdendo l'incontro col reale.
Per questo ogni tanto bisognerebbe andare in giro senza mete troppo precise, tenendo il cuore aperto alle possibili deviazioni che ci si possono presentare, che potrebbero aprirci la strada verso nuovi e inaspettati percorsi realmente trasformativi.

Certamente questa è una condotta che ci espone a dei rischi, perché si va realmente aldilà del conosciuto e delle abitudini, ma è proprio in una regione diversa da quelle conosciute o immaginate, che si possono fare nuove esperienze. E d'altra parte, il non essere aperti a prendere seriamente in considerazione l'inatteso ci espone al rischio reale di non fare mai esperienze veramente nuove.

mercoledì 22 maggio 2013

il mondo non esiste

Il mondo non esiste.
Esistono tanti mondi diversi, ciascuno di noi vede e percepisce il mondo in modo diverso dagli altri.
Per qualcuno il mondo è privo di senso e senza speranza, per altri è pieno di persone interessanti, di passioni e di piacere.
Tra questi due estremi ci stanno miliardi di sfumature personali, che tutti i giorni si modificano come fuochi d'artificio, perchè siamo in tanti ad avere l'umore un po' cangiante: oggi vediamo tutto nero, domani grigio, e domani l'altro magari rosa, mentre il mondo resta sempre uguale.
Quindi non è corretto vivere in basi a dogmi, accettare a priori ciò che dicono gli altri, come se il mondo fosse uguale per tutti, come se tutti vivessero nello stesso mondo allo stesso modo, come se la verità di qualcun altro dovesse necessariamente essere anche la nostra.

martedì 14 maggio 2013

un ragazzino autistico

La scorsa settimana aspettavo mio figlio all'uscita da scuola, quando ho visto arrivare un ragazzino di 11-12 anni che era per mano ad un educatore, il quale lo ha consegnato al padre, che lo ha accolto con un gran sorriso e con le braccia tese. Il ragazzino ha evitato le braccia del padre ed è andato a piazzarsi immobile di fronte alla rete metallica di un campetto di calcio, in quel momento completamente deserto.
La cosa mi ha colpito e ho guardato meglio il ragazzino. Il suo volto era bellissimo: biondino, ricciolino, un amore. I suoi occhi fissavano un punto vuoto a mezz'aria, verso il cielo oltre la rete. 
E' rimasto così, col corpo immobile e l'aria sperduta, ma determinato a fissare quel punto nel cielo, finché suo padre lo è andato gentilmente a prendere e ha cercato di dargli la mano, cosa che il ragazzino ha rifiutato, pur seguendo il padre verso casa.
Così se ne sono andati via, uno a fianco all'altro, ma senza toccarsi, senza guardarsi e senza parlarsi.

Ho capito che era un ragazzino autistico.
Io non mi sono mai occupato professionalmente dell'autismo, non mi è mai capitato, ma quel ragazzino visto per pochi minuti all'uscita da scuola mi è rimasto dentro nel cuore e man mano che passa il tempo il suo ricordo non sbiadisce.
Premesso che il papà era gentilissimo e dolcissimo, viene da chiedersi: ma cos'è questo autismo, questo stare chiuso in una bolla di sapone, in un mondo tutto tuo da non condividere con nessuno, nemmeno con chi ti vuole bene?
E' una patologia che professionalmente mi attira moltissimo e una sfida difficilissima: riuscire a trovare il modo per comunicare, per instaurare un dialogo, per bucare e fare scoppiare quella bolla di sapone che isola dal mondo degli altri. 

lunedì 6 maggio 2013

comizi d'amore

Pier Paolo Pasolini andò in giro per l'Italia negli anni '60 intervistando persone di ogni ceto sociale sul tema dell'amore e del sesso, argomento quest'ultimo quasi tabù per l'epoca.
Con la naturalezza che lo contraddistingueva, faceva domande semplici e dirette. Le risposte raccolte offrono un quadro veritiero della realtà sociale di quegli anni che, a mio parere, è estremamente interessante anche a 50 anni di distanza.
Qui sotto trovate un piccolo frammento di quel lavoro, raccolto nella campagna modenese (su youtube alla voce Comizi d'amore Pasolini potete trovare molto altro materiale).
Sono molto curioso di sapere cosa ne pensate.


giovedì 2 maggio 2013

comunicare con naturalezza



Qualche tempo fa mi è capitato di parlare con alcune ottime persone colte e sensibili.
Una di loro si era meravigliata perché io avevo risposto con estrema franchezza ad un comune conoscente; poiché stava facendo un corso di comunicazione non violenta, le sembrava che le mie parole fossero state troppo dirette e in contrasto con alcuni modelli di comunicazione efficace che aveva imparato frequentando alcuni corsi.
Ascoltandola, ho provato un po' di insofferenza, anche perché la persona cui avevo detto quelle cose non aveva reagito negativamente  e il mio intento era stato proprio quello di parlargli senza mezze misure per indurlo a riflettere su alcuni suoi problemi che egli aveva raccontato.

In generale, penso che una comunicazione che si fonda troppo sull'osservazione di regole formali, possa nuocere alle relazioni, perché tende ad ingessarle, a favorire il controllo dell'espressività a scapito della naturalezza e dell'ascolto profondo di se stessi e degli altri.
Temo che le nostre relazioni soffrano spesso di un eccesso di controllo razionale al quale a volte si alterna un'incontrollabile, violenta e prorompente fuoriuscita di sentimenti.
Spesso scambiamo la forma per la sostanza e bisticciamo a lungo su inutili questioni formali, senza comunicarci l'essenza delle cose.
Diventiamo allora asettici, sterili, non ci infervoriamo per le cose essenziali, non trasmettiamo calore: tendiamo ad essere freddini, distaccati, un po' estranei e troppo concentrati sul nostro comportamento nella relazione.
Non dico che ci si debba scannare, non mi piacciono le sceneggiate televisive alla Sgarbi; il rispetto per l'altro non deve mai mancare, ma il calore umano, la partecipazione del cuore, l'interesse genuino per l'altro, sono, a mio avviso, elementi necessari in una relazione che non sia superficiale e che abbia un minimo di senso.
L'amore, l'amicizia, le relazioni tra gli esseri umani, richiedono di offrire agli altri il distillato della propria umanità in presa diretta, mantenendo sempre attivo l'ascolto delle reazioni dell'altro, per modulare correttamente l'esposizione dei nostri pensieri e sentimenti, evitando inutili esagerazioni.    

giovedì 25 aprile 2013

simboli: l'automobile

A volte mi capita di pensare che il mio lavoro consista nell'arte di osservare i pezzi che compongono la psiche dei miei pazienti (oltre che i miei), cercandone il senso, come un meccanico che osserva un motore e controlla i rapporti tra le varie parti che lo compongono: guarda se c'è qualche tubo scollegato, qualche guarnizione che perde, qualche piccola crepa che fa perdere i liquidi.
I pezzi della psiche si chiamano: amore, amicizia, relazioni, autostima, lavoro, futuro, divertimenti, genitori, figli, coniugi, amanti, sensi di colpa, ansie, paure, ossessioni, sesso, nostalgie, invidie, depressioni, dubbi, certezze, cambiamenti, gioie, trasformazioni, giovinezza, vecchiaia, malattie, vita e morte.

Spesso è l'usura, unita alla mancanza di manutenzione, che crea i problemi più gravi.
A volte mi chiama qualche vecchio paziente che aveva concluso positivamente il suo lavoro con me e a distanza di anni mi dice:"dottore, avrei bisogno di venire a fare un tagliando...".

Che automobile siamo? Come siamo fatti? Come funzioniamo, ma soprattutto: chi è che guida?
Un buon autista deve conoscere il proprio mezzo, deve sapere che potenza ha il motore, che forza hanno i freni e quanto carburante c'è nel serbatoio, perché quando è in riserva deve andare a fare rifornimento.
La carrozzeria è forse la parte meno importante, a patto che stia insieme, che non sia troppo arrugginita e che non si perdano i pezzi per strada.

Negli anni del boom economico ogni auto era personalizzata: amuleti vari che pendevano dallo specchietto, foto dei figli appiccicate al cruscotto, motori truccati, adesivi colorati sulla carrozzeria. Oggi è solo la grandezza e la potenza che distinguono le auto: sono quasi tutte bianche o color argento o scure.
E la formula 1! Le corse per arrivare primi, per vincere le gare. A costo di lavorare come matti tutto l'anno per rosicchiare qualche centesimo di secondo all'avversario. La formula 1 è arrivata nei paesi da occidentalizzare prima della politica: il circuito di Ungheria ai tempi della caduta del muro di Berlino, oggi il primo circuito in Cina e nel Bahrein. A portare la nostra concezione della vita: la vittoria e la velocità.

Ci sono quelli che cambiano l'auto ogni tre anni e quelli che la tengono fin che va, anche se non è più di moda, anche se è vecchia. Se ne prendono cura a volte in modo un po' ossessivo: la tengono controllata, pulita, in ordine, le vogliono bene, le sono affezionati. Commercialmente non vale nulla; se gliela scassano, l'assicurazione non gli dà una lira, ma per loro è importante. Un po' come nelle relazioni: c'è chi cambia spesso partner e chi resta fedele a uno solo, anche se invecchia e perde qualche colpo.

C'è la guida prudente, la guida sportiva, ci sono quelli che vanno come lumache e quelli che sfrecciano rischiando la propria incolumità e quella degli altri.
C'è chi è distratto, chi va fuori strada, chi slitta, chi sbanda, chi va al limite delle possibilità, chi si fa del male perché, magari inconsciamente, è proprio quello che cerca.
L'auto, davvero, simbolo del nostro modo di vivere la vita.