sabato 8 giugno 2013

andare incontro al paziente

Molti anni fa, quando ero ancora all’inizio della professione, mi telefonò una persona che mi raccontò di essere da poco tempo in cura da uno psicoterapeuta, col quale però le cose non andavano bene.
Mi spiegò che aveva degli attacchi di panico molto forti che gli impedivano fisicamente di andare nello studio del terapeuta e, nonostante le sue richieste, il medico non era disponibile per andare a fare le sedute di psicoterapia presso il suo domicilio.
Mi chiese quindi se io avrei potuto andare a fare le sedute nella sua abitazione. Risposi affermativamente e iniziai ad andare da lui ogni sabato mattina.
Un po' di tempo dopo mi disse che si sentiva pronto per provare a venire con la sua automobile nel mio studio, che distava circa 20 chilometri da casa sua. Io acconsentii e il sabato successivo lo aspettai nel mio studio, sperando di vederlo arrivare.
Poco prima dell’orario concordato, ricevetti invece una sua telefonata nella quale mi disse che era riuscito ad arrivare in automobile fino a un paesino che era circa a metà strada tra casa sua e il mio studio. Mancavano ancora 10 km, ma lui non riusciva né a proseguire verso il mio studio, né a tornare a casa: era bloccato esattamente a metà strada.
Gli dissi di non preoccuparsi, che sarei andato io da lui, e così feci. Lui intanto si era seduto al tavolino di un bar all’aperto. Lì lo raggiunsi, mi sedetti vicino a lui e facemmo la nostra seduta sotto l'ombra di un albero. Dopo un’ora mi disse che se la sentiva di tornare a casa, e così fece.
Il sabato successivo ci riprovò e questa volta arrivò fino al mio studio: ricordo ancora l’atmosfera di festa e di gioia che vivemmo insieme quel giorno!

Questo episodio è rimasto profondamente impresso nella mia memoria, perché questo trovarsi a metà strada, questo fare ciascuno dei due il proprio pezzo di strada per andare incontro all'altro è rimasto per me simbolo ed essenza del lavoro psicoterapeutico.

venerdì 31 maggio 2013

tutto scorre

Bisognerebbe sentirla scorrere,
la vita,
bisognerebbe non opporvisi e non ignorarla,
seguire il suo flusso, essere con lei,
esserle amica,
anche quando ci ferisce con le sue asperità improvvise.
Bisognerebbe ascoltare la sua musica,
lasciarsi cullare dai suoi suoni,
abbandonarsi alle sue melodie
e alle sue dissonanze.

Tutto scorre, in ogni momento,
il nuovo diventa vecchio
e sempre qualcosa di diverso ci si presenta davanti.
Come in un film, come in un sogno,
le immagini scorrono e noi dove siamo?

Come salmoni vogliamo tornare alla fonte,
entrare in un senso vietato.
Tutto inutile, si può solo andare avanti,
cercando la strada,
accettando le difficoltà,
senza perdere mai la fiducia,
mescolando passato e futuro,
dolcezze e amarezze,
rimanendo ancorati al presente,
in compagnia della nostra immaginazione.



martedì 28 maggio 2013

elogio dell'inatteso

L'atteso non si compie 
e all'inatteso un dio apre la via.
Euripide

Io sono la somma delle mie esperienze. Bene.
Ma ora come vado avanti? Come posso fare nuove esperienze? 
In due modi: cercando il nuovo o aprendomi all'inatteso.
C'è una notevole differenza tra questi due atteggiamenti, apparentemente simili.
Se cerco il nuovo, sono Io che mi organizzo e decido le strategie sul come e dove cercare, seguirò un piano che avrò deciso in base a ciò che già sono, sulla base di ciò che so, che già conosco.
Se invece mi apro all'inatteso, se sono disposto ad andare a conoscere senza pre-giudizi ciò che mi capiterà "casualmente", che non sarà ciò che stavo cercando perchè non era nelle mie pre-visioni, allora avrò l'occasione di fare davvero una esperienza diversa.
Lo si vede bene quando si pianifica un viaggio. Io posso decidere di andare in un certo luogo per vedere determinate cose, ma quando sono nella zona prescelta posso incontrare cose che non avevo previsto e che mi suscitano interesse, mentre quelle che avevo prescelto possono non essere poi così interessanti.
Certo, se faccio parte di un viaggio organizzato, non sarà possibile deviare dalle mete prestabilite, ma se sono autonomo potrò modificare il programma, assecondando i miei desideri del momento.
Uno dei rischi che corriamo nella nostra vita quotidiana è di predefinire con troppa precisione i nostri comportamenti e le nostre ricerche, senza prendere in considerazione le occasioni inattese che la vita ci fa incontrare. Spesso viviamo l'inatteso come un disturbo, come un fastidio, perché siamo concentrati esclusivamente sui nostri progetti iniziali. 
Il rischio vero è di perseguire l'ideale perdendo l'incontro col reale.
Per questo ogni tanto bisognerebbe andare in giro senza mete troppo precise, tenendo il cuore aperto alle possibili deviazioni che ci si possono presentare, che potrebbero aprirci la strada verso nuovi e inaspettati percorsi realmente trasformativi.

Certamente questa è una condotta che ci espone a dei rischi, perché si va realmente aldilà del conosciuto e delle abitudini, ma è proprio in una regione diversa da quelle conosciute o immaginate, che si possono fare nuove esperienze. E d'altra parte, il non essere aperti a prendere seriamente in considerazione l'inatteso ci espone al rischio reale di non fare mai esperienze veramente nuove.

mercoledì 22 maggio 2013

il mondo non esiste

Il mondo non esiste.
Esistono tanti mondi diversi, ciascuno di noi vede e percepisce il mondo in modo diverso dagli altri.
Per qualcuno il mondo è privo di senso e senza speranza, per altri è pieno di persone interessanti, di passioni e di piacere.
Tra questi due estremi ci stanno miliardi di sfumature personali, che tutti i giorni si modificano come fuochi d'artificio, perchè siamo in tanti ad avere l'umore un po' cangiante: oggi vediamo tutto nero, domani grigio, e domani l'altro magari rosa, mentre il mondo resta sempre uguale.
Quindi non è corretto vivere in basi a dogmi, accettare a priori ciò che dicono gli altri, come se il mondo fosse uguale per tutti, come se tutti vivessero nello stesso mondo allo stesso modo, come se la verità di qualcun altro dovesse necessariamente essere anche la nostra.

martedì 14 maggio 2013

un ragazzino autistico

La scorsa settimana aspettavo mio figlio all'uscita da scuola, quando ho visto arrivare un ragazzino di 11-12 anni che era per mano ad un educatore, il quale lo ha consegnato al padre, che lo ha accolto con un gran sorriso e con le braccia tese. Il ragazzino ha evitato le braccia del padre ed è andato a piazzarsi immobile di fronte alla rete metallica di un campetto di calcio, in quel momento completamente deserto.
La cosa mi ha colpito e ho guardato meglio il ragazzino. Il suo volto era bellissimo: biondino, ricciolino, un amore. I suoi occhi fissavano un punto vuoto a mezz'aria, verso il cielo oltre la rete. 
E' rimasto così, col corpo immobile e l'aria sperduta, ma determinato a fissare quel punto nel cielo, finché suo padre lo è andato gentilmente a prendere e ha cercato di dargli la mano, cosa che il ragazzino ha rifiutato, pur seguendo il padre verso casa.
Così se ne sono andati via, uno a fianco all'altro, ma senza toccarsi, senza guardarsi e senza parlarsi.

Ho capito che era un ragazzino autistico.
Io non mi sono mai occupato professionalmente dell'autismo, non mi è mai capitato, ma quel ragazzino visto per pochi minuti all'uscita da scuola mi è rimasto dentro nel cuore e man mano che passa il tempo il suo ricordo non sbiadisce.
Premesso che il papà era gentilissimo e dolcissimo, viene da chiedersi: ma cos'è questo autismo, questo stare chiuso in una bolla di sapone, in un mondo tutto tuo da non condividere con nessuno, nemmeno con chi ti vuole bene?
E' una patologia che professionalmente mi attira moltissimo e una sfida difficilissima: riuscire a trovare il modo per comunicare, per instaurare un dialogo, per bucare e fare scoppiare quella bolla di sapone che isola dal mondo degli altri. 

lunedì 6 maggio 2013

comizi d'amore

Pier Paolo Pasolini andò in giro per l'Italia negli anni '60 intervistando persone di ogni ceto sociale sul tema dell'amore e del sesso, argomento quest'ultimo quasi tabù per l'epoca.
Con la naturalezza che lo contraddistingueva, faceva domande semplici e dirette. Le risposte raccolte offrono un quadro veritiero della realtà sociale di quegli anni che, a mio parere, è estremamente interessante anche a 50 anni di distanza.
Qui sotto trovate un piccolo frammento di quel lavoro, raccolto nella campagna modenese (su youtube alla voce Comizi d'amore Pasolini potete trovare molto altro materiale).
Sono molto curioso di sapere cosa ne pensate.


giovedì 2 maggio 2013

comunicare con naturalezza



Qualche tempo fa mi è capitato di parlare con alcune ottime persone colte e sensibili.
Una di loro si era meravigliata perché io avevo risposto con estrema franchezza ad un comune conoscente; poiché stava facendo un corso di comunicazione non violenta, le sembrava che le mie parole fossero state troppo dirette e in contrasto con alcuni modelli di comunicazione efficace che aveva imparato frequentando alcuni corsi.
Ascoltandola, ho provato un po' di insofferenza, anche perché la persona cui avevo detto quelle cose non aveva reagito negativamente  e il mio intento era stato proprio quello di parlargli senza mezze misure per indurlo a riflettere su alcuni suoi problemi che egli aveva raccontato.

In generale, penso che una comunicazione che si fonda troppo sull'osservazione di regole formali, possa nuocere alle relazioni, perché tende ad ingessarle, a favorire il controllo dell'espressività a scapito della naturalezza e dell'ascolto profondo di se stessi e degli altri.
Temo che le nostre relazioni soffrano spesso di un eccesso di controllo razionale al quale a volte si alterna un'incontrollabile, violenta e prorompente fuoriuscita di sentimenti.
Spesso scambiamo la forma per la sostanza e bisticciamo a lungo su inutili questioni formali, senza comunicarci l'essenza delle cose.
Diventiamo allora asettici, sterili, non ci infervoriamo per le cose essenziali, non trasmettiamo calore: tendiamo ad essere freddini, distaccati, un po' estranei e troppo concentrati sul nostro comportamento nella relazione.
Non dico che ci si debba scannare, non mi piacciono le sceneggiate televisive alla Sgarbi; il rispetto per l'altro non deve mai mancare, ma il calore umano, la partecipazione del cuore, l'interesse genuino per l'altro, sono, a mio avviso, elementi necessari in una relazione che non sia superficiale e che abbia un minimo di senso.
L'amore, l'amicizia, le relazioni tra gli esseri umani, richiedono di offrire agli altri il distillato della propria umanità in presa diretta, mantenendo sempre attivo l'ascolto delle reazioni dell'altro, per modulare correttamente l'esposizione dei nostri pensieri e sentimenti, evitando inutili esagerazioni.    

giovedì 25 aprile 2013

simboli: l'automobile

A volte mi capita di pensare che il mio lavoro consista nell'arte di osservare i pezzi che compongono la psiche dei miei pazienti (oltre che i miei), cercandone il senso, come un meccanico che osserva un motore e controlla i rapporti tra le varie parti che lo compongono: guarda se c'è qualche tubo scollegato, qualche guarnizione che perde, qualche piccola crepa che fa perdere i liquidi.
I pezzi della psiche si chiamano: amore, amicizia, relazioni, autostima, lavoro, futuro, divertimenti, genitori, figli, coniugi, amanti, sensi di colpa, ansie, paure, ossessioni, sesso, nostalgie, invidie, depressioni, dubbi, certezze, cambiamenti, gioie, trasformazioni, giovinezza, vecchiaia, malattie, vita e morte.

Spesso è l'usura, unita alla mancanza di manutenzione, che crea i problemi più gravi.
A volte mi chiama qualche vecchio paziente che aveva concluso positivamente il suo lavoro con me e a distanza di anni mi dice:"dottore, avrei bisogno di venire a fare un tagliando...".

Che automobile siamo? Come siamo fatti? Come funzioniamo, ma soprattutto: chi è che guida?
Un buon autista deve conoscere il proprio mezzo, deve sapere che potenza ha il motore, che forza hanno i freni e quanto carburante c'è nel serbatoio, perché quando è in riserva deve andare a fare rifornimento.
La carrozzeria è forse la parte meno importante, a patto che stia insieme, che non sia troppo arrugginita e che non si perdano i pezzi per strada.

Negli anni del boom economico ogni auto era personalizzata: amuleti vari che pendevano dallo specchietto, foto dei figli appiccicate al cruscotto, motori truccati, adesivi colorati sulla carrozzeria. Oggi è solo la grandezza e la potenza che distinguono le auto: sono quasi tutte bianche o color argento o scure.
E la formula 1! Le corse per arrivare primi, per vincere le gare. A costo di lavorare come matti tutto l'anno per rosicchiare qualche centesimo di secondo all'avversario. La formula 1 è arrivata nei paesi da occidentalizzare prima della politica: il circuito di Ungheria ai tempi della caduta del muro di Berlino, oggi il primo circuito in Cina e nel Bahrein. A portare la nostra concezione della vita: la vittoria e la velocità.

Ci sono quelli che cambiano l'auto ogni tre anni e quelli che la tengono fin che va, anche se non è più di moda, anche se è vecchia. Se ne prendono cura a volte in modo un po' ossessivo: la tengono controllata, pulita, in ordine, le vogliono bene, le sono affezionati. Commercialmente non vale nulla; se gliela scassano, l'assicurazione non gli dà una lira, ma per loro è importante. Un po' come nelle relazioni: c'è chi cambia spesso partner e chi resta fedele a uno solo, anche se invecchia e perde qualche colpo.

C'è la guida prudente, la guida sportiva, ci sono quelli che vanno come lumache e quelli che sfrecciano rischiando la propria incolumità e quella degli altri.
C'è chi è distratto, chi va fuori strada, chi slitta, chi sbanda, chi va al limite delle possibilità, chi si fa del male perché, magari inconsciamente, è proprio quello che cerca.
L'auto, davvero, simbolo del nostro modo di vivere la vita.


sabato 20 aprile 2013

equilibrio/eccessi

Equilibrio e eccessi: due parole inconciliabili? Non credo.
Ci può essere un eccesso anche nella virtù e non credo che sia buono, come qualsiasi eccesso unilaterale.
Certo, l'equilibrio sta nel mezzo, ma non vuol dire che si debba sempre stare fermi a metà strada.
Voglio una vita spericolata cantava Vasco Rossi, ma a volte fa piacere anche stare un po' tranquilli.
L'equilibrio è fatto di tanti a volte... diversi. E' poter interpretare ruoli diversi, è poter essere bianco ma anche nero, grigio e di mille colori.
Eccedere con equilibrio è possibile? Sì, e significa arrivare fino al limite dell'irreversibilità, dell'univocità, della perdita di contatto con tutto il resto del mondo e con le possibilità diverse. Sperimentare senza annullarsi od omologarsi.

L'eccesso ripetuto è alla lunga monotono, può diventare moda, banalità, standard, oggetto di consumo.
Quando si impara ad andare in bicicletta, si sbanda un po' a destra e un po' a sinistra, prima di trovare l'equilibrio. Ma questo equilibrio permette poi di andare dove si vuole, permette di accelerare, di rallentare, di fermarsi e ripartire, mica di andare sempre alla stessa velocità!

L'eccesso di pulizia è orribile, come lo è l'eccesso di sporco, ma se si sa stare nel pulito come nello sporco, forse si è più sereni.
Momenti di introversione, di solitudine che si alternano a momenti di estroversione, di tuffi nel mondo, possono essere sintomi di equilibrio, se non ci lasciamo sopraffare.
E così è la realtà del corpo, che chiede sonno e veglia, inspirazione ed espirazione, sistole e diastole: eccessi sì, ma solo fino a un certo punto, fino alla soglia dei parametri vitali.
Si può eccedere anche con la libido, ma solo fino a un certo punto.

Allora è solo un problema di non superare i nostri limiti, e i limiti sono diversi da individuo a individuo, da momento a momento. La soglia del limite può essere spostata attraverso l'allenamento, l'impegno, lo sforzo fisico e mentale.
Ma una cosa è certa: solo noi la possiamo conoscere, se ci ascoltiamo, se siamo consapevoli di noi stessi, se non ci buttiamo via per assomigliare o per piacere agli altri.

Credo che molte persone abbiano una vita poco soddisfacente perché cercano la vita nell'eccesso, sempre e a tutti i costi; pensano che l'equilibrio sia una noia mortale, ma sono vittime dello stesso equivoco di coloro che cercano costantemente di essere equilibrati perché hanno paura degli eccessi.
Forse normalità significa anche non avere paura né dell'equilibrio né degli eccessi, ma cercare di vivere anche gli eccessi con equilibrio: un equilibrio dinamico, che si modifichi sempre, che non sia mai perfettamente uguale a se stesso.
Spesso, quando si vive un eccesso, bisogna passare attraverso l'eccesso opposto per arrivare poi all'equilibrio. 




lunedì 15 aprile 2013

mysterium coniunctionis

In questi giorni sto preparando un seminario che si terrà alla metà di maggio: un gruppo di non più di dodici persone, che si incontreranno per due sere, condividendo pensieri, sentimenti, immagini, letture e sogni sul tema del maschile/femminile.
Mi ha molto colpito il fatto che Jung, dopo aver lavorato a lungo su questo tema negli ultimi anni della sua vita, scrivendo anche un libro molto complesso dal titolo Mysterium coniunctionis, si convinse che il rapporto tra maschile e femminile ha in sé appunto una grande parte di mistero.
Non è una conclusione banale, come non è banale dire che una cosa è misteriosa.
La nostra società non ama i misteri (se non sfruttati per avere più audience o vendere libri), e anche noi, volenti o nolenti, subiamo il fascino della chiarezza, delle certezze da raggiungere possibilmente in pochissimo tempo.
Ma solo la superficie delle cose è nitida: quello che c'è sotto è molto spesso più incerto e misterioso.
Non sto facendo l'apologia dell'esoterismo o del paranormale: sto parlando di animo umano, di complessità, di colori che si mescolano dentro di noi, creando forme e sfumature sempre nuove e inaspettate.

Cos'è maschile? Cos'è femminile? Cos'è questa spinta istintiva all'unione, alla realizzazione di una totalità? Ho la sensazione che parlare di maschile e femminile significhi in realtà parlare in generale dell'unione degli opposti, della loro integrazione in una totalità che li contenga entrambi, creando nuove forme di vita. E' un discorso teorico ma anche concreto, molto concreto.

Una mia paziente schizofrenica  mi ha detto che quando è nata sua figlia, le ha messo anche delle tutine azzurre, perché era un colore che le piaceva e secondo lei le stava bene, aggiungendo: ma perché i maschi non possono portare vestiti rosa? Il rosa può stare bene anche a un maschio.

Si può imparare molto da chi ha sofferto tanto nella vita al punto da diventare strano o folle, si può essere aiutati ad andare aldilà dei modelli abituali di ragionamento, a recuperare spazi di libertà di pensiero; e questo può sembrare un mistero per chi è abituato a dividere, a separare nettamente il bene dal male con troppa facilità, a rimanere fedele a quella nitidezza che permette di guardare solo la superficie delle cose.

E anche la salute mentale e la pazzia, forse, sono due opposti che dobbiamo cercare di integrare tra loro per vivere meglio la nostra vita.

mercoledì 10 aprile 2013

maturità/immaturità

Quando qualcuno usa l'appellativo di ragazzo o ragazza parlando di una persona di 40 o 50 anni, ho una forte sensazione di malessere e insofferenza.
Può darsi che io stia invecchiando, ma mi viene da dire che no, che a 40 o 50 anni una persona non è un ragazzo, che è bene che non lo sia e che se lo è, c'è qualcosa che non va nella sua vita.

La settimana scorsa una mia amica, reduce da una settimana di vacanze in un centro termale, mi raccontava di aver frequentato tante saune e bagni turchi dove, per ragioni igieniche, si entrava solo se si era completamente nudi, rimanendo stupita che quasi tutti i frequentatori  delle saune fossero senza peli in ogni parte del corpo, genitali compresi. La mia amica concludeva affermando che secondo lei questa era una riprova che anche nell'aspetto esteriore del corpo c'è una diffusa tendenza a voler rimanere bambini o ragazzini, per contrastare così l'età che avanza. Per inciso, crescono anche gli adolescenti che si vergognano dei peli che naturalmente cominciano a crescere.

Vorrei ricordare che il fondamento di base di tutte le nevrosi consiste proprio nel non accettare e godere degli anni che passano, cercando di ritornare indietro verso la giovinezza (o di fissarla per l'eternità), come i salmoni che vanno controcorrente.

Vedo sempre più bambini che sono spaventati all'idea di crescere e rimangono attaccati oltre misura ai genitori: ma i genitori che parte hanno in tutto ciò? Trasmettono ai figli il piacere del crescere per diventare infine autonomi o sono anche loro spaventati del tempo che passa e delle separazioni che incombono?

Si diventa genitori mediamente più tardi rispetto agli anni scorsi, ma credo che i bambini che hanno genitori avanti negli anni abbiano diritto ad avere come genitori delle donne e degli uomini adulti, non delle ragazze o dei ragazzi tardivi.

Il senso di responsabilità, la necessità di affrontare sacrifici se necessario, la relativizzazione di sè e l'ascolto e il rispetto dell'altro dovrebbero essere conquiste realizzate nella maturità. Sentendo e vedendo ciò che accade nelle nostre massime istituzioni verrebbe da dubitarne.

Maturità, parola che significa qualcosa di preciso. O non più?   

sabato 6 aprile 2013

il cocktail psicanalitico

Ho letto sulla Repubblica di ieri un articolo di Massimo Recalcati su una nuova serie televisiva in onda su Sky, dal titolo In treatment, ambientata nello studio di uno psicanalista (Sergio Castellitto).
Se non ho capito male, in ogni puntata si assiste ad una seduta dello psicanalista col suo paziente di turno. Il programma è un format americano e pare abbia avuto grande successo negli Stati Uniti.
Recalcati fa presente che nel programma non si parla mai né di sogni, né del passato dei pazienti, neanche di striscio: si parla solo dei problemi attuali del paziente di turno, come se il passato e l'inconscio non esistessero.
D'altra parte, il programma sembra soddisfare una curiosità vecchia come la psicanalisi: scoprire cosa succede in quella stanza, cosa viene detto e fatto tra analista e paziente, scoprire come può essere una relazione umana dove chi ascolta l'altro a fini terapeutici non si pone né come giudice, né come confessore, né come amico.
In realtà, nella stanza d'analisi succede qualcosa che riguarda esclusivamente le due persone che ci entrano: se succede qualcosa di terapeutico, ciò è dato dalla relazione, dall'alchimia che si crea tra le due persone presenti: cambiando uno degli ingredienti, il cocktail analitico avrebbe irrimediabilmente un diverso sapore e un diverso profumo. 
E' molto meglio che una persona non sappia niente di ciò che succede ad altri in quella stanza, perché potrebbe solo confondersi le idee e trovarsi ancor più nella nebbia.
Se qualcuno ha qualche curiosità personale e vuole esaudirla, non deve guardare cosa in quella stanza ci hanno fatto altri, perché sono cose che non lo riguardano, né nel bene né nel male; l'unica cosa da fare è entrarci per davvero in quella stanza. Ma può essere impegnativo, come è accaduto ad una persona che ho conosciuto, che andò da un analista perché era sicuro di non averne bisogno e voleva provarlo a se stesso in modo definitivo, dopodiché è entrato e uscito da quella stanza per parecchi anni, rivoluzionando completamente la propria vita.

mercoledì 27 marzo 2013

la scala verso il cielo

Heaven and Hell - Jim Warren
Fin da piccolo gli avevano detto che il senso della vita consiste nel salire più in alto possibile, vincendo la concorrenza degli altri.
Così, quando camminando trovò una scala che saliva diritta verso il cielo, non esitò ad afferrarla e cominciò ad arrampicarsi con gioiosa energia.
Gradino dopo gradino si innalzava sempre più dalla terra e più saliva, più era felice.
Provava la piacevole ebbrezza di fare qualcosa di bello e di buono, qualcosa che tutti gli altri approvavano e avrebbero desiderato fare.
Vedeva che intorno a lui c'erano molte altre scale con altri arrampicatori, ma lui era davvero veloce nel salire, mentre gli altri rimanevano inesorabilmente più in basso. Questa consapevolezza lo rendeva felice, perché si rendeva conto di essere migliore, più capace degli altri.

Negli anni era salito così in alto che pochi avevano raggiunto la sua altezza e la terra era molto, molto più in basso.
Poi un giorno fece una cosa che non aveva mai fatto: si sporse, guardò di sotto ed ebbe un capogiro, sentì la paura di cadere di sotto e si aggrappò con tutta la sua forza alla scala, col cuore che batteva forte, cercando di recuperare la sua freddezza, ma niente ormai era più come prima.
Aveva perso la sua grande sicurezza, aveva vacillato, e le gambe erano percorse da un tremore nuovo, sconosciuto e fastidioso. Il respiro si era fatto corto e un po' ansimante, il cuore sembrava impazzito: aveva paura di cadere di sotto, di schiantarsi, si rese conto che era salito tanto in alto che una caduta improvvisa gli sarebbe stata fatale.
Così si ritrovò nel dubbio: una parte di lui voleva restare in alto, a godersi i meriti della posizione di privilegio che si era guadagnato con la sua capacità di scalatore, mentre un'altra parte gli faceva intendere che sarebbe stato meglio scendere gradualmente verso il basso.
Guardava giù e pensava a come stavano bene quelli che erano in basso, sulla terra, loro sì che potevano muoversi tranquillamente senza correre il rischio di precipitare.
Lui rimase lì, fermo, bloccato, con gli occhi chiusi, incapace sia di salire che di scendere, con le mani che stringevano con forza quella scala che aveva salito con tanto slancio e tanta felicità per tutta la sua vita.


sabato 23 marzo 2013

il nostro muro

Immaginate che, mentre state camminando, vi trovate di fronte un muro alto tre metri e lungo cento. 
Se avete 50 anni, immaginate di trovarvi proprio a metà della lunghezza del muro, se siete più giovani immaginate di essere un po' più a sinistra della metà e se avete passato i 50, immaginate di trovarvi più a destra della metà.
Bene, siete di fronte al muro, e vedete che tutta la parte del muro che sta alla vostra sinistra è stata piastrellata nel tempo con piastrelle tutte diverse tra loro, alcune brutte, altre belle, alcune scolorite, altre con colori brillanti. Ci sono zone del muro che non vi piacciono, altre che vi colpiscono per la loro bellezza. Ci sono piastrelle che cambiereste, altre che invece apprezzate molto. Ma nell'insieme il muro è fatto così: un po' bello e un po' brutto.
Adesso guardate di fronte a voi e alla vostra destra e vedete che lì il muro è completamente grezzo, non c'è stata ancora messa nessuna piastrella, è tutto da ricoprire.
E voi siete lì, davanti al vostro muro, che rappresenta la vostra vita, a sinistra quella già vissuta nel bene e nel male, e davanti a voi e a destra quella ancora da vivere, quella che potete riempire ancora di contenuti nuovi. 
Allora, cosa conviene fare? 
Trascorrere il proprio tempo a guardare a sinistra il muro già piastrellato, lamentandosi per i pezzi che non vi piacciono ma che non si possono più togliere, oppure è meglio prendere in considerazione il muro ancora grezzo che c'è davanti a voi e alla vostra destra, chiedervi come vi piacerebbe piastrellarlo e cercare di procurarvi il materiale idoneo per fare un bel lavoro? 


sabato 16 marzo 2013

Ulisse: l'uomo che le donne cercano oggi?

Vi ricordate Ulisse, il protagonista dell'Odissea di Omero?
Di lui è sempre stata apprezzata soprattutto la scaltrezza (suo lo stratagemma del cavallo di Troia), che gli ha permesso di passare indenne attraverso mille avventure nel lungo viaggio di ritorno da Troia alla sua casa di Itaca, dove lo aspettava la moglie Penelope insieme al figlio Telemaco.
Ebbene, il personaggio di Ulisse è stato recentemente rivalutato e portato come esempio di come dovrebbe essere il maschio del nostro tempo da Roberto Botti nel libro: Dioniso e l'identità maschile. Vediamo il perché.

Ulisse andò alla guerra di Troia, ma solo perchè vi fu costretto. Quando vennero a chiamarlo per partecipare alla guerra, Ulisse finse di essere pazzo, pur di poter rimanere a casa con la moglie e il figlio piccolo. Per capire se Ulisse era pazzo davvero, misero il figlio Telemaco davanti all'aratro con cui egli stava arando la terra, cosicché fu costretto a compiere un semicerchio per evitare il figlio e fu evidente che pazzo non era.
Quando Calipso gli offrì la vita eterna al pari degli Dei, egli rifiutò, dicendo che preferiva la sua condizione umana.
Rifiutò le droghe che gli offrirono i Lotofagi per dimenticare il viaggio di ritorno a casa e, successivamente, non si lasciò sedurre né dalla maga Circe né dal canto delle Sirene.
Il suo amore per Penelope era così forte, che costruì il letto nuziale con il legno di un ulivo al quale lasciò infisse le radici nella terra e costruì la sua casa attorno a quel letto nuziale che nessuno avrebbe mai potuto spostare.
Vedeva nel figlio Telemaco il successore di stesso e non aveva per lui nessun sentimento negativo, nessuna invidia.
Sia Penelope che Telemaco ricambiavano il suo amore: la prima lo aspettò per vent'anni rifiutando la corte dei Proci, tessendo la tela di giorno e disfacendola durante la notte, mentre Telemaco collaborò con lui alla cacciata dei Proci.
Inoltre, quando Ulisse incontrò dopo vent'anni il vecchio padre Laerte, che stava molto male, si commosse fino a piangere, senza paura di perdere la sua maschilità.

Insomma, la famiglia di Ulisse sembra proprio una famiglia dove tutti si vogliono un gran bene, dove circolano sentimenti positivi, e dove il maschio non fa solo il maschio nel senso abituale del termine, perché alle virtù tradizionali del maschio unisce sentimenti veri, profondi e nobilissimi.
Ulisse sembra essere un maschio normale, un antieroe rispetto ai nostri tempi moderni, col suo culto dell'azione insieme a quello del limite, a significare l'integrazione della potenza del maschile desideroso di fare sempre nuove conoscenze, col sentimento e il desiderio di incarnazione di un femminile che ama le relazioni paritarie e i legami basati sulla reciprocità degli affetti. 


lunedì 11 marzo 2013

la psicoterapia con gli adolescenti

Le tre età dell'uomo - Giorgione (1500-1501)
Lavorare con gli adolescenti è molto coinvolgente e delicato.
L'adolescenza è uno dei momenti più importanti della vita, quello in cui il bruco si trasforma gradualmente in farfalla.
Poter essere d'aiuto in questo momento cruciale di transizione è molto appagante. E' un periodo della vita in cui l'esistenza deve prendere una qualche direzione e le conseguenze delle scelte fatte in quel periodo incideranno fortemente sugli anni successivi.
Molte volte noi adulti scopriamo tardivamente che non abbiamo vissuto compiutamente la fase adolescenziale e dobbiamo ricordarci di come eravamo allora, per attingere energie che poi abbiamo perduto per strada, o per coccolare e amare quell'adolescente che siamo stati, che tanto ha sofferto per mille ragioni e che è ancora vivo dentro di noi.

Chi non ha, almeno una volta da adolescente, pensato alla possibilità di farla finita con la vita? Sono pochi coloro che possono dire di avere avuto una adolescenza felice e mediamente serena.
Da adolescenti, ci sono tante cose che non si sanno, che non si sono mai vissute e che è necessario sperimentare, passarci in mezzo per crescere. A volte gli adolescenti si mettono la maschera della spavalderia e della sfrontatezza, ma spesso è semplicemente per dissimulare paure e timori.
A volte la timidezza li blocca e impedisce loro di andare oltre.

Il problema fondamentale degli adolescenti è diventare consapevoli della propria identità e avere il coraggio di viverla nei rapporti con gli altri. Poiché ciò spesso non è per niente facile, assumono identità collettive: seguono mode e diventano parte di gruppi, di bande, di compagnie, al cui interno si sentono rassicurati e accomunati da valori condivisi.
Le tre età dell'uomo - C.D.Friedrich (1835)
Nel tempo ho realizzato che i fattori che favoriscono un buon lavoro con gli adolescenti sono:
- il prenderli sul serio in tutto e per tutto senza avere con loro comportamenti paternalistici;
- far loro sentire che ti prendi davvero a cuore la loro situazione e che sei coinvolto emotivamente con loro sinceramente;
- ascoltarli davvero e non cercare di dare risposte o ricette affrettate;
- avere un rapporto empatico e non assumere l'atteggiamento del terapeuta tecnico e distaccato.

Se un ragazzo chiede di andare da uno psicologo, secondo me bisognerebbe cercare di assecondarlo, perché vuol dire che qualche problema ce l'ha davvero. Se invece siamo noi genitori a pensare che dovrebbe andarci, ma lui non vuole assolutamente, la situazione è delicata.
A me è capitato di vedere ragazzi trascinati lì a forza dai genitori, che mi hanno semplicemente detto che erano i genitori ad avere dei problemi, mentre altri hanno riconosciuto che forse un po' di lavoro psicologico poteva essere utile. Certo devono sapere che andare dallo psicologo non significa andare dal dottore dei matti, ma cercare un aiuto per superare i loro problemi.

Se si riesce a stabilire una buona relazione terapeutica con un adolescente, si diventa partecipi di un mondo affascinante, pieno di emozioni e sentimenti purissimi e a volte contrastanti, oltre che di paure e timori che spesso vengono vissuti come sovrastanti e quasi impossibili da affrontare. E' come andare al luna-park  sulle montagne russe o fare un viaggio in terre primordiali come l'Islanda, piena di geyser che spruzzano acqua bollente vicino a grandi e freddi ghiacciai.
Il fascino della vita e delle sue contraddizioni allo stato nascente.      





giovedì 28 febbraio 2013

maschile e femminile tra conflittualità e integrazione

Sabato 16 marzo alle ore 17 a Modena, presso il Centro Culturale Alberione in via 3 Febbraio 1831 n° 7, la dott. Maria Luisa Agostaro ed io terremo un incontro pubblico gratuito e aperto a tutti sul tema:
Maschile e femminile tra conflittualità e integrazione.

Sebbene la definizione di maschile e femminile sia controversa, non vi è dubbio che esse siano due modalità diverse di esistere, sia fisicamente che psicologicamente, che possono essere in conflitto o in armonia tra di loro.
Credo che superare gli stereotipi di genere e raggiungere una migliore conoscenza del proprio maschile e femminile permetta un maggior equilibrio personale e la possibilità di creare buone relazioni con gli altri.
L'esistenza di un altro genere, diverso dal nostro, ci obbliga a confrontarci col diverso, offrendoci la possibilità di arricchirci ma generando altresì timori e paure. La coppia può essere un luogo dove avviene un processo di reciproca trasformazione ed evoluzione, ma anche la sede di rinunce eccessive, di prevaricazione dell'altro e di conflitti per il potere.
Per realizzare coppie felici, credo che sia importante che l'uomo abbia un rapporto positivo con la parte femminile della propria personalità, così come la donna con la propria parte maschile.
Una buona integrazione tra sessualità e tenerezza, tra razionalità e sentimento, tra attività e passività si può realizzare anche all'interno di ciascuno di noi, indipendentemente dal fatto di essere maschi o femmine.

martedì 19 febbraio 2013

l'integrazione di maschile e femminile

L'albero della vita - G.Klimt (1905-1909)
La società in cui viviamo e la cultura che ne è l'espressione condizionano inevitabilmente il nostro modo di pensare e di sentire, anche su questioni personali e soggettive come l'identità di genere.
L'immaginario collettivo, orientato principalmente da spettacoli televisivi e messaggi pubblicitari, offre spesso immagini stereotipate del maschile e del femminile.
Le donne denunciano il ruolo loro attribuito, subalterno e centrato soprattutto sulla bellezza esteriore, rivendicando pari dignità e pari opportunità.
I maschi sembrano dividersi tra coloro che continuano a recitare la parte dell'uomo forte, coloro che sono disorientati dalla mancanza di un modello di maschile nuovo cui fare riferimento e i più giovani che spesso vivono con un sottofondo di insicurezza il modo più aggressivo di comportarsi delle giovani donne.
Maschile e femminile sono attualmente al centro di un processo di ridefinizione delle identità di genere, tra la nostalgia di chi lamenta che non ci sono più gli uomini o le donne di una volta e chi vede con favore l'attuale fase di cambiamento dei vecchi ruoli rigidi e predefiniti, per cui, ad esempio, molte donne oggi prendono l'iniziativa nel corteggiamento e nelle richieste di incontri a sfondo erotico in modo esplicito, mentre alcuni genitori maschi si comportano da mammi con i figli.
Di fronte a questo quadro dinamico e poco definito, può essere importante chiedersi se esiste davvero una specificità del femminile e una del maschile che si manifesti, oltre che nelle ovvie diversità fisiche, anche a livello psicologico, se cioè essere maschio o femmina comporti un modo diverso di sentire e vivere le cose della vita.
Rispondere a questa domanda mi sembra importante perché una buona relazione, un buon rapporto tra maschile e femminile, ha le sue radici anche nella consapevolezza delle diversità in vista di una loro reciproca accettazione per giungere ad una reale integrazione creativa tra i due sessi invece che ad un conflitto che porta sterilità e malessere ad entrambi. Maschi e femmine, da questo punto di vista, sono davvero insieme sulla stessa barca...
Io credo che ciascuno di noi abbia in sé, all'interno della propria personalità, caratteristiche che tradizionalmente vengono attribuite al maschile o al femminile, e che sia molto importante giungere ad una integrazione positiva di queste parti diverse dentro di noi, come una specie di conquista che può permettere un maggiore equilibrio personale, ma mi piacerebbe molto leggere le vostre opinioni su questo argomento che mi sembra fondamentale per la vita di ciascuno di noi.
  

venerdì 15 febbraio 2013

noi siamo quello che diventiamo

La nostra vita non è statica ma dinamica, l'immagine che noi abbiamo di noi stessi deve essere continuamente aggiornata sulla base di come cambiamo nel tempo.
Gli automatismi sono sempre in agguato. 
Se noi ci siamo vissuti in un certo modo, se abbiamo avuto di noi stessi una certa immagine, rischiamo di pensarci sempre uguali a come siamo stati ieri.
Ma oggi è un altro giorno e magari nel frattempo siamo un po' o tanto cambiati.
Quando si entra in relazione con persone o cose che sono state significative nel nostro passato, ma con le quali i rapporti sono cessati, è inevitabile ricordare le esperienze, le atmosfere, i sentimenti che abbiamo vissuto, vale a dire il modo in cui siamo stati e ci siamo percepiti nel passato.
A volte bisogna fare uno sforzo consapevole per attualizzare la nostra immagine di noi stessi, ricordarci che ora noi siamo diversi da come eravamo, che siamo passati attraverso esperienze che ci hanno cambiato. Solo così possiamo rimanere nella realtà dell'oggi e viverla in base a come siamo diventati.
E' quindi utile ricordare sempre che noi siamo quello che diventiamo.