sabato 20 aprile 2013

equilibrio/eccessi

Equilibrio e eccessi: due parole inconciliabili? Non credo.
Ci può essere un eccesso anche nella virtù e non credo che sia buono, come qualsiasi eccesso unilaterale.
Certo, l'equilibrio sta nel mezzo, ma non vuol dire che si debba sempre stare fermi a metà strada.
Voglio una vita spericolata cantava Vasco Rossi, ma a volte fa piacere anche stare un po' tranquilli.
L'equilibrio è fatto di tanti a volte... diversi. E' poter interpretare ruoli diversi, è poter essere bianco ma anche nero, grigio e di mille colori.
Eccedere con equilibrio è possibile? Sì, e significa arrivare fino al limite dell'irreversibilità, dell'univocità, della perdita di contatto con tutto il resto del mondo e con le possibilità diverse. Sperimentare senza annullarsi od omologarsi.

L'eccesso ripetuto è alla lunga monotono, può diventare moda, banalità, standard, oggetto di consumo.
Quando si impara ad andare in bicicletta, si sbanda un po' a destra e un po' a sinistra, prima di trovare l'equilibrio. Ma questo equilibrio permette poi di andare dove si vuole, permette di accelerare, di rallentare, di fermarsi e ripartire, mica di andare sempre alla stessa velocità!

L'eccesso di pulizia è orribile, come lo è l'eccesso di sporco, ma se si sa stare nel pulito come nello sporco, forse si è più sereni.
Momenti di introversione, di solitudine che si alternano a momenti di estroversione, di tuffi nel mondo, possono essere sintomi di equilibrio, se non ci lasciamo sopraffare.
E così è la realtà del corpo, che chiede sonno e veglia, inspirazione ed espirazione, sistole e diastole: eccessi sì, ma solo fino a un certo punto, fino alla soglia dei parametri vitali.
Si può eccedere anche con la libido, ma solo fino a un certo punto.

Allora è solo un problema di non superare i nostri limiti, e i limiti sono diversi da individuo a individuo, da momento a momento. La soglia del limite può essere spostata attraverso l'allenamento, l'impegno, lo sforzo fisico e mentale.
Ma una cosa è certa: solo noi la possiamo conoscere, se ci ascoltiamo, se siamo consapevoli di noi stessi, se non ci buttiamo via per assomigliare o per piacere agli altri.

Credo che molte persone abbiano una vita poco soddisfacente perché cercano la vita nell'eccesso, sempre e a tutti i costi; pensano che l'equilibrio sia una noia mortale, ma sono vittime dello stesso equivoco di coloro che cercano costantemente di essere equilibrati perché hanno paura degli eccessi.
Forse normalità significa anche non avere paura né dell'equilibrio né degli eccessi, ma cercare di vivere anche gli eccessi con equilibrio: un equilibrio dinamico, che si modifichi sempre, che non sia mai perfettamente uguale a se stesso.
Spesso, quando si vive un eccesso, bisogna passare attraverso l'eccesso opposto per arrivare poi all'equilibrio. 




lunedì 15 aprile 2013

mysterium coniunctionis

In questi giorni sto preparando un seminario che si terrà alla metà di maggio: un gruppo di non più di dodici persone, che si incontreranno per due sere, condividendo pensieri, sentimenti, immagini, letture e sogni sul tema del maschile/femminile.
Mi ha molto colpito il fatto che Jung, dopo aver lavorato a lungo su questo tema negli ultimi anni della sua vita, scrivendo anche un libro molto complesso dal titolo Mysterium coniunctionis, si convinse che il rapporto tra maschile e femminile ha in sé appunto una grande parte di mistero.
Non è una conclusione banale, come non è banale dire che una cosa è misteriosa.
La nostra società non ama i misteri (se non sfruttati per avere più audience o vendere libri), e anche noi, volenti o nolenti, subiamo il fascino della chiarezza, delle certezze da raggiungere possibilmente in pochissimo tempo.
Ma solo la superficie delle cose è nitida: quello che c'è sotto è molto spesso più incerto e misterioso.
Non sto facendo l'apologia dell'esoterismo o del paranormale: sto parlando di animo umano, di complessità, di colori che si mescolano dentro di noi, creando forme e sfumature sempre nuove e inaspettate.

Cos'è maschile? Cos'è femminile? Cos'è questa spinta istintiva all'unione, alla realizzazione di una totalità? Ho la sensazione che parlare di maschile e femminile significhi in realtà parlare in generale dell'unione degli opposti, della loro integrazione in una totalità che li contenga entrambi, creando nuove forme di vita. E' un discorso teorico ma anche concreto, molto concreto.

Una mia paziente schizofrenica  mi ha detto che quando è nata sua figlia, le ha messo anche delle tutine azzurre, perché era un colore che le piaceva e secondo lei le stava bene, aggiungendo: ma perché i maschi non possono portare vestiti rosa? Il rosa può stare bene anche a un maschio.

Si può imparare molto da chi ha sofferto tanto nella vita al punto da diventare strano o folle, si può essere aiutati ad andare aldilà dei modelli abituali di ragionamento, a recuperare spazi di libertà di pensiero; e questo può sembrare un mistero per chi è abituato a dividere, a separare nettamente il bene dal male con troppa facilità, a rimanere fedele a quella nitidezza che permette di guardare solo la superficie delle cose.

E anche la salute mentale e la pazzia, forse, sono due opposti che dobbiamo cercare di integrare tra loro per vivere meglio la nostra vita.

mercoledì 10 aprile 2013

maturità/immaturità

Quando qualcuno usa l'appellativo di ragazzo o ragazza parlando di una persona di 40 o 50 anni, ho una forte sensazione di malessere e insofferenza.
Può darsi che io stia invecchiando, ma mi viene da dire che no, che a 40 o 50 anni una persona non è un ragazzo, che è bene che non lo sia e che se lo è, c'è qualcosa che non va nella sua vita.

La settimana scorsa una mia amica, reduce da una settimana di vacanze in un centro termale, mi raccontava di aver frequentato tante saune e bagni turchi dove, per ragioni igieniche, si entrava solo se si era completamente nudi, rimanendo stupita che quasi tutti i frequentatori  delle saune fossero senza peli in ogni parte del corpo, genitali compresi. La mia amica concludeva affermando che secondo lei questa era una riprova che anche nell'aspetto esteriore del corpo c'è una diffusa tendenza a voler rimanere bambini o ragazzini, per contrastare così l'età che avanza. Per inciso, crescono anche gli adolescenti che si vergognano dei peli che naturalmente cominciano a crescere.

Vorrei ricordare che il fondamento di base di tutte le nevrosi consiste proprio nel non accettare e godere degli anni che passano, cercando di ritornare indietro verso la giovinezza (o di fissarla per l'eternità), come i salmoni che vanno controcorrente.

Vedo sempre più bambini che sono spaventati all'idea di crescere e rimangono attaccati oltre misura ai genitori: ma i genitori che parte hanno in tutto ciò? Trasmettono ai figli il piacere del crescere per diventare infine autonomi o sono anche loro spaventati del tempo che passa e delle separazioni che incombono?

Si diventa genitori mediamente più tardi rispetto agli anni scorsi, ma credo che i bambini che hanno genitori avanti negli anni abbiano diritto ad avere come genitori delle donne e degli uomini adulti, non delle ragazze o dei ragazzi tardivi.

Il senso di responsabilità, la necessità di affrontare sacrifici se necessario, la relativizzazione di sè e l'ascolto e il rispetto dell'altro dovrebbero essere conquiste realizzate nella maturità. Sentendo e vedendo ciò che accade nelle nostre massime istituzioni verrebbe da dubitarne.

Maturità, parola che significa qualcosa di preciso. O non più?   

sabato 6 aprile 2013

il cocktail psicanalitico

Ho letto sulla Repubblica di ieri un articolo di Massimo Recalcati su una nuova serie televisiva in onda su Sky, dal titolo In treatment, ambientata nello studio di uno psicanalista (Sergio Castellitto).
Se non ho capito male, in ogni puntata si assiste ad una seduta dello psicanalista col suo paziente di turno. Il programma è un format americano e pare abbia avuto grande successo negli Stati Uniti.
Recalcati fa presente che nel programma non si parla mai né di sogni, né del passato dei pazienti, neanche di striscio: si parla solo dei problemi attuali del paziente di turno, come se il passato e l'inconscio non esistessero.
D'altra parte, il programma sembra soddisfare una curiosità vecchia come la psicanalisi: scoprire cosa succede in quella stanza, cosa viene detto e fatto tra analista e paziente, scoprire come può essere una relazione umana dove chi ascolta l'altro a fini terapeutici non si pone né come giudice, né come confessore, né come amico.
In realtà, nella stanza d'analisi succede qualcosa che riguarda esclusivamente le due persone che ci entrano: se succede qualcosa di terapeutico, ciò è dato dalla relazione, dall'alchimia che si crea tra le due persone presenti: cambiando uno degli ingredienti, il cocktail analitico avrebbe irrimediabilmente un diverso sapore e un diverso profumo. 
E' molto meglio che una persona non sappia niente di ciò che succede ad altri in quella stanza, perché potrebbe solo confondersi le idee e trovarsi ancor più nella nebbia.
Se qualcuno ha qualche curiosità personale e vuole esaudirla, non deve guardare cosa in quella stanza ci hanno fatto altri, perché sono cose che non lo riguardano, né nel bene né nel male; l'unica cosa da fare è entrarci per davvero in quella stanza. Ma può essere impegnativo, come è accaduto ad una persona che ho conosciuto, che andò da un analista perché era sicuro di non averne bisogno e voleva provarlo a se stesso in modo definitivo, dopodiché è entrato e uscito da quella stanza per parecchi anni, rivoluzionando completamente la propria vita.

mercoledì 27 marzo 2013

la scala verso il cielo

Heaven and Hell - Jim Warren
Fin da piccolo gli avevano detto che il senso della vita consiste nel salire più in alto possibile, vincendo la concorrenza degli altri.
Così, quando camminando trovò una scala che saliva diritta verso il cielo, non esitò ad afferrarla e cominciò ad arrampicarsi con gioiosa energia.
Gradino dopo gradino si innalzava sempre più dalla terra e più saliva, più era felice.
Provava la piacevole ebbrezza di fare qualcosa di bello e di buono, qualcosa che tutti gli altri approvavano e avrebbero desiderato fare.
Vedeva che intorno a lui c'erano molte altre scale con altri arrampicatori, ma lui era davvero veloce nel salire, mentre gli altri rimanevano inesorabilmente più in basso. Questa consapevolezza lo rendeva felice, perché si rendeva conto di essere migliore, più capace degli altri.

Negli anni era salito così in alto che pochi avevano raggiunto la sua altezza e la terra era molto, molto più in basso.
Poi un giorno fece una cosa che non aveva mai fatto: si sporse, guardò di sotto ed ebbe un capogiro, sentì la paura di cadere di sotto e si aggrappò con tutta la sua forza alla scala, col cuore che batteva forte, cercando di recuperare la sua freddezza, ma niente ormai era più come prima.
Aveva perso la sua grande sicurezza, aveva vacillato, e le gambe erano percorse da un tremore nuovo, sconosciuto e fastidioso. Il respiro si era fatto corto e un po' ansimante, il cuore sembrava impazzito: aveva paura di cadere di sotto, di schiantarsi, si rese conto che era salito tanto in alto che una caduta improvvisa gli sarebbe stata fatale.
Così si ritrovò nel dubbio: una parte di lui voleva restare in alto, a godersi i meriti della posizione di privilegio che si era guadagnato con la sua capacità di scalatore, mentre un'altra parte gli faceva intendere che sarebbe stato meglio scendere gradualmente verso il basso.
Guardava giù e pensava a come stavano bene quelli che erano in basso, sulla terra, loro sì che potevano muoversi tranquillamente senza correre il rischio di precipitare.
Lui rimase lì, fermo, bloccato, con gli occhi chiusi, incapace sia di salire che di scendere, con le mani che stringevano con forza quella scala che aveva salito con tanto slancio e tanta felicità per tutta la sua vita.


sabato 23 marzo 2013

il nostro muro

Immaginate che, mentre state camminando, vi trovate di fronte un muro alto tre metri e lungo cento. 
Se avete 50 anni, immaginate di trovarvi proprio a metà della lunghezza del muro, se siete più giovani immaginate di essere un po' più a sinistra della metà e se avete passato i 50, immaginate di trovarvi più a destra della metà.
Bene, siete di fronte al muro, e vedete che tutta la parte del muro che sta alla vostra sinistra è stata piastrellata nel tempo con piastrelle tutte diverse tra loro, alcune brutte, altre belle, alcune scolorite, altre con colori brillanti. Ci sono zone del muro che non vi piacciono, altre che vi colpiscono per la loro bellezza. Ci sono piastrelle che cambiereste, altre che invece apprezzate molto. Ma nell'insieme il muro è fatto così: un po' bello e un po' brutto.
Adesso guardate di fronte a voi e alla vostra destra e vedete che lì il muro è completamente grezzo, non c'è stata ancora messa nessuna piastrella, è tutto da ricoprire.
E voi siete lì, davanti al vostro muro, che rappresenta la vostra vita, a sinistra quella già vissuta nel bene e nel male, e davanti a voi e a destra quella ancora da vivere, quella che potete riempire ancora di contenuti nuovi. 
Allora, cosa conviene fare? 
Trascorrere il proprio tempo a guardare a sinistra il muro già piastrellato, lamentandosi per i pezzi che non vi piacciono ma che non si possono più togliere, oppure è meglio prendere in considerazione il muro ancora grezzo che c'è davanti a voi e alla vostra destra, chiedervi come vi piacerebbe piastrellarlo e cercare di procurarvi il materiale idoneo per fare un bel lavoro? 


sabato 16 marzo 2013

Ulisse: l'uomo che le donne cercano oggi?

Vi ricordate Ulisse, il protagonista dell'Odissea di Omero?
Di lui è sempre stata apprezzata soprattutto la scaltrezza (suo lo stratagemma del cavallo di Troia), che gli ha permesso di passare indenne attraverso mille avventure nel lungo viaggio di ritorno da Troia alla sua casa di Itaca, dove lo aspettava la moglie Penelope insieme al figlio Telemaco.
Ebbene, il personaggio di Ulisse è stato recentemente rivalutato e portato come esempio di come dovrebbe essere il maschio del nostro tempo da Roberto Botti nel libro: Dioniso e l'identità maschile. Vediamo il perché.

Ulisse andò alla guerra di Troia, ma solo perchè vi fu costretto. Quando vennero a chiamarlo per partecipare alla guerra, Ulisse finse di essere pazzo, pur di poter rimanere a casa con la moglie e il figlio piccolo. Per capire se Ulisse era pazzo davvero, misero il figlio Telemaco davanti all'aratro con cui egli stava arando la terra, cosicché fu costretto a compiere un semicerchio per evitare il figlio e fu evidente che pazzo non era.
Quando Calipso gli offrì la vita eterna al pari degli Dei, egli rifiutò, dicendo che preferiva la sua condizione umana.
Rifiutò le droghe che gli offrirono i Lotofagi per dimenticare il viaggio di ritorno a casa e, successivamente, non si lasciò sedurre né dalla maga Circe né dal canto delle Sirene.
Il suo amore per Penelope era così forte, che costruì il letto nuziale con il legno di un ulivo al quale lasciò infisse le radici nella terra e costruì la sua casa attorno a quel letto nuziale che nessuno avrebbe mai potuto spostare.
Vedeva nel figlio Telemaco il successore di stesso e non aveva per lui nessun sentimento negativo, nessuna invidia.
Sia Penelope che Telemaco ricambiavano il suo amore: la prima lo aspettò per vent'anni rifiutando la corte dei Proci, tessendo la tela di giorno e disfacendola durante la notte, mentre Telemaco collaborò con lui alla cacciata dei Proci.
Inoltre, quando Ulisse incontrò dopo vent'anni il vecchio padre Laerte, che stava molto male, si commosse fino a piangere, senza paura di perdere la sua maschilità.

Insomma, la famiglia di Ulisse sembra proprio una famiglia dove tutti si vogliono un gran bene, dove circolano sentimenti positivi, e dove il maschio non fa solo il maschio nel senso abituale del termine, perché alle virtù tradizionali del maschio unisce sentimenti veri, profondi e nobilissimi.
Ulisse sembra essere un maschio normale, un antieroe rispetto ai nostri tempi moderni, col suo culto dell'azione insieme a quello del limite, a significare l'integrazione della potenza del maschile desideroso di fare sempre nuove conoscenze, col sentimento e il desiderio di incarnazione di un femminile che ama le relazioni paritarie e i legami basati sulla reciprocità degli affetti. 


lunedì 11 marzo 2013

la psicoterapia con gli adolescenti

Le tre età dell'uomo - Giorgione (1500-1501)
Lavorare con gli adolescenti è molto coinvolgente e delicato.
L'adolescenza è uno dei momenti più importanti della vita, quello in cui il bruco si trasforma gradualmente in farfalla.
Poter essere d'aiuto in questo momento cruciale di transizione è molto appagante. E' un periodo della vita in cui l'esistenza deve prendere una qualche direzione e le conseguenze delle scelte fatte in quel periodo incideranno fortemente sugli anni successivi.
Molte volte noi adulti scopriamo tardivamente che non abbiamo vissuto compiutamente la fase adolescenziale e dobbiamo ricordarci di come eravamo allora, per attingere energie che poi abbiamo perduto per strada, o per coccolare e amare quell'adolescente che siamo stati, che tanto ha sofferto per mille ragioni e che è ancora vivo dentro di noi.

Chi non ha, almeno una volta da adolescente, pensato alla possibilità di farla finita con la vita? Sono pochi coloro che possono dire di avere avuto una adolescenza felice e mediamente serena.
Da adolescenti, ci sono tante cose che non si sanno, che non si sono mai vissute e che è necessario sperimentare, passarci in mezzo per crescere. A volte gli adolescenti si mettono la maschera della spavalderia e della sfrontatezza, ma spesso è semplicemente per dissimulare paure e timori.
A volte la timidezza li blocca e impedisce loro di andare oltre.

Il problema fondamentale degli adolescenti è diventare consapevoli della propria identità e avere il coraggio di viverla nei rapporti con gli altri. Poiché ciò spesso non è per niente facile, assumono identità collettive: seguono mode e diventano parte di gruppi, di bande, di compagnie, al cui interno si sentono rassicurati e accomunati da valori condivisi.
Le tre età dell'uomo - C.D.Friedrich (1835)
Nel tempo ho realizzato che i fattori che favoriscono un buon lavoro con gli adolescenti sono:
- il prenderli sul serio in tutto e per tutto senza avere con loro comportamenti paternalistici;
- far loro sentire che ti prendi davvero a cuore la loro situazione e che sei coinvolto emotivamente con loro sinceramente;
- ascoltarli davvero e non cercare di dare risposte o ricette affrettate;
- avere un rapporto empatico e non assumere l'atteggiamento del terapeuta tecnico e distaccato.

Se un ragazzo chiede di andare da uno psicologo, secondo me bisognerebbe cercare di assecondarlo, perché vuol dire che qualche problema ce l'ha davvero. Se invece siamo noi genitori a pensare che dovrebbe andarci, ma lui non vuole assolutamente, la situazione è delicata.
A me è capitato di vedere ragazzi trascinati lì a forza dai genitori, che mi hanno semplicemente detto che erano i genitori ad avere dei problemi, mentre altri hanno riconosciuto che forse un po' di lavoro psicologico poteva essere utile. Certo devono sapere che andare dallo psicologo non significa andare dal dottore dei matti, ma cercare un aiuto per superare i loro problemi.

Se si riesce a stabilire una buona relazione terapeutica con un adolescente, si diventa partecipi di un mondo affascinante, pieno di emozioni e sentimenti purissimi e a volte contrastanti, oltre che di paure e timori che spesso vengono vissuti come sovrastanti e quasi impossibili da affrontare. E' come andare al luna-park  sulle montagne russe o fare un viaggio in terre primordiali come l'Islanda, piena di geyser che spruzzano acqua bollente vicino a grandi e freddi ghiacciai.
Il fascino della vita e delle sue contraddizioni allo stato nascente.      





giovedì 28 febbraio 2013

maschile e femminile tra conflittualità e integrazione

Sabato 16 marzo alle ore 17 a Modena, presso il Centro Culturale Alberione in via 3 Febbraio 1831 n° 7, la dott. Maria Luisa Agostaro ed io terremo un incontro pubblico gratuito e aperto a tutti sul tema:
Maschile e femminile tra conflittualità e integrazione.

Sebbene la definizione di maschile e femminile sia controversa, non vi è dubbio che esse siano due modalità diverse di esistere, sia fisicamente che psicologicamente, che possono essere in conflitto o in armonia tra di loro.
Credo che superare gli stereotipi di genere e raggiungere una migliore conoscenza del proprio maschile e femminile permetta un maggior equilibrio personale e la possibilità di creare buone relazioni con gli altri.
L'esistenza di un altro genere, diverso dal nostro, ci obbliga a confrontarci col diverso, offrendoci la possibilità di arricchirci ma generando altresì timori e paure. La coppia può essere un luogo dove avviene un processo di reciproca trasformazione ed evoluzione, ma anche la sede di rinunce eccessive, di prevaricazione dell'altro e di conflitti per il potere.
Per realizzare coppie felici, credo che sia importante che l'uomo abbia un rapporto positivo con la parte femminile della propria personalità, così come la donna con la propria parte maschile.
Una buona integrazione tra sessualità e tenerezza, tra razionalità e sentimento, tra attività e passività si può realizzare anche all'interno di ciascuno di noi, indipendentemente dal fatto di essere maschi o femmine.

martedì 19 febbraio 2013

l'integrazione di maschile e femminile

L'albero della vita - G.Klimt (1905-1909)
La società in cui viviamo e la cultura che ne è l'espressione condizionano inevitabilmente il nostro modo di pensare e di sentire, anche su questioni personali e soggettive come l'identità di genere.
L'immaginario collettivo, orientato principalmente da spettacoli televisivi e messaggi pubblicitari, offre spesso immagini stereotipate del maschile e del femminile.
Le donne denunciano il ruolo loro attribuito, subalterno e centrato soprattutto sulla bellezza esteriore, rivendicando pari dignità e pari opportunità.
I maschi sembrano dividersi tra coloro che continuano a recitare la parte dell'uomo forte, coloro che sono disorientati dalla mancanza di un modello di maschile nuovo cui fare riferimento e i più giovani che spesso vivono con un sottofondo di insicurezza il modo più aggressivo di comportarsi delle giovani donne.
Maschile e femminile sono attualmente al centro di un processo di ridefinizione delle identità di genere, tra la nostalgia di chi lamenta che non ci sono più gli uomini o le donne di una volta e chi vede con favore l'attuale fase di cambiamento dei vecchi ruoli rigidi e predefiniti, per cui, ad esempio, molte donne oggi prendono l'iniziativa nel corteggiamento e nelle richieste di incontri a sfondo erotico in modo esplicito, mentre alcuni genitori maschi si comportano da mammi con i figli.
Di fronte a questo quadro dinamico e poco definito, può essere importante chiedersi se esiste davvero una specificità del femminile e una del maschile che si manifesti, oltre che nelle ovvie diversità fisiche, anche a livello psicologico, se cioè essere maschio o femmina comporti un modo diverso di sentire e vivere le cose della vita.
Rispondere a questa domanda mi sembra importante perché una buona relazione, un buon rapporto tra maschile e femminile, ha le sue radici anche nella consapevolezza delle diversità in vista di una loro reciproca accettazione per giungere ad una reale integrazione creativa tra i due sessi invece che ad un conflitto che porta sterilità e malessere ad entrambi. Maschi e femmine, da questo punto di vista, sono davvero insieme sulla stessa barca...
Io credo che ciascuno di noi abbia in sé, all'interno della propria personalità, caratteristiche che tradizionalmente vengono attribuite al maschile o al femminile, e che sia molto importante giungere ad una integrazione positiva di queste parti diverse dentro di noi, come una specie di conquista che può permettere un maggiore equilibrio personale, ma mi piacerebbe molto leggere le vostre opinioni su questo argomento che mi sembra fondamentale per la vita di ciascuno di noi.
  

venerdì 15 febbraio 2013

noi siamo quello che diventiamo

La nostra vita non è statica ma dinamica, l'immagine che noi abbiamo di noi stessi deve essere continuamente aggiornata sulla base di come cambiamo nel tempo.
Gli automatismi sono sempre in agguato. 
Se noi ci siamo vissuti in un certo modo, se abbiamo avuto di noi stessi una certa immagine, rischiamo di pensarci sempre uguali a come siamo stati ieri.
Ma oggi è un altro giorno e magari nel frattempo siamo un po' o tanto cambiati.
Quando si entra in relazione con persone o cose che sono state significative nel nostro passato, ma con le quali i rapporti sono cessati, è inevitabile ricordare le esperienze, le atmosfere, i sentimenti che abbiamo vissuto, vale a dire il modo in cui siamo stati e ci siamo percepiti nel passato.
A volte bisogna fare uno sforzo consapevole per attualizzare la nostra immagine di noi stessi, ricordarci che ora noi siamo diversi da come eravamo, che siamo passati attraverso esperienze che ci hanno cambiato. Solo così possiamo rimanere nella realtà dell'oggi e viverla in base a come siamo diventati.
E' quindi utile ricordare sempre che noi siamo quello che diventiamo.

sabato 9 febbraio 2013

bene e male


Il modo migliore di combattere il male è fare il bene.

I King

Per poterlo fare è indispensabile sapere qual'è il bene o almeno cercare di intuirlo.
E solo noi possiamo sapere qual'è il comportamento o l'atteggiamento giusto che in una determinata situazione realizza il bene.
Possiamo ascoltare con attenzione le opinioni degli altri, ma alla fine dobbiamo essere noi a scegliere, a decidere in un senso o nell'altro. Ci dobbiamo assumere questa responsabilità.
E lo possiamo fare solamente se ci diamo valore, se pensiamo che ciò che crediamo e sentiamo in un certo momento è la nostra verità e la accettiamo.
E non importa se in futuro ci sembrerà non del tutto corretto o sbagliato ciò che abbiamo fatto, perché in futuro saremo comunque diversi.
Non è corretto giudicare ciò che siamo stati in passato col senno di poi.
Perchè altrimenti la nostra vita è condannata ad una perenne immobilità, più simile alla morte che alla vita, perchè la vita non è e non potrà mai essere perfetta, nè la nostra nè quella degli altri.
Possiamo solo fare sinceramente e onestamente del nostro meglio e continuare a impegnarci per accrescere le nostre energie e la nostra consapevolezza, imparando anche dagli errori che eventualmente commettiamo.

domenica 3 febbraio 2013

fare anima


Fare anima è un espressione del poeta John Keats, ripresa da James Hillman per significare il lavoro di ricerca e di presa di coscienza personale che nasce dal rapporto con la propria interiorità.
Anima e psiche sono concetti molto simili tra loro, anima ha a che fare con animare, animazione, con l'atto di trasmettere contenuti vitali, dinamici e creativi (dal greco anemos, che significa vento).
In quanti modi si può fare anima? Almeno in due: nel rapporto con la propria interiorità, con la ricerca e l'ascolto dei propri contenuti interiori, del proprio mondo immaginale, oppure nella relazione con gli altri, nel mettere in comune con altre persone i contenuti del proprio mondo interiore.
La prima modalità di fare anima è introversa, la seconda è estroversa. Nella prima cerchiamo dentro noi stessi, per acquistare una sempre maggiore consapevolezza di chi siamo e cosa vogliamo, nella seconda ci relazioniamo agli altri, mettendo in relazione con loro la nostra autenticità.
Un gruppo che si proponga di fare anima è costituito da persone che hanno imparato a conoscersi e a fidarsi reciprocamente, che sentono di avere qualcosa in comune, che non hanno paura di esprimere i propri sentimenti e le proprie idee ascoltando quelle degli altri, nel massimo rispetto reciproco. Aprire agli altri la propria anima significa confidare dolori, dubbi, problemi, difficoltà, ma anche speranze, gioie, consapevolezze e scoperte interiori, e condividere ciò che dall'esterno ci ha toccato: musica, canzoni, romanzi, poesie, film, sogni, opere d'arte o pensieri.
Un gruppo che faccia anima insieme è un gruppo aperto alle sollecitazioni dei singoli, è un gruppo che accoglie ciò che i singoli componenti desiderano condividere.
Tutto questo non per arrivare ad una definizione normativa di ciò che è bello, buono o giusto, ma semplicemente per arricchire la propria anima attraverso l'interiorità degli altri. 
E' un esercizio che interroga la psiche, la mette in relazione con stimoli nuovi e permette un dialogo che è ricerca individuale di nuove consapevolezze e trasformazioni grazie alla relazione e al rapporto con gli altri.
Un lavoro che è tanto più possibile quanto più è alto il livello di autenticità raggiunto dai membri del gruppo nel relazionarsi tra loro.

domenica 27 gennaio 2013

la stanza del venerdì

Come gli attori, portiamo sempre con noi una valigia piena di trucchi e di vestiti di scena.
Raramente, purtroppo, ci è concesso di scendere dal palcoscenico e di stare in mezzo agli altri con la nostra faccia vera, col nostro cuore in mano, sicuri di essere insieme a persone sincere.
Uno di questi posti è diventato La stanza del venerdì, il luogo dove da novembre ogni quindici giorni, si riunisce il gruppo che lavora sull'autenticità nelle relazioni, la cui nascita vi avevo raccontato in ottobre.
Nel video qui sotto vedrete tanti attori, bravissimi: nella stanza del venerdì non ce n'è neanche uno.
Ci sono solo delle persone vere che, per la gioia di tutti, si rispettano, dialogano tra loro e si donano reciprocamente la possibilità di relazioni autentiche.


mercoledì 23 gennaio 2013

dopo una separazione

Opera di Anna Maria Verrastro
A causa di una separazione può capitare di essere per la prima volta davvero soli a portare avanti la propria vita, a tenerne tutto il peso sulle proprie braccia.
Prima, si era sempre vissuti in famiglia, coi genitori, con la fidanzata o il fidanzato, con la moglie o il marito, poi il taglio netto: la separazione. Per la prima volta si vive da soli, in un luogo tutto per sé, dove non c'è nessuno che rompe le scatole, ma non c'è nessuno su cui si possa contare o con cui si possa condividere la vita quotidiana.
Ci si deve arrangiare da soli, ci si deve organizzare; si è in presa diretta con la vita, non ci sono mediazioni.
Se ci sono figli, ci saranno problemi, ma anche molta compagnia; se i figli non ci sono, si è proprio soli.
A qualcuno capita che questo cambiamento di vita avvenga in fredde giornate invernali, quando cade la neve, quando tutto è ovattato, il mondo è freddo, bianco e silenzioso, quando non si può camminare per strada insieme agli altri, quando tutti stanno rintanati nelle loro case, magari poco prima di Natale.
In quei momenti bisogna cercare dentro di sé tutto il proprio calore, diventarne consapevoli e servirsene per farsi compagnia e volersi bene. Perché  fuori si percepisce solo freddo, vuoto e silenzio.
Ma quel freddo, quel vuoto e quel silenzio possono costituire un perimetro esterno che delimita e crea il nostro autentico spazio d'anima, dove possiamo stare, spesso per la prima volta, in compagnia delle nostre vere verità e della nostra affettività più autentica.
Gustav Klimt - La lady davanti al caminetto (1897-98)
Se riusciamo ad accendere il fuoco del caminetto che c'è dentro di noi, se godiamo del tepore che esso crea, se ci scaldiamo al calore della nostra anima, sarà come essere sopravvissuti dopo avere fatto un viaggio al Polo Nord e sapremo con certezza che ci potremo permettere di andare in qualunque altro luogo dell'anima o della Terra senza grandi timori, perché la solitudine non ci farà più paura, perché saremo sopravvissuti dopo essere passati attraverso il vuoto totale e ci sentiremo più vivi di prima.
Sarà come scoprire che abbiamo, dentro di noi, un porto dove possiamo rifugiarci durante tutte le tempeste, un luogo dell'anima da cui potremo ripartire ogni volta che lo vorremo. 

sabato 19 gennaio 2013

giorgio gaber


Dieci anni fa moriva Giorgio Gaber.

Lunedì prossimo 21 gennaio in prima serata su Raitre, Fabio Fazio dedicherà tutta la trasmissione Che tempo che fa al suo ricordo.

Gaber era un cantante, un attore, un mimo, ma soprattutto un uomo che trasmetteva le proprie verità (che si potevano condividere o non condividere) offrendole con molta semplicità, direttamente, senza perifrasi e senza cercare il consenso. 
Infatti a tanti non piaceva, forse anche perchè nessuno è mai riuscito ad incasellarlo politicamente; qualcuno gli ha dato del qualunquista, ma non credo che sia corretto, perchè criticava ciò che riteneva doveroso criticare, a prescindere dall'appartenenza, dai giochi di potere e dalle tendenze che andavano di moda.

Si è occupato degli esseri umani, cioè di tutti noi, dei nostri dubbi e delle nostre debolezze, spesso in modo delicatamente ironico, sempre  rispettoso con i più sofferenti e a volte feroce contro i prepotenti.
I problemi affettivi e di genere erano da lui sempre presi in considerazione accanto a quelli sociali e politici; l'uomo di cui si è sempre interessato era l'uomo intero, visto sia nella sua interiorità che nelle relazioni con gli altri.
I testi che cantava e recitava non erano mai neutri, mai banali, inducevano sempre a riflettere, ad indignarsi, a sorridere, a provare sentimenti.
Aveva la capacità di andare all'essenziale, sia con la voce che con i movimenti del corpo.

Per ricordarlo, ho scelto questo video perchè è una riflessione sulla capacità maschile di amare e sintetizza bene, credo, l'importanza di ciò che ci ha lasciato nei suoi anni di attività.

giovedì 17 gennaio 2013

come aumentare la fiducia in sé

Emanuela, in un commento al post precedente, ha chiesto: 

mi interesserebbe capire se e come sia possibile aumentare la fiducia in sé stessi, sia per un adulto che per un bambino o ragazzo.

Subito dopo la nascita, i genitori ci fanno sentire fisicamente ed emotivamente qual'è il loro grado di fiducia in se stessi e nel mondo, attraverso il modo in cui si rapportano con noi (ansia, serenità, preoccupazioni, accoglienza, panico ecc.): è quella che viene chiamata la fiducia di base, la fiducia nella vita.
Per aumentare questa fiducia di base, io credo che ciò che serve di più siano le relazioni con persone che ci ascoltano, che ci vogliono bene, che ci rispettano, che ci stimano, che non pretendono da noi niente se non ciò che noi possiamo concretamente fare in ciascun momento della nostra vita. 
Persone che se riusciamo in qualcosa ci apprezzano, ma che se non riusciamo, ci sostengono affettivamente, stimolandoci positivamente a riprovare e a migliorare, senza colpevolizzarci.
Persone che percepiscono le nostre qualità e potenzialità, ma che si rendono conto anche delle difficoltà che possiamo avere nel realizzarle concretamente.
Persone che non si scandalizzano dei nostri cali di energia, dei momenti di stanchezza, dei nostri dubbi, delle nostre paure ed incertezze.
Insomma, persone che non subordinano alla nostra riuscita la propria fiducia in se stesse e che sono sempre nostri sostenitori, a prescindere dai nostri risultati, indipendentemente da tutti e da tutto.
E se non troviamo nessuno che si comporta così con noi, non rimane che una possibilità: cercare di essere noi a prenderci cura così di noi stessi.


lunedì 14 gennaio 2013

la mancanza di fiducia

Foto di Mauro Viaretti
Quando si è bambini, quando si è adolescenti, la mancanza di fiducia dei nostri genitori ci può fare molto male. Ci può fare sentire soli, traditi, non amati, svalorizzati.
Le persone più importanti al mondo non si fidano di noi, pensano che siamo persone negative, incapaci di fare la nostra parte, di rispettare i patti, ci considerano potenziali traditori.
Si può piangere e singhiozzare per una cosa simile, si può sentirsi scendere dentro ad un abisso di disperazione. E si può diventare aggressivi, freddi, distaccati emotivamente, si può perdere la fiducia negli altri, in sé, nel mondo.
Ci si sente positivi e l'immagine che lo specchio dei genitori ci rimanda è negativa. Il danno può essere più o meno profondo, può perfino continuare a produrre i suoi effetti negativi per tutta la vita, perché per tutta la vita abbiamo bisogno della fiducia nostra o di qualcuno, come del cibo che mangiamo quotidianamente.

mercoledì 9 gennaio 2013

l'inizio

Inizia un nuovo anno.
C'è, nell'inizio, tutta la tenerezza, la delicatezza di una cosa appena nata, senza una precisa identità, senza sicure certezze, il nascere cui segue il puro divenire.
Non ci sono colori definiti, solo tenui, cangianti sfumature.
E' davvero un inizio, non la ripetizione di schemi già vissuti.
Andiamo incontro all'inatteso, forti delle nostre convinzioni e delle nostre esperienze.
Abbiamo davanti dodici mesi: sono tanti, sono lunghi, possono accadere tante cose, belle e meno belle.
Avremo comunque la possibilità di vivere, di diventare più consapevoli di noi stessi, di creare nuove relazioni e modificare quelle già esistenti, e forse sarebbe bene che sentissimo tutto ciò come una grande opportunità e che non lo dessimo troppo per scontato, perchè il 2013 non è mai esistito prima e, dopo, non esisterà mai più.