sabato 9 febbraio 2013

bene e male


Il modo migliore di combattere il male è fare il bene.

I King

Per poterlo fare è indispensabile sapere qual'è il bene o almeno cercare di intuirlo.
E solo noi possiamo sapere qual'è il comportamento o l'atteggiamento giusto che in una determinata situazione realizza il bene.
Possiamo ascoltare con attenzione le opinioni degli altri, ma alla fine dobbiamo essere noi a scegliere, a decidere in un senso o nell'altro. Ci dobbiamo assumere questa responsabilità.
E lo possiamo fare solamente se ci diamo valore, se pensiamo che ciò che crediamo e sentiamo in un certo momento è la nostra verità e la accettiamo.
E non importa se in futuro ci sembrerà non del tutto corretto o sbagliato ciò che abbiamo fatto, perché in futuro saremo comunque diversi.
Non è corretto giudicare ciò che siamo stati in passato col senno di poi.
Perchè altrimenti la nostra vita è condannata ad una perenne immobilità, più simile alla morte che alla vita, perchè la vita non è e non potrà mai essere perfetta, nè la nostra nè quella degli altri.
Possiamo solo fare sinceramente e onestamente del nostro meglio e continuare a impegnarci per accrescere le nostre energie e la nostra consapevolezza, imparando anche dagli errori che eventualmente commettiamo.

domenica 3 febbraio 2013

fare anima


Fare anima è un espressione del poeta John Keats, ripresa da James Hillman per significare il lavoro di ricerca e di presa di coscienza personale che nasce dal rapporto con la propria interiorità.
Anima e psiche sono concetti molto simili tra loro, anima ha a che fare con animare, animazione, con l'atto di trasmettere contenuti vitali, dinamici e creativi (dal greco anemos, che significa vento).
In quanti modi si può fare anima? Almeno in due: nel rapporto con la propria interiorità, con la ricerca e l'ascolto dei propri contenuti interiori, del proprio mondo immaginale, oppure nella relazione con gli altri, nel mettere in comune con altre persone i contenuti del proprio mondo interiore.
La prima modalità di fare anima è introversa, la seconda è estroversa. Nella prima cerchiamo dentro noi stessi, per acquistare una sempre maggiore consapevolezza di chi siamo e cosa vogliamo, nella seconda ci relazioniamo agli altri, mettendo in relazione con loro la nostra autenticità.
Un gruppo che si proponga di fare anima è costituito da persone che hanno imparato a conoscersi e a fidarsi reciprocamente, che sentono di avere qualcosa in comune, che non hanno paura di esprimere i propri sentimenti e le proprie idee ascoltando quelle degli altri, nel massimo rispetto reciproco. Aprire agli altri la propria anima significa confidare dolori, dubbi, problemi, difficoltà, ma anche speranze, gioie, consapevolezze e scoperte interiori, e condividere ciò che dall'esterno ci ha toccato: musica, canzoni, romanzi, poesie, film, sogni, opere d'arte o pensieri.
Un gruppo che faccia anima insieme è un gruppo aperto alle sollecitazioni dei singoli, è un gruppo che accoglie ciò che i singoli componenti desiderano condividere.
Tutto questo non per arrivare ad una definizione normativa di ciò che è bello, buono o giusto, ma semplicemente per arricchire la propria anima attraverso l'interiorità degli altri. 
E' un esercizio che interroga la psiche, la mette in relazione con stimoli nuovi e permette un dialogo che è ricerca individuale di nuove consapevolezze e trasformazioni grazie alla relazione e al rapporto con gli altri.
Un lavoro che è tanto più possibile quanto più è alto il livello di autenticità raggiunto dai membri del gruppo nel relazionarsi tra loro.

domenica 27 gennaio 2013

la stanza del venerdì

Come gli attori, portiamo sempre con noi una valigia piena di trucchi e di vestiti di scena.
Raramente, purtroppo, ci è concesso di scendere dal palcoscenico e di stare in mezzo agli altri con la nostra faccia vera, col nostro cuore in mano, sicuri di essere insieme a persone sincere.
Uno di questi posti è diventato La stanza del venerdì, il luogo dove da novembre ogni quindici giorni, si riunisce il gruppo che lavora sull'autenticità nelle relazioni, la cui nascita vi avevo raccontato in ottobre.
Nel video qui sotto vedrete tanti attori, bravissimi: nella stanza del venerdì non ce n'è neanche uno.
Ci sono solo delle persone vere che, per la gioia di tutti, si rispettano, dialogano tra loro e si donano reciprocamente la possibilità di relazioni autentiche.


mercoledì 23 gennaio 2013

dopo una separazione

Opera di Anna Maria Verrastro
A causa di una separazione può capitare di essere per la prima volta davvero soli a portare avanti la propria vita, a tenerne tutto il peso sulle proprie braccia.
Prima, si era sempre vissuti in famiglia, coi genitori, con la fidanzata o il fidanzato, con la moglie o il marito, poi il taglio netto: la separazione. Per la prima volta si vive da soli, in un luogo tutto per sé, dove non c'è nessuno che rompe le scatole, ma non c'è nessuno su cui si possa contare o con cui si possa condividere la vita quotidiana.
Ci si deve arrangiare da soli, ci si deve organizzare; si è in presa diretta con la vita, non ci sono mediazioni.
Se ci sono figli, ci saranno problemi, ma anche molta compagnia; se i figli non ci sono, si è proprio soli.
A qualcuno capita che questo cambiamento di vita avvenga in fredde giornate invernali, quando cade la neve, quando tutto è ovattato, il mondo è freddo, bianco e silenzioso, quando non si può camminare per strada insieme agli altri, quando tutti stanno rintanati nelle loro case, magari poco prima di Natale.
In quei momenti bisogna cercare dentro di sé tutto il proprio calore, diventarne consapevoli e servirsene per farsi compagnia e volersi bene. Perché  fuori si percepisce solo freddo, vuoto e silenzio.
Ma quel freddo, quel vuoto e quel silenzio possono costituire un perimetro esterno che delimita e crea il nostro autentico spazio d'anima, dove possiamo stare, spesso per la prima volta, in compagnia delle nostre vere verità e della nostra affettività più autentica.
Gustav Klimt - La lady davanti al caminetto (1897-98)
Se riusciamo ad accendere il fuoco del caminetto che c'è dentro di noi, se godiamo del tepore che esso crea, se ci scaldiamo al calore della nostra anima, sarà come essere sopravvissuti dopo avere fatto un viaggio al Polo Nord e sapremo con certezza che ci potremo permettere di andare in qualunque altro luogo dell'anima o della Terra senza grandi timori, perché la solitudine non ci farà più paura, perché saremo sopravvissuti dopo essere passati attraverso il vuoto totale e ci sentiremo più vivi di prima.
Sarà come scoprire che abbiamo, dentro di noi, un porto dove possiamo rifugiarci durante tutte le tempeste, un luogo dell'anima da cui potremo ripartire ogni volta che lo vorremo. 

sabato 19 gennaio 2013

giorgio gaber


Dieci anni fa moriva Giorgio Gaber.

Lunedì prossimo 21 gennaio in prima serata su Raitre, Fabio Fazio dedicherà tutta la trasmissione Che tempo che fa al suo ricordo.

Gaber era un cantante, un attore, un mimo, ma soprattutto un uomo che trasmetteva le proprie verità (che si potevano condividere o non condividere) offrendole con molta semplicità, direttamente, senza perifrasi e senza cercare il consenso. 
Infatti a tanti non piaceva, forse anche perchè nessuno è mai riuscito ad incasellarlo politicamente; qualcuno gli ha dato del qualunquista, ma non credo che sia corretto, perchè criticava ciò che riteneva doveroso criticare, a prescindere dall'appartenenza, dai giochi di potere e dalle tendenze che andavano di moda.

Si è occupato degli esseri umani, cioè di tutti noi, dei nostri dubbi e delle nostre debolezze, spesso in modo delicatamente ironico, sempre  rispettoso con i più sofferenti e a volte feroce contro i prepotenti.
I problemi affettivi e di genere erano da lui sempre presi in considerazione accanto a quelli sociali e politici; l'uomo di cui si è sempre interessato era l'uomo intero, visto sia nella sua interiorità che nelle relazioni con gli altri.
I testi che cantava e recitava non erano mai neutri, mai banali, inducevano sempre a riflettere, ad indignarsi, a sorridere, a provare sentimenti.
Aveva la capacità di andare all'essenziale, sia con la voce che con i movimenti del corpo.

Per ricordarlo, ho scelto questo video perchè è una riflessione sulla capacità maschile di amare e sintetizza bene, credo, l'importanza di ciò che ci ha lasciato nei suoi anni di attività.

giovedì 17 gennaio 2013

come aumentare la fiducia in sé

Emanuela, in un commento al post precedente, ha chiesto: 

mi interesserebbe capire se e come sia possibile aumentare la fiducia in sé stessi, sia per un adulto che per un bambino o ragazzo.

Subito dopo la nascita, i genitori ci fanno sentire fisicamente ed emotivamente qual'è il loro grado di fiducia in se stessi e nel mondo, attraverso il modo in cui si rapportano con noi (ansia, serenità, preoccupazioni, accoglienza, panico ecc.): è quella che viene chiamata la fiducia di base, la fiducia nella vita.
Per aumentare questa fiducia di base, io credo che ciò che serve di più siano le relazioni con persone che ci ascoltano, che ci vogliono bene, che ci rispettano, che ci stimano, che non pretendono da noi niente se non ciò che noi possiamo concretamente fare in ciascun momento della nostra vita. 
Persone che se riusciamo in qualcosa ci apprezzano, ma che se non riusciamo, ci sostengono affettivamente, stimolandoci positivamente a riprovare e a migliorare, senza colpevolizzarci.
Persone che percepiscono le nostre qualità e potenzialità, ma che si rendono conto anche delle difficoltà che possiamo avere nel realizzarle concretamente.
Persone che non si scandalizzano dei nostri cali di energia, dei momenti di stanchezza, dei nostri dubbi, delle nostre paure ed incertezze.
Insomma, persone che non subordinano alla nostra riuscita la propria fiducia in se stesse e che sono sempre nostri sostenitori, a prescindere dai nostri risultati, indipendentemente da tutti e da tutto.
E se non troviamo nessuno che si comporta così con noi, non rimane che una possibilità: cercare di essere noi a prenderci cura così di noi stessi.


lunedì 14 gennaio 2013

la mancanza di fiducia

Foto di Mauro Viaretti
Quando si è bambini, quando si è adolescenti, la mancanza di fiducia dei nostri genitori ci può fare molto male. Ci può fare sentire soli, traditi, non amati, svalorizzati.
Le persone più importanti al mondo non si fidano di noi, pensano che siamo persone negative, incapaci di fare la nostra parte, di rispettare i patti, ci considerano potenziali traditori.
Si può piangere e singhiozzare per una cosa simile, si può sentirsi scendere dentro ad un abisso di disperazione. E si può diventare aggressivi, freddi, distaccati emotivamente, si può perdere la fiducia negli altri, in sé, nel mondo.
Ci si sente positivi e l'immagine che lo specchio dei genitori ci rimanda è negativa. Il danno può essere più o meno profondo, può perfino continuare a produrre i suoi effetti negativi per tutta la vita, perché per tutta la vita abbiamo bisogno della fiducia nostra o di qualcuno, come del cibo che mangiamo quotidianamente.

mercoledì 9 gennaio 2013

l'inizio

Inizia un nuovo anno.
C'è, nell'inizio, tutta la tenerezza, la delicatezza di una cosa appena nata, senza una precisa identità, senza sicure certezze, il nascere cui segue il puro divenire.
Non ci sono colori definiti, solo tenui, cangianti sfumature.
E' davvero un inizio, non la ripetizione di schemi già vissuti.
Andiamo incontro all'inatteso, forti delle nostre convinzioni e delle nostre esperienze.
Abbiamo davanti dodici mesi: sono tanti, sono lunghi, possono accadere tante cose, belle e meno belle.
Avremo comunque la possibilità di vivere, di diventare più consapevoli di noi stessi, di creare nuove relazioni e modificare quelle già esistenti, e forse sarebbe bene che sentissimo tutto ciò come una grande opportunità e che non lo dessimo troppo per scontato, perchè il 2013 non è mai esistito prima e, dopo, non esisterà mai più.

sabato 29 dicembre 2012

una poesia per il 2013


Opera di Matteo Zanfi
E' una poesia scritta da una donna e parla del femminile, ma si potrebbe immaginare, con parole diverse ma di senso uguale, anche dedicata al maschile.
Mi sembra adatta per il nuovo anno, perché ci ricorda il coraggio di essere ciò che siamo veramente e di cercare di vivere dei rapporti paritari, fondati sul rispetto e la valorizzazione di sé e degli altri, e questo è il mio augurio speciale a tutti per il 2013.

Sono stata cavalla
mucca farfalla
Sono stata una cagna
una vipera un'oca
Sono stata tutte le cose mansuete
e ampie della terra
il vuoto del corno che chiama alla guerra
l'oscuro tunnel dove sferraglia il treno
la caverna a notte dei pirati
Sono stata quella che sempre deve essere là
una certezza quadrata
Sono stata tutto ciò che poteva servirti
a prendere il volo
sono stata anche tigre
cima e voragine
strega
sacra e terribile bocca dentata
Come avresti potuto altrimenti
essere tu il cacciatore
l'esploratore
l'eroe dalle mille avventure?
Sono stata persino terra e luna
perché tu potessi metterci
il piede sopra
E adesso
questa ruota si è fermata
devo adesso fare una cosa
mai fatta forse mai esistita
una cosa anche per te ma
soprattutto per me
per me sola
tanto autentica e nuova
che trema persino il volto della vita.

Bianca Garufi

venerdì 21 dicembre 2012

buon natale


Auguri di buone feste.
Che siano davvero vostre, che possiate stare piacevolmente in compagnia di voi stessi e delle persone amate.
Che siano occasione di riposo, svago e divertimento, di pensieri sereni e di fruttuose riflessioni, attendendo il nuovo anno.


mercoledì 19 dicembre 2012

fretta e superficialità


Mi colpisce molto la tendenza, che mi pare sempre più diffusa, a generalizzare ed estremizzare tutte le situazioni che la vita ci pone di fronte; tendiamo a voler risolvere tutti i problemi radicalmente e in pochissimo tempo, evitando la fatica di approfondire pazientemente le questioni.
Le relazioni sono sempre più vissute sulla base del principio del tutto-e-subito; il distinguere le sfumature, il prestare attenzione alla complessità degli eventi, il dare tempo al tempo, il guardare le cose anche da altre angolazioni, non sembrano più cose tanto comuni.
Il verbo pretendere è uno dei verbi più usati, sia verso noi stessi, sia nei confronti degli altri, mentre il riflettere su di sè, l'ascoltarsi, il cercare di dipanare il groviglio di fili che spesso abbiamo dentro, non sembrano occupazioni molto frequentate, soprattutto se le risposte autentiche tardano ad arrivare.

Cresce la fretta e crescono le delusioni, le cose fatte male e con noncuranza, che poi non reggono nel tempo. La durata delle cose è ricercatissima, ma sembra che sia una variabile indipendente, o che dipenda da un colpo di fortuna, che non possa essere immaginata come il frutto di una dedizione e di una cura che richiedono impegno.
Ci siamo abituati a premere troppi interruttori e ad ottenere subito dei risultati straordinari; ci siamo dimenticati che i progetti importanti vanno portati avanti con la forza della passione e la costanza dell'impegno quotidiano, anche a lungo termine.
E' vero che, coi mille impegni che tutti abbiamo, di tempo veramente libero ne rimane poco, ma la fretta e la superficialità sono spesso cattive compagnie. 
La psiche è una realtà molto complessa e i tentativi di percorrere delle scorciatoie per arrivare con minore fatica alla mèta, molto spesso non danno buoni risultati, anzi, quasi sempre ci fanno perdere moltissimo tempo inutilmente.

mercoledì 12 dicembre 2012

apocalisse o nuovo inizio?

Ho trovato interessante che qualcuno abbia pensato di sostituire all'ipotesi dell'apocalisse legata alla presunta profezia dei Maya, quella di un possibile nuovo inizio.
Posta così la questione mi sembra decisamente più interessante, perchè, almeno a livello di immaginario collettivo, potremmo prendere tutti spunto da questa presunta fine del mondo per immaginare con il 2012 la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, riconducendo il tema a una questione vitale, posto che la vita sempre consiste nella fine di qualcosa che ha compiuto il suo ciclo e nell'inizio di qualcosa di diverso.
Per conto mio, amo immaginare che questo nuovo inizio riguardi i temi del valore dei limiti e della ricerca di senso.
Mi piacerebbe che avesse terminato il suo ciclo vitale l'idea collettiva da tempo dominante di un progresso infinito senza limiti, dell'aumento della ricchezza come metro per misurare il benessere delle persone, dell'economia come variabile indipendente rispetto alla politica e all'etica, entrambe da mettere in relazione alla ricerca del bene comune.
Ma soprattutto mi piacerebbe che si volesse tutti un po' più riflettere su ciò che dà realmente senso alla propria vita, a quanto il benessere individuale sia da mettere in relazione a quello degli altri.
Perfino la pur importantissima ecologia, senza una chiara consapevolezza dei fini per i quali la vita vale la pena di essere vissuta e senza la sincera accettazione dei limiti naturali che sostanziano la nostra umana esistenza, non ha un valore di per sè assoluto.
Ad un nuovo inizio si può arrivare in modo anche graduale, anzi forse sarebbe meglio che fosse così. L'importante è desiderare veramente un cambiamento di stili di vita, non in forza di un dovere imposto dagli eventi, di una ineluttabile necessità della Storia, ma come frutto di una autolimitazione avvertita come la cosa realmente migliore per sè e per gli altri, un progetto di vita nuovo che trovi il suo senso, da un lato nell'abolizione degli accumuli eccessivi e degli sprechi e dall'altro, nell'incremento della responsabilità personale e della solidarietà verso gli altri, in modo particolare verso coloro che, rispetto a noi, vivono in condizioni di maggior disagio.  

giovedì 6 dicembre 2012

Open di Daniel Ezralow

Non amo particolarmente i balletti ma Open, l'ultimo spettacolo di Daniel Ezralow, che è stato organizzato al Teatro Pavarotti di Modena dalla sede locale della Gioventù Musicale Italiana, è davvero affascinante.
Pur trattandosi di danza moderna, la colonna sonora è classica: Bach, Beethoven, Chopin, Debussy, ecc. e la cosa straordinaria è che sembra musica scritta appositamente per il balletto. I movimenti dei ballerini e le coreografie si integrano perfettamente coi brani di musica classica scritti due secoli fa, provocando un effetto difficile da immaginare: il classico e il moderno insieme, integrati perfettamente: la modernità del classico.
Lo spettacolo è prevalentemente giocoso, per niente noioso, sempre vivo e vitale, allegro e pieno di fisicità atletica; rappresenta spesso la nostra realtà quotidiana ma sempre con tanta fantasia: uomini d'affari che corrono nevroticamente, grattacieli e autostrade che scorrono sullo sfondo, qualche momento di intimità sulle note di un Notturno di Chopin e molti momenti di pura comicità, a volte esilarante.
I colori sono vivaci, i ballerini spesso hanno costumi che rappresentano tutto lo spettro dei colori, tipo arcobaleno o bandiera della pace.
Il balletto è costituito da una quindicina di siparietti che si susseguono senza interruzione per circa un'ora e mezza, lasciando il pubblico stupito e in attesa del successivo.
Lo definirei un balletto psicosomatico, perchè le coreografie rappresentano spesso tematiche psicologiche e  acquistano un valore simbolico, trasmettendo emozioni che fanno anche pensare: questo spettacolo è, a mio parere, un perfetto esempio di come il corpo possa esprimersi con lo stesso linguaggio della psiche, di come il corpo sia tutt'uno con la psiche. 
Una signora che era nel palco con me si lamentava che il marito, refrattario ai balletti, non aveva voluto venire; sono convinto che se fosse venuto, avrebbe apprezzato lo spettacolo pure lui.

A Milano, Teatro degli Arcimboldi, 18-20 gennaio 2013;
A Torino, Teatro Colosseo, 30 gennaio 2013;
A Roma, Auditorium Conciliazione, 1-2 marzo 2013. 

domenica 2 dicembre 2012

omosessualità



Tadzio nel film Morte a Venezia (1971)
Molti eterosessuali hanno timore dell'omosessualità e la condannano; alcuni la immaginano come malattia dannosa, fonte di mali individuali e sociali.
In realtà, l'omosessualità è semplicemente la tendenza a preferire nelle relazioni affettive e sessuali le persone del proprio sesso. Tutto lì, non c'è altro. Per il resto gli omosessuali sono esattamente come noi eterosessuali, uguali in tutto e per tutto. E soffrono, esattamente come noi, quando non siamo riconosciuti nella nostra autenticità.
Certo, c'è tutto un immaginario colorato che prende spunto dagli omosessuali più esibizionisti e dai gruppi pubblicamente più rivendicativi, che riduce il tema dell'omosessualità a rivista di avanspettacolo, a stranezze e bizzarrie da condannare.
Ma non è lì il centro della questione; anzi, a mio parere, quello è il risultato dell'ostracismo, della censura e dell'emarginazione cui noi condanniamo quotidianamente gli omosessuali, consciamente o inconsciamente: un'emarginazione che ha anche aspetti sociali, culturali e istituzionali.
Credo che se gli omosessuali fossero trattati da tutti, istituzioni comprese, alla stessa stregua degli eterosessuali, ci sarebbe in molti di loro meno rabbia, meno necessità di essere eccessivi per farsi notare, molto meno orgoglio da gettare con sfida in faccia a noi eterosessuali.
La realtà omosessuale è frustrante e dolorosa a causa del fatto che essi non possono mostrarsi pubblicamente, che devono camminare per strada reprimendosi, non possono abbracciarsi, tenersi la mano pubblicamente, non possono guardare liberamente gli altri con desiderio, quindi hanno anche difficoltà nel riconoscersi. Hanno locali-ghetto in cui si trovano tra loro, ma non c'è la possibilità di una manifestazione libera e pubblica della loro omosessualità: temono di creare scandalo, e tutto questo non perchè abbiano commesso atti illeciti o violenti, ma semplicemente perchè per natura sono fatti così.
Quando mio figlio andava alle elementari, c'era un suo compagno che stava sempre con le femmine, che voleva vestire come le femmine, che sentiva di essere diverso dagli altri maschi. Quale sarà il futuro di quel bambino, rispetto a tutti gli altri? E' una sua colpa? Perchè deve pagare un'inclinazione naturale con una vita intera da emarginato?
Sono convinto che se gli omosessuali potessero sancire col matrimonio le loro unioni sarebbero molto più responsabilizzati, inseriti nella comunità alla pari, si vivrebbero meno come realtà emarginata e si sentirebbero più normali. Rinuncerebbero quindi alle provocazioni, ai gesti eclatanti che vogliono semplicemente dire: siamo qui, ci siamo anche noi e stiamo male, ci trattate male e noi ve lo gridiamo in faccia. Guardateci, non fate per l'ennesima volta finta di niente.
Se si manda continuamente a qualcuno il messaggio che non è normale, che non è naturale, come si può pensare che questo poi si comporti con normalità e naturalezza?

giovedì 29 novembre 2012

un corso di latino

Vicino a Modena ha sede un circolo culturale organizzato da giovani molto attivi e intraprendenti: si chiama Almo Piumazzo.
Lo so perchè mi mandano sempre delle mail con la descrizione degli eventi e dei nuovi corsi che organizzano, delle città che vanno a visitare in gruppo, delle mille iniziative varie che propongono a tutti. 
La loro energia creativa, unita alla loro freschezza comunicativa, me li ha resi simpatici da subito.
Ma recentemente sono riusciti a stupirmi ancor di più.
 
In una delle ultime mail, comunicavano che sarebbero partiti presto alcuni nuovi corsi: quello di astrologia, quello di yoga, quello di lingua spagnola, ecc. e fin qui niente di strano, ma quello che ho letto dopo mi ha colpito profondamente: stanno organizzando l'inizio di un corso di latino...  
Quando l'ho letto sono trasecolato, tanto inattuale e particolare mi è sembrata da subito questa proposta, e ho pensato: ma come gli è venuto in mente?
Se c'è qualcosa che da decenni viene additato sempre più come una cosa inutile è proprio lo studio del latino...
La proposta è aperta a tutti, perchè si intende far capire il significato di alcune locuzioni in uso nella nostra lingua, come in itinere, in primis, ecc. Il corso si rivolge quindi a chi non ha conoscenze di latino ed è pensato per permettergli di accostarsi a questa lingua partendo da quel poco che viene ancora parlato. Nel corso si farà anche qualche cenno alla cultura e alla storia degli antichi Romani...
Non so a voi, ma a me sembra una proposta molto coraggiosa, utile e creativa, e spero che abbia un buon successo.  
  

domenica 25 novembre 2012

due modi di relazionarsi con l'altro

Ci sono due modi di relazionarsi con gli altri.
Il primo è fatto di ascolto, di non-identificazione, di non farsi entrare subito dentro le cose che non ci piacciono dell'altro, di non impastarci con la sua psiche.
Questo tipo di rapporto crea uno spazio vuoto tra noi e l'altro che permette una relazione vera, autentica, uno spazio che colma la distanza che c'è tra la fusione e la separazione.
Permette che io non mi senta minacciato o attaccato dall'altro, dalle sue diversità, dalle sue stranezze, dai suoi modi di essere opposti ai miei. Posso rimanere tranquillo, perchè il mio centro è in me stesso, io sono io, e l'altro è l'altro. Da questa posizione posso serenamente considerare le differenze, prendere in esame ciò che vedo nell'altro, riflettere, elaborare i miei sentimenti e decidere di cambiare o meno qualche mia convinzione o atteggiamento.
L'altro modo è quello opposto, che porta a difenderci o ad attaccare l'altro, che avvertiamo come una minaccia per il suo essere quello che è o che ci pare che sia.
Quando non riusciamo proprio a sopportare qualcosa negli altri, ciò significa che non siamo davvero tranquilli su quella cosa; è possibile che l'altro venga a toccare dei punti delicati di noi, relativamente scoperti, impossibili a volte anche solo da sfiorare senza farci male; a volte sono ferite ancora aperte, non rimarginate completamente.

mercoledì 21 novembre 2012

il nostro tempo


Noi occidentali abbiamo tanti orologi, sveglie e sofisticati cronometri coi quali misuriamo il tempo con la massima precisione, ma non abbiamo il tempo, non ne abbiamo la disponibilità, se non in piccola parte. E' vero invece il contrario: è lui che ci tiene in pugno, che ci comanda.
Noi lo spezzettiamo, lo sfruttiamo, lo impieghiamo, lo programmiamo, ma non ce lo godiamo quasi mai.
Sul lavoro i tempi ci sono quasi sempre dettati dagli altri, dall'organizzazione o dai capi e non è facile avere un lavoro creativo da gestire in autonomia.
Il tempo libero è quasi sempre organizzato e gli impegni sono suddivisi razionalmente per ottimizzare le ore che abbiamo a disposizione, ma raramente ci sentiamo liberi di ascoltarci davvero e fare poi quello che ci viene in mente al momento.
Anche i bambini hanno i tempi scanditi: il tempo della scuola, il tempo del pranzo, il tempo dei corsi e dello sport, il tempo dei trasporti in auto da un'occupazione all'altra.
Perdere tempo è segno di scarso senso civico: si è dei fannulloni, dei lavativi, degli individui sospetti che vanno corretti o emarginati e se necessario puniti.
Certo, ci sono anche quelli che effettivamente cercano di non fare nulla dalla mattina alla sera, ma la maggioranza si dà da fare, corre, soprattutto se ha dei figli, e raramente può starsene in pace a godersi la vita.
E' anche vero che alcuni corrono come dei dannati perchè hanno una paura tremenda di non avere nulla da fare, come se avessero smarrito il semplice piacere di vivere, di essere al mondo, di avere un corpo e una mente che non hanno malattie gravi. Come se si fossero dimenticati delle cose che li potrebbero far star bene.
Quanto vale un'ora di tempo libero? Intendo un'ora di tempo tutto per noi, senza vincoli e senza impegni? Quanto saremmo disposti a spendere per essere completamente liberi per un'ora in più del nostro tempo?
Avere il tempo, possederlo, averne tanto da potersi permettere anche di buttarlo via, di sciuparlo, di non fare nulla di produttivo, di efficiente.
Concedersi il tempo, come se fosse una cosa normale e non un lusso, per soddisfare qualche piccola e pazza voglia, qualche innocente follia, qualche deviazione dalla routine quotidiana.
Ecco, sarebbe una bella idea per un regalo di Natale: regalare a qualcuno delle ore di tempo, tenergli i bambini per un pomeriggio o per una sera, e se volete fare un regalo veramente di lusso, per tutto un weekend!

giovedì 15 novembre 2012

le relazioni difficili

Nicola Bayley - The tiger voyage
Le relazioni difficili sarà il tema dell'incontro pubblico che si svolgerà sabato 24 novembre alle ore 17  a Modena, presso il Circolo Culturale Alberione in via 3 febbraio 1831, n° 7, accanto al palazzo dell'Accademia Militare.
Dopo l'incontro sul narcisismo di un mese fa, la dott.ssa Agostaro ed io affronteremo un altro tema di notevole attualità.
Parleremo, tra l'altro, del valore delle contraddizioni nelle relazioni con se stessi e con gli altri, di come esse siano inevitabili se si è aperti alla vita, se non si cerca di far rientrare quest'ultima in un programma predefinito.
Cercheremo di spiegare che la psiche, come le relazioni, si può intendere come un insieme di polarità opposte che bisogna cercare di integrare tra loro per avere l'energia psichica che ci serve per procedere nel nostro percorso creativo individuale (analogamente a ciò che avviene per l'elettricità, che si genera attraverso il rapporto del polo positivo con quello negativo).
Inoltre parleremo di come i rapporti affettivi tra le persone possano essere bloccati dalla mancanza di relazione, dal ritirarsi o dal fuggire da un confronto che non dovrebbe mirare a individuare un perdente e un vincente, un colpevole e un innocente, ma che dovrebbe avvenire con la consapevolezza che le persone che hanno una relazione tra loro sono sempre sulla stessa barca.
Tutto ciò sul presupposto che la relazione costituisca una entità a sè stante, diversa dalle singole individualità di chi vi partecipa; una realtà condivisa che ha una propria identità e autonomia, che quindi va ascoltata e della cui reale natura dovremmo essere il più possibile consapevoli, per poter intervenire nel migliore dei modi quando compaia qualche difficoltà.    

giovedì 8 novembre 2012

immaginazione e sogni

Solo se riusciamo ad immaginare una nuova realtà, diversa da quella esistente, potremo davvero realizzarla.
Se poi capita di ricordarla in un sogno, metà del cammino è già stato percorso, perchè vuol dire che quella realtà nuova l'abbiamo già dentro, è già una parte di noi, noi siamo già quella realtà.
Quasi sempre i cambiamenti prima si realizzano nei sogni, cioè dentro di noi; solo dopo avvengono anche nella realtà esterna.

domenica 4 novembre 2012

conchiglie

Dal punto di vista simbolico la conchiglia rimanda al mondo femminile.
 
Nell'antica iconografia indiana, il dio Vishnu porta una conchiglia, simbolo dell'Oceano e del primo alito vitale.

Negli affreschi di Pompei e nei dipinti di Botticelli e di Tiziano, la nascita di Venere dalla schiuma del mare viene rappresentata con la dea che esce dalle valve di una conchiglia.

Come creatura acquatica, la conchiglia collega il simbolismo sessuale al concetto di procreazione e fertilità, divenendo l'attributo della dea dell'amore.

In Cina la conchiglia è uno dei simboli della fortuna e della prosperità.

Presso gli Aztechi, Tecsiztecatl (letteralmente "quello della conchiglia") è il dio della Luna: la conchiglia rappresenta la matrice femminile, la Luna presiede alle nascite della vegetazione e della vita in generale.

La conchiglia è in grado di generare la Perla, il Sè più profondo e perfetto.

Il simbolo della conchiglia ha anche valenze spirituali: infatti spesso, nelle chiese, le acquasantiere di pietra hanno la forma di una conchiglia.

Quindi, se un giorno con amore una donna regalerà a un uomo delle conchiglie scelte e raccolte da lei, quell'uomo dovrà ritenersi molto fortunato, perchè ella gli avrà fatto dono della sua essenza femminile più profonda, autentica e vera.