sabato 16 giugno 2012

i tre porcellini

La fiaba che preferivo da bambino era I tre porcellini. Non mi stancavo mai di ascoltarla. Era la storia di tre porcellini, fratelli tra loro, che erano inseguiti da un lupo che voleva mangiarli: il primo si costruiva una casa di paglia e fango (vado a memoria), ma il lupo la buttava giù, il secondo se la costruiva di legno, ma il lupo distruggeva anche quella e finalmente il terzo, lavorando un po' più degli altri, costruiva una solida casa fatta di mattoni dove ospitava anche gli altri due fratelli in fuga, e quella casa il lupo non riusciva proprio a distruggerla, andandosene scornato.
I bambini sanno istintivamente molte cose fondamentali della vita, ad esempio che a volte è necessario impegnarsi molto e per bene per difendersi da chi li vuole mangiare.
Cosa possono essere in concreto questi mattoni che ci difendono dai lupi di cui parla la fiaba? In quanti modi diversi ci possiamo-dobbiamo difendere da chi non ci vuole lasciare vivere la nostra vera vita?
Per chi dice sempre sì, ad esempio, qualcuno di quei mattoni può simboleggiare dei no che ci salvano da coloro che ci vogliono far vivere la nostra vita a modo loro.
E i lupi, chi possono essere e in quanti modi concretamente ci possono mangiare? Facendoci venire sensi di colpa ingiustificati, ad esempio.
Credo che ciascuno di noi abbia il diritto psicologico naturale di potersi costruire la propria casa di mattoni e di abitarla in santa pace, lasciando entrare chi desidera e lasciando fuori chi ha intenzioni aggressive.

Una casa di mattoni come porto sicuro dove ritirarsi quando si è in crisi, quando si ha bisogno di riflettere, di ascoltare sè stessi, per poterne poi uscire con qualche idea più chiara e qualche certezza in più.
Penso a tutti coloro che vorrebbero avere una casa propria ma non possono e penso alla gioia di tante persone che finalmente riescono a realizzare il sogno di avere una propria abitazione.
E penso al terremoto, che è così terribile dal punto di vista psicologico, anche perchè porta con sè il rischio di privarci del luogo centrale della nostra vita, l'unico posto al mondo veramente nostro, dove ci possiamo sentire al sicuro.


martedì 12 giugno 2012

la ricerca della verità


Ho cominciato a leggere L'anima e il suo destino di  Vito Mancuso.
Nella prefazione l'autore dice una cosa che mi ha colpito molto. Si tratta di una frase breve e concisa, ma piena di significato:
"Credo nella comunione di coloro che cercano la verità"
Credo è un'affermazione forte, che mi piacerebbe sentire più spesso; penso sia importante credere in qualcosa che abbia un valore positivo, non importa in cosa, ma credere è importante.
Anche la comunione (dal latino communis unio=unione comune) è importante, soprattutto ai giorni nostri, quando tende a prevalere il soggettivismo più sfrenato e gli altri, i diversi da noi, sono considerati sempre più spesso in modo negativo a priori .
Ma la ricerca della verità è importante a patto che la si relativizzi, che sia la ricerca della nostra verità e, soprattutto, che non la si voglia imporre agli altri. Chi possiede questo concetto della verità è portato a darle valore in quanto propria, ma, nel contempo, riconosce agli altri il diritto di ricercare la propria verità, che può essere legittimamente diversa dalla sua.
E' questa l'idea di verità esplicitata da Vito Mancuso, il quale, a pag. 1 del medesimo libro, così si esprime:
L'interlocutore principale di questo libro è la coscienza laica, intendendo con ciò quella parte della coscienza, presente in ogni uomo, credente o non credente, che cerca la verità per se stessa e non per appartenere a un'istituzione; quella parte della coscienza che vuole aderire alla verità, ma vuole farlo senza alcuna forzatura ideologica, di nessun tipo, e se accetta una cosa, lo fa perchè ne è profondamente convinta, e non perchè l'abbia detto uno dei numerosi papi, o uno degli altrettanto numerosi antipapi della cultura laicista.
immagine tratta da film
Insomma, dal punto di vista delle istituzioni, Mancuso si potrebbe definire una testa calda, (infatti nella Chiesa non lo vedono molto di buon occhio), ed è per questo forse che mi attrae, oltre che per la sua cultura, il suo rigore intellettuale ed il suo amore per la verità e la libertà. Strano a pensarsi per un teologo...
Ma ciò che più mi attrae è la sua idea di Dio, poiché il Dio di cui parla non sembra l'amministratore delegato di una multinazionale ma, piuttosto, un Dio  che alloggia dentro ognuno di noi, legittimamente percepito da ciascuno in modo diverso, personale e originale, ritagliato cioè sulla misura della sensibilità  di ogni singolo individuo. In questo concetto di Dio trovo una notevole somiglianza con il tipo di lavoro psicologico fondato sulla ricerca della propria verità e autenticità individuale di cui mi occupo.
Ecco, vedete, sono arrivato a pagina 1 e ho già scritto un post e non è assolutamente detto ch'io mi fermi qui: se emergeranno altre cose interessanti nel proseguimento della lettura vi terrò sicuramente informati.





giovedì 7 giugno 2012

alla bassa modenese, con affetto

Erano i primi anni '60, l'Italia era in pieno boom economico. Io ero un ragazzino nato e cresciuto in città e tutti gli anni in estate andavo qualche settimana coi nonni nella bassa modenese, dove abitavano i miei parenti. Mia nonna aveva avuto in eredità dai genitori una vecchia casa di campagna assieme a tre sorelle dai nomi oggi piuttosto desueti: Angiolina, Severina e Carolina, che abitavano tra Medolla, San Felice e Finale Emilia.
Alla stazione piccola di Modena prendevamo il trenino formato da due vecchie carrozze che in un'ora percorreva traballando 30 km, attraversando un paesaggio fatto di campi coltivati, filari di pioppi, piccoli canali e case sparse. La bassa era veramente bassa; tutto era basso: la terra, faticosa da coltivare e anche le case rurali, quasi tutte ad un piano.
La casa di mia nonna era a Rivara, una piccola frazione a tre km da San Felice, dove c'era la stazione e dove noi scendevamo dal treno: da lì, con le valigie in mano, dopo la partenza del treno, percorrevamo a piedi i binari deserti sotto il sole bollente di luglio.
A Rivara non c'era niente: solo la chiesa, quattro case e la bottega, dove chi non aveva soldi comprava gli alimentari segnando l'importo sul libretto, per pagare poi a fine mese o quando poteva. L'unico svago era l'8 settembre, quando c'era la sagra di paese e alla sera, vicino alla chiesa, c'era qualche bancarella e si facevano i fuochi artificiali. Per il resto, silenzio, caldo, grilli, mosche e zanzare.
Vicino alla casa c'era il macero, una pozza d'acqua dove si lavorava, con grande fatica, la canapa. Di giorno si stava seduti a chiacchierare nell'aia, proteggendosi dalla canicola sotto l'ombra di una quercia, mentre verso sera la morsa del caldo si allentava e iniziavano a comparire sciami di zanzare, per difendersi dalle quali c'era il flit, un repellente a base di DDT, che ancora non si sapeva essere cancerogeno.
Dopo cena ci si trovava a casa di una zia, dove le figlie lavoravano a cottimo con le macchine da maglieria, mentre in sottofondo una vecchia radio a valvole suonava ogni genere di musica che nessuno ascoltava. I grandi chiacchieravano tra loro, mentre noi bambini giocavamo e ridevamo.
Ricordo un cugino, di quattro anni più vecchio di me, che per impressionarmi e rimarcare la sua superiorità, a volte si sdraiava per terra e beveva tutto d'un fiato una bottiglia intera di latte appena munto, mentre altre volte mangiava grani di pepe nero masticandoli come fossero noccioline. Per me, bambino di città, era davvero troppo, dovevo riconoscerlo: non potevo competere con lui.
Nel pollaio c'erano le galline (e a noi bambini era concesso ogni giorno a turno di salire la scaletta di legno e andare a levare le uova), nella stalla c'erano le mucche e nel cius (il chiuso) c'era il maiale, che veniva ucciso a gennaio col rito della pcarìa.
Mia zia Angiolina aveva un angolo tutto suo di cui andava orgogliosa: il suo piccolo giardino, dove mia nonna passava ore con lei ad apprezzare la bellezza delle rose e di tutti gli altri fiori.
L'acqua si prendeva dal pozzo, calando il vecchio secchio di legno con la carrucola: un luccio che nuotava dentro all'acqua ne garantiva la limpidezza e la potabilità.
Fuori dalla casa c'era ancora, anche se ormai in disuso, il vecchio bugigattolo che fino a pochi anni prima serviva per espletare i bisogni corporali.
Dietro alla casa c'erano i campi, con le carrate, lungo le quali correvano i filari d'uva, che andavo a spizzicare goloso.
Mio nonno mi faceva quasi tutti giorni uno zabaione con le uova fresche e lo zucchero; a volte aggiungeva un po' di marsala, ma di nascosto dalla nonna che non voleva.

La bassa era una zona depressa e furono dati incentivi fiscali a chi investiva in quell'area. Così, a partire dagli anni '70 la bassa ha cominciato a cambiare; ricordo quando a San Felice si insediò la prima fabbrica che lavorava la frutta, poi una azienda che produceva cartone ondulato. Nel giro di pochi anni si costituì un polo di aziende ceramiche a Finale, poi il biomedicale a Mirandola. Si cominciarono a costruire case nuove che trovarono presto compratori allettati dai prezzi relativamente bassi. Nel frattempo l'agricoltura diventava sempre meno interessante dal punto di vista economico. La geografia umana ed economica si trasformava, come si trasformava la società.

Oggi, che l'enorme palla da bowling del terremoto ha fatto strike, distruggendo con precisione chirurgica tutti i centri più importanti della bassa modenese, il mio pensiero ritorna all'origine, ai miei parenti degli anni '60, contadini forti ed onesti, lavoratori seri e instancabili, e mi dà la certezza che la popolazione della bassa ha nel suo dna le risorse cui attingere per rinascere e per superare questa grande tragedia. 

lunedì 4 giugno 2012

una serata normale

Foto di Ivan Ferrari
Sabato sera, tra una scossa e l'altra, sono andato a mangiare il pesce alla Festa del Pd al Parco Ferrari, insieme ad alcuni amici e relativi figli.
Non ne avevo molta voglia, ma ho fatto bene ad andarci.
E' stata una serata normale e di questi tempi, qui in Emilia, non è poco.
Il Parco Ferrari era un aerautodromo (un vastissimo spazio verde a due passi dal centro storico dove negli anni '50-'60 correvano le Ferrari e atterravano anche gli aerei da turismo); una parte di questo enorme spazio viene usato per la festa del Pd, che fino a qualche anno fa si chiamava Festival dell'Unità (da allora, oltre al nome, è cambiato solo il colore degli arredi, che prima era ovunque rigorosamente rosso, mentre oggi è prevalentemente bianco).
Abbiamo mangiato del buon pesce al ristorante Family, uno stand gastronomico capace di servire 1.600 persone in una sera, con 100 volontari addetti al servizio e alla cucina. Dopo cena mi sono messo su una sedia a fumare la pipa fuori dalla struttura in legno: davanti a me un vialetto ghiaiato dove passavano le persone, un grande prato verde dove giocavano bambini e tutt'intorno le luci e i rumori dei vari padiglioni: la balera con la musica latina, i volontari dell'Avis, lo spazio libreria, il bar coi tavolini all'aperto, i giochi gonfiabili per i bambini, ecc.
Ho visto passare persone di ogni età e colore: genitori che spingevano passeggini, mocciosi che correvano senza freno, gruppi di bambini che giocavano a palla, adolescenti felici di stare insieme in libertà, coppiette che camminavano abbracciate teneramente, anziani che passeggiavano guardandosi intorno lentamente, famiglie islamiche, pakistane, africane..
Ogni tanto dalla cucina usciva qualche volontario a fumarsi una sigaretta e non riusciva a trattenere qualche espressione di scontentezza sullo stato attuale della politica in Italia.
Ma lì, al ristorante Family, l'unico conflitto di interessi è stato quello del volontario-cuoco nostro amico che per la figlia seduta con la mamma al nostro tavolo, ha preparato una paella con un po' meno verdura e una salsiccia in più.
Mentre ero lì a godermi il fresco e la tranquillità che percepivo intorno, mi è venuto da pensare all'importanza che in questi giorni di terremoto ha una struttura e una organizzazione come questa, costituita esclusivamente da volontari.
Un enorme, libero e tranquillo luogo di socializzazione trasversale in tutti i sensi: per età, censo, idea politica o colore della pelle.
Mentre negli ultimi anni ero complessivamente deluso dal Festival, che mi sembrava sempre più un rito che si ripeteva stancamente uguale a sè stesso e privo di vitalità nuova, in questo sabato di terremoto l'ho rivalutato dal punto di vista sociologico e, nell'occasione, mi sono chiesto dove sono finiti i sociologi che qualche decennio fa imperavano (anche se noi giovani psicologi li prendevamo in giro ricordando che l'anagramma di sociologia è "ciò lo so già").
Da molti anni penso che psicologi, sociologi, antropologi e tutti coloro che si occupano degli aspetti umani della vita dovrebbero confrontarsi per arricchirsi a vicenda collaborando insieme, invece di rinchiudersi corporativamente nel proprio settore di competenza.
Pensieri così, stimolati da questa umanità che, impaurita dal terremoto, al Parco Ferrari aveva trovato uno spazio accogliente dove stare insieme agli altri (fratelli o compagni non importa), vicini, forse anche per farsi coraggio a vicenda.

sabato 2 giugno 2012

terremoto

Quando viene il tempo del buio
bisogna rincantucciarsi,

avvolgersi su se stessi,
stare in silenzio ed aspettare,
senza muovere un muscolo.
Bisogna solo aspettare che passi,
perchè non dipende da noi
e non ci possiamo fare nulla.
Bisogna mantenere intatte
tutte le energie e la voglia di vivere
e coltivare la certezza che
verranno tempi migliori.
Perchè la vita è troppo grande
per essere sempre indirizzata
secondo i nostri desideri.
A volte ci si riesce,
altre volte no:
queste sono le regole
ed è bene ricordarle sempre,
per non esagerare mai,
nè con la disperazione
nè con l'arroganza.

martedì 29 maggio 2012

siamo tutti un po' scossi

Oggi non è stata una bella giornata.
Ore 9: la terra trema forte, come dieci giorni fa, ma dopo un po' smette.
Ore 12.56: la terra trema ancora forte sotto i piedi.
Ore 13.02: ancora una scossa forte e lunga come quella di prima.
Ora sono le 17.36 e da quattro ore non è successo più nulla di importante.
Sì, si contano le ore che passano, e più ore passano e più ci si sente tranquilli, e si spera che l'ultima scossa avvertita sia stata davvero l'ultima.
A 30 km di distanza da qui, nella zona dell'epicentro, le scosse le avvertono quasi in continuazione da dieci giorni. Dieci giorni e dieci notti sono un'eternità, sempre a pensare, anche se non lo si vuole, che magari ne capiterà una che tirerà giù tutto.
E chi sta ai piani alti ondeggia e pensa che in caso di necessità deve fare molte scale di corsa, forse troppe. E la sensazione è spesso quella di quando si sale su una barca e poi si scende, che si sente ancora la terra ondeggiare intorno.
E i camion che passano fanno vibrare le case e lo sguardo corre sempre al lampadario: si diventa ipersensibili, è questione di sopravvivenza. Un leggero scricchiolio di un mobile di legno diventa un segnale di pericolo.
C'è sempre qualcuno che è più terremotato di te e se non si è proprio nell'epicentro non ci si può lamentare.
C'è questa sensazione sgradevolissima di non poter fare niente, tranne che scappare fuori il più presto possibile. C'è in gioco la casa, c'è in gioco la vita.
Speriamo che finisca presto.

mercoledì 23 maggio 2012

la domanda di senso

Che senso ha la mia vita? In cosa consiste il senso della mia vita?
Questa domanda, espressa o inespressa, mi ha sempre accompagnato dall'adolescenza in poi, ma qualche volta si è affacciata anche alla mia mente bambina.
Se all'inizio era centrata esclusivamente sulla mia esistenza, sul cercare di arrivare a conoscere la mia vera essenza, a un certo punto la domanda non ha potuto non tenere conto anche della società, del mondo in cui vivevo, perchè comunque ero consapevole che la mia autenticità si doveva poi realizzare nella relazione con gli altri, nel contesto sociale.
Nè, d'altra parte, si può immaginare una risposta valida per sempre, in assoluto, giacchè il fatto che siamo vivi comporta un continuo cambiamento nel modo di vedere e di sentire le cose della vita.
C'è quindi una interrogativo personale (chi sono io?) e una dimensione relazionale (come mi comporto nelle relazioni con gli altri e col mondo?) che si intrecciano continuamente.

Non porsi questi interrogativi, rinunciare ad ascoltarsi e a cercare la propria verità, significa estraniarsi da sè stessi, vivere facendosi dirigere da ciò che pensano gli altri, col rischio di conformarsi ai comportamenti della maggioranza oppure di cadere nel nichilismo o nel ribellismo che non progetta, non propone e non costruisce.
Se la vicinanza affettiva degli altri si percepisce sulla base dei sentimenti di amore e di amicizia, il calore che noi ci possiamo dare passa attraverso la continua ricerca del senso attuale, vero e autentico, della nostra vita. Nel percepirsi come individui che stanno autenticamente cercando il proprio senso sta la consolazione rispetto agli insuccessi, la sicurezza della propria identità indipendentemente dai risultati ottenuti; su ciò si fonda l'affetto per noi stessi che non dipende dalla quantità di frutti che raccogliamo, ma che si basa sulla consapevolezza del nostro esserci, delle cose in cui crediamo e dell'impegno che mettiamo nel cercare di realizzarle.



lunedì 21 maggio 2012

un terremoto inimmaginabile

Il terremoto che ha colpito la bassa modenese e il ferrarese è stato un evento inimmaginabile, perchè qui da queste parti non si è mai visto nulla di simile da secoli se non da millenni. Credevamo che essere su una terra elastica, perchè non rocciosa e zuppa d'acqua fosse una garanzia sufficiente per non subire mai danni così gravi e la morte di sette persone. Ma la parola mai non è del mondo umano.
A Modena città, comunque, non abbiamo avuto nessun problema, se non quello di svegliarci di notte e aspettare che il movimento delle case cessasse. Invece in provincia ci sono stati danni grandi, case lesionate e crollate, edifici industriali anche di recente costruzione abbattuti, animali (soprattutto mucche e maiali) morti sotto le macerie dei grandi allevamenti.
Quasi tutti gli edifici storici (chiese, torri, torrioni, mura, rocche e castelli) che erano il legame degli abitanti col loro passato e rappresentazione concreta della loro storia e della loro identità culturale, hanno subito gravissimi danni o sono crollati. Oltretutto qui piove e fa freddo (strano per il mese di maggio, che spesso vede sole e temperature estive), e ciò acuisce i disagi.
Mirandola, Medolla, S.Felice sul Panaro, Massa Finalese e Finale Emilia sono una serie di comuni vicinissimi tra loro, che segnano il confine tra il modenese, il mantovano e il ferrarese.
Proprio qui sotto, a Rivara di S.Felice, vicinissimo a dove c'è stato l'epicentro del terremoto, da anni si è progettato di costruire un enorme deposito grande centinaia di milioni di metri cubi, per stoccare il gas metano, contro la volontà delle popolazioni locali, dei comuni, della provincia e della regione. Immagino che almeno questo incubo, di avere per sempre una enorme bomba sotto le proprie abitazioni, svanisca e che almeno questo sia un frutto positivo di questa catastrofe.
Ma adesso speriamo solo che il peggio sia passato e che si possa pensare unicamente alla ricostruzione e alla ripresa, che sarà comunque dura e difficile.

venerdì 18 maggio 2012

cos'è l'amore?

Non pretendo ovviamente di esaurire l'argomento, ciascuno potrà aggiungere qualche altro pensiero. Ma se devo pensare a ciò che è veramente essenziale nell'amore, mi viene da scrivere questo:
Amare è desiderare intensamente che l'altro sia e diventi sè stesso, che riconosca e viva la propria vita autenticamente.
Amare è non avere bisogno dell'altro, lasciargli la libertà, anche quella di non amarci più, perchè il massimo della libertà garantisce il massimo dell'amore.
Amare è pensare di sopravvivere alla perdita dell'altro, perfino alla sua morte, perchè il senso ultimo del nostro vivere è insito nella nostra natura, ed è bello sollevare gli altri dal dovere di esserci vicini, sostenerci e amarci, lasciandoli liberi da qualsiasi ricatto affettivo, affinchè l'amore sia desiderio vero di autolimitazione, per il bene nostro e dell'altro.

A ciò consegue, evidentemente, che quanto più si conosce la propria natura, ci si ama e ci si vuole bene, tanto più si è in grado di conoscere, amare e volere veramente bene agli altri.

mercoledì 16 maggio 2012

il gheppio liberato

Era prigioniero in un anfratto del castello di Carpineti. Non riusciva più a trovare la strada per la libertà.
Per sua fortuna, durante la visita al castello, è stato notato da alcuni ragazzi che con l'aiuto di un'insegnante, sono riusciti a liberarlo. Qui vedete l'animale un attimo prima di essere restituito al suo volo.
E mi è sembrato curioso che nella giornata che ho definito cibo per l'anima sia accaduta anche questa cosa. Perchè, come dice Vania in un commento al post precedente, oltre alla teoria è necessaria anche la buona pratica. E questa collaborazione insegnante-alunni per liberare un rapace imprigionato mi sembra non meno educativa per l'anima di tante lezioni scolastiche.

lunedì 14 maggio 2012

cibo per l'anima

Il castello di Carpineti
A mio parere l'anima si nutre soprattutto di natura, bellezza e autenticità.
Ieri è stata una buona giornata per la mia anima, che si è nutrita ottimamente durante tutto il giorno.
In programma c'era una gita scolastica di due classi prime della scuola media frequentata da mio figlio, alla quale erano invitati anche i genitori.
Sveglia alle 7, ritrovo alle 8.30 sotto un cielo plumbeo con pioggia battente e freddo autunnale (per la cronaca, il giorno prima c'era cielo sereno, sole pieno e 32°); presenti 30 bambini, altrettanti genitori e due insegnanti.
Mèta della nostra gita: le terre collinari di Matilde di Canossa vicine a Reggio Emilia, con visite ai castelli di Carpineti, Sarzano e Canossa.
Arrivo al castello di Carpineti ( a 800 metri di altitudine, con temperatura di 7° e pioggia sottile) alle 10. Incontro con Edda, la nostra guida, una giovane donna molto vitale e sorridente che fa parte di Ideanatura, un gruppo di giovani che, con mille iniziative intelligenti, cercano di valorizzare il territorio. La guida ci accoglie e parla per mezz'ora a bambini e genitori di Matilde e dei suoi tempi, in modo ammirevole e caldo, riuscendo a tenere catalizzata l'attenzione di tutti, con una simpatia pari alla sua notevole preparazione storica. Del castello medioevale sono rimasti quasi solo ruderi, ma sufficienti per capire come fosse stato in origine. La posizione era stupenda e avrebbe permesso una vista meravigliosa, anche se noi abbiamo visto solo nubi tutt'intorno, ma quel luogo emanava comunque un fascino particolare, grazie anche alle descrizioni della guida, che ci metteva davvero l'anima per trasmetterci lo spirito di quei luoghi.
Alle 12 tutti a mangiare in un posto semplice e rustico, l'Ostello e Ristoro di San Vitale, luogo magico, sede di un insediamento bizantino, in mezzo alle colline, gestito da giovani che ci hanno fornito cibi semplici e genuini, saporiti e gustosi.
Poi tutti al castello di Sarzano, dove ci attendeva un liutaio che aveva portato con sè violini, viole e anche un violoncello di sua costruzione, e qui, colpo di scena, abbiamo scoperto che la nostra guida sapeva anche suonare il violino e ha accennato per noi un paio di brani medioevali, riscuotendo applausi.
Alle 16, ultima tappa, il castello di Canossa, mèta di molti tedeschi che vengono a visitare il luogo dove il loro imperatore Enrico IV venne a chiedere perdono al papa e fu fatto aspettare da Matilde fuori dal portone per tre giorni.
Matilde di Canossa

Ricapitolando: luoghi suggestivi, carichi di storia e immersi in una natura rigogliosa e rispettata; una guida che ci ha messo l'anima nel fare il suo lavoro, riuscendo ad interessare sempre tutti; un gruppo di giovani che ci hanno fornito cibi buoni e naturali.
E, oltre a ciò, una insegnante che non ha esitato ad accompagnare i ragazzi senza problemi, "sacrificando" una sua domenica di libertà, per sostituire una collega che avrebbe dovuto venire ma che è stata trattenuta a casa da un grave problema familiare.
Con tutti questi ingredienti, in questo clima caratterizzato dalla sincera attenzione al bene gli altri, si capisce come l'anima si sia nutrita ottimamente e nemmeno il brutto tempo abbia avuto il potere di deprimerla.
  

sabato 12 maggio 2012

il profumo dell'adolescenza


A volte mi capita di leggere delle cose e pensare: non potrei descriverlo meglio.
Ecco un esempio, scritto dalla psicologa Marica Rytovaara:
"L'adolescenza è piena di emozioni violente e inelaborate, dato che gli adolescenti sono pieni di un senso di impotenza, della mancanza di autonomia e di mezzi per dare forma al proprio destino. Gli adulti spesso ridicolizzano la vulnerabile dipendenza dei ragazzi di quest'età e non riescono a vedere il nudo terrore e la paura dell'abbandono che si nascondono dietro la maschera del disprezzo. L'adolescente è assolutamente consapevole del fatto che la rete di protezione dei genitori, ormai logora, sta per scomparire e si rende conto che fare la scelta sbagliata può rivelarsi essere perduto per sempre.
Gli adulti tendono a soffrire di amnesia collettiva riguardo alla loro adolescenza per evitare di riconnettersi con il tumulto e le ferite di amori non corrisposti, rifiuti e tradimenti. Gli adolescenti invece intraprendono la discesa nella solitudine, che significa l'inizio della separazione e dell'individuazione e della comprensione del fatto che i genitori non possono più proteggerli dal duro scontro con le gerarchie sociali".

Personalmente amo lavorare con gli adolescenti, perché è come lavorare a contatto con il magma incandescente: magnifico e pericoloso al tempo stesso. Materia grezza, da maneggiare con cura, bisognosa del massimo rispetto e della massima valorizzazione.
Stabilire un rapporto di fiducia con un adolescente non è per nulla scontato, ma, se accade, ha il profumo dei fiori appena sbocciati.

Maria Grazia Luffarelli: tulipani danzanti

giovedì 10 maggio 2012

i due pesci

Foto di Arianna Zorzolo
Ho letto questa antica storia:

"Due pesci si incontrano nel mare e uno dice all'altro: Com'è l'acqua dalla tua parte?
E l'altro risponde: Acqua? Che cos'è l'acqua?".

Questo racconto mi ha colpito molto, ma non so bene spiegare il perchè. Ogni tanto mi riviene in mente e mi sembra che contenga qualcosa di importante, ma non so dire che cosa.
Che ne dite?

domenica 6 maggio 2012

l'incontro di sabato

Ieri pomeriggio c'è stata la prima presentazione pubblica del progetto di costituire gruppi che lavorino sull'autenticità della comunicazione nelle relazioni.
Le cose sono andate bene, nel senso che è circolata davvero molta autenticità.
Il pubblico non era numerosissimo (hanno partecipato 25-30 persone), ma la sensazione più forte è stata la piena sintonia tra le aspettative dei partecipanti e ciò che abbiamo proposto loro.
Il tema dell'autenticità è stato molto sentito ed è stato declinato in vari modi negli interventi del pubblico: l'essere autentici anche quando si hanno dubbi, unitamente all'assunzione di responsabilità nelle relazioni sono stati i punti più significativi emersi negli interventi, oltre all'approfondimento della natura della relazione, come realtà che ha una sua identità autonoma e diversa da quella dei partecipanti.
Insomma, si è dialogato senza timore e ci siamo scambiati idee e opinioni.
L'idea di partecipare ad un gruppo dove si cerchi di coltivare l'autenticità è piaciuta a molti e probabilmente è andata incontro ad un bisogno-desiderio molto sentito.
Insieme alla mia amica-collega pensiamo quindi di fare qualche altro incontro simile a questo e di fare poi partire l'esperienza concreta dei gruppi nel prossimo settembre.

venerdì 27 aprile 2012

libertà è partecipazione

Trovare una sala per fare un incontro pubblico non è difficile, ma nemmeno facilissimo.
Ho scartato subito le sedi comunali e quelle delle circoscrizioni, che vengono riservate solo ad alcune associazioni, poi ho scartato le librerie del centro, che hanno sale piccolissime e le utilizzano solo per promuovere libri.
Avevo trovato una bella sala in centro storico, in un antico palazzo di fronte al Palazzo Ducale, ma dopo innumerevoli telefonate a vuoto, ci ho rinunciato.
Poi l'imbeccata giusta datami da un'amico: perchè non provi al Centro Sociale Buon Pastore? Hanno una sala grande e rinnovata da poco.
Così, alle undici di un caldo mattino di fine marzo, mi sono recato nel luogo indicatomi.
E' in periferia, lontano dalle case e comodo da raggiungere con l'auto, ed è sede di un comitato anziani; il suo nome completo è: Centro Sociale Anziani e Orti, che detto così forse fa un po' ridere, ma quando sei lì non ridi più, al massimo ti stupisci di quello che vedi.
La sala è a piano terra, molto grande, ci stanno comode duecento persone. Quando sono arrivato io la sala era quasi piena, stava volgendo al termine un'assemblea degli iscritti (dai 60 anni in su), che stavano rinnovando le cariche sociali. Ho assistito ad alcuni interventi al microfono, pacati ma molto sentiti, che trattavano il problema degli orari di chiusura dei cancelli degli orti e del relativo affidamento delle chiavi.
Perchè, di fianco all'edificio che ospita la sala, ci sono gli orti per gli anziani. Orti veri, coltivati rigorosamente dagli assegnatari, orti che mi hanno fatto venire in mente quelli dell'Alto Adige, per il loro ordine e la loro pulizia.
E nella sala, persone che discutevano, che si scambiavano idee e pareri, interessati e coinvolti. Mi sembrava di essere tornato ai tempi delle assemblee studentesche, per quel tasso di partecipazione e di coinvolgimento che dava spessore e densità all'aria della sala.
Sono rimasto qualche minuto lì, a bocca aperta, incapace di muovermi, a guardare stupito tante persone seriamente interessate a ciò di cui stavano discutendo.
Poi ho cercato e trovato il presidente (Prodi diceva sorridendo che se in Emilia mentre cammini per strada gridi: Presidente!, metà dei passanti si girano verso di te).
Il presidente mi ha accompagnato nel suo ufficio, io gli ho spiegato cosa volevamo fare nella sua sala, lui mi ha domandato se all'iniziativa avrebbero potuto partecipare anche gli iscritti al centro sociale. Avuta la risposta affermativa, ha detto che sarebbe stato contento di darci la sala.
Trovate le date libere, pattuito un onesto compenso (che penso andrà a migliorare la qualità dei lavori e dei prodotti degli orti), abbiamo concluso l'accordo, come si usava una volta, con una stretta di mano, niente caparre, nè accordi scritti.
Sono uscito e mi sono fermato a guardare gli orti, e ho pensato che era proprio una bella accoppiata Anziani e orti, la vecchiaia e la nascita insieme.
Quale posto più simbolicamente azzeccato di questo avrei potuto trovare per la presentazione della nostra iniziativa sui gruppi?
Un posto senza pretese, naturale, dove nascono ogni giorno cose nuove, e che inoltre è così genuinamente assembleare...
Altrochè sale eleganti, ma impersonali e asettiche, di alberghi a quattro stelle...

domenica 22 aprile 2012

come è nata questa iniziativa

Il desiderio di fare dei gruppi l'ho covato dentro di me per almeno due anni.
Ogni tanto ne parlavo con qualche amico o ne accennavo a qualche collega, ma non è mai nato nulla, perchè era ancora presto.
Poi, in autunno, mentre a teatro ascoltavo il violoncellista Mario Brunello spiegare  con parole semplici e con tanta passione cose difficilissime relative alla musica di Bach, ho avuto un'intuizione: devo fare così anch'io, rivolgermi con semplicità alle persone per proporre un tipo di relazione che non è facile sperimentare.
Ho comunicato questa idea a una mia amica-collega che immediatamente mi ha detto: è tanto che anch'io vorrei fare una cosa del genere.
Così per alcuni mesi, ogni settimana, ci siamo incontrati per lavorare insieme allo sviluppo di questo progetto.
Nel frattempo sono tornato a teatro a sentire un trio che suonava splendidamente musica classica e mentre ascoltavo il gruppo suonare armonicamente, ho visto con l'immaginazione un incontro del gruppo che avevo in mente e le mie certezze sono cresciute: ho pensato che il gruppo avrebbe dovuto stare insieme come questi: divertendosi, sorridendo, andando a tempo, facendo qualcosa insieme, collaborando col piacere di farlo, affrontando anche le eventuali difficoltà.
Poi un giorno, camminando per strada, mi sono trovato davanti ad un espositore sul quale c'era un libro dal titolo Ogni uomo è una poesia e sono stato colpito da questa frase.
E' vero, ho pensato, ogni uomo è una poesia, ogni membro del gruppo è una poesia, che va ascoltata, rispettata e valorizzata, di modo che possa arricchire tutti gli altri.
Morale: quando i tempi non sono maturi, le cose non nascono.
Non si può pretendere che le gravidanze durino meno di nove mesi e non ha senso cercare scorciatoie. Ma quando il tempo è davvero compiuto, allora le cose si realizzano con una inaspettata semplicità e anche il mondo ci viene incontro, perchè siamo veramente pronti. E quello che facciamo, non lo facciamo per ottenere dei frutti, ma perchè ha senso per noi il farlo, perchè qualcosa ci dice che dobbiamo fare quella cosa, ed è un devi che nasce da dentro e non ci sono più dubbi.
E' un fare che porta già in sè i suoi frutti, e se qualcuno vorrà condividere con noi il progetto si andrà avanti, altrimenti la cosa finirà lì, sarà stato semplicemente un avere lavorato sulla relazione e sullo stare in gruppo, col pensiero, col sentimento, con l'intuizione e con l'immaginazione, con la precisa sensazione di essersi arricchiti comunque.
Perchè ogni arricchimento personale è sempre il frutto di un nostro lavoro, di un nostro impegno che mira ad una conoscenza più approfondita di noi stessi e alla realizzazione nel mondo di ciò che autenticamente abbiamo scoperto di essere.

martedì 17 aprile 2012

la comunicazione autentica nelle relazioni


                                                             
In un precedente post avevo raccontato il progetto di costituire un gruppo (o più gruppi) dove si potesse sperimentare concretamente la libertà di esprimersi in modo autentico, arricchendosi dei contributi portati dagli altri partecipanti, in una atmosfera di rispetto reciproco.
Questa iniziativa sta procedendo ed è ormai vicino il giorno della sua presentazione pubblica.
Da alcuni mesi, una amica-collega ed io abbiamo lavorato insieme, mettendo in comune e confrontando le nostre idee e i nostri sentimenti sul tema, facendo tra noi lo stesso tipo di lavoro che immaginiamo di proporre al gruppo.
Così facendo, siamo giunti ad una chiarificazione sempre maggiore dei nostri pensieri e abbiamo raggiunto una sempre maggiore consapevolezza di ciò che tra noi era realmente condiviso e di ciò che ci distingueva.

La relazione è diventata il vero oggetto del nostro lavoro, unitamente all'importanza del prendersi cura della relazione, oltre chè di sè stessi e dell'altro.
Abbiamo sempre lavorato cercando la verità, anche se questa avrebbe potuto consistere nella fine del nostro progetto e nel naufragio dell'iniziativa: non ci sono mai stati nè pregiudizi nè certezze definitive, solo la volontà di creare qualcosa di vero e autentico.
E anche adesso che ci stiamo preparando all'incontro pubblico di presentazione, desideriamo realizzare qualcosa che sia autentico, cioè che abbia senso per noi e magari anche per qualcun altro.

Chi fosse eventualmente interessato a conoscere i contenuti del nostro progetto, potrà venire sabato 5 maggio 2012 alle ore 17 a Modena, presso il Centro Sociale Buon Pastore in via Panni, 202 (di fronte all'Istituto Charitas).

Nei prossimi post vi racconterò dell'importanza che la musica classica e la poesia hanno avuto nella gestazione di questa iniziativa e di come siamo arrivati a scegliere proprio questa sede particolare per la presentazione.

giovedì 12 aprile 2012

cose semplici e profonde

Ringrazio i commentatori del post precedente che hanno mostrato di apprezzarne il contenuto: quello della morte e rinascita è un tema per me fondamentale e mi fa piacere che in tanti ci si siano ritrovati.
Uno in particolare ha scritto:"Come fai a dire cose così profonde in un linguaggio così semplice e comprensibile?"; questo commento merita, a mio parere, un approfondimento.

Io credo che le tematiche profonde siano semplici, perchè riguardano le esperienze essenziali che sperimentiamo tutti noi, in quanto esseri umani. Quando si parla o si scrive su questi argomenti è possibile farlo usando linguaggi diversi. Si possono usare termini tecnici e fare citazioni dotte richiamando o confrontando teorie diverse e non trovo nulla di male in questo. Personalmente però apprezzo di più i discorsi e gli scritti che parlano, oltre che alla nostra parte cognitiva e razionale, anche alla nostra parte affettiva ed emotiva.
Mi sembra  che l'essenza della vita sia fondamentalmente relazione, un insieme di ragione e sentimento dove quest'ultimo occupa un posto speciale. Le relazioni sono materia viva, pulsante che si fonda soprattutto sulle nostre esperienze quotidiane e sugli stati d'animo che ci attraversano, che, anche se complessi, possono essere descritti con molta semplicità.
Le parti più vere della nostra individualità ci portano spesso ad una adesione affettiva immediata agli stimoli che le rappresentano: dove ci sentiamo per natura attratti emotivamente, lì c'è qualcosa che ci riguarda profondamente. Possono essere anche stimoli problematici o negativi, che ci risvegliano ferite aperte o problemi non risolti, ma pure quelli, se ci attirano, ci riguardano direttamente.
Su questi argomenti, io non sono capace di parlare alla sola parte razionale delle persone, anche se apprezzo chi lo fa e ci riesce. E' cercare di arrivare alla umanità, alla totalità di ogni persona, che mi interessa e mi piace, e per farlo credo sia importante usare un linguaggio il più possibile semplice, cercando di rispettare sempre le individualità altrui, come se si deponesse a terra a metà strada tra sè e l'interlocutore ciò che si dice o si scrive, lasciando l'altro totalmente libero di raccoglierlo per elaborarlo oppure di rifiutarlo, se non gli interessa.
Mi sembra che spesso i tecnicismi e le complessità del linguaggio siano un modo per esprimere la propria superiorità intellettuale e a volte rappresentino un esercizio di potere, mentre altre volte aiutino a nascondere una mancanza di chiarezza e creatività.
Mi viene da pensare a quando a scuola ero alle prese coi temi di italiano e, come tanti miei compagni di classe, allungavo il brodo perchè mi sembrava di non avere tante cose da dire: nessuno ci aveva ancora insegnato che la semplicità e l'essenzialità sono qualità comunicative  umane fondamentali.

sabato 7 aprile 2012

morte e rinascita

Paul Gauguin: Autoritratto col Cristo giallo
L'immagine di Gesù crocifisso ci presenta un essere umano appeso a una croce. Non può muoversi, non può fare nulla, può solo soffrire. Viene abbandonato anche dal Padre, che non risponde al suo grido di dolore. Credo che molti di noi si siano sentiti qualche volta nella vita in una situazione simile a questa: non si può fare niente, si è bloccati, inchiodati alla propria sofferenza. Si può solo morire, ma dopo, si può rinascere?
Io credo che molte volte la risposta possa essere sì, a patto che si comprenda che quella morte non è la fine definitiva di sè stessi, ma di quel modo di essere che ci ha portato in quella situazione senza via d'uscita. Se si riesce a relativizzare la morte, allora può essere possibile immaginare che, se riusciremo a cambiare qualcosa del nostro essere o agire che ci ha portato in quel vicolo cieco, la rinascita sarà possibile, anche se faticosa e lenta.
Mi ha sempre colpito constatare che spesso chi ha paura della morte ha anche paura della vita, mentre chi vive la vita senza troppa paura di affrontare dei cambiamenti, anche importanti, è talmente impegnato nel cercare di superare le piccole morti quotidiane modificando il proprio modo di stare al mondo, che alla morte definitiva e ultima non ha nemmeno tempo nè voglia di pensare, come se fosse una perdita di tempo e di energie inutile.

Spesso sono gli altri che ci mettono in croce, ma non è mai un problema così grave come quando in croce ci mettiamo noi stessi e questo può accadere quando ci dimentichiamo completamente di ciò che siamo veramente, quando smettiamo di pensare che ciò che siamo nella nostra totalità è comunque un valore e ha senso in sè e per sè.
Noi siamo il nostro corpo, la nostra mente, il nostro spirito, i nostri valori, ciò che immaginiamo o fantastichiamo, le cose in cui crediamo profondamente, il nostro modo di vedere la vita, e in quanto tali abbiamo senso e diritto di esistere, anche se gli altri non ce lo riconoscono.
La nostra morte comincia quando rinunciamo a ciò che sentiamo di essere, o quando rinneghiamo i dubbi, le insicurezze, le incertezze e gli errori eventualmente commessi.
La rinascita incomincia quando accogliamo e diamo valore alle nostre verità (e anche avere un'insicurezza o un dubbio può essere una verità) e ci proponiamo di esserne sempre più consapevoli, sentendo la nostra unicità come un valore, la nostra vita come una serie continua di nuove conoscenze ed esperienze, di piccole morti e successive rinascite, cioè di trasformazioni.
Non per vincere, per arrivare primi o per essere i più bravi e i più belli, ma per essere solamente e sempre ciò che autenticamente siamo. 

mercoledì 4 aprile 2012

i genitori-ragni

Ci sono dei genitori che non riescono a vivere bene il rapporto col proprio coniuge ma assumono su di sè il problema e cercano di conviverci decentemente o di risolverlo; altri genitori, invece, non riescono a non raccontare ai figli in modo continuativo tali malesseri, anche quando questi ultimi sono già grandi, dando magari la maggior parte delle colpe all'altro coniuge.
I figli più sensibili vivono con dolore le sofferenze che i genitori rivelano loro; quando i figli sono due o più, ce n'è spesso uno che diventa il contenitore dentro al quale i genitori riversano le proprie insoddisfazioni relazionali ed emotive.
Il risultato è che i figli si fanno carico di questi pesi, a volte senza soluzione di continuità, per tutta la vita e ciò può rendere loro particolarmente faticosa e difficile l'esistenza, non riuscendo, ad esempio, a realizzare un legame affettivo in modo sereno, essendo condizionati dalle esperienze negative dei propri genitori.
C'è in tutto ciò qualcosa di profondamente negativo e ingiusto, perchè si crea una catena nevrotica che scende a cascata da monte verso valle e travolge tutti quelli che, senza colpa, stanno sotto.
Spesso non basta capire come stanno le cose per risolvere il problema: il dolore vissuto dai genitori è una emozione che diventa dolore dei figli e che non serve a nulla, perchè i figli non possono fare niente per cancellare il malessere dei propri genitori, che dipende da cause che non li riguardano e sulle quali non possono intervenire.
La pretesa che i figli condividano in modo continuativo i problemi coniugali dei genitori è assurda perchè li fa soffrire inutilmente e va quindi condannata.
Le problematiche emotive e affettive che esistono tra i coniugi dovrebbero essere gestite e risolte tra loro, con quella normale assunzione di responsabilità che caratterizza le persone adulte. In caso contrario, i genitori si comportano come ragni: tessono la tela in cui tenere invischiato emotivamente il figlio e in questo modo gli tolgono energie e, in un certo senso, lo divorano, impedendogli di impiegare le proprie energie vitali per affrontare e risolvere i problemi della propria esistenza.