giovedì 18 dicembre 2014

un regalo di Natale


Qual'è il più bel regalo che possiamo fare ai nostri figli per Natale?
Una maggiore fiducia in se stessi
Da un lato, evitando di denigrarli, di umiliarli, di accusarli con troppa facilità, facendo loro credere che non ce la potranno mai fare; dall'altro lato, evitando di far loro credere che si può migliorare senza fatica. Molto semplicemente, credendo in loro, nelle loro possibilità.
E anche noi genitori dobbiamo smettere di credere che essere genitori sufficientemente buoni sia quasi impossibile o, al contrario, che i figli ce la possano fare da soli: dobbiamo credere in noi come genitori!
I figli hanno bisogno dei genitori, hanno bisogno di qualcuno di cui possano fidarsi, che non tarpi loro le ali, nè che, al contrario, li esalti.
Dobbiamo far loro capire che possono anche sbagliare senza venire condannati per sempre, e che, d'altra parte, è bene che si impegnino a imparare qualcosa di nuovo, ad andare oltre i propri attuali limiti esistenziali.
I miglioramenti, in tutti i campi, non avvengono per caso o magicamente, ma in conseguenza di un consapevole impegno al quale dobbiamo attribuire un senso, senza il quale non andremo mai da nessuna parte.
La domanda fondamentale dell'esistenza è quella di senso: che senso ha la mia vita? Che senso ha fare questa o quella cosa? Che senso ha impegnarsi in qualcosa? Che senso ha non fare nulla dalla mattina alla sera? Dove voglio cercare di andare? In quale direzione? 
Sapendo che non c'è mai la certezza del risultato, ma nemmeno la certezza dell'insuccesso, e che ciò che fa davvero la differenza è cercare di fare qualcosa a cui io attribuisco un senso, che difficilmente riuscirò in tutto, ma che già un risultato parziale è un buon successo.
Dico queste cose perchè troppo spesso mi capita di vedere giovani senza speranza, senza ideali per cui lottare, senza una mappa delle strade che possono condurre verso la realizzazione dei loro più veri desideri, che spesso non conoscono nemmeno. E ancora, giovani che sono alla perenne ricerca di scorciatoie, di strade che portino a risultati importanti senza fare fatica, giovani cui manca completamente il piacere di accrescere le proprie capacità, affrontando le difficoltà.
E' la tentazione di tutti i genitori, quella di fare in modo che i propri figli non debbano faticare e soffrire, ma molte volte, se si esagera, non si permette loro di forgiarsi e quindi di far crescere la loro esperienza che ce la possono fare. Spesso otteniamo il risultato contrario: gli facciamo passare la voglia di fare fatica, di poter arrivare a dire: è stata dura, ma ce l'ho fatta!


venerdì 14 novembre 2014

sabato 4 ottobre 2014

la solitudine

La solitudine non nasce dal non avere nessuno intorno a noi, 
ma dal non riuscire a comunicare a nessuno 
le cose che per noi sono veramente importanti.

Carl G. Jung

lunedì 15 settembre 2014

una materna paternità

I mammi non mi piacciono, ma credo che non piacciano a nessuno.
Sono quei padri che abdicano al loro ruolo genitoriale maschile per diventare delle brutte copie delle madri.
Spesso i mammi assumono atteggiamenti genitoriali nevrotici, una serie di eccessi che poco hanno a che fare con un comportamento equilibrato e rassicurante per il bambino.
La settimana scorsa ero a Siena, splendida città, per ammirare i pavimenti del Duomo che fino a metà ottobre sono scoperti e quindi visibili al pubblico in tutta la loro magnificenza. Sono poi salito sul Facciatone, come i senesi chiamano l'altissima facciata di un grandissimo nuovo duomo che non venne mai terminato. Così è rimasta questa facciata, in cima alla quale si sale dall'interno in tutta sicurezza e dalla quale si può godere il bellissimo panorama della città sottostante su una specie di balcone ben protetto. Di fianco a me una famiglia con bambina di circa 7-8 anni. Il padre era agitatissimo e, appena arrivato, ha preteso di riportare giù immediatamente la bambina che si stava tranquillamente godendo il panorama. La mamma gli ha chiesto conto di tutta questa agitazione ingiustificata e lui ha nervosamente risposto cose assurde sulla sicurezza della bambina che, peraltro, teneva strettamente per mano, mentre conduceva in un luogo più sicuro la sua bambina.

Ben altra cosa è una sana ed autentica paternità che si arricchisce delle sfumature di tipo materno del prendersi cura affettivamente dei figli. Una paternità nella quale l'aspetto materno è in una certa misura presente ma non assume mai un ruolo centrale o prevalente e che non sovrasta, inquinandolo, il modo maschile di amare e rapportarsi con un figlio.

In ciascuno di noi è presente una componente psichica dell'altro sesso, ma questa parte non deve prevalere nè prevaricare l'Io; quando ciò avviene, sia nei maschi che nelle femmine, assistiamo a penosi scimmiottamenti delle modalità esistenziali dell'altro sesso, che danno all'osservatore esterno uno sgradevole senso di innaturalezza e forzatura.
Chi, invece, riesce a far convivere in sè creativamente gli aspetti maschili e femminili valorizzandoli entrambi, avrà maggiore capacità di relazionarsi con gli altri in modo realmente equilibrato e naturale.  

giovedì 14 agosto 2014

essere adulti ma anche bambini

Una delle cose che più ci fanno stare bene nella vita è riuscire a conciliare gli opposti: essere a volte un po' introversi e altre volte un po' estroversi, essere a volte attivi e altre volte passivi, essere a volte un po' remissivi e altre volte un po' decisi, senza identificarci completamente in uno solo dei due opposti.
Spesso, ad esempio, pensiamo che i bambini siano fortunati, perché vivono in un mondo fatto di gioco e privo di responsabilità, mentre per noi adulti vale esattamente il contrario.
Si sente spesso dire: divertiti finché sei giovane, perché poi...
Credo che questo modo di pensare sia fonte di malessere, perché sembra che noi adulti viviamo in un pianeta diverso da quello dei nostri figli e dei ragazzi in generale.
Vediamo spesso adulti seriosissimi che non giocano e non si divertono mai, oppure, al contrario, adulti che vivono come se fossero eterni adolescenti e non si assumono mai nessuna responsabilità: entrambi questi modi di vivere generano insoddisfazione, perché testimoniano l'incapacità di vivere pienamente e dinamicamente la propria vita.
Il segreto sta nel diventare adulti assumendosi le responsabilità che la vita man mano ci propone, mantenendo contemporaneamente la capacità di meravigliarsi per il nuovo, la voglia di giocare e di fare nuove conoscenze ed esperienze, caratteristiche che hanno i bambini più sani, quelli che crescono in modo più naturale.
Se riusciamo a fare così, non vedremo i bambini come altro da noi, non li percepiremo come se vivessero su un altro pianeta, come dice Paola Mastrocola, che su Il Sole 24 Ore del 27 luglio 2014 scrive:

Altri pianeti
Quando ci mettiamo vicino a un bambino, è possibile che di colpo lasciamo questo nostro pianeta, andiamo ad abitare nel suo e ci viene anche di metterci a parlare un'altra lingua: quella che parla lui. E' un processo che avviene molto naturalmente. E' proprio la naturalezza e immediatezza con cui avviene, che più mi sorprende.
Può capitare per esempio che una sera al ristorante, se siamo seduti vicino a un bambino, aspettando il secondo che non arriva mai, di colpo ci mettiamo il tappo della minerale su un occhio e diventiamo un pirata e cominciamo a parlare di mare e tempeste, assalti e isole del tesoro. Così, in modo del tutto naturale. Siamo semplicemente andati a finire su un altro pianeta, tutto qui. E parliamo quella lingua, che infatti il bambino comprende all'istante.
Credo che dovremmo farlo di più.
Credo che dovremmo farlo anche quando, al ristorante, siamo seduti vicino a un adulto.



Mi sto convincendo sempre di più che avere un buon rapporto con i bambini possa davvero contribuire a migliorare il mondo e che sia uno degli indicatori del nostro benessere psicologico.
Credo che sia importante che ce lo ricordiamo il più spesso possibile, perché crescere bene significa sì misurarsi con i doveri, ma anche permettersi a volte di giocare con naturalezza e spontaneità.


mercoledì 18 giugno 2014

il piacevole profumo dell'eternità

Vivere la seconda metà della vita significa fare i conti con la decadenza: del corpo, innanzitutto, ma anche delle energie e della memoria. E' la realtà e dobbiamo prenderne atto, possibilmente senza deprimerci troppo, cercando gli aspetti positivi e gradevoli dell'età matura.
In questi giorni mi è capitato, ad esempio, di pensare che passare alla decina successiva degli anni (50, 60 ecc.) è come salire uno scalino di una scaletta e raggiungere un'altezza maggiore, dalla quale si possono vedere più cose, un panorama più ampio, che quelli che stanno più in basso non possono ammirare.

E poi ci sono le cose che emanano un piacevole profumo di eternità: un amore, ad esempio, o un'amicizia profonda. 
Penso a quelle amicizie che esistono senza motivi specifici, che durano nel tempo perchè ci si relaziona proprio bene, perchè non ci sono mai problemi insormontabili, perchè c'è rispetto reciproco e assenza di giochi di potere, di invidie o competizione.
Sono come la natura, che sai che esiste e sempre esisterà perchè ha la sua ragion d'essere in sè, ha le sue leggi che la autoregolano e che si fondano sull'essenza di tutte le cose.

In un'epoca dominata dalla tecnologia, nella quale siamo tutti alle prese con il cambiamento continuo e veloce di tutto ciò che ci sta intorno, credo ci sia bisogno di individuare e coltivare con dedizione tutto ciò che ci può far vivere il piacevole sapore di ciò che dura a lungo nel tempo, l'inebriante profumo dell'eternità.
Dando la massima importanza, ovviamente, a ciò che percepiamo far parte di noi, della nostra vera essenza.

giovedì 5 giugno 2014

l'Italia va dallo psicologo

- Si accomodi e mi racconti cosa c'è che non va.
- Sono un po' depressa, sto attraversando un brutto periodo. Non vedo delle grandi prospettive davanti a me. Economicamente non va tanto bene. Certo, non sono alla frutta, ma da un po' di tempo guadagno molto meno di prima. E poi sono stanca, mi sembra che tutto sia così difficile. Ci sono un sacco di cose da cambiare nella mia vita ma non riesco a metterle in fila e soprattutto non ho la spinta necessaria per provare veramente a cambiare. Sono prigioniera delle vecchie abitudini e non so dove trovare la forza per cambiare. Mi sento impotente. Avrei bisogno di energie nuove, ma non so dove andarle a cercare. Vedo intorno a me altri soggetti che sono pieni di vita, che si danno da fare anche se sono in condizioni peggiori delle mie e invidio la loro energia, la loro motivazione a migliorare la propria situazione.
- Quindi lei non ha fiducia nel futuro?
- Questo è sicuramente un mio grande problema.
- Le è capitato di avere questo stato d'animo negativo altre volte o è la prima volta?
- Mah, prima di questa crisi, che ormai dura da qualche anno, ho attraversato momenti belli, di crescita, ero piena di energia, da giovane ero addirittura euforica pensando al futuro, poi c'è stata questa crisi che mi ha tarpato le ali.
- Ma lei era convinta che le cose sarebbero andate bene per sempre?
- Sì, forse questo è stato uno sbaglio, forse mi ero convinta che la vita sarebbe stata una crescita continua, una soddisfazione dopo l'altra, non so se mi spiego... forse non ero pronta ad accettare che nella vita ci possa essere anche qualche momento di crisi e, invece di affrontarla rimboccandomi le maniche, mi sono lasciata abbattere dagli eventi negativi.
- Insomma, lei pensava che la vita fosse un'autostrada...
- Forse sì, invece ho scoperto che non è così, che nella vita non ci sono solo luci ma anche molte ombre.
- Lei si lascia condizionare molto da quello che fanno o dicono gli altri?
- Credo di sì. Quando leggo sui giornali o vedo in televisione ciò che accade, il mio senso di impotenza aumenta.
- Ma sui giornali, spesso, le belle notizie non vengono raccontate: tante persone si impegnano, si danno da fare anche per gli altri, ma questo non fa notizia...
- E' vero, credo che una parte della mia depressione dipenda anche da questo.
- Lei qualche volta sta anche da sola? E se sì, come sta?
- Guardi, è veramente difficile avere qualche momento libero e, quando succede, cerco sempre delle distrazioni perchè ho bisogno di qualcosa che mi aiuti a non pensare a niente.
- Così però è difficile entrare in contatto con le sue parti positive e creative.
- E' vero, corro dalla mattina alla sera, faccio un sacco di cose e poi crollo per la stanchezza.
- Quindi non si ascolta? Non cerca di capire cosa vuole veramente? Cos'è che veramente le farebbe piacere, le darebbe energie? Non riesce a ritagliarsi qualche momento piacevole?
- Le ripeto, sono molto condizionata da quello che fanno e dicono gli altri.
- Quindi è per questo che è venuta qui?
- Sì, sono venuta a cercare un posto dove poter dialogare con me stessa, ascoltarmi e cercare di capire cosa voglio veramente dalla vita, cosa mi fa davvero bene, di che cosa ho veramente bisogno.
- Io credo che lei debba accettare che questa crisi esiste e poi cercare di trovare una motivazione, una direzione per un possibile cambiamento positivo. Però deve essere una motivazione forte e vera, altrimenti si lascerà prendere dallo sconforto alle prime difficoltà. Spesso la depressione e il senso di impotenza nascono dalla grande distanza che c'è tra la realtà quotidiana e l'ideale che noi abbiamo in mente. Forse bisognerebbe cominciare a pensare a piccoli ma reali cambiamenti, smettendo di dare per scontate tante vecchie abitudini.
- Sì, credo di avere bisogno di pormi come obiettivo qualche piccolo cambiamento che sia a portata di mano e cercare di realizzarlo. Così potrò prendere un po' di fiducia e il livello della mia autostima crescerà.
- Cosa dice, dottore, ce la potrò fare? Riuscirà ad aiutarmi?
- Sinceramente non lo so, non sono un mago! Però credo che sia necessario attivare tutte le energie positive che sono disponibili, cercare di far collaborare tra loro le diverse parti della sua personalità, ma soprattutto che lei si faccia un'idea chiara e precisa della sua vera identità, di ciò che lei è veramente e di ciò che vuole, guardando senza paura anche i suoi lati negativi, per cercare di superarli. Forse bisogna che lei impari a dare meno importanza alla facciata, a come lei appare agli altri e che cerchi di diventare consapevole delle cose che sono veramente importanti per lei e che poi cerchi di realizzarle. Senza deliri di onnipotenza né sentimenti di impotenza.         

martedì 27 maggio 2014

la sindrome del nido vuoto

Perchè i genitori devono sentire la propria casa vuota e la propria vita diventare quasi priva di senso quando un figlio va a vivere per conto proprio?
I figli si mettono al mondo per aiutarli a vivere la propria vita (che è diversa dalla nostra) oppure perchè essi diano, attraverso la loro presenza, un senso alla nostra? Il senso della nostra vita ce la danno i nostri figli?
Dobbiamo riflettere su queste domande fin da quando i nostri figli sono piccoli, perchè essi percepiscono chiaramente se noi genitori non siamo capaci di stare sufficientemente bene al mondo senza di loro. 
Se ciò avviene, invece di convogliare tutte le proprie energie vitali nella risoluzione dei problemi della propria esistenza, invece di ricercare le risposte che la vita pone loro in termini di scelte importanti, i figli sentono il dovere di occuparsi di noi, di farci da sostegno psicologico, gravandosi di un peso che non gli appartiene.
Sarebbe come se noi ci appoggiassimo fisicamente sulle loro spalle e impedissimo loro di camminare nel mondo liberamente, per affrontare i propri problemi e raggiungere i propri obiettivi esistenziali. Invece di avere dei genitori che li aiutano in questo faticoso compito, si troverebbero a doversi preoccupare del malessere dei genitori che non sono capaci di badare a se stessi.

Se i nostri genitori non ci hanno guardato e riconosciuto sufficientemente nella nostra individualità e non ci hanno dato quell'affetto che avremmo voluto avere, non abbiamo comunque il diritto di chiedere ai nostri figli l'appagamento delle nostre frustrazioni. I figli non devono nemmeno sostituire quell'attenzione e quell'amore che il nostro coniuge non ci ha dato o non ci dà.
Siamo noi che dobbiamo cercare di risolvere i nostri problemi affettivi, non i nostri figli. 
Loro non devono conoscere l'evolversi quotidiano del dolore che ci provocano le nostre carenze affettive. Non è bene raccontare ai propri figli tutto quello che ci disturba intimamente sul versante emotivo.
Dobbiamo farcene carico noi, perchè è la nostra vita, non la loro.

Se non possiamo fare a meno di comunicargli qualcosa dei nostri dispiaceri, dobbiamo però anche trasmettere in modo chiaro e sincero il messaggio che sono problemi nostri e che non riguardano loro. Non dobbiamo chiedere loro che ci telefonino sempre o che ci vengano a trovare troppo spesso solo perchè ci sentiamo tristi e soli senza di loro.
Lo so che a volte è difficile comportarsi così e che comunque è vero che ciascuno fa quello che può, ma dobbiamo cercare con tutte le nostre forze di occuparci di noi, di realizzare il nostro bene, di volerci bene il più possibile, perchè in questo modo avremo un figlio che sarà libero e felice di sentirci e venirci a trovare con il vero piacere di farlo. 
Volendoci bene, liberiamo nostro figlio dalla necessità di preoccuparsi troppo per noi e, in questo modo, facciamo a noi stessi (e anche a lui) il regalo più grande che esiste: la libertà di vivere la propria vita senza essere o avere un peso da sostenere.
E se, come spesso capita, sono i nostri genitori a pesare indebitamente su di noi, dobbiamo cercare di non farcene assillare troppo, anche per non riversare poi le nostre fatiche sui nostri figli, in una catena nevrotica generazionale che dovrebbe essere interrotta il più presto possibile per il bene di tutti. 
  
   

lunedì 12 maggio 2014

lo spazio come origine di tutte le cose

Una cosmogonia indiana racconta che al principio di tutte le cose c'era lo spazio e che da esso si è originata l'aria, poi il fuoco, ecc.
Ciò suona abbastanza strano a noi occidentali. 
Studiando la filosofia greca si impara che i vari filosofi pongono all'origine di tutte le cose chi l'aria, chi l'acqua, chi il fuoco, ma nessuno ha mai pensato allo spazio come inizio di tutte le cose.
E, d'altra parte, la potenzialità creatrice dello spazio, nella nostra società, non gode di molto credito.
Noi pensiamo allo spazio più come un mezzo che ci serve per muoverci, un vuoto che permette il movimento, ma, a dir la verità, al vuoto come valore in sè non ci pensiamo mica tanto: noi pensiamo solo al movimento, all'esistenza delle cose, diamo per scontato il vuoto e non gli diamo valore.
Questo è un grave errore, perchè se non ci fosse il vuoto, non potrebbe esserci il movimento, la creazione di qualcosa di nuovo. Il mondo sarebbe un unico blocco monolitico senza possibilità di trasformazione. Anche nelle relazioni è necessario uno spazio intermedio, un vuoto tra una persona e l'altra, altrimenti si rischia la fusione e la con-fusione.
Ma a noi il vuoto dà fastidio, perlopiù lo percepiamo in senso negativo e ci affrettiamo a riempirlo: se abbiamo qualche ora o una giornata vuota, ci diamo da fare per riempirla subito con impegni, appuntamenti, incontri, cose da fare.
Il vuoto lo comprimiamo, lo riduciamo il più possibile anche nel tempo libero dal lavoro, per non parlare poi di chi va in pensione e non sa che cosa fare tutto il giorno.
Ma cosa c'è nel vuoto che ci fa così timore?
Forse proprio la sua capacità di generare movimento, di creare trasformazione.
Nel vuoto c'è l'essenza del femminile, che non a caso fa paura ad alcuni maschi e che è legata strettamente alla creazione e al mistero della vita.
Il femminile è lo spazio vuoto accogliente che è capace di far nascere dentro di noi nuove idee e nuovi sentimenti mentre, nella realtà corporea, fa nascere nuovi bambini.
E' la mancanza di rigidità, è quella parte di noi che è a fianco della mente razionale, la parte destra del cervello che integra quella sinistra, che è deputata alla razionalità.
E' la parte creativa, intuitiva, che conosce il mondo in un modo diverso da quello razionale.
E' quella parte che anche noi maschi abbiamo, quella che, se dimenticata o non conosciuta, ci riduce a geometri dell'esistenza.
Se, al contrario, riusciamo ad integrarla dentro di noi con la parte maschile, proviamo una piacevole sensazione di totalità e completezza.




domenica 27 aprile 2014

passato, presente e futuro

A volte sprechiamo energie pensando troppo al futuro, cercando di prevederlo o di controllarlo. Passiamo il tempo chiedendoci cosa sarà meglio fare per noi in futuro, preoccupati perché non sappiamo se saremo in grado di affrontare i problemi, le scelte, le decisioni di domani.
E non ci rendiamo conto che questi pensieri ci sottraggono energie, ci distolgono dal concentrare tutte le nostre energie sugli impegni di oggi, su ciò che dobbiamo fare oggi. Così rimaniamo indietro rispetto agli altri e ci consumiamo, ponendo a noi stessi domande cui non possiamo dare una risposta certa, perché oggi è oggi e non è domani.

Altre volte ci dimentichiamo del passato, di ciò che eravamo e di cosa siamo diventati ora. Sprechiamo le nostre energie colpevolizzandoci perché abbiamo perso tempo, perché abbiamo fatto scelte che ora non rifaremmo, ma oggi è oggi e ieri era ieri: come è possibile che ieri avessimo la stessa consapevolezza che abbiamo oggi? Che colpa abbiamo di essere stati esattamente quello che eravamo? Ogni giorno si impara qualcosa e si cresce, e questi pensieri negativi ci distolgono da ciò che la vita ci chiede di fare e imparare oggi.

Altre volte ci rinchiudiamo completamente nel presente, come se non ci fosse una storia alle nostre spalle, come se non avessimo vissuto un passato, come se il passato non ci potesse insegnare niente, come se non avessimo imparato nulla dalla vita che abbiamo vissuto, nemmeno dai nostri errori. E temiamo il futuro, abbiamo paura di continuare il percorso della nostra vita, ci blocchiamo nel presente che diventa una palude dove piano piano sprofondiamo nella ripetitività, nell'inedia, nella noia.

Per tenere insieme creativamente passato, presente e futuro bisogna accettare i propri limiti, abbandonare ideali troppo elevati, avere consapevolezza della situazione in cui siamo e partire da lì, realisticamente, utilizzando tutte le energie che abbiamo a disposizione per fare ciò che la vita ci chiede oggi di fare. Bisogna ascoltare le nostre necessità e i nostri limiti: è inutile chiedere a noi stessi sforzi che non siamo in grado di fare. Le energie fisiche e psichiche non sono illimitate e dopo averle spese tutte bisogna ricostituirle, facendo qualcosa che ci faccia star bene, ci allieti, ci diverta, ci nutra, per acquisire nuove energie da reinvestire nelle fatiche quotidiane. E' inutile faticare e poi flagellarsi perché non si è fatto abbastanza rispetto alle proprie aspettative.
Bisogna essere onesti con se stessi: quando si è stanchi, si è stanchi; inutile pretendere ancora qualcosa da noi stessi: si rischia di peggiorare la situazione, di perdere tempo senza risultati concreti, aumentando la nostra stanchezza e frustrazione.
La vita non è solo fatica né solo leggerezza. Sta a noi cercare di dosare, di integrare con sapienza i due ingredienti, per dare sempre il meglio di noi, cioè per fare tutto ciò che ci è realmente possibile fare in ogni momento della nostra vita, tenendo conto anche del contesto in cui viviamo, per il bene nostro e per quello degli altri. 

domenica 30 marzo 2014

la convivenza degli opposti

Cosa significa far convivere gli opposti? 
Cosa vuol dire affrettarsi lentamente? Come è possibile? La ragione ci dice che è una frase assurda: o ci si affretta o si va lentamente, non c'è alternativa.
Invece, se ci pensiamo bene, l'alternativa ci può essere: è l'alternativa che permette di unire gli opposti, invece di tenerli separati. E' l'alternativa che permette di evitare le scissioni: il bene da una parte e il male dall'altra, la giovinezza da un lato e la vecchiaia dall'altro: dualità costituite da dimensioni apparentemente inconciliabili, che non possono avere nessuna relazione tra loro: le certezze contro i dubbi, le sicurezze contro le paure.
La separazione troppo netta degli opposti crea risvolti paranoici: l'assoluta necessità di tenere lontano l'opposto fa vivere nella continua paura di incontrarlo realmente.
Allora è meglio cercare di farli convivere gli opposti, anche perchè la vita reale è fatta di tutto, e se è vero che bisogna distinguere per capire e istituire scale di valori, è altrettanto vero che gli opposti non si possono mai eliminare completamente.
Quando mai nella storia dell'umanità si sono create delle società nelle quali è esistito solo il bene ed è stato estirpato definitivamente il male? Quando mai la vita di un singolo uomo è stata solo un paradiso senza nessun momento di difficoltà? 
L'importante è continuare a tendere verso la realizzazione di ciò che riteniamo positivo, ma per tendere è necessario avere fiducia, speranza e consapevolezza della realtà.

Nella prima parte della nostra vita è necessario chiarirsi le idee su cosa è bene e su cosa è male, ma diventando adulti, forse bisogna arrivare a riconoscere che col male bisogna imparare a convivere, non per assecondarlo, ma proprio per continuare ad avere la fiducia e la speranza necessarie per poter fare del nostro meglio, per essere realistici e non lasciarci scoraggiare dall'ineluttabilità del male.

La vecchiaia è un ottimo esempio: dobbiamo scoraggiarci e vivere male perchè la nostra parabola inizia a diventare discendente o dobbiamo cercare di accettare la realtà, vivendo anche gli ultimi anni della nostra vita nel modo migliore possibile, compatibilmente con le nostre residue energie e capacità?
Allora affrettarsi lentamente può significare che ci si dà da fare con tutte le proprie forze a migliorare la propria vita, ma senza buttarsi allo sbaraglio, senza cedere all'ansia da prestazione, riflettendo su ciò che realmente si può fare nella situazione in cui siamo, con i mezzi che realmente abbiamo a disposizione.
Ciò contrasta con le idee di onnipotenza, di mancanza di limiti, di crescita continua, di miglioramento infinito, ma questi sentimenti sono nocivi ed irreali: sono una trappola esistenziale, perché ci fanno realmente vivere nella paura, a volte nel terrore, dell'impotenza, del limite, della malattia, della vecchiaia e, infine, della morte, perdendo irrimediabilmente contatto con la nostra creatività.     

sabato 8 marzo 2014

gli attacchi di panico

Perché vengono e cosa sono, in realtà, gli attacchi di panico?
Il Disturbo di panico (da Pan, dio greco), che si manifesta con attacchi durante i quali l'emotività si scatena senza possibilità di controllo razionale, nasce dalla perdita di contatto con la naturalezza propria e della vita in generale, da una sfiducia in se stessi talmente potente da vincere qualsiasi pensiero ragionevole. 
L'Io è talmente insicuro da non potersi più fidare di se stesso. La ricerca del senso della propria vita risulta così impedita e non si riesce a vivere in modo spontaneo e naturale.
Sembra che i sintomi capitino, cioè vengano non-si-sa-da-dove, per cui l'Io non sa come farvi fronte: le difese razionali non bastano. Infatti il problema è di tipo affettivo: manca la fiducia in se stessi, manca il collegamento consapevole tra il modo in cui si sta vivendo e i disturbi che si provano.
C'è bisogno del conforto di qualcuno, dell'appoggio affettivo di un genitore, di un coniuge o di un figlio, è sufficiente la loro presenza, anche se non fanno o dicono nulla. Non ci si fida di sé, si ha paura di non sapersela cavare se ci si troverà in difficoltà anche banali.
La vita viene immaginata solo nei suoi aspetti negativi. Si vorrebbe prevedere tutto, avere la sicurezza che non capiterà nulla di imprevisto, perché ci si ritiene incapaci di farvi fronte, negandosi alla vita, che è invece regno delle possibilità e delle trasformazioni imprevedibili, belle o brutte che siano.
Si è come bambini cui non è stato insegnato, con l'amore e l'accoglimento, a sopportare che la vita sia complessa e a volte difficile da affrontare. Non si è diventati, per se stessi, un porto sicuro nel quale ripararsi dalle tempeste che il vivere quotidiano a volte comporta.

La patologia dei Disturbi di panico è cresciuta esponenzialmente nel corso degli ultimi anni, di pari passo con una società sempre più indirizzata a dividere rigorosamente le persone in vincenti e perdenti, a far pensare che è obbligatorio il successo, pena il sentirsi impotenti e senza valore. 
Una società narcisista, che obbliga ad una continua rincorsa al successo, pena la sfiducia in se stessi, non può che far fiorire disturbi di panico e depressione: patologie che rimandano alla paura e alla colpa di non essere capaci, di non saper vivere la propria vita in modo autentico e naturale.

  

lunedì 3 marzo 2014

a parte la salute, l'amore e i soldi, cosa occorre per vivere bene?

Leonardo Manera
Innanzitutto la passione.
Senza passioni, la vita è fredda, vuota e con poco senso. Ci si può appassionare di tutto: persone, idee, animali, natura, oggetti, storia, cultura, interessi vari. L'importante è che siano passioni vere, che vengano dalla pancia e dal cuore, oltreché dalla testa.
Poi l'inquietudine.
Senza di lei, la vita è piatta, noiosa e ripetitiva. E' vero che se è eccessiva ci fa stare male, ma la sua mancanza totale non ci consente di sentirci vivi.
Poi il sorriso.
Una vita senza sorrisi è una vita triste. E' importante sorridere, avere un po' di ironia e di autoironia per non diventare troppo seriosi.
Poi il lavoro. A parte i pochi che possono vivere di rendita, il lavoro è importante, a patto che si riesca a trovare in esso un minimo di senso.
Poi il riposo. A patto che non lo si viva con senso di colpa, ma come occasione utile per ricaricare le pile, per ritrovare le energie che ci sono necessarie.
Poi l'ascolto. Perché non ascoltare davvero gli altri, ci condanna all'isolamento e non ci consente di aprirci alle possibilità che la vita ci può offrire.
Poi il distacco da tutti quelli che vorrebbero che noi fossimo come piace a loro e non come sentiamo autenticamente di essere.
Poi la forza d'animo che ci consente di affrontare le avversità e le difficoltà che prima o poi inevitabilmente compaiono nella vita di tutti.
Infine la responsabilità, affinché non si dia sempre la colpa di tutto agli altri, ma riconoscendo con onestà anche i propri sbagli, si cerchi il modo di migliorarsi senza abbattersi troppo e senza pretendere di essere perfetti.

La serie di cose necessarie per vivere bene che ho riportato qui sopra non è farina del mio sacco, tranne, in parte, i commenti a ciascun punto. Non è neanche il contenuto del libro di uno psicologo o di un filosofo.
Inaspettatamente, almeno per me, è la parte finale di uno spettacolo intitolato L'ottimista recitato dal comico Leonardo Manera, noto per la sua partecipazione a Zelig negli anni scorsi e trasmesso in questi giorni su Rai 5 (canale 23), rete che vi consiglio perché da dicembre trasmette tutto il giorno cultura, spesso di ottimo livello (concerti di musica classica, film d'autore, opere, teatro, concerti rock, documentari e mostre d'arte, spesso molto interessanti).
A volte, nella vita, si trovano cose intelligenti e interessanti che vanno aldilà delle aspettative.
Aspettarsi sempre qualcosa di bello e inaspettato è quindi un atteggiamento interiore che può rendere molto più viva e vitale la vita.

domenica 9 febbraio 2014

tutti i genitori hanno dei difetti (e dei pregi)

Per quanto noi genitori ci sforziamo di fare del nostro meglio nel rapporto coi figli, non saremo mai perfetti: qualche sbaglio lo commetteremo sempre. Ma, a mio parere, il problema non è quello di non sbagliare mai, il problema è, da un lato, di essere consapevoli di chi siamo noi e, dall'altro, di cercare di capire/sentire chi sono veramente i nostri figli: esseri umani diversi da noi, necessariamente. 
Hanno un corpo diverso dal nostro, ma anche una mente, un cuore e una psiche diversa: questo tendiamo a dimenticarcelo e cerchiamo di trasmettere loro in modo automatico o forzandoli, le nostre ricette per affrontare la vita, come se fossero dei nostri replicanti o cloni, senza pensare che se queste ricette sono giuste per noi, non è detto che necessariamente siano valide nello stesso modo anche per loro.
Un conto è porgere loro la nostra esperienza, raccontargli ciò che noi abbiamo imparato dalla vita, altra cosa è pretendere che essa diventi automaticamente il fondamento dei loro comportamenti. 
A volte dovremmo focalizzarci un po' meno su noi stessi, sulla nostra paura di essere inadeguati, e ascoltare un po' di più cosa dicono, cosa pensano, cosa hanno in testa e nel cuore i nostri figli, per poter dialogare con loro in un modo migliore.
Con loro si può essere in disaccordo, si possono avere idee diverse, ma l'importante è che il figlio non si senta ignorato o svalorizzato quando esprime ciò che pensa o sente, altrimenti non parlerà più con noi; questa è l'unica cosa da evitare, l'unica veramente pericolosa nella relazione genitori-figli. 
E' una questione di ascolto, di dignità e di rispetto, che incide direttamente sull'autostima e può generare una rabbia interiore verso il genitore che non ti dà valore, dalla quale possono poi nascere sensi di colpa nei confronti dei genitori amati/odiati, che possono durare anche per tutta la vita.
E' difficilissimo accettare le diversità dei figli, perchè si vorrebbe fornire loro tutti gli strumenti necessari per vivere bene, ma se impediamo loro di maturare da soli le proprie verità, otteniamo l'esatto contrario: togliamo il loro collegamento diretto e personale con la loro vita.
L'unica cosa che possiamo fare è fornirli di autostima per affrontare meglio le difficoltà, che non vuole dire dargli sempre ragione, ma dare loro gradualmente sempre più fiducia (da verificare nei fatti concreti) e fare in modo che loro possano fidarsi di noi, accettando il fatto che, come noi genitori non siamo perfetti, nemmeno i nostri figli potranno esserlo mai.
L'amore autentico nasce, credo, da questa pratica: dalla rinuncia a ideali di perfezione, dall'ascolto, dal rispetto, dalla fiducia e dalla sincerità del cuore anche quando si è in disaccordo: da questo amore possono nascere quella umana comprensione reciproca e quelle proposte di mediazione che sono fondamentali per trovare un accordo anche quando si hanno opinioni ed esigenze diverse.    

sabato 1 febbraio 2014

elogio dell'amicizia

Nel saggio L'Iliade o il poema della forza, Simone Weil riflette sul tema della sopraffazione dell'uomo sull'uomo, cioè sull'esercizio della forza che "annienta tanto impietosamente, quanto impietosamente inebria chiunque la possieda o crede di possederla". 
C'è un solo farmaco, nota quasi di passaggio, che può fermarla, anche tra nemici mortali: "l'amicizia che sgorga dal cuore".
Disegnandone a perfezione la caratteristica, Simone Weil afferma che "l'amicizia è il miracolo grazie al quale un essere accetta di guardare a distanza e senza avvicinarsi quello stesso essere che gli è necessario come il nutrimento".
E.Rasy

domenica 12 gennaio 2014

come la lava del vulcano

A volte capita che una persona, senza volerlo, dica o faccia qualcosa che ferisce qualcuno e che quest'ultimo reagisca attaccando, senza un minimo di mediazione razionale. Dopodiché il primo dei due, sentendosi oggetto di tanta violenza, si ritira dalla relazione o contrattacca.

Chi reagisce immediatamente in modo molto aggressivo è una persona che ha una soglia di tolleranza molto bassa riguardo un certo argomento: basta una frase o una parola per sentirsi ferito.

E' come con il corpo: c'è chi in certe zone ha la pelle dura e chi sottile sottile.

Chi perde il lume della ragione dando in escandescenze, ha una pelle così sottile che al minimo graffio il magma irrazionale e incandescente di passioni e sentimenti che sta sotto, esce allo scoperto, come la lava di un vulcano, travolgendolo e accecandolo, rendendo impossibili le relazioni.

Nessuno è del tutto indenne da questo meccanismo, però, quando capita, sarebbe opportuno cercare di capire come mai siamo così sensibili e così esposti riguardo a quello specifico tema, perché l'aggressività che troppo facilmente scarichiamo sugli altri è quasi sempre indizio di una nostra ferita, di un nostro problema irrisolto.

martedì 7 gennaio 2014

la relazione tra corpo e psiche

Ho rivisto a distanza di anni il film L'attimo fuggente con Robin Williams, storia di un professore che insegna ai suoi allievi a guardare il mondo dal proprio punto di vista, andando oltre i luoghi comuni.
In particolare, mi hanno colpito due scene. Nella prima il professore di lettere invita i ragazzi, tra lo stupore generale, a salire in piedi sui banchi e a guardare l'aula da un altro punto di vista; nella seconda, li obbliga prima a camminare nel cortile della scuola a ritmo di marcia uguale per tutti e poi a muovere il corpo nello stesso spazio a proprio piacimento, senza paura di apparire strani o di sentirsi diversi dagli altri. In entrambi i casi il docente ha utilizzato il corpo per far sperimentare ai ragazzi la possibilità di far uscire la mente dagli schemi comuni ed essere se stessi.
La cultura, quindi, come cosa che riguarda sia la mente che il corpo.
E in effetti così deve essere, per superare l'idea che la cultura sia qualcosa che riguarda solo la mente o solo il corpo. Nel primo caso si peccherebbe di iperrazionalismo e nel secondo di eccesso di fisicità.
I romani dicevano mens sana in corpore sano e credo che questa massima debba essere intesa soprattutto nel senso di non dimenticare mai la relazione che c'è tra mente e corpo.
Mente e corpo sono due cose diverse tra loro, ma sono due modalità di vivere la realtà che coesistono nell'essere umano che noi siamo e non dobbiamo mai smettere di cercare una buona relazione tra di loro. La mente senza il corpo o il corpo senza la mente sono insufficienti per percepire l'esperienza del vivere in modo completo.
Il rischio è di vivere in modo troppo unilaterale, dando valore solamente alla fisicità o alla razionalità.
Il corpo è pratico, concreto, più facilmente percepibile, la psiche si esprime per immagini.
Jung ha fatto un esempio della relazione profonda che esiste tra psiche e corpo, chiedendoci di immaginare la situazione di una persona che avverte uno strano rumore al buio. Immediatamente i suoi muscoli si contraggono, il cuore batte forte ed egli cercherà di capire meglio di cosa si tratti. A quel punto la mente può creare, utilizzando la memoria visiva o uditiva, l'immagine mentale di un serpente a sonagli, o di un terremoto, o di altro ancora, e questo porterà il corpo ad irrigidirsi ancora di più, finché non si sarà chiarita la fonte del rumore e il corpo si rilasserà o inizierà a fuggire. Uno stimolo fisico ambiguo può dunque portare ciascuno di noi ad avere immagini diverse, che faranno reagire il corpo in modo conseguente: ci sarà anche chi pensa fin da subito allo scricchiolìo naturale del legno e non diventerà né teso né ansioso.
L'ansia, e ancor di più il panico, agiscono quindi sul corpo e lo modificano: un'immagine mentale può attivare il corpo, come sappiamo bene tutti quando ci svegliamo dopo aver ricordato un sogno angosciante.
Lo scrittore, il poeta, il musicista o il pittore ci mettono davanti a stimoli concreti che attivano in noi immagini diverse che nascono da dentro di noi, dalla nostra psiche e si fondano sulle nostre esperienze personali. Si tratta sempre di una relazione: una relazione tra qualcosa di oggettivo e il nostro modo soggettivo di percepire la realtà. E possiamo dire con certezza che per noi una certa cosa è vera (ad es. il serpente a sonagli o il terremoto), almeno per un certo periodo, anche se nella realtà quella cosa concretamente non esiste: è sufficiente che quell'immagine si attivi nella nostra psiche perché essa produca modificazioni anche al nostro corpo.




lunedì 6 gennaio 2014

tre mostre di pittura

Annunciata (part.) - Antonello da Messina - (1476)
Mi sono regalato una giornata speciale, andando al Mart a Rovereto a vedere la mostra dedicata a Antonello da Messina.
Complessivamente la mostra non mi ha entusiasmato, ma l'Annunciata vale da sola il viaggio.
E' incredibile la luminosità che il pittore riesce a dare ai volti dei soggetti raffigurati, la loro naturalezza e modernità.
Di ritorno mi sono fermato a Verona, dove c'è una mostra dedicata al paesaggio dal Seicento fino a Monet. Una mostra ricca, con parecchi quadri di Monet e, tra gli altri, Van Gogh, Pissarro, Renoir e Cezanne.
Ho poi già prenotato un biglietto per la mostra di Vermeer che aprirà tra un mese a Bologna, con la famosa Ragazza con l'orecchino di perla.
Insomma, un inizio d'anno nato sotto il segno della pittura...
Unica nota stonata, al Mart di Rovereto ho incrociato Vittorio Sgarbi, che dal vivo è riuscito a trasmettermi una sensazione negativa ancora più accentuata di quando mi capita di vederlo in tv...

mercoledì 1 gennaio 2014

la prima pagina del mio calendario


Certe immagini sono così, non c'è bisogno di commentarle o di spiegarle.
Ciascuno le può leggere a modo suo, ci può trovare qualcosa di personale.
Io associo questa immagine al 2014, la metto nella copertina del mio calendario.