venerdì 9 marzo 2012

noi e gli altri


Non esiste un altro essere umano uguale a noi.
Non esistono due corpi identici e nemmeno due anime uguali; ciascuno è il frutto della propria storia e della propria interiorità, che nessun altro potrà mai conoscere appieno.
Ci si può sentire simili ad un'altra persona, ma non si è mai uguali.
La diversità è una grande ricchezza e va rispettata.
Dobbiamo rispettare gli altri ed esigere dagli altri il rispetto per noi stessi, su un piano di perfetta, armonica, parità.
“Ama il prossimo tuo come te stesso”: questo passo del Vangelo deve essere letto nel senso di  “allo stesso uguale ed identico modo”, non di meno, ma neanche di più di te stesso.
L’altro è una sceneggiatura che noi possiamo leggere, ascoltando i sentimenti che trasmette al nostro animo. Per questo è importante essere consapevoli di sé stessi, evitando di proiettare sull’altro i nostri problemi irrisolti, i nostri difetti, le nostre mancanze e i nostri desideri.
Nei rapporti affettivi non c’è nulla di più difficile e problematico da sostenere delle aspettative che gli altri nutrono nei nostri confronti, poiché sono la fonte diretta di giudizi e sensi di colpa: se siamo come gli altri ci vorrebbero, essi ci giudicano positivamente, ci vogliono bene o ci amano, mentre se siamo diversi da ciò che si aspettano da noi, ci giudicano negativamente e ci fanno sentire in colpa per non essere quello che essi vorrebbero che noi fossimo.


 La nostra società tende ad alimentare la nostra autostima solo se dimostriamo d'essere vincenti, se abbiamo successo, se siamo belli e simpatici, e non dà valore a ciò che siamo nella nostra interezza.
Queste richieste alimentano i nostri aspetti narcisistici e depressivi, nutrono le ansie da prestazione e le crisi di panico, lasciano inappagato il bisogno di sentirci accolti per ciò che siamo e sono causa di tanti vissuti di solitudine e insoddisfazione.
Gli altri sono una ricchezza, una potenzialità di accrescimento della nostra umanità, ma ciò si realizza solo se noi non abbiamo paura di avvicinarli e conoscerli meglio; e per fare ciò è necessario avere una sufficiente autostima, per non spaventarci o sentirci a disagio quando riscontriamo delle differenze tra il nostro modo di essere e quello degli altri. Il riconoscimento delle differenze deve rappresentare un'opportunità e non un ostacolo per le relazioni interpersonali.
Si può stare in gruppo senza perdere la propria individualità, a patto che il gruppo sia rispettoso dell’individualità di ciascuno dei suoi membri, con la consapevolezza del fatto che le specificità e le diversità dei suoi componenti rappresentano la prima garanzia della sua vitalità. Perché le persone consapevoli di sé cercano il rapporto con gli altri, il piacere della relazione e dello scambio; desiderano arricchirsi attraverso la conoscenza dell'altro, che è per loro sinonimo di apertura alla vita, alla trasformazione e al cambiamento.

13 commenti:

Arnicamontana ha detto...

caro Giorgio, proprio quel passo biblico che tu citi mi ha fatto spesso riflettere su QUALE noi stesso dobbiamo avere come punto di riferimento...Essendo noi, pur nella nostra unicità, diverse persone, può scatenarsi il conflitto tra ciò che realmente siamo, con i nostri bisogni e le nostre scelte da fare, ma siamo anche quelli che necessariamente (in certi ambiti) gli altri si aspettano che tu sia. Devo amare gli altri come QUALE me stessa?

Massimo Caccia ha detto...

Gli altri...un enigma? L'inferno? Una sfida continua. Interessante la citazione evangelica e come l'hai sottolineata. Troppo spesso non ci si ama e si proietta verso gli altri il nostro mare magnum di incapacità spacciandolo (e credendolo) amore.

giorgio giorgi ha detto...

@arnicamontana: io direi con la TE STESSA che ama anche TE STESSA... e sarebbe meglio che fosse la vera te stessa, che poi a volte DECIDE di fare quello che gli altri si aspettano da lei, ma senza mai IMMEDESIMARSI in quel personaggio, sapendo che si è messa sul viso una maschera che poi si toglierà...

Lorenzo ha detto...

Gli altri non siamo noi.
Noi siamo noi per noi stessi e siamo gli altri per gli altri, così come gli altri, per sè stessi, sono loro.
Non dobbiamo cercare noi negli altri.
Cerchiamo solo gli altri.

Sandra M. ha detto...

Nodi mica piccoli da sciogliere. Magari ci si riesce un po', col passare degli anni, a districarli...ad essere se stessi senza ansia da prestazione senza sensi di colpa. Ma gli anni nel frattempo sono passati...

ivana ha detto...

Tutto vero,ma a volte succede che l' inferno sono gli altri come diceva Bertold Brecth e allora bisogna lottare per non perdersi.

germogliare ha detto...

La nostra interezza la dobbiamo costruire noi, convincendoci d'essere individui autonomi, solo quando capiamo che possiamo farcela da soli, che prima di piacere ci piacciamo, allora possiamo relazionarci in modo sano con gli altri e considerare la possibilità di un successo sociale.

Renata_ontanoverde ha detto...

come da bambini, avvicinavamo un bambino/a sconosciuto/a e gli chiedevamo "vuoi essere mio amico/a" e se lui o lei rispondeva di sì, s'iniziava a giocare come se fossimo davvero amici da lunga data! E pian piano si scopriva la vita dell'altro, ciò che ci piaceva e si condivideva una vita, non una chat o sms.... melanconie di una vecchia?? forse...;)

alessandra ha detto...

E' interessante il post ma anche tutti i commenti dei tuoi lettori, ognuno di essi mi ha fatto molto riflettere, sopratutto per quel che riguarda l'argomento specifico sull'unicità di ognuno di noi.
Siamo unici anche perchè lo sono i nostri percorsi di vita, la nostra educazione e cultura, le nostre esperienze, per questo uno scambio vissuto con accettazione e positività può rivelarsi molto costruttivo, il sapersi aprire all'essere unico di fronte a noi e saper sciogliere un po' del nostro umano egoismo,determinato da una forma di autodifesa sapendoci un po' donare.
Però devo dire che l'uomo è un essere sociale che vive in branco, perdonami il termine animalesco, l'uomo ha bisogno di sentirsi accettato, spesso di sentirsi leader perciò forte, chi soccombe di conseguenza sono sempre i deboli, gli ultimi, coloro che saranno i primi per colui che ci ha chiesto di amarli come noi stessi.

Vorrei dire una cosa ad Ivana: L'inferno è l'impossibilità della ragione, non gli altri, se ti convinci che gli altri siano un inferno rischi che lo diventino sul serio, se ne scorgi la bellezza è più facile che ti vengano incontro. Scusatemi dell'intromissione, sia a Giorgio che a ivana, ma ci tenevo a dirlo. Ciao a tutti .

teoderica ha detto...

...il problema è che si vuole essere amati, dagli altri o accettati e l'io è uno sconosciuto che esternamente fa qualcosa, che internamente non sopporta,ma tutto ciò a livello "superiore" non si conosce.
Conosci te stesso, ma il te stesso non si svela, sta nascosto nell'inconscio che è come il mare profondo e a volte spaventoso.
PS gli antichi usavano per la parola mare il significato di pericolo.

giorgio giorgi ha detto...

@teoderica: per correttezza aggiungerei che l'inconscio, come il mare, contiene sempre anche preziosi tesori nascosti.

Roberto Maestri ha detto...

L'ideogramma che identifica il termine "crisi" in giapponese ha un'accezione duplice, positiva e negativa. In questo senso uno stato di crisi può essere visto come un momento di difficoltà ma anche di crescita, come opportunità di cambiamento, una cesura rispetto a un prima e a un dopo dal quale ripartire e trarre insegnamento.

zefirina ha detto...

le aspettative creano un fardello sulle spalle di chi ne è fatto oggetto che a volte è insopportabile, ho imparato a non avere troppe aspettative così non posso nemmeno rimanere delusa