lunedì 30 luglio 2012

l'importanza di ascoltarsi

Una mia paziente, qualche anno fa, mi disse che le era successa una cosa importante. Lei era abituata a fare jogging per rilassarsi e, quando usciva di casa, si metteva a correre fino a quando, stanca, decideva di rientrare. Nell'ultima uscita, invece, a un certo punto, improvvisamente, aveva sentito che il suo corpo le chiedeva di smettere di correre e di iniziare a camminare, poi, dopo qualche minuto, di correre di nuovo, poi di camminare, poi di fermarsi, e così via. Per tutto il tempo della sua passeggiata lei aveva semplicemente esaudito alla lettera ciò che le chiedeva il corpo.
Mi disse che avere ascoltato e assecondato le richieste del suo corpo era stata per lei un'esperienza nuova e appagante, che le aveva dato un senso di pienezza e di benessere totale. La testa non si doveva più porre domande su cosa fosse meglio fare, nè su cosa desiderasse davvero: il corpo. inequivocabilmente, le suggeriva qual'era la cosa giusta da fare in ogni momento.
Aveva sperimentato il proprio corpo come una parte di sè che sapeva con chiarezza cosa desiderava e la sua testa aveva semplicemente recepito ed eseguito le richieste che venivano dal corpo.

Credo che molti momenti difficili nella nostra vita nascano dalla mancanza di ascolto delle richieste che giungono dalla nostra psiche e dal nostro corpo. A volte non si può realizzare subito ciò che il nostro corpo e la nostra anima ci chiedono, però il sapere cosa si sente davvero, cosa si vuole davvero, è fondamentale per non sentirsi confusi. Se, per motivi contingenti, non si può fare ciò che si vorrebbe, non ha importanza: lo si farà appena si potrà, ci si darà da fare per cercare di realizzare le condizioni che ce lo permetteranno in futuro. Saremo delle persone che sanno ciò che desiderano veramente e che cercano di realizzarlo, e questo stato d'animo conferirà senso alla nostra vita.
E' la mancanza di ascolto di noi stessi, la confusione su ciò che effettivamente è vero ed ha senso per noi, che ci mette in difficoltà.
Le ferie possono essere un'occasione ideale per ascoltarci, per stare con noi stessi, liberati dalle esigenze del lavoro e dei ritmi spesso frenetici che viviamo abitualmente.
Approfittiamone, per chiederci cosa vogliamo veramente e cos'è davvero importante per noi, per ascoltare la nostra psiche e il nostro corpo, che sono ciò che ci costituisce, sono la nostra essenza, e spesso ci chiedono le stesse cose, con modalità e strumenti espressivi diversi.
Cerchiamo di volere bene e di nutrire bene la nostra psiche e il nostro corpo: in cambio avremo quella serenità e quella sicurezza che ogni rapporto d'amore regala a chi lo vive in modo appassionato. 

domenica 22 luglio 2012

convivere con l'abitudine

Ho sempre pensato che uno dei motivi che rendono tanto desiderabili le ciliegie sia il fatto che si possono mangiare solo per pochi giorni all'anno, mentre le mele, che praticamente si possono mangiare sempre, non hanno la medesima attrattiva.
Se fosse vero l'inverso, cioè che le mele si potessero gustare solo pochi giorni all'anno, mentre le ciliegie fossero sempre a disposizione, forse apprezzeremmo le mele molto di più.

Un pensiero analogo mi è passato per la testa un paio di giorni fa, mentre mangiavo un panino lungo un sentiero delle Dolomiti, incurante del magnifico massiccio del Sella libero da nubi che si mostrava completamente al mio sguardo. Vedere tutto il gruppo del Sella non è facile, perchè spesso è coperto almeno parzialmente dalle nubi: io ho avuto la inusuale fortuna di poterlo vedere libero da nubi per tre giorni di seguito e dopo tre giorni era già diventato ai miei occhi una cosa normale, una parte del paesaggio che potevo tralasciare di guardare, mentre solo due giorni prima, appena arrivato in montagna, non mi stancavo di guardarlo con incredulo stupore, come le prime ciliegie che si mangiano a giugno.
Non so a voi, ma a me questa capacità che abbiamo di abituarci anche rapidamente alle cose (cosa per altro naturale e normale) mi ha sempre colpito.
Come quando ci si dimentica della fortuna che abbiamo ad essere in buona salute, salvo dare a questo fatto un'enorme importanza quando usciamo da uno stato di malattia, magari grave.
Tanti anni fa mi era venuto da pensare che si sarebbe dovuto obbligare tutti per legge a passare qualche ora al mese nel pronto soccorso di un ospedale per ricordarci sempre di quale fortuna è non avere malattie.

Si rischia di abituarsi, di dare per scontate tante cose e di non valorizzarle più, per cercare sempre nuove fonti di soddisfazione. Cercare il nuovo è una bella cosa, però, forse, questa svalorizzazione delle cose a causa dell'abitudine bisognerebbe tenerla un po' più sotto controllo...

giovedì 12 luglio 2012

genitori di noi stessi

Poichè noi percepiamo il mondo esterno attraverso la nostra psiche, è fondamentale ascoltarla, conoscerla e nutrirla affinchè goda di buona salute.
A mio parere la psicoterapia, fondamentalmente, serve per darsi lo spazio e il tempo per incontrare la propria psiche, dialogarci e conoscerla meglio. Lo scopo finale di questo lavoro è poter vivere, cioè stare nel mondo, essendo più consapevoli di chi siamo veramente, di cosa desideriamo e di come possiamo fare per vivere la nostra vita in modo più autentico, superando le distorsioni e le paure che le nostre esperienze passate ci hanno portato.
Quando ci liberiamo dai condizionamenti e dalle inibizioni del passato, a volte ci poniamo domande tipo: ma io chi sono veramente?, posso permettermi di essere me stesso? faccio del male a qualcuno se seguo la mia autenticità?, come si fa a volersi bene?, quali sono i miei veri interessi? troverò mai qualcuno che mi voglia bene e a cui vorrò bene?...
Le risposte vere a queste domande si trovano se non si tradisce se stessi, se ci si permette di stare con la propria anima, se non si perde la consapevolezza della propria unicità, se ci si abbraccia e si pensa di essere comunque un valore, anche se non si hanno risposte precise, perchè ciò che è importante è cercare, in buona fede e con il coraggio di chi sa che sta lottando con amore per una buona e giusta causa.
A volte riusciamo ad amare gli altri, ma non ad amare noi stessi. Strano, no?

Per questo le ferie possono essere un periodo importante, perchè, esonerati dagli obblighi e dalle occupazioni quotidiane, ci possiamo riappropriare del tempo, possiamo possedere il tempo, usarlo per noi stessi, averlo a nostra disposizione.
Prenderci cura di noi, anche se non sappiamo come. Stare con noi stessi, anche se non sappiamo bene cosa fare.
Cosa si fa con un bambino per aiutarlo a crescere bene? Si sta con lui, lo si ascolta, lo si osserva, si cerca di percepire la sua verità, si ascolta cosa i suoi comportamenti ci muovono dentro, in una parola lo si ama; e così dobbiamo fare con noi stessi, come se fossimo i genitori buoni di noi stessi.
Spesso noi ci comportiamo con noi stessi come i nostri genitori si sono comportati con noi e questo a volte non ci aiuta. Dobbiamo cercare di renderci conto di quando facciamo questo, per cambiare registro ed essere per noi quei genitori che avremmo voluto avere, comportarci con noi come avremmo voluto che i nostri genitori si fossero comportati con noi, darci quello che loro, in buona fede, non hanno saputo darci. E' inutile cercare qualcun altro che faccia questo con noi e per noi; se non lo facciamo noi, saremo sempre dipendenti da qualcun altro, il nostro bambino ferito che ci portiamo dentro non guarirà mai.
Ci vuole coraggio, ma dobbiamo avere la consapevolezza che è l'unica strada possibile per diventare veramente autonomi, più sicuri di noi stessi e meno timorosi davanti agli altri e al mondo.
Qualcuno ci può aiutare, ma tocca a noi, solo a noi, il compito di lottare per guarire le nostre ferite.



giovedì 5 luglio 2012

come fare per non andare mai in crisi


   1) ATTRIBUIRE SEMPRE LA COLPA DI CIO’ CHE CI ACCADE A QUALCUN ALTRO.

  2) NON CAMBIARE MAI IDEA SU QUALCOSA O SU QUALCUNO.

  3) NON IMPEGNARSI MAI A FONDO IN NESSUNA RELAZIONE AFFETTIVA.

  4) TRASCORRERE IL PROPRIO TEMPO FACENDO SEMPRE LE STESSE COSE, MEGLIO SE PRIVE DI SENSO.

  5) ESSERE MOLTO RIGIDI NELLE QUESTIONI MORALI.

  6) FILOSOFARE O PONTIFICARE SULLA VITA SENZA AVERLA VISSUTA IN PRIMA PERSONA.

  7) ESERCITARE RIGIDAMENTE IL POTERE CHE SI HA.

  8) NON AVERE ALCUNO SCRUPOLO NEL CERCARE DI ARRIVARE IN TUTTI I MODI POSSIBILI NELLE POSIZIONI DI COMANDO.

  9) CONSIDERARE LE PERSONE COME SE FOSSERO COSE.

10) NON INTRAPRENDERE MAI UN PERCORSO PSICOTERAPEUTICO.

Avete qualcos'altro da aggiungere?

giovedì 28 giugno 2012

i giochi degli adulti

I bambini hanno quasi sempre voglia di giocare. E gli adulti?
Gli adulti possono fare due tipi di giochi: il gioco libero e aperto all'immaginazione tipico dei bambini, oppure il gioco finalizzato al guadagno: giocano in borsa, giocano al lotto, alle slot-machines, scommettono sulle corse dei cavalli, giocano al casinò, ecc. Questo secondo tipo di gioco è generalmente patologico, tristissimo, fonte di ansia e talvolta di rovina.

Quanto al primo tipo di gioco, una delle cose più tristi che ci si possa sentir dire da un adulto è che sono tanti anni che non gioca più, perchè il gioco è una cosa seria, un bisogno profondo, un atteggiamento dell'anima, un'attitudine dello spirito, è la grazia che si incarna nella nostra vita quotidiana.

Se devo aspettare un'ora o due nella sala d'attesa del medico, posso annoiarmi mortalmente oppure posso iniziare a giocare contando le piastrelle del pavimento per scoprire quante sono, posso seguire le traiettorie di volo degli insetti che sono presenti nella stanza cercando di prevederle, posso osservare i comportamenti delle persone sedute di fronte a me fantasticando sui loro modi di vivere, posso scommettere che un paziente uscirà dalla stanza del medico dopo cinque minuti e controllare il risultato, ecc. ecc.

Si possono fare milioni di giochi: si può giocare con le parole, con i colori, con le forme, con la memoria, con i disegni, con la fantasia, coi ricordi, coi numeri, con gli oggetti. Si può giocare da soli, con gli amici, con i figli, con le persone cui si vuole bene, con gli sconosciuti.
Se si gioca insieme ad altri è fondamentale essere leali e rispettare le regole del gioco, non barare e non giocare coi sentimenti altrui.
La dimensione del gioco è creativa come quella del sogno o del teatro.
Chi diventa adulto senza salvare dentro di sè la dimensione del gioco, vive la vita in bianco e nero.
Ci possono essere momenti della vita in cui ci si deve difendere da lutti, tristezze e abbandoni e la voglia di giocare scompare, ma è importante che rimanga viva dentro di noi, senza spegnersi del tutto.


Esistono anche persone che giocano troppo, che non prendono nulla sul serio, che scappano dalle cose serie o impegnative della vita, come eterni fanciulli: il loro agire appare forzato, stereotipato, frutto dello sforzo continuo di tenere lontana la parte problematica della vita.

La normalità è costituita dalle persone che, pur affrontando con consapevolezza le prove che la vita pone loro davanti, mantengono vivo dentro di loro il desiderio di sorridere e di ridere, ritagliandosi i più ampi spazi possibili di curiosità, di avventura, di desiderio di giocare. Perchè il gioco è creazione continua, è imprevedibilità allo stato puro, è stimolo per l'invenzione, è apertura alla vita, senza sensi di colpa, senza falsi pudori, senza paura di apparire infantili.

Credo che chi, nonostante tutto, ha salvato dentro di sè l'atteggiamento giocoso tipico dei bambini, renda un buon servizio alle relazioni tra gli uomini e dia un buon contributo al miglioramento del mondo e al benessere di tutti.












sabato 23 giugno 2012

parabola

Ché sempre di questo in definitiva si tratta, quando va bene: nascere, crescere, giocare, gioire e soffrire, essere figlio, diventare adolescente poi adulto, rapportarsi con gli altri, col coraggio e la paura, avere un lavoro, una casa, a volte diventare genitore, raggiungere il massimo delle energie fisiche, sopravvivere alle separazioni e ai lutti, iniziare impercettibilmente a declinare mentre si diventa sempre più esperti della vita, vivere l'autunno della vita e per ultimo preparare il commiato affrontando il mistero della morte.

mercoledì 20 giugno 2012

tradimenti

Ci tradisce chi ha una sua immagine di noi e ci chiede di incarnare quell'immagine, accusandoci di farlo stare male se ci comportiamo in modo diverso;  lui ci ama o è nostro amico solo se noi corrispondiamo alle sue aspettative.

Ci tradisce chi non desidera che noi diventiamo ciò che siamo veramente.

Ci tradiscono i gruppi che valutano negativamente o guardano con sospetto le caratteristiche individuali dei propri membri, invece di accoglierle come possibilità di arricchimento e stimolo per la crescita della collettività.

Ci tradiamo noi stessi quando abbiamo delle intuizioni, delle percezioni chiare che ci vengono da dentro, ma le abbandoniamo per strada, dimenticandoci che sono esistite.

Ci tradiamo anche quando, per essere accettati o amati, ci adeguiamo troppo ai desideri degli altri, rinunciando ad esprimere ciò che siamo e che sentiamo vero.

sabato 16 giugno 2012

i tre porcellini

La fiaba che preferivo da bambino era I tre porcellini. Non mi stancavo mai di ascoltarla. Era la storia di tre porcellini, fratelli tra loro, che erano inseguiti da un lupo che voleva mangiarli: il primo si costruiva una casa di paglia e fango (vado a memoria), ma il lupo la buttava giù, il secondo se la costruiva di legno, ma il lupo distruggeva anche quella e finalmente il terzo, lavorando un po' più degli altri, costruiva una solida casa fatta di mattoni dove ospitava anche gli altri due fratelli in fuga, e quella casa il lupo non riusciva proprio a distruggerla, andandosene scornato.
I bambini sanno istintivamente molte cose fondamentali della vita, ad esempio che a volte è necessario impegnarsi molto e per bene per difendersi da chi li vuole mangiare.
Cosa possono essere in concreto questi mattoni che ci difendono dai lupi di cui parla la fiaba? In quanti modi diversi ci possiamo-dobbiamo difendere da chi non ci vuole lasciare vivere la nostra vera vita?
Per chi dice sempre sì, ad esempio, qualcuno di quei mattoni può simboleggiare dei no che ci salvano da coloro che ci vogliono far vivere la nostra vita a modo loro.
E i lupi, chi possono essere e in quanti modi concretamente ci possono mangiare? Facendoci venire sensi di colpa ingiustificati, ad esempio.
Credo che ciascuno di noi abbia il diritto psicologico naturale di potersi costruire la propria casa di mattoni e di abitarla in santa pace, lasciando entrare chi desidera e lasciando fuori chi ha intenzioni aggressive.

Una casa di mattoni come porto sicuro dove ritirarsi quando si è in crisi, quando si ha bisogno di riflettere, di ascoltare sè stessi, per poterne poi uscire con qualche idea più chiara e qualche certezza in più.
Penso a tutti coloro che vorrebbero avere una casa propria ma non possono e penso alla gioia di tante persone che finalmente riescono a realizzare il sogno di avere una propria abitazione.
E penso al terremoto, che è così terribile dal punto di vista psicologico, anche perchè porta con sè il rischio di privarci del luogo centrale della nostra vita, l'unico posto al mondo veramente nostro, dove ci possiamo sentire al sicuro.


martedì 12 giugno 2012

la ricerca della verità


Ho cominciato a leggere L'anima e il suo destino di  Vito Mancuso.
Nella prefazione l'autore dice una cosa che mi ha colpito molto. Si tratta di una frase breve e concisa, ma piena di significato:
"Credo nella comunione di coloro che cercano la verità"
Credo è un'affermazione forte, che mi piacerebbe sentire più spesso; penso sia importante credere in qualcosa che abbia un valore positivo, non importa in cosa, ma credere è importante.
Anche la comunione (dal latino communis unio=unione comune) è importante, soprattutto ai giorni nostri, quando tende a prevalere il soggettivismo più sfrenato e gli altri, i diversi da noi, sono considerati sempre più spesso in modo negativo a priori .
Ma la ricerca della verità è importante a patto che la si relativizzi, che sia la ricerca della nostra verità e, soprattutto, che non la si voglia imporre agli altri. Chi possiede questo concetto della verità è portato a darle valore in quanto propria, ma, nel contempo, riconosce agli altri il diritto di ricercare la propria verità, che può essere legittimamente diversa dalla sua.
E' questa l'idea di verità esplicitata da Vito Mancuso, il quale, a pag. 1 del medesimo libro, così si esprime:
L'interlocutore principale di questo libro è la coscienza laica, intendendo con ciò quella parte della coscienza, presente in ogni uomo, credente o non credente, che cerca la verità per se stessa e non per appartenere a un'istituzione; quella parte della coscienza che vuole aderire alla verità, ma vuole farlo senza alcuna forzatura ideologica, di nessun tipo, e se accetta una cosa, lo fa perchè ne è profondamente convinta, e non perchè l'abbia detto uno dei numerosi papi, o uno degli altrettanto numerosi antipapi della cultura laicista.
immagine tratta da film
Insomma, dal punto di vista delle istituzioni, Mancuso si potrebbe definire una testa calda, (infatti nella Chiesa non lo vedono molto di buon occhio), ed è per questo forse che mi attrae, oltre che per la sua cultura, il suo rigore intellettuale ed il suo amore per la verità e la libertà. Strano a pensarsi per un teologo...
Ma ciò che più mi attrae è la sua idea di Dio, poiché il Dio di cui parla non sembra l'amministratore delegato di una multinazionale ma, piuttosto, un Dio  che alloggia dentro ognuno di noi, legittimamente percepito da ciascuno in modo diverso, personale e originale, ritagliato cioè sulla misura della sensibilità  di ogni singolo individuo. In questo concetto di Dio trovo una notevole somiglianza con il tipo di lavoro psicologico fondato sulla ricerca della propria verità e autenticità individuale di cui mi occupo.
Ecco, vedete, sono arrivato a pagina 1 e ho già scritto un post e non è assolutamente detto ch'io mi fermi qui: se emergeranno altre cose interessanti nel proseguimento della lettura vi terrò sicuramente informati.





giovedì 7 giugno 2012

alla bassa modenese, con affetto

Erano i primi anni '60, l'Italia era in pieno boom economico. Io ero un ragazzino nato e cresciuto in città e tutti gli anni in estate andavo qualche settimana coi nonni nella bassa modenese, dove abitavano i miei parenti. Mia nonna aveva avuto in eredità dai genitori una vecchia casa di campagna assieme a tre sorelle dai nomi oggi piuttosto desueti: Angiolina, Severina e Carolina, che abitavano tra Medolla, San Felice e Finale Emilia.
Alla stazione piccola di Modena prendevamo il trenino formato da due vecchie carrozze che in un'ora percorreva traballando 30 km, attraversando un paesaggio fatto di campi coltivati, filari di pioppi, piccoli canali e case sparse. La bassa era veramente bassa; tutto era basso: la terra, faticosa da coltivare e anche le case rurali, quasi tutte ad un piano.
La casa di mia nonna era a Rivara, una piccola frazione a tre km da San Felice, dove c'era la stazione e dove noi scendevamo dal treno: da lì, con le valigie in mano, dopo la partenza del treno, percorrevamo a piedi i binari deserti sotto il sole bollente di luglio.
A Rivara non c'era niente: solo la chiesa, quattro case e la bottega, dove chi non aveva soldi comprava gli alimentari segnando l'importo sul libretto, per pagare poi a fine mese o quando poteva. L'unico svago era l'8 settembre, quando c'era la sagra di paese e alla sera, vicino alla chiesa, c'era qualche bancarella e si facevano i fuochi artificiali. Per il resto, silenzio, caldo, grilli, mosche e zanzare.
Vicino alla casa c'era il macero, una pozza d'acqua dove si lavorava, con grande fatica, la canapa. Di giorno si stava seduti a chiacchierare nell'aia, proteggendosi dalla canicola sotto l'ombra di una quercia, mentre verso sera la morsa del caldo si allentava e iniziavano a comparire sciami di zanzare, per difendersi dalle quali c'era il flit, un repellente a base di DDT, che ancora non si sapeva essere cancerogeno.
Dopo cena ci si trovava a casa di una zia, dove le figlie lavoravano a cottimo con le macchine da maglieria, mentre in sottofondo una vecchia radio a valvole suonava ogni genere di musica che nessuno ascoltava. I grandi chiacchieravano tra loro, mentre noi bambini giocavamo e ridevamo.
Ricordo un cugino, di quattro anni più vecchio di me, che per impressionarmi e rimarcare la sua superiorità, a volte si sdraiava per terra e beveva tutto d'un fiato una bottiglia intera di latte appena munto, mentre altre volte mangiava grani di pepe nero masticandoli come fossero noccioline. Per me, bambino di città, era davvero troppo, dovevo riconoscerlo: non potevo competere con lui.
Nel pollaio c'erano le galline (e a noi bambini era concesso ogni giorno a turno di salire la scaletta di legno e andare a levare le uova), nella stalla c'erano le mucche e nel cius (il chiuso) c'era il maiale, che veniva ucciso a gennaio col rito della pcarìa.
Mia zia Angiolina aveva un angolo tutto suo di cui andava orgogliosa: il suo piccolo giardino, dove mia nonna passava ore con lei ad apprezzare la bellezza delle rose e di tutti gli altri fiori.
L'acqua si prendeva dal pozzo, calando il vecchio secchio di legno con la carrucola: un luccio che nuotava dentro all'acqua ne garantiva la limpidezza e la potabilità.
Fuori dalla casa c'era ancora, anche se ormai in disuso, il vecchio bugigattolo che fino a pochi anni prima serviva per espletare i bisogni corporali.
Dietro alla casa c'erano i campi, con le carrate, lungo le quali correvano i filari d'uva, che andavo a spizzicare goloso.
Mio nonno mi faceva quasi tutti giorni uno zabaione con le uova fresche e lo zucchero; a volte aggiungeva un po' di marsala, ma di nascosto dalla nonna che non voleva.

La bassa era una zona depressa e furono dati incentivi fiscali a chi investiva in quell'area. Così, a partire dagli anni '70 la bassa ha cominciato a cambiare; ricordo quando a San Felice si insediò la prima fabbrica che lavorava la frutta, poi una azienda che produceva cartone ondulato. Nel giro di pochi anni si costituì un polo di aziende ceramiche a Finale, poi il biomedicale a Mirandola. Si cominciarono a costruire case nuove che trovarono presto compratori allettati dai prezzi relativamente bassi. Nel frattempo l'agricoltura diventava sempre meno interessante dal punto di vista economico. La geografia umana ed economica si trasformava, come si trasformava la società.

Oggi, che l'enorme palla da bowling del terremoto ha fatto strike, distruggendo con precisione chirurgica tutti i centri più importanti della bassa modenese, il mio pensiero ritorna all'origine, ai miei parenti degli anni '60, contadini forti ed onesti, lavoratori seri e instancabili, e mi dà la certezza che la popolazione della bassa ha nel suo dna le risorse cui attingere per rinascere e per superare questa grande tragedia. 

lunedì 4 giugno 2012

una serata normale

Foto di Ivan Ferrari
Sabato sera, tra una scossa e l'altra, sono andato a mangiare il pesce alla Festa del Pd al Parco Ferrari, insieme ad alcuni amici e relativi figli.
Non ne avevo molta voglia, ma ho fatto bene ad andarci.
E' stata una serata normale e di questi tempi, qui in Emilia, non è poco.
Il Parco Ferrari era un aerautodromo (un vastissimo spazio verde a due passi dal centro storico dove negli anni '50-'60 correvano le Ferrari e atterravano anche gli aerei da turismo); una parte di questo enorme spazio viene usato per la festa del Pd, che fino a qualche anno fa si chiamava Festival dell'Unità (da allora, oltre al nome, è cambiato solo il colore degli arredi, che prima era ovunque rigorosamente rosso, mentre oggi è prevalentemente bianco).
Abbiamo mangiato del buon pesce al ristorante Family, uno stand gastronomico capace di servire 1.600 persone in una sera, con 100 volontari addetti al servizio e alla cucina. Dopo cena mi sono messo su una sedia a fumare la pipa fuori dalla struttura in legno: davanti a me un vialetto ghiaiato dove passavano le persone, un grande prato verde dove giocavano bambini e tutt'intorno le luci e i rumori dei vari padiglioni: la balera con la musica latina, i volontari dell'Avis, lo spazio libreria, il bar coi tavolini all'aperto, i giochi gonfiabili per i bambini, ecc.
Ho visto passare persone di ogni età e colore: genitori che spingevano passeggini, mocciosi che correvano senza freno, gruppi di bambini che giocavano a palla, adolescenti felici di stare insieme in libertà, coppiette che camminavano abbracciate teneramente, anziani che passeggiavano guardandosi intorno lentamente, famiglie islamiche, pakistane, africane..
Ogni tanto dalla cucina usciva qualche volontario a fumarsi una sigaretta e non riusciva a trattenere qualche espressione di scontentezza sullo stato attuale della politica in Italia.
Ma lì, al ristorante Family, l'unico conflitto di interessi è stato quello del volontario-cuoco nostro amico che per la figlia seduta con la mamma al nostro tavolo, ha preparato una paella con un po' meno verdura e una salsiccia in più.
Mentre ero lì a godermi il fresco e la tranquillità che percepivo intorno, mi è venuto da pensare all'importanza che in questi giorni di terremoto ha una struttura e una organizzazione come questa, costituita esclusivamente da volontari.
Un enorme, libero e tranquillo luogo di socializzazione trasversale in tutti i sensi: per età, censo, idea politica o colore della pelle.
Mentre negli ultimi anni ero complessivamente deluso dal Festival, che mi sembrava sempre più un rito che si ripeteva stancamente uguale a sè stesso e privo di vitalità nuova, in questo sabato di terremoto l'ho rivalutato dal punto di vista sociologico e, nell'occasione, mi sono chiesto dove sono finiti i sociologi che qualche decennio fa imperavano (anche se noi giovani psicologi li prendevamo in giro ricordando che l'anagramma di sociologia è "ciò lo so già").
Da molti anni penso che psicologi, sociologi, antropologi e tutti coloro che si occupano degli aspetti umani della vita dovrebbero confrontarsi per arricchirsi a vicenda collaborando insieme, invece di rinchiudersi corporativamente nel proprio settore di competenza.
Pensieri così, stimolati da questa umanità che, impaurita dal terremoto, al Parco Ferrari aveva trovato uno spazio accogliente dove stare insieme agli altri (fratelli o compagni non importa), vicini, forse anche per farsi coraggio a vicenda.

sabato 2 giugno 2012

terremoto

Quando viene il tempo del buio
bisogna rincantucciarsi,

avvolgersi su se stessi,
stare in silenzio ed aspettare,
senza muovere un muscolo.
Bisogna solo aspettare che passi,
perchè non dipende da noi
e non ci possiamo fare nulla.
Bisogna mantenere intatte
tutte le energie e la voglia di vivere
e coltivare la certezza che
verranno tempi migliori.
Perchè la vita è troppo grande
per essere sempre indirizzata
secondo i nostri desideri.
A volte ci si riesce,
altre volte no:
queste sono le regole
ed è bene ricordarle sempre,
per non esagerare mai,
nè con la disperazione
nè con l'arroganza.

martedì 29 maggio 2012

siamo tutti un po' scossi

Oggi non è stata una bella giornata.
Ore 9: la terra trema forte, come dieci giorni fa, ma dopo un po' smette.
Ore 12.56: la terra trema ancora forte sotto i piedi.
Ore 13.02: ancora una scossa forte e lunga come quella di prima.
Ora sono le 17.36 e da quattro ore non è successo più nulla di importante.
Sì, si contano le ore che passano, e più ore passano e più ci si sente tranquilli, e si spera che l'ultima scossa avvertita sia stata davvero l'ultima.
A 30 km di distanza da qui, nella zona dell'epicentro, le scosse le avvertono quasi in continuazione da dieci giorni. Dieci giorni e dieci notti sono un'eternità, sempre a pensare, anche se non lo si vuole, che magari ne capiterà una che tirerà giù tutto.
E chi sta ai piani alti ondeggia e pensa che in caso di necessità deve fare molte scale di corsa, forse troppe. E la sensazione è spesso quella di quando si sale su una barca e poi si scende, che si sente ancora la terra ondeggiare intorno.
E i camion che passano fanno vibrare le case e lo sguardo corre sempre al lampadario: si diventa ipersensibili, è questione di sopravvivenza. Un leggero scricchiolio di un mobile di legno diventa un segnale di pericolo.
C'è sempre qualcuno che è più terremotato di te e se non si è proprio nell'epicentro non ci si può lamentare.
C'è questa sensazione sgradevolissima di non poter fare niente, tranne che scappare fuori il più presto possibile. C'è in gioco la casa, c'è in gioco la vita.
Speriamo che finisca presto.

mercoledì 23 maggio 2012

la domanda di senso

Che senso ha la mia vita? In cosa consiste il senso della mia vita?
Questa domanda, espressa o inespressa, mi ha sempre accompagnato dall'adolescenza in poi, ma qualche volta si è affacciata anche alla mia mente bambina.
Se all'inizio era centrata esclusivamente sulla mia esistenza, sul cercare di arrivare a conoscere la mia vera essenza, a un certo punto la domanda non ha potuto non tenere conto anche della società, del mondo in cui vivevo, perchè comunque ero consapevole che la mia autenticità si doveva poi realizzare nella relazione con gli altri, nel contesto sociale.
Nè, d'altra parte, si può immaginare una risposta valida per sempre, in assoluto, giacchè il fatto che siamo vivi comporta un continuo cambiamento nel modo di vedere e di sentire le cose della vita.
C'è quindi una interrogativo personale (chi sono io?) e una dimensione relazionale (come mi comporto nelle relazioni con gli altri e col mondo?) che si intrecciano continuamente.

Non porsi questi interrogativi, rinunciare ad ascoltarsi e a cercare la propria verità, significa estraniarsi da sè stessi, vivere facendosi dirigere da ciò che pensano gli altri, col rischio di conformarsi ai comportamenti della maggioranza oppure di cadere nel nichilismo o nel ribellismo che non progetta, non propone e non costruisce.
Se la vicinanza affettiva degli altri si percepisce sulla base dei sentimenti di amore e di amicizia, il calore che noi ci possiamo dare passa attraverso la continua ricerca del senso attuale, vero e autentico, della nostra vita. Nel percepirsi come individui che stanno autenticamente cercando il proprio senso sta la consolazione rispetto agli insuccessi, la sicurezza della propria identità indipendentemente dai risultati ottenuti; su ciò si fonda l'affetto per noi stessi che non dipende dalla quantità di frutti che raccogliamo, ma che si basa sulla consapevolezza del nostro esserci, delle cose in cui crediamo e dell'impegno che mettiamo nel cercare di realizzarle.



lunedì 21 maggio 2012

un terremoto inimmaginabile

Il terremoto che ha colpito la bassa modenese e il ferrarese è stato un evento inimmaginabile, perchè qui da queste parti non si è mai visto nulla di simile da secoli se non da millenni. Credevamo che essere su una terra elastica, perchè non rocciosa e zuppa d'acqua fosse una garanzia sufficiente per non subire mai danni così gravi e la morte di sette persone. Ma la parola mai non è del mondo umano.
A Modena città, comunque, non abbiamo avuto nessun problema, se non quello di svegliarci di notte e aspettare che il movimento delle case cessasse. Invece in provincia ci sono stati danni grandi, case lesionate e crollate, edifici industriali anche di recente costruzione abbattuti, animali (soprattutto mucche e maiali) morti sotto le macerie dei grandi allevamenti.
Quasi tutti gli edifici storici (chiese, torri, torrioni, mura, rocche e castelli) che erano il legame degli abitanti col loro passato e rappresentazione concreta della loro storia e della loro identità culturale, hanno subito gravissimi danni o sono crollati. Oltretutto qui piove e fa freddo (strano per il mese di maggio, che spesso vede sole e temperature estive), e ciò acuisce i disagi.
Mirandola, Medolla, S.Felice sul Panaro, Massa Finalese e Finale Emilia sono una serie di comuni vicinissimi tra loro, che segnano il confine tra il modenese, il mantovano e il ferrarese.
Proprio qui sotto, a Rivara di S.Felice, vicinissimo a dove c'è stato l'epicentro del terremoto, da anni si è progettato di costruire un enorme deposito grande centinaia di milioni di metri cubi, per stoccare il gas metano, contro la volontà delle popolazioni locali, dei comuni, della provincia e della regione. Immagino che almeno questo incubo, di avere per sempre una enorme bomba sotto le proprie abitazioni, svanisca e che almeno questo sia un frutto positivo di questa catastrofe.
Ma adesso speriamo solo che il peggio sia passato e che si possa pensare unicamente alla ricostruzione e alla ripresa, che sarà comunque dura e difficile.

venerdì 18 maggio 2012

cos'è l'amore?

Non pretendo ovviamente di esaurire l'argomento, ciascuno potrà aggiungere qualche altro pensiero. Ma se devo pensare a ciò che è veramente essenziale nell'amore, mi viene da scrivere questo:
Amare è desiderare intensamente che l'altro sia e diventi sè stesso, che riconosca e viva la propria vita autenticamente.
Amare è non avere bisogno dell'altro, lasciargli la libertà, anche quella di non amarci più, perchè il massimo della libertà garantisce il massimo dell'amore.
Amare è pensare di sopravvivere alla perdita dell'altro, perfino alla sua morte, perchè il senso ultimo del nostro vivere è insito nella nostra natura, ed è bello sollevare gli altri dal dovere di esserci vicini, sostenerci e amarci, lasciandoli liberi da qualsiasi ricatto affettivo, affinchè l'amore sia desiderio vero di autolimitazione, per il bene nostro e dell'altro.

A ciò consegue, evidentemente, che quanto più si conosce la propria natura, ci si ama e ci si vuole bene, tanto più si è in grado di conoscere, amare e volere veramente bene agli altri.

mercoledì 16 maggio 2012

il gheppio liberato

Era prigioniero in un anfratto del castello di Carpineti. Non riusciva più a trovare la strada per la libertà.
Per sua fortuna, durante la visita al castello, è stato notato da alcuni ragazzi che con l'aiuto di un'insegnante, sono riusciti a liberarlo. Qui vedete l'animale un attimo prima di essere restituito al suo volo.
E mi è sembrato curioso che nella giornata che ho definito cibo per l'anima sia accaduta anche questa cosa. Perchè, come dice Vania in un commento al post precedente, oltre alla teoria è necessaria anche la buona pratica. E questa collaborazione insegnante-alunni per liberare un rapace imprigionato mi sembra non meno educativa per l'anima di tante lezioni scolastiche.

lunedì 14 maggio 2012

cibo per l'anima

Il castello di Carpineti
A mio parere l'anima si nutre soprattutto di natura, bellezza e autenticità.
Ieri è stata una buona giornata per la mia anima, che si è nutrita ottimamente durante tutto il giorno.
In programma c'era una gita scolastica di due classi prime della scuola media frequentata da mio figlio, alla quale erano invitati anche i genitori.
Sveglia alle 7, ritrovo alle 8.30 sotto un cielo plumbeo con pioggia battente e freddo autunnale (per la cronaca, il giorno prima c'era cielo sereno, sole pieno e 32°); presenti 30 bambini, altrettanti genitori e due insegnanti.
Mèta della nostra gita: le terre collinari di Matilde di Canossa vicine a Reggio Emilia, con visite ai castelli di Carpineti, Sarzano e Canossa.
Arrivo al castello di Carpineti ( a 800 metri di altitudine, con temperatura di 7° e pioggia sottile) alle 10. Incontro con Edda, la nostra guida, una giovane donna molto vitale e sorridente che fa parte di Ideanatura, un gruppo di giovani che, con mille iniziative intelligenti, cercano di valorizzare il territorio. La guida ci accoglie e parla per mezz'ora a bambini e genitori di Matilde e dei suoi tempi, in modo ammirevole e caldo, riuscendo a tenere catalizzata l'attenzione di tutti, con una simpatia pari alla sua notevole preparazione storica. Del castello medioevale sono rimasti quasi solo ruderi, ma sufficienti per capire come fosse stato in origine. La posizione era stupenda e avrebbe permesso una vista meravigliosa, anche se noi abbiamo visto solo nubi tutt'intorno, ma quel luogo emanava comunque un fascino particolare, grazie anche alle descrizioni della guida, che ci metteva davvero l'anima per trasmetterci lo spirito di quei luoghi.
Alle 12 tutti a mangiare in un posto semplice e rustico, l'Ostello e Ristoro di San Vitale, luogo magico, sede di un insediamento bizantino, in mezzo alle colline, gestito da giovani che ci hanno fornito cibi semplici e genuini, saporiti e gustosi.
Poi tutti al castello di Sarzano, dove ci attendeva un liutaio che aveva portato con sè violini, viole e anche un violoncello di sua costruzione, e qui, colpo di scena, abbiamo scoperto che la nostra guida sapeva anche suonare il violino e ha accennato per noi un paio di brani medioevali, riscuotendo applausi.
Alle 16, ultima tappa, il castello di Canossa, mèta di molti tedeschi che vengono a visitare il luogo dove il loro imperatore Enrico IV venne a chiedere perdono al papa e fu fatto aspettare da Matilde fuori dal portone per tre giorni.
Matilde di Canossa

Ricapitolando: luoghi suggestivi, carichi di storia e immersi in una natura rigogliosa e rispettata; una guida che ci ha messo l'anima nel fare il suo lavoro, riuscendo ad interessare sempre tutti; un gruppo di giovani che ci hanno fornito cibi buoni e naturali.
E, oltre a ciò, una insegnante che non ha esitato ad accompagnare i ragazzi senza problemi, "sacrificando" una sua domenica di libertà, per sostituire una collega che avrebbe dovuto venire ma che è stata trattenuta a casa da un grave problema familiare.
Con tutti questi ingredienti, in questo clima caratterizzato dalla sincera attenzione al bene gli altri, si capisce come l'anima si sia nutrita ottimamente e nemmeno il brutto tempo abbia avuto il potere di deprimerla.
  

sabato 12 maggio 2012

il profumo dell'adolescenza


A volte mi capita di leggere delle cose e pensare: non potrei descriverlo meglio.
Ecco un esempio, scritto dalla psicologa Marica Rytovaara:
"L'adolescenza è piena di emozioni violente e inelaborate, dato che gli adolescenti sono pieni di un senso di impotenza, della mancanza di autonomia e di mezzi per dare forma al proprio destino. Gli adulti spesso ridicolizzano la vulnerabile dipendenza dei ragazzi di quest'età e non riescono a vedere il nudo terrore e la paura dell'abbandono che si nascondono dietro la maschera del disprezzo. L'adolescente è assolutamente consapevole del fatto che la rete di protezione dei genitori, ormai logora, sta per scomparire e si rende conto che fare la scelta sbagliata può rivelarsi essere perduto per sempre.
Gli adulti tendono a soffrire di amnesia collettiva riguardo alla loro adolescenza per evitare di riconnettersi con il tumulto e le ferite di amori non corrisposti, rifiuti e tradimenti. Gli adolescenti invece intraprendono la discesa nella solitudine, che significa l'inizio della separazione e dell'individuazione e della comprensione del fatto che i genitori non possono più proteggerli dal duro scontro con le gerarchie sociali".

Personalmente amo lavorare con gli adolescenti, perché è come lavorare a contatto con il magma incandescente: magnifico e pericoloso al tempo stesso. Materia grezza, da maneggiare con cura, bisognosa del massimo rispetto e della massima valorizzazione.
Stabilire un rapporto di fiducia con un adolescente non è per nulla scontato, ma, se accade, ha il profumo dei fiori appena sbocciati.

Maria Grazia Luffarelli: tulipani danzanti

giovedì 10 maggio 2012

i due pesci

Foto di Arianna Zorzolo
Ho letto questa antica storia:

"Due pesci si incontrano nel mare e uno dice all'altro: Com'è l'acqua dalla tua parte?
E l'altro risponde: Acqua? Che cos'è l'acqua?".

Questo racconto mi ha colpito molto, ma non so bene spiegare il perchè. Ogni tanto mi riviene in mente e mi sembra che contenga qualcosa di importante, ma non so dire che cosa.
Che ne dite?