mercoledì 29 febbraio 2012

amicizia tra maschi

Una scena del film Amici miei
Non mi riferisco all’amicizia tra maschi che si realizza nel parlare solamente di lavoro, palestra, calcio, auto e donne.
E neppure all’omosessualità.
Parlo di amicizia tra maschi che condividono i pensieri più personali e intimi, non solamente quante donne hanno posseduto, come e dove, in quali posizioni e quante volte per notte.
Parlo di maschi che si raccontano come stanno davvero, come interpretano il ruolo maschile, in quanto padri, figli, fidanzati o mariti.
Maschi che non vedono nell'altro maschio solo un competitore, e che per questo non devono sempre dimostrare a sé e agli altri di essere i più esperti, i più bravi o i più furbi.
Penso a maschi che si confidano reciprocamente difficoltà e gioie, entusiasmi e fatiche.

Penso a maschi che sanno di arricchirsi ascoltando le esperienze degli altri e offrono in cambio come dono i propri vissuti sinceri.
Immagino maschi che si rispettano l'un l'altro accogliendo le reciproche diversità e che sono disposti ad aiutarsi fino in fondo in caso di bisogno.
Penso che questo tipo di maschi piaccia a molte donne e che, se ce ne fossero tanti, la nostra società ne sarebbe avvantaggiata.

sabato 25 febbraio 2012

la paura di aprirsi alla vita

Veliero farfalla di Vladimir Kush
L'eros, inteso come slancio vitale, come apertura alla vita, è difficilmente separabile dalla paura.
Paura di perdere il quotidiano, con tutte le sue tranquille certezze, paura della trasformazione, paura di andare verso nuove e sconosciute esperienze.
A me pare che, in questo senso, la nostra società sia in generale poco erotica: predomina la difesa, la conservazione dell'esistente e l'eros viene vissuto o nella sua dimensione fisica, spesso strumentalizzata e terreno di lotte per la conquista del potere, o nella sua dimensione spirituale. Ma l'eros non è nè l'una nè l'altra cosa, è l'una e l'altra insieme; Eros è il dio che scaglia le frecce nella carne, ma ha in sè anche il divino.
Ciò che favorisce più di ogni altra cosa l'incontro con il proprio eros è la relazione con persone che vivano la vita in modo passionale oppure l'ascolto di quella forza vitale interiore che ci spinge ad andare là dove abbiamo paura di andare, dove non siamo mai stati, fuori dalla strada che conosciamo bene.
Come diceva Oscar Wilde: il vantaggio delle emozioni è che ci portano fuori strada. 
Concerto di Caravaggio
Chi vuole il controllo sugli individui fa di tutto per evitare di lasciare loro tempo libero, tempo vuoto, perchè proprio lì potrebbero incontrare il proprio personale eros, sotto forma di fantasie, di inquietudine, di immaginazione e creatività: meglio vendere, per il loro tempo libero, le immagini di un eros preconfezionato, mercificato, sterilizzato, catalogato, privato del suo potere trasformativo.
Come dice un personaggio de "I fratelli Karamazov" di Dostoevskij, che parla di come mantenere il potere sul popolo: "Sì, noi li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro daremo alla loro vita un assetto come di giuoco infantile, con canzoni da bambini, cori e danze innocenti".

mercoledì 22 febbraio 2012

il medico di base

Credo molto nell'utilità del medico di base (o di famiglia, o della mutua che dir si voglia).
Penso che ciascuno dovrebbe avere un medico di base che lo ascolti con attenzione e che non si concentri solo sulla parte del corpo malata. Anche perchè spesso quella parte del corpo è malata perchè c'è qualcosa che non va anche dal punto di vista psicologico.
Alcune statistiche dicono che almeno il 40-50% dei problemi fisici portati al medico di base hanno come concausa problemi psicologici: solitudine, ansia, depressione, ecc.

So che non è facile trovare medici di base che si interessino anche dello stato emotivo del paziente, ma credo che bisognerebbe cambiare medico fino a quando non si trovi un medico col quale sia possibile avere una relazione fatta anche di ascolto e di dialogo, che ci chieda e ricordi come, dove e con chi viviamo.

Purtroppo l'università non dà una formazione adeguata al medico riguardo alla relazione emotiva col paziente e quasi tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli.
E' vero che la professione del medico è sovraccarica di incombenze e problemi burocratici e non penso che il medico dovrebbe fare anche lo psicologo, però almeno un pochino sì.

Solo ultimamente, a causa dei tagli alla spesa pubblica nel settore della sanità, si sta cercando di offrire ai medici un po' di formazione sul rapporto psicologico col paziente, al fine di risparmiare sulle prescrizioni dei farmaci.
Speriamo che la crisi economica abbia almeno questo effetto collaterale positivo!

domenica 19 febbraio 2012

il nostro centro

Quando siamo a terra,
quando ci sentiamo estranei a noi stessi,
quando non sappiamo
in quale direzione andare,

ricordiamoci che
il bandolo della matassa
è dentro di noi,
esattamente al centro di noi.

Cerchiamo di entrare in contatto
con le poche o tante
cose sicure di noi
che conosciamo.

Il bandolo è lì vicino,
sta accanto a ciò che ci appartiene,
ai nostri pensieri più veri,
alle nostre emozioni sincere,

al nostro modo di essere
che sentiamo davvero nostro,
anche se pochi o nessuno
lo riconosce e lo apprezza.

Il bandolo può essere nascosto
sotto le paure e la disistima di sé
che qualcuno ci può avere
appiccicato addosso.
 
E spesso bisogna scegliere:

vivere nella verità
o nell'apparenza,

essere sé stessi
o piacere agli altri.

Una sola cosa è certa:
che il bandolo è sempre dentro di noi,
nel luogo più vero che abbiamo,
proprio lì,
dove incessantemente nasciamo.


giovedì 16 febbraio 2012

due film bellissimi

Due film bellissimi:
The Artist
e
Hugo Cabret.

Berenice Bejo in The Artist
The Artist è un film muto, girato in bianco e nero e racconta la decadenza di un grande attore del cinema muto, coincidente con l'avvento del sonoro. Una giovane attrice da lui aiutata ad entrare nel cinema lo aiuterà a sua volta a sopravvivere al declino professionale.
Una scena dal film Hugo Cabret

Hugo Cabret, invece, è un film di Martin Scorsese girato con atmosfere da favola ed è la storia di un ragazzino che vive  in una stazione ferroviaria all'inizio del secolo scorso,  con uno strepitoso Ben Kingsley che interpreta Georges Méliès, inventore del cinema insieme ai fratelli Lumière.

Due film molto poetici sul cinema visto come fabbrica di sogni, creatore di miti e nutrimento per l'immaginazione. Da non perdere. 

mercoledì 15 febbraio 2012

ogni giorno è il giorno degli innamorati

Ogni giorno è il giorno degli innamorati della vita, di quelli che, nonostante vedano quotidianamente il lato oscuro delle cose, continuano a lavorare, nel loro piccolo, per ciò che ritengono essere il bene di tutti.
Ogni giorno appartiene a coloro che non perdono l'entusiasmo di essere vivi, e a coloro che, se qualche volta lo perdono, poi cercano in ogni modo di recuperarlo.
Ogni giorno appartiene a coloro che mantengono nel cuore la voglia di giocare e non prendono le cose troppo sul serio.
Ogni giorno appartiene a coloro che non si lasciano ingannare dalle mode, ma, di fronte ad ogni scelta da fare, continuano sempre a chiedersi che cosa sentono davvero in fondo al loro cuore e quali sono i loro pensieri più veri.
Ogni giorno è di coloro che non giudicano, che sanno che nella vita a volte ci si può trovare in grandi difficoltà e cedere alla tentazione di fare qualcosa di non giusto.
Ogni giorno è nostro, se non ci dimentichiamo di noi stessi, se non permettiamo agli altri di calpestarci e se trattiamo sempre gli altri col rispetto che desideriamo che loro abbiano nei nostri confronti.



lunedì 13 febbraio 2012

mamma

Ho trovato questa simpatica definizione di cos'è una mamma.
Traduco per chi non sa l'inglese:
Mamma: una persona che fa il lavoro di venti persone. Gratis.
Vedi anche alla voce masochista o santa.

giovedì 9 febbraio 2012

luci e ombre


Foto di Roberto Carnevali
Immaginiamo di essere al buio in una stanza con gli occhi aperti: non vediamo niente.
Abbiamo a disposizione una lampada molto potente: se aumentiamo gradualmente l'intensità della luce, ci vedremo sempre meglio.
Se però continuiamo a far crescere la luminosità, arriveremo ad un punto in cui la luce sarà talmente potente che dovremo chiudere gli occhi e non vedremo più nulla. Quindi, per vederci, non è sufficiente la luce, è indispensabile anche una certa quantità di ombra.

La scienza ci insegna dunque che la crescita continua e illimitata è assurda e che le condizioni ottimali sono sempre un mix di opposti che convivono integrandosi a vicenda.
Ciascuno di noi ha nella propria personalità luci e ombre, ed è normale che sia così, anche se la nostra società oggi sembra non essere d'accordo, perché ci vuole sempre produttivi, efficienti e vincenti mentre irride chi non è perfetto nei risultati lavorativi, nella bellezza del corpo o nelle prestazioni sessuali.
Il risultato di questo modo di essere è una crescita verticale delle ansie da prestazione e delle patologie a sfondo depressivo, che spesso sono dovute al timore o alla convinzione di non essere capaci di corrispondere agli alti standard che ci imponiamo o che ci vengono richiesti.
Le ombre non integrate cacciate dalla porta, rientrano dalla finestra sotto forma di psicopatologie che ci costringono a fermarci e a riflettere. 
Forse per scoprire che il nostro equilibrio va cercato là dove le luci delle nostre capacità naturali coesistono armoniosamente con le ombre rappresentate dalle nostre caratteristiche che la maggioranza delle persone non apprezza e magari condanna.   

martedì 7 febbraio 2012

simboli: il ponte

Budapest:Ponte della Libertà (Szabadság Híd)

Il ponte permette il passaggio dal luogo in cui si è ad un altro, superando un ostacolo naturale. Che gioia quando si scopre che c'è un ponte che ci permetterà l'attraversamento dell'ostacolo!
Chi ama andare in montagna sa che nelle Dolomiti c'è una famosa via ferrata chiamata Tridentina che molto in alto, vicino alla vetta, prevede l'attraversamento di uno stretto ponticello sospeso su un baratro di cui quasi non si vede il fondo e quello è il momento magico di tutto il percorso!
Quando ci accingiamo ad attraversare un ponte per andare in un luogo sconosciuto, c'è un primo momento in cui siamo ancora nel luogo che ci è familiare, dove ci sentiamo al sicuro, ma sappiamo che dovremo attraversare il ponte per andare dall'altra parte; poi comincia l'attraversamento e spesso siamo un po' preoccupati (ce la faremo, non ce la faremo?); proseguendo, ci troviamo nella zona mediana del ponte e lì non siamo nè di qua nè di là, non appoggiamo su nulla di sicuro: siamo sospesi sul vuoto, sul baratro, ed è il momento di maggior timore; dopodichè, se vinciamo la paura e non torniamo indietro, ci avviamo verso l'altra sponda; quando arriviamo dall'altra parte, ci troviamo in un luogo sconosciuto, non sappiamo cosa incontreremo, ma l'attraversamento è compiuto.
S. Giovanni all'Orfento- santuario rupestre d'Abruzzo
La nostra vita si può immaginare come una serie di passaggi da un periodo ad un altro (nascita, infanzia, adolescenza, essere adulto, anzianità, vecchiaia e morte); è come se noi dovessimo attraversare una serie di ponti, che ci permettono di conoscere e dare un senso sempre nuovo alla nostra vita, andando a fare esperienze nuove in terre inesplorate.
Molti anni fa, mentre stavo visitando un grande mercato delle pulci a Vienna, mi cadde lo sguardo su una piccola ceramica colorata che rappresentava un ponticello, con qualche scalino da una parte e dall'altra, che ricordava un po' i ponticelli delle calli veneziane. Fui istintivamente attratto dall'oggetto e lo acquistai per pochi scellini: quel ponticello, così semplice e senza pretese, sarebbe stato per sempre con me, a ricordarmi la possibile connessione sia tra due luoghi diversi sia tra due persone o idee diverse, concreto simbolo della possibilità di passaggio nelle due direzioni contrarie, del superamento di ostacoli nella comunicazione e del venirsi incontro trovandosi insieme a metà strada.

sabato 4 febbraio 2012

simboli: la stanza da bagno

E' così ovvio che magari non viene da pensarci.
Cosa mai simboleggerà il bagno, inteso come stanza?
Intanto possiamo dire che è una stanza dedicata alla cura del corpo e allo svolgimento di funzioni fisiche personali, molto private. Quindi in bagno si va di solito da soli e lì ci si prende cura del proprio corpo, ci si dedica tutto il tempo che si può, quando si può.
E' una stanza dove si sta in intimità con sè stessi, col proprio corpo spesso nudo e con i nostri pensieri più liberi (quante volte vengono casualmente idee e illuminazioni mentre si è in bagno da soli?).
Quindi se si sogna, come a volte capita, che abbiamo bisogno di andare in bagno ma non lo troviamo o lo troviamo occupato, forse significa che non riusciamo a trovare dentro di noi uno spazio intimo e libero, tutto per noi dove stare in pace con noi stessi a fare le nostre cose naturali.
Non è un caso che spesso i figli stiano in bagno un sacco di tempo, forse hanno voglia di starsene un po' in pace al riparo dalle continue richieste dei genitori.
Il bagno fino ad alcuni decenni fa non era in casa: nelle case di campagna era in cortile e in città era nel pianerottolo, spesso in comune con altre famiglie. Adesso abbiamo spesso due o addirittura tre bagni in ciascun appartamento: oltre a significare che siamo più ricchi materialmente, può significare anche che il nostro desiderio di privacy e di cura del nostro corpo è più forte e più consapevole che in passato?

giovedì 2 febbraio 2012

c'è bisogno della neve

C'è bisogno della neve per interrompere la routine sempre uguale della nostra vita quotidiana.
C'è bisogno della neve per ritornare bambini e fermarci stupiti a contemplare uno spettacolo naturale antico e inusuale.
C'è bisogno della neve per rallentare tutti i nostri frenetici ritmi, per scendere dalla giostra che non si ferma mai.
C'è bisogno della neve per abbassare il livello dei rumori e farci godere un po' di più del silenzio.
C'è bisogno della neve per pensare che la nostra società non è perfetta, che qualcosa di più forte la può intralciare e perfino bloccare.
C'è bisogno della neve per ricordarci che ci sono cose che non cambiano col tempo, accadimenti naturali che sopravvivono sempre uguali al passare degli anni e al mutare degli stili di vita.
C'è bisogno della neve per ridimensionarci un po' e farci sentire meno onnipotenti.
C'è bisogno della neve per ricordarci che i disagi non si possono eliminare per sempre dalla vita.
Ma quando la neve si sarà sciolta, è certo che torneremo a correre come prima...

sabato 28 gennaio 2012

simboli: il giardino

Un detto orientale recita:

Se vuoi essere felice qualche ora, bevi vino;
se vuoi essere felice qualche anno, prendi moglie o marito;
se vuoi essere felice tutta la vita, coltiva un giardino.

Dunque, la cura del giardino come passaporto per la felicità, che sembrerebbe non essere conseguenza del piacere, ma del prendersi cura di un giardino con affetto, sentimento ed impegno.
Chi si prende cura si accolla anche preoccupazioni e affanni, accoglie e accetta anche quelli.
E allora perchè collegare la felicità alla cura di un giardino? Forse perchè il giardino è un simbolo della vita.
Un giardino è limitato, ha dei confini, come è giusto e naturale che li abbia anche la nostra vita; nel nostro giardino possiamo cercare di mettere le piante che ci piacciono di più, creando scenari, paesaggi e rapporti tra colori e forme, nello stesso modo in cui ogni giorno cerchiamo di modellare la nostra vita nel modo che sentiamo più autentico.
Il giardino va curato quotidianamente: bisogna innaffiare, concimare, pulire, potare, proteggere dal troppo sole e dal troppo freddo le parti più sensibili; non si può abbandonare la cura del giardino per troppi giorni, altrimenti le piante muoiono. Allo stesso modo ci dobbiamo prendere cura quotidianamente del nostro corpo e del nostro spirito, con affetto e benevolenza.
Nel giardino si cerca di curare le parti malate e si può anche modificarne qualche settore, proprio come a volte ci capita di fare nella nostra vita.
V.Van Gogh: Il giardino dell'ospedale di Arles (1889)

Osservando il nostro giardino, vedremo il susseguirsi delle stagioni e il ciclo vitale delle piante e degli animali; osservando noi stessi possiamo vedere giorno per giorno le naturali modificazioni del nostro ciclo vitale.
Come con il giardino dobbiamo fare anche con la nostra vita: vedere con chiarezza i nostri confini, seminare, zappare, vangare, piantare e strapiantare con cura; osservare la vitalità che a volte si mostra negli angoli più nascosti delle nostre giornate.
Inoltre bisogna fare attenzione ai parassiti, che rischiano di distruggere il nostro lavoro creativo, nel giardino come nella vita.
E, anche se abbiamo steso le reti protettive, dobbiamo sempre confidare che dal cielo non scenda una grandinata così forte da danneggiare irrimediabilmente le nostre piante.




martedì 24 gennaio 2012

il linguaggio dei sogni

J.W.Waterhouse: Psiche (1903)
La psiche si manifesta attraverso le immagini dei sogni, immagini che a volte sono precise perfino nei dettagli, altre volte sono confuse e poco chiare.
Al risveglio dopo un sogno, le domande da farsi sono: perchè proprio queste immagini? Perché questi dettagli? Perché questa particolare combinazione di elementi e non un'altra? Il dialogo con le immagini dei sogni parte necessariamente dal ricordo preciso delle immagini sognate per poi lasciarle risuonare emotivamente dentro di noi.
Mentre Freud tendeva ad interpretare l'inconscio quasi esclusivamente in chiave sessuale, Jung, introducendo il concetto di realtà dell'anima, ci ha insegnato ad ascoltare le immagini e a lasciare che esse agiscano su di noi emotivamente, facendoci venire in mente associazioni e collegamenti nuovi: chiamò questo metodo di lavoro amplificazione. Egli diede la massima importanza alla risonanza emotiva che le immagini hanno su di noi. Elaborò la teoria dei complessi (nome che divenne poi di moda), che egli definì complessi a tonalità affettiva, rimarcando l'importanza del sentire nell'accostarsi alla psiche.
Le immagini che lo colpivano di più erano quelle che mettevano insieme due o più elementi, che nella realtà diurna non stavano o non potevano stare insieme: pensò che se la psiche creava una immagine particolare, ci doveva essere senz'altro un motivo, una spiegazione speciale. Da qui nasce il valore poetico della psiche: dal suo linguaggio immaginale e simbolico.
Un simbolo è per Jung l'immagine più idonea che l'inconscio riesce a trovare per comunicarci qualcosa di importante.
Monika Bulaj: Ucraina
Faccio un esempio.
Tantissimi anni fa ricordai un sogno importante. Avevo allora una relazione che si protraeva un po' stancamente e non riuscivo a decidermi a dare una svolta al rapporto. Una notte sognai che a terra, sulla strada che conduceva alla casa dove abitavo insieme a quella donna, c'era un documento abbandonato. Mi chinai, lo raccolsi e vidi, con mio grande stupore, che era il mio libretto della pensione, con tanto di foto (allora avevo circa 25 anni). Quando mi svegliai associai quella relazione che procedeva stancamente all'immagine del libretto della pensione, come se il sogno mi avesse voluto dire che con quella donna, in quella casa, stavo facendo una vita da pensionato, nonostante avessi 25 anni. Un po' lo sapevo già che quella relazione era un po' spenta, ma il poter vedere concretamente in sogno il mio libretto della pensione fu decisivo: mi diede il coraggio per affrontare la situazione. Compresi che il libretto della pensione era il simbolo che alludeva al rapporto.
Per i greci sunbolon era il nome di una tavoletta che veniva spezzata in due parti quando una persona doveva intraprendere un lungo viaggio: una parte la teneva chi partiva e l'altra parte la conservava chi restava, così nel periodo di lontananza, ciascuno dei due, guardando la propria parte di tavoletta, pensava all'altro che aveva la parte mancante. Simbolo quindi è una immagine concreta che allude, rimanda, fa venire in mente qualcosa di importante e collegato.
Le immagini hanno una forza emotiva molto superiore a quella delle parole e bene lo sanno i pubblicitari e gli uomini pubblici, che di immagini vivono e che curano meticolosamente sia la propria immagine pubblica sia quella dei prodotti che desiderano vendere.
Le immagini sono potentissime perchè entrano dentro di noi e arrivano a toccare la sfera dei nostri sentimenti; non è un caso se ancora ci ricordiamo quella volta in cui Berlusconi, seduto davanti alla ormai famosa scrivania  di ciliegio,  firmò il patto con gli italiani nel 2001: una scena destinata a rimanere a lungo nella nostra memoria, sicuramente un escamotage pubblicitario e simbolico di fortissimo impatto.

sabato 21 gennaio 2012

da dove vengono i sogni?


Quasi tutti ci siamo chiesti, prima o poi, nella vita: da dove vengono i sogni?, chi li genera?, cosa rappresentano? che significato e che senso hanno?
Non vi è dubbio che il sogno appartenga ad un tipo di realtà diversa rispetto a quella che viviamo da svegli, non foss'altro perchè nel sogno accadono cose che nella realtà diurna sarebbero impossibili: morti che ritornano in vita, persone vive che muoiono, fatti accaduti nel passato che ritornano presenti, persone che hanno età diverse rispetto all' attuale, luoghi e personaggi immaginari mai visti prima, ecc.
Nei sogni spesso vengono meno tutte le regole che governano la nostra vita conscia: le normali nozioni di tempo e spazio sono annullate e accade di frequente di trovare  naturalmente insieme elementi che razionalmente non potrebbero coesistere.
Allora? Che tipo di mondo è quello rappresentato nei sogni? Da dove viene? Chi lo governa? Chi decide che quel mattino dovremo proprio ricordare quel preciso sogno?
C.G.Jung (1875-1961)
Tante persone hanno detto la propria opinione sull'origine dei sogni.
Per quanto riguarda la psicoterapia, i sogni sono stati oggetto particolare di studio più di un secolo fa, quando Freud e Jung iniziarono a fare dei collegamenti tra i contenuti dei sogni e i sintomi dei loro pazienti. Dopo di loro, molti altri studiosi utilizzarono i sogni come materiale utile a scopi terapeutici, nella convinzione che i sogni che una persona ricorda non provengono da qualche luogo  esterno al soggetto che sogna, bensì dalla sua stessa psiche.
Secondo le loro tesi, suffragate da un secolo di esperienze, mentre la nostra coscienza è assopita la psiche produce immagini, di cui spesso non riusciamo a capire il significato.  Alcune volte invece, al risveglio, abbiamo la sensazione che il sogno ci trasmetta un messaggio chiaro, uno stimolo su cui riflettere, che magari riguarda questioni sulle quali stiamo riflettendo proprio in quei giorni.

Un fatto importante è che si può arrivare a dialogare con la parte di noi che crea i sogni.
Mi è capitato diverse volte di chiedere nella prima seduta a un paziente se ricordasse abitualmente dei sogni, sentendomi rispondere un no deciso: qualcuno mi ha detto di non averne mai ricordati in tutta la propria vita. Poi, a volte, nella seduta successiva, con meraviglia di entrambi, è capitato che qualcuno mi abbia raccontato di avere ricordato qualche sogno proprio negli ultimi giorni.
Altre volte i pazienti ammettono di essere andati a dormire confidando di ricordare qualche sogno e di essersi svegliati il mattino dopo ricordando un sogno importante.  
Da tutto ciò si deduce che i nostri sogni sono davvero nostri,  perché i loro significati ci appartengono personalmente e perché noi abbiamo la capacità/possibilità di interagire con la parte della nostra psiche che crea i sogni.
Su questi assunti si fondano le possibilità riequilibratrici e psicoterapeutiche del lavoro psicologico coi sogni.

martedì 17 gennaio 2012

gli psicofarmaci

Edvard Munch: Melancholy
Col nome di psicofarmaci si intendono i farmaci creati per agire sulle psicopatologie.
Fondamentalmente sono di quattro tipi:
- ansiolitici: per sedare l'ansia e le crisi di panico;
- antidepressivi: per togliere i sintomi collegati agli stati depressivi;
- antipsicotici (o neurolettici): per attenuare o fare sparire sintomi deliranti nelle patologie psichiche più gravi:
- regolatori degli stati dell'umore: per alleviare gli sbalzi repentini ed eccessivi di umore (euforia-depressione).
Il Centro Studi Ricerche in Psichiatria di Torino ha calcolato che ogni anno circa 500.000 persone si rivolgono ai 707 Centri di Salute Mentale pubblici esistenti in Italia e di queste circa il 70% ha sintomi ansioso-depressivi; se a questa cifra aggiungiamo tutti quelli che si rivolgono semplicemente al proprio medico di base o a specialisti e strutture private, vediamo che il disagio psichico in Italia è notevole. D’altra parte, anche in questo campo, imitiamo gli Stati Uniti, dove già una decina di anni fa il medicinale più venduto era il Tavor, un ansiolitico, che superava nelle vendite anche l’Aspirina; più del 50% degli abitanti degli Stati Uniti assume abitualmente ansiolitici o antidepressivi.
L'atteggiamento verso gli psicofarmaci ha due poli opposti: chi non vuole assolutamente prenderli e chi li assume regolarmente da anni, trovando così il modo di tenere a bada i propri sintomi. Su questo argomento credo che non si debba né giudicare né, tanto meno, condannare nessuno, perché l'equilibrio psichico è materia troppo personale per poter essere correttamente valutata dall'esterno.
Ci sono persone che hanno energie per affrontare i propri problemi esistenziali, che sono capaci di cercarne le cause  e di accettare di modificare qualcosa della propria vita, mentre altri questa energia proprio non ce l'hanno, anche se non si deve certamente fargliene una colpa.
Ciascuno sa di sé, della propria storia, e molto spesso non immagina nemmeno lontanamente in quali condizioni si siano trovate a vivere certe persone che, nel momento in cui possono dire di aver raggiunto un equilibrio decente con l'aiuto degli psicofarmaci, possono definire il loro nuovo equilibrio come un grande successo esistenziale.
Ovviamente la cosa migliore sarebbe riuscire a non usare psicofarmaci, oppure assumerli se e fin quando sia realmente necessario, cercando contemporaneamente di migliorare la qualità della propria vita cambiando qualcosa nel rapporto con sé stessi e con gli altri.
Un discorso diverso riguarda gli antipsicotici, che sono stati veramente utili per aiutare i pazienti più gravi a sopravvivere e a rendersi indipendenti, attutendo l'impatto delle sintomatologie deliranti. Ricordiamo che fino agli anni '60 del secolo scorso i manicomi erano luoghi dove venivano rinchiuse e dimenticate persone che, molto spesso, erano semplicemente diverse dalla maggioranza; nessuno si curava di ascoltare le loro storie e le loro difficoltà nè di essere loro vicini umanamente e le terapie consistevano principalmente in elettroshock e tecniche affini.

In generale, comunque, credo che, soprattutto per gli psicofarmaci, così come per tutti gli altri farmaci, sia importante il contesto in cui vengono prescritti: intendo riferirmi al rapporto umano e all'attenzione del medico verso il paziente, al sentimento di complicità e di fiducia che si dovrebbe creare tra loro, senza demandare semplicemente ad un farmaco x la cura per il paziente y da parte del medico z, ricercando sempre quella necessaria personalizzazione della cura che  tenga conto dell'individualità e della storia di ciascun paziente.     

sabato 14 gennaio 2012

il valore dei sintomi


I sintomi che fanno capire che c'è qualcosa che non va a livello psicologico sono tanti: ansia, tristezza, insonnia, irrequietezza, disturbi alimentari o sessuali, attacchi di panico, ecc.
Il fatto che una persona abbia quel sintomo particolare e non un altro è sicuramente rilevante, ma ancora più importante è che abbia un sintomo, qualunque esso sia, perchè ciascun sintomo può portare a farsi delle domande e a cercare il modo migliore per farlo scomparire.
Comunemente si ritiene che un sintomo sia una iattura, qualcosa che sarebbe meglio se non esistesse e che si deve far sparire nel minor tempo possibile facendo la minor fatica possibile, magari sbattendogli la porta in faccia, come se fosse un malvivente, un ladro o un aggressore.
In realtà, molte volte dovremmo ringraziare i nostri sintomi, perchè ci permettono di darci da fare per cambiare in meglio la nostra vita, modificando alcuni nostri atteggiamenti o comportamenti disfunzionali.
Se compare un sintomo, ciò significa che la nostra vita non sta procedendo in modo del tutto naturale (e questa è la condizione in cui quasi tutti viviamo): la struttura della nostra società non ci permette, salvo rarissime eccezioni, di vivere in modo sufficientemente naturale, di sviluppare la nostra personalità in modo armonico.
Jack Vettriano: "the singing butler"

Fino ad un certo limite, i sintomi sono sopportabili: si presentano sporadicamente, non sono troppo forti e non ci impediscono di trascorrere la nostra vita in modo quasi normale. I problemi nascono quando questa soglia di sopportabilità viene superata: i sintomi diventano persistenti, forti, ci debilitano e non ci abbandonano quasi mai: questo significa che stiamo vivendo in un modo che si è allontanato troppo dalla nostra naturalezza.
A questo punto possiamo fare due cose: cercare di far cessare i sintomi con dei farmaci o cercare di diventare consapevoli delle cause che hanno portato alla comparsa dei sintomi e modificare il nostro modo di vivere per renderlo più consono alla nostra vera natura.
Ho visto molte persone ringraziare i propri sintomi, perchè senza il loro aiuto non sarebbero mai riuscite a conoscersi meglio, a superare paure o idee errate, a modificare alcuni propri comportamenti e il loro modo di rapportarsi con sè stessi e con la vita, anche se per ottenere questi risultati è stato necessario un minimo di impegno e di fatica.
E questo credo che sia uno dei problemi più attuali oggi: per che cosa siamo disposti ad impegnarci, a spendere le nostre energie?
Dalla risposta che diamo a questa domanda dipende quasi sempre la qualità della nostra vita futura.  

giovedì 12 gennaio 2012

Il processo di individuazione di C.G. Jung


Esistono tre punti di partenza diversi dai quali possiamo pensare all'evoluzione e allo sviluppo della nostra coscienza.
Il primo è l'uomo primitivo, che viveva immerso nella natura, era guidato dalla pura istintività e non aveva conoscenza delle cause oggettive che creavano gli effetti che  percepiva coi sensi, di fronte ai quali provava stupore o paura.
Il secondo è il neonato, che non distingue sè stesso dalla madre e dal mondo che lo circonda. Anch'egli, come il primitivo, vive di istinti e di percezioni sensoriali, ma non conosce nulla del mondo in cui vive.
Il terzo è la persona completamente folle, colui che vive in un mondo totalmente diverso da quello reale, un mondo tutto suo, dove immagini, fantasmi, allucinazioni, si mescolano, si sovrappongono e si frantumano senza logica.
In queste tre situazioni la vita è percepita come caos primordiale, puro inconscio totalmente indistinto, impossibilità di tracciare con certezza confini, di conoscere e delimitare le forme della realtà nelle loro reciproche diversità.

La nostra consapevolezza (di noi, degli altri, delle cose del mondo) la possiamo pensare come il frutto di un percorso che inizia dalla completa inconsceità e giunge fino alla piena coscienza attraverso acquisizioni graduali, e ciò vale sia per il genere umano nel suo complesso, sia per i singoli individui.
Il nostro grado di consapevolezza di noi e del mondo può essere diverso da persona a persona e normalmente cresce col passare degli anni.
La coscienza di sè è insieme una grazia e il risultato di una serie di fatiche; la si acquista a caro prezzo, perchè è necessario distinguersi dal caos primordiale, dall'identificazione con tutti gli altri esseri umani e ciò comporta un vissuto di separazione, di diversità a volte duro da accettare.
Occorre riconoscere i propri confini, le proprie potenzialità, i propri limiti, sapere cosa ci piace e cosa non ci piace, cosa desideriamo veramente e cosa detestiamo, cosa ci nutre e ci fa crescere e cosa ci danneggia o ci fa solamente perdere tempo.
D'altra parte, quanto più uno è consapevole della propria identità, tanto più facilmente può trovare il giusto posto nella collettività e riuscire a essere parte vitale e creativa di una comunità.

Questo percorso graduale dall'inconscietà alla consapevolezza di sè, che Carl Gustav Jung definì processo di individuazione, può avvenire in modo naturale se non sopravvengono esperienze di vita che lo contrastano e tendono ad impedirlo.
In alcuni di questi casi, il lavoro introspettivo su di sè e sui propri sogni può aiutare ad integrare nella propria coscienza parti autentiche di noi delle quali siamo inconsapevoli oltre a riconoscere e depotenziare quelle forze negative che abbiamo introiettato e che tendono a crearci delle difficoltà nel nostro rapporto con la vita. 

lunedì 9 gennaio 2012

egoismo e sensi di colpa


Mi è capitato spesso di conoscere persone che pensavano che la ricerca e la realizzazione della propria autenticità fossero comportamenti di tipo egoistico.
Ciò li portava ad avere sensi di colpa tremendi tutte le volte che avvertivano il desiderio di seguire le proprie inclinazioni naturali.
In realtà, cercare di rendersi conto di chi siamo veramente, non significa assolutamente peccare di individualismo o di egoismo.
Una cosa è individuarsi, cercare di conoscere come si è fatti, altra cosa è essere individualisti, cioè occuparsi solamente del proprio bene e trascurare quello degli altri.
Ci sono persone abilissime a farci sentire in colpa tutte le volte che esprimiamo desideri, opinioni, bisogni o progetti che riguardano la nostra vita e che non sono da loro condivisi o apprezzati.
Dobbiamo ricordare costantemente a noi stessi che non siamo venuti al mondo per vivere la vita degli altri e che la nostra vita appartiene solo a noi stessi e solo noi possiamo sapere cosa sentiamo autenticamente vero.

Mentre ascoltare ciò che gli altri hanno da dirci è quasi sempre utile e fonte di possibile arricchimento, prendere decisioni che riguardano la nostra vita spetta solamente a noi.
Non condivido la sfiducia di chi pensa che siamo fondamentalmente egoisti, credo che spesso l'egoismo sia una reazione a costrizioni e violenze subite, al mancato riconoscimento, accettazione e rispetto della nostra identità da parte degli altri.
Credo che una persona che fin da piccola sia stata abituata a vivere relazioni sane avrà un atteggiamento di base rispettoso degli altri.
D'altra parte esiste anche il diritto di sbagliare, ovviamente affrontandone le conseguenze, senza per questo dover essere considerati troppo negativamente. Anzi, normalmente, dai propri errori si imparano cose fondamentali per il nostro futuro che in nessun altro modo si sarebbero potute imparare.
Davvero fondamentale è il modo in cui ci si relaziona con l'altro, perchè normalmente la freddezza trasmette freddezza, mentre il calore fa nascere sentimenti caldi verso sè stessi e gli altri.

mercoledì 4 gennaio 2012

da non perdere


A Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino all'8 gennaio è aperta la mostra Gli anni folli, dedicata alla Parigi degli anni '20-'30. Quadri di Modigliani, Picasso, Dalì, Chagall, Renoir, De Pisis e tanti altri pittori dell'epoca, oltre a sculture, costumi e fotografie.


La mostra è bellissima, organizzata perfettamente, aperta tutti i giorni con orario continuato, nel weekend fino alle 23. L'orario con minore affluenza è dalle 13 alle 15, ma normalmente c'è poca fila e comunque si sta al coperto sotto il portico di un cortile interno. Il comodo parcheggio dei Diamanti è a 100 metri dalla mostra.

 

Molto bello è anche l'ultimo film di Woody Allen  Midnight in Paris, ambientato nella Parigi degli anni '20. Allen fa rivivere Modigliani, Picasso, Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrud Stein e altri artisti dell'epoca.
Si sente l'amore del regista per gli ambienti artistici e letterari parigini dei primi anni del '900. Atmosfere oniriche, fotografia, scenografie e costumi straordinari.
Da non perdere.