martedì 24 gennaio 2012

il linguaggio dei sogni

J.W.Waterhouse: Psiche (1903)
La psiche si manifesta attraverso le immagini dei sogni, immagini che a volte sono precise perfino nei dettagli, altre volte sono confuse e poco chiare.
Al risveglio dopo un sogno, le domande da farsi sono: perchè proprio queste immagini? Perché questi dettagli? Perché questa particolare combinazione di elementi e non un'altra? Il dialogo con le immagini dei sogni parte necessariamente dal ricordo preciso delle immagini sognate per poi lasciarle risuonare emotivamente dentro di noi.
Mentre Freud tendeva ad interpretare l'inconscio quasi esclusivamente in chiave sessuale, Jung, introducendo il concetto di realtà dell'anima, ci ha insegnato ad ascoltare le immagini e a lasciare che esse agiscano su di noi emotivamente, facendoci venire in mente associazioni e collegamenti nuovi: chiamò questo metodo di lavoro amplificazione. Egli diede la massima importanza alla risonanza emotiva che le immagini hanno su di noi. Elaborò la teoria dei complessi (nome che divenne poi di moda), che egli definì complessi a tonalità affettiva, rimarcando l'importanza del sentire nell'accostarsi alla psiche.
Le immagini che lo colpivano di più erano quelle che mettevano insieme due o più elementi, che nella realtà diurna non stavano o non potevano stare insieme: pensò che se la psiche creava una immagine particolare, ci doveva essere senz'altro un motivo, una spiegazione speciale. Da qui nasce il valore poetico della psiche: dal suo linguaggio immaginale e simbolico.
Un simbolo è per Jung l'immagine più idonea che l'inconscio riesce a trovare per comunicarci qualcosa di importante.
Monika Bulaj: Ucraina
Faccio un esempio.
Tantissimi anni fa ricordai un sogno importante. Avevo allora una relazione che si protraeva un po' stancamente e non riuscivo a decidermi a dare una svolta al rapporto. Una notte sognai che a terra, sulla strada che conduceva alla casa dove abitavo insieme a quella donna, c'era un documento abbandonato. Mi chinai, lo raccolsi e vidi, con mio grande stupore, che era il mio libretto della pensione, con tanto di foto (allora avevo circa 25 anni). Quando mi svegliai associai quella relazione che procedeva stancamente all'immagine del libretto della pensione, come se il sogno mi avesse voluto dire che con quella donna, in quella casa, stavo facendo una vita da pensionato, nonostante avessi 25 anni. Un po' lo sapevo già che quella relazione era un po' spenta, ma il poter vedere concretamente in sogno il mio libretto della pensione fu decisivo: mi diede il coraggio per affrontare la situazione. Compresi che il libretto della pensione era il simbolo che alludeva al rapporto.
Per i greci sunbolon era il nome di una tavoletta che veniva spezzata in due parti quando una persona doveva intraprendere un lungo viaggio: una parte la teneva chi partiva e l'altra parte la conservava chi restava, così nel periodo di lontananza, ciascuno dei due, guardando la propria parte di tavoletta, pensava all'altro che aveva la parte mancante. Simbolo quindi è una immagine concreta che allude, rimanda, fa venire in mente qualcosa di importante e collegato.
Le immagini hanno una forza emotiva molto superiore a quella delle parole e bene lo sanno i pubblicitari e gli uomini pubblici, che di immagini vivono e che curano meticolosamente sia la propria immagine pubblica sia quella dei prodotti che desiderano vendere.
Le immagini sono potentissime perchè entrano dentro di noi e arrivano a toccare la sfera dei nostri sentimenti; non è un caso se ancora ci ricordiamo quella volta in cui Berlusconi, seduto davanti alla ormai famosa scrivania  di ciliegio,  firmò il patto con gli italiani nel 2001: una scena destinata a rimanere a lungo nella nostra memoria, sicuramente un escamotage pubblicitario e simbolico di fortissimo impatto.

sabato 21 gennaio 2012

da dove vengono i sogni?


Quasi tutti ci siamo chiesti, prima o poi, nella vita: da dove vengono i sogni?, chi li genera?, cosa rappresentano? che significato e che senso hanno?
Non vi è dubbio che il sogno appartenga ad un tipo di realtà diversa rispetto a quella che viviamo da svegli, non foss'altro perchè nel sogno accadono cose che nella realtà diurna sarebbero impossibili: morti che ritornano in vita, persone vive che muoiono, fatti accaduti nel passato che ritornano presenti, persone che hanno età diverse rispetto all' attuale, luoghi e personaggi immaginari mai visti prima, ecc.
Nei sogni spesso vengono meno tutte le regole che governano la nostra vita conscia: le normali nozioni di tempo e spazio sono annullate e accade di frequente di trovare  naturalmente insieme elementi che razionalmente non potrebbero coesistere.
Allora? Che tipo di mondo è quello rappresentato nei sogni? Da dove viene? Chi lo governa? Chi decide che quel mattino dovremo proprio ricordare quel preciso sogno?
C.G.Jung (1875-1961)
Tante persone hanno detto la propria opinione sull'origine dei sogni.
Per quanto riguarda la psicoterapia, i sogni sono stati oggetto particolare di studio più di un secolo fa, quando Freud e Jung iniziarono a fare dei collegamenti tra i contenuti dei sogni e i sintomi dei loro pazienti. Dopo di loro, molti altri studiosi utilizzarono i sogni come materiale utile a scopi terapeutici, nella convinzione che i sogni che una persona ricorda non provengono da qualche luogo  esterno al soggetto che sogna, bensì dalla sua stessa psiche.
Secondo le loro tesi, suffragate da un secolo di esperienze, mentre la nostra coscienza è assopita la psiche produce immagini, di cui spesso non riusciamo a capire il significato.  Alcune volte invece, al risveglio, abbiamo la sensazione che il sogno ci trasmetta un messaggio chiaro, uno stimolo su cui riflettere, che magari riguarda questioni sulle quali stiamo riflettendo proprio in quei giorni.

Un fatto importante è che si può arrivare a dialogare con la parte di noi che crea i sogni.
Mi è capitato diverse volte di chiedere nella prima seduta a un paziente se ricordasse abitualmente dei sogni, sentendomi rispondere un no deciso: qualcuno mi ha detto di non averne mai ricordati in tutta la propria vita. Poi, a volte, nella seduta successiva, con meraviglia di entrambi, è capitato che qualcuno mi abbia raccontato di avere ricordato qualche sogno proprio negli ultimi giorni.
Altre volte i pazienti ammettono di essere andati a dormire confidando di ricordare qualche sogno e di essersi svegliati il mattino dopo ricordando un sogno importante.  
Da tutto ciò si deduce che i nostri sogni sono davvero nostri,  perché i loro significati ci appartengono personalmente e perché noi abbiamo la capacità/possibilità di interagire con la parte della nostra psiche che crea i sogni.
Su questi assunti si fondano le possibilità riequilibratrici e psicoterapeutiche del lavoro psicologico coi sogni.

martedì 17 gennaio 2012

gli psicofarmaci

Edvard Munch: Melancholy
Col nome di psicofarmaci si intendono i farmaci creati per agire sulle psicopatologie.
Fondamentalmente sono di quattro tipi:
- ansiolitici: per sedare l'ansia e le crisi di panico;
- antidepressivi: per togliere i sintomi collegati agli stati depressivi;
- antipsicotici (o neurolettici): per attenuare o fare sparire sintomi deliranti nelle patologie psichiche più gravi:
- regolatori degli stati dell'umore: per alleviare gli sbalzi repentini ed eccessivi di umore (euforia-depressione).
Il Centro Studi Ricerche in Psichiatria di Torino ha calcolato che ogni anno circa 500.000 persone si rivolgono ai 707 Centri di Salute Mentale pubblici esistenti in Italia e di queste circa il 70% ha sintomi ansioso-depressivi; se a questa cifra aggiungiamo tutti quelli che si rivolgono semplicemente al proprio medico di base o a specialisti e strutture private, vediamo che il disagio psichico in Italia è notevole. D’altra parte, anche in questo campo, imitiamo gli Stati Uniti, dove già una decina di anni fa il medicinale più venduto era il Tavor, un ansiolitico, che superava nelle vendite anche l’Aspirina; più del 50% degli abitanti degli Stati Uniti assume abitualmente ansiolitici o antidepressivi.
L'atteggiamento verso gli psicofarmaci ha due poli opposti: chi non vuole assolutamente prenderli e chi li assume regolarmente da anni, trovando così il modo di tenere a bada i propri sintomi. Su questo argomento credo che non si debba né giudicare né, tanto meno, condannare nessuno, perché l'equilibrio psichico è materia troppo personale per poter essere correttamente valutata dall'esterno.
Ci sono persone che hanno energie per affrontare i propri problemi esistenziali, che sono capaci di cercarne le cause  e di accettare di modificare qualcosa della propria vita, mentre altri questa energia proprio non ce l'hanno, anche se non si deve certamente fargliene una colpa.
Ciascuno sa di sé, della propria storia, e molto spesso non immagina nemmeno lontanamente in quali condizioni si siano trovate a vivere certe persone che, nel momento in cui possono dire di aver raggiunto un equilibrio decente con l'aiuto degli psicofarmaci, possono definire il loro nuovo equilibrio come un grande successo esistenziale.
Ovviamente la cosa migliore sarebbe riuscire a non usare psicofarmaci, oppure assumerli se e fin quando sia realmente necessario, cercando contemporaneamente di migliorare la qualità della propria vita cambiando qualcosa nel rapporto con sé stessi e con gli altri.
Un discorso diverso riguarda gli antipsicotici, che sono stati veramente utili per aiutare i pazienti più gravi a sopravvivere e a rendersi indipendenti, attutendo l'impatto delle sintomatologie deliranti. Ricordiamo che fino agli anni '60 del secolo scorso i manicomi erano luoghi dove venivano rinchiuse e dimenticate persone che, molto spesso, erano semplicemente diverse dalla maggioranza; nessuno si curava di ascoltare le loro storie e le loro difficoltà nè di essere loro vicini umanamente e le terapie consistevano principalmente in elettroshock e tecniche affini.

In generale, comunque, credo che, soprattutto per gli psicofarmaci, così come per tutti gli altri farmaci, sia importante il contesto in cui vengono prescritti: intendo riferirmi al rapporto umano e all'attenzione del medico verso il paziente, al sentimento di complicità e di fiducia che si dovrebbe creare tra loro, senza demandare semplicemente ad un farmaco x la cura per il paziente y da parte del medico z, ricercando sempre quella necessaria personalizzazione della cura che  tenga conto dell'individualità e della storia di ciascun paziente.     

sabato 14 gennaio 2012

il valore dei sintomi


I sintomi che fanno capire che c'è qualcosa che non va a livello psicologico sono tanti: ansia, tristezza, insonnia, irrequietezza, disturbi alimentari o sessuali, attacchi di panico, ecc.
Il fatto che una persona abbia quel sintomo particolare e non un altro è sicuramente rilevante, ma ancora più importante è che abbia un sintomo, qualunque esso sia, perchè ciascun sintomo può portare a farsi delle domande e a cercare il modo migliore per farlo scomparire.
Comunemente si ritiene che un sintomo sia una iattura, qualcosa che sarebbe meglio se non esistesse e che si deve far sparire nel minor tempo possibile facendo la minor fatica possibile, magari sbattendogli la porta in faccia, come se fosse un malvivente, un ladro o un aggressore.
In realtà, molte volte dovremmo ringraziare i nostri sintomi, perchè ci permettono di darci da fare per cambiare in meglio la nostra vita, modificando alcuni nostri atteggiamenti o comportamenti disfunzionali.
Se compare un sintomo, ciò significa che la nostra vita non sta procedendo in modo del tutto naturale (e questa è la condizione in cui quasi tutti viviamo): la struttura della nostra società non ci permette, salvo rarissime eccezioni, di vivere in modo sufficientemente naturale, di sviluppare la nostra personalità in modo armonico.
Jack Vettriano: "the singing butler"

Fino ad un certo limite, i sintomi sono sopportabili: si presentano sporadicamente, non sono troppo forti e non ci impediscono di trascorrere la nostra vita in modo quasi normale. I problemi nascono quando questa soglia di sopportabilità viene superata: i sintomi diventano persistenti, forti, ci debilitano e non ci abbandonano quasi mai: questo significa che stiamo vivendo in un modo che si è allontanato troppo dalla nostra naturalezza.
A questo punto possiamo fare due cose: cercare di far cessare i sintomi con dei farmaci o cercare di diventare consapevoli delle cause che hanno portato alla comparsa dei sintomi e modificare il nostro modo di vivere per renderlo più consono alla nostra vera natura.
Ho visto molte persone ringraziare i propri sintomi, perchè senza il loro aiuto non sarebbero mai riuscite a conoscersi meglio, a superare paure o idee errate, a modificare alcuni propri comportamenti e il loro modo di rapportarsi con sè stessi e con la vita, anche se per ottenere questi risultati è stato necessario un minimo di impegno e di fatica.
E questo credo che sia uno dei problemi più attuali oggi: per che cosa siamo disposti ad impegnarci, a spendere le nostre energie?
Dalla risposta che diamo a questa domanda dipende quasi sempre la qualità della nostra vita futura.  

giovedì 12 gennaio 2012

Il processo di individuazione di C.G. Jung


Esistono tre punti di partenza diversi dai quali possiamo pensare all'evoluzione e allo sviluppo della nostra coscienza.
Il primo è l'uomo primitivo, che viveva immerso nella natura, era guidato dalla pura istintività e non aveva conoscenza delle cause oggettive che creavano gli effetti che  percepiva coi sensi, di fronte ai quali provava stupore o paura.
Il secondo è il neonato, che non distingue sè stesso dalla madre e dal mondo che lo circonda. Anch'egli, come il primitivo, vive di istinti e di percezioni sensoriali, ma non conosce nulla del mondo in cui vive.
Il terzo è la persona completamente folle, colui che vive in un mondo totalmente diverso da quello reale, un mondo tutto suo, dove immagini, fantasmi, allucinazioni, si mescolano, si sovrappongono e si frantumano senza logica.
In queste tre situazioni la vita è percepita come caos primordiale, puro inconscio totalmente indistinto, impossibilità di tracciare con certezza confini, di conoscere e delimitare le forme della realtà nelle loro reciproche diversità.

La nostra consapevolezza (di noi, degli altri, delle cose del mondo) la possiamo pensare come il frutto di un percorso che inizia dalla completa inconsceità e giunge fino alla piena coscienza attraverso acquisizioni graduali, e ciò vale sia per il genere umano nel suo complesso, sia per i singoli individui.
Il nostro grado di consapevolezza di noi e del mondo può essere diverso da persona a persona e normalmente cresce col passare degli anni.
La coscienza di sè è insieme una grazia e il risultato di una serie di fatiche; la si acquista a caro prezzo, perchè è necessario distinguersi dal caos primordiale, dall'identificazione con tutti gli altri esseri umani e ciò comporta un vissuto di separazione, di diversità a volte duro da accettare.
Occorre riconoscere i propri confini, le proprie potenzialità, i propri limiti, sapere cosa ci piace e cosa non ci piace, cosa desideriamo veramente e cosa detestiamo, cosa ci nutre e ci fa crescere e cosa ci danneggia o ci fa solamente perdere tempo.
D'altra parte, quanto più uno è consapevole della propria identità, tanto più facilmente può trovare il giusto posto nella collettività e riuscire a essere parte vitale e creativa di una comunità.

Questo percorso graduale dall'inconscietà alla consapevolezza di sè, che Carl Gustav Jung definì processo di individuazione, può avvenire in modo naturale se non sopravvengono esperienze di vita che lo contrastano e tendono ad impedirlo.
In alcuni di questi casi, il lavoro introspettivo su di sè e sui propri sogni può aiutare ad integrare nella propria coscienza parti autentiche di noi delle quali siamo inconsapevoli oltre a riconoscere e depotenziare quelle forze negative che abbiamo introiettato e che tendono a crearci delle difficoltà nel nostro rapporto con la vita. 

lunedì 9 gennaio 2012

egoismo e sensi di colpa


Mi è capitato spesso di conoscere persone che pensavano che la ricerca e la realizzazione della propria autenticità fossero comportamenti di tipo egoistico.
Ciò li portava ad avere sensi di colpa tremendi tutte le volte che avvertivano il desiderio di seguire le proprie inclinazioni naturali.
In realtà, cercare di rendersi conto di chi siamo veramente, non significa assolutamente peccare di individualismo o di egoismo.
Una cosa è individuarsi, cercare di conoscere come si è fatti, altra cosa è essere individualisti, cioè occuparsi solamente del proprio bene e trascurare quello degli altri.
Ci sono persone abilissime a farci sentire in colpa tutte le volte che esprimiamo desideri, opinioni, bisogni o progetti che riguardano la nostra vita e che non sono da loro condivisi o apprezzati.
Dobbiamo ricordare costantemente a noi stessi che non siamo venuti al mondo per vivere la vita degli altri e che la nostra vita appartiene solo a noi stessi e solo noi possiamo sapere cosa sentiamo autenticamente vero.

Mentre ascoltare ciò che gli altri hanno da dirci è quasi sempre utile e fonte di possibile arricchimento, prendere decisioni che riguardano la nostra vita spetta solamente a noi.
Non condivido la sfiducia di chi pensa che siamo fondamentalmente egoisti, credo che spesso l'egoismo sia una reazione a costrizioni e violenze subite, al mancato riconoscimento, accettazione e rispetto della nostra identità da parte degli altri.
Credo che una persona che fin da piccola sia stata abituata a vivere relazioni sane avrà un atteggiamento di base rispettoso degli altri.
D'altra parte esiste anche il diritto di sbagliare, ovviamente affrontandone le conseguenze, senza per questo dover essere considerati troppo negativamente. Anzi, normalmente, dai propri errori si imparano cose fondamentali per il nostro futuro che in nessun altro modo si sarebbero potute imparare.
Davvero fondamentale è il modo in cui ci si relaziona con l'altro, perchè normalmente la freddezza trasmette freddezza, mentre il calore fa nascere sentimenti caldi verso sè stessi e gli altri.

mercoledì 4 gennaio 2012

da non perdere


A Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino all'8 gennaio è aperta la mostra Gli anni folli, dedicata alla Parigi degli anni '20-'30. Quadri di Modigliani, Picasso, Dalì, Chagall, Renoir, De Pisis e tanti altri pittori dell'epoca, oltre a sculture, costumi e fotografie.


La mostra è bellissima, organizzata perfettamente, aperta tutti i giorni con orario continuato, nel weekend fino alle 23. L'orario con minore affluenza è dalle 13 alle 15, ma normalmente c'è poca fila e comunque si sta al coperto sotto il portico di un cortile interno. Il comodo parcheggio dei Diamanti è a 100 metri dalla mostra.

 

Molto bello è anche l'ultimo film di Woody Allen  Midnight in Paris, ambientato nella Parigi degli anni '20. Allen fa rivivere Modigliani, Picasso, Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrud Stein e altri artisti dell'epoca.
Si sente l'amore del regista per gli ambienti artistici e letterari parigini dei primi anni del '900. Atmosfere oniriche, fotografia, scenografie e costumi straordinari.
Da non perdere.

domenica 1 gennaio 2012

Un 2012 pieno di amore e conoscenza


Esiste un luogo dell'anima dove laicità e religiosità possono convivere armoniosamente al punto di identificarsi quasi l'una con l'altra?
Fino a ieri avrei risposto di no, condizionato come tanti, credo, dall'abitudine a considerare queste due categorie dello spirito in modo oppositivo, quasi inconciliabile.
Oggi invece mi sento di rispondere che quel luogo esiste, che è possibile questa specie di assurdità logica.
Questo cambiamento è avvenuto in me grazie alla lettura di un libro per me bellissimo che consiglio caldamente a tutti, sia alle persone che si professano atee, sia a quelle che ritengono di avere una qualche forma di religiosità: il libro si intitola Io e Dio ed è stato scritto da Vito Mancuso, un teologo cattolico molto particolare.
A pagina 182, Mancuso cita tre scrittori.
Il primo è Bertrand Russell, ateo:
"La vita retta è quella ispirata dall'amore e guidata dalla conoscenza. Conoscenza e amore non hanno confini, cosicchè una vita, per quanto retta, è sempre suscettibile di miglioramento. L'amore senza la conoscenza o la conoscenza senza l'amore non possono maturare una vita retta... Benchè amore e conoscenza siano necessari, l'amore è in un certo senso, più fondamentale, perché spinge l'intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili".
Il secondo è Norberto Bobbio:
"Non ho tratto le soddisfazioni più durature della vita dai frutti del mio lavoro... Le ho tratte dalla mia vita di relazione, dai maestri che mi hanno educato, dalle persone che ho amato e che mi hanno amato".
Il terzo è Eugenio Scalfari:
"Ho ancora cose da fare, sentimenti e affetti da esprimere nel presente, conoscenza di me e del mondo da arricchire. Insomma condurre una buona vita finchè durerà. Sono circondato da molto amore e lo ricambio con pari intensità, ricambiare l'amore non costa fatica, anzi l'amore vero dà riposo e beatitudine".


E aggiunge Mancuso:
"Io voglio, desidero, ordino a me stesso, di andare in una direzione precisa, quella del bene e della giustizia, quella dell'amore, quella di una vita all'insegna della veridicità e della lealtà. Io desidero salire sul treno che conduce verso il bene e la giustizia, per me e il maggior numero di persone possibile... Per questo faccio attenzione alle mie idee, le indago, le soppeso, le confronto con le loro antitesi... Desidero tuttavia giungere a una visione del mondo che mi consenta di non sentirmi un illuso nel coltivare l'idea del primato dell'amore e del bene, ma che anzi mi dia più energie per lavorare...
Io non vorrei neppure essere cristiano, se essere cristiano significasse essere qualcosa in più e di diverso dal mio essere naturale, una sorta di vestito soprannaturale che si aggiunge e che copre il mio essere naturale. Non voglio appartenere a nulla e a nessuno che non sia questa vita, da servire in perfetta libertà, per quanto a un essere umano possa essere dato di vivere in perfetta libertà. Voglio essere semplicemente un uomo, un uomo accanto ad altri uomini che crede nel bene e nella giustizia, che crede nell'amore [...] elevando la mia mente a comprendere e a sentire con viva emozione la realtà che più di ogni altra merita il nome di mistero, e che qui nomino con le parole di Lucio Dalla:
"Ecco il mistero,
sotto un cielo di ferro e di gesso
l'uomo riesce ad amare lo stesso,
e ama davvero,
senza nessuna certezza,
che commozione, che tenerezza".


Perchè, per essere uomini naturalmente buoni, in fondo in fondo, non serve che questo: amarsi, amare gli altri, conoscersi e conoscere gli altri, sempre di più e sempre meglio, in un percorso di crescita personale che può durare per tutta la vita.
Perchè amare senza conoscere sé stessi e gli altri può essere un'assurdità, un esercizio sterile di buone intenzioni che può portare ad agire inutilmente e a volte in modo dannoso: è solo la conoscenza vera di sé e degli altri che può portare ad amare realmente, con risultati positivi concreti, e il fatto che una persona sia atea o religiosa, da questo punto di vista, non fa alcuna differenza. Ecco, proprio questo, dove amore e conoscenza sono ambedue amati e incoraggiati, credo sia il luogo dove laicità e religiosità possono convivere insieme in pace e armonia.

giovedì 29 dicembre 2011

come viandanti nel tempo

Klimt: L'albero della vita

Il tempo che viviamo è importante perchè è limitato: è proprio il limite a dargli senso. Se vivessimo un tempo infinito, esso avrebbe poco significato.

Lo dice anche la nostra esperienza: quando eravamo giovani sapevamo di avere ancora tanti anni davanti a noi e non avvertivamo troppo lo scorrere del tempo, mentre a una certa età ci si rende conto che non sono più tantissimi gli anni che si hanno ancora a disposizione e questa consapevolezza conferisce al tempo un valore maggiore.

Ricordare la finitezza della vita può essere il migliore stimolo a darsi da fare, a non sciupare le giornate nell'indifferenza o nella semplice speranza in un domani migliore.
D'altra parte, non bisogna nemmeno essere troppo ansiosi, non bisogna volere a tutti i costi trovare scorciatoie che ci permettano di realizzare troppo in fretta ciò che desideriamo.

Non è un caso che le più diffuse psicopatologie, l'ansia e la depressione, ruotino intorno al tempo, ma con segno opposto: da una parte il volere le cose in fretta e certe (ansia), e dall'altra il temere di non realizzare mai nulla (depressione).
Dobbiamo trovare un accordo con il Tempo, sincronizzare i nostri orologi interiori sulle diverse età della vita, a dispetto di chirurgie estetiche e pretese di eterna giovinezza, sforzandoci di percorrere il nostro cammino seguendo ritmi naturali.


Allora forse bisogna pensare al 2012 come a un anno in cui cercare di realizzare i progetti che ci stanno a cuore, quelli che coltiviamo con più sentimento dentro di noi. Con la consapevolezza dei nostri limiti ma anche con la forza della nostra determinazione, della volontà, chiamando a raccolta tutte le nostre capacità per fare del nostro meglio, che è il massimo che possiamo fare.

Ricordandoci che ci sentiamo vivi quando ce la stiamo mettendo tutta, quando non abbiamo rinunciato a cercare, quando siamo come i viandanti che semplicemente amano camminare, quando non abbiamo troppa paura di quella parte di noi che è aperta al nuovo e al futuro, quando lottiamo per qualcosa in cui crediamo senza lasciarci distrarre troppo dai risultati.
Rammentandoci anche che, qualche volta, sanamente, dobbiamo concederci di fermarci da qualche parte e riposare per tutto il tempo che ci serve per riprenderci e fare il pieno di nuove energie.

lunedì 26 dicembre 2011

sull'amicizia

Foto di Elisabetta Buonanno 
Nell'introduzione del libro La filosofia come stile di vita Romano Madera, parlando della intensità della sua amicizia con il coautore Luigi Vero Tarca, ci dice che la specificità del loro rapporto consiste nel fatto che il loro legame è tanto più forte quanto meno è esclusivo. Quanto più ciascuno dei due avverte l'altro capace di rivolgere la stessa offerta di condivisione e quindi lo stesso profondo affetto a ogni altro essere vivente, tanto più la loro amicizia diventa significativa.
Il loro rapporto di amicizia, quindi, è importante nella misura in cui infonde nell'amico un'energia vitale che gli permetterà di condividere più facilmente sentimenti amicali con altre persone.

L'amico diventa quindi un tramite, un ponte, per trasmettere energia ad altre persone senza che il rapporto amicale ne soffra. L'esatto opposto di ciò che accade quando si pretende che un'amicizia sia esclusiva.
A volte un'amicizia si consolida perchè è contro qualcun'altro, contro un comune nemico. Credo invece che abbiamo bisogno di amicizie e di rapporti umani che non nascano dalla necessità di difenderci dai nemici, ma che abbiano la loro origine nelle affinità personali.
Per conoscere potenziali amici è necessario che ci facciamo vedere per quello che siamo veramente, cosicchè la persona che ci è affine ci riconosca con facilità e venga verso di noi spontaneamente.
Foto di Pasqual Morello
Al giorno d'oggi sembra che sia difficile trovare amici e molte persone si preoccupano di trovare i modi giusti per cercare nuove amicizie. In realtà il modo giusto è uno solo: c'è una legge di natura che stabilisce che gli affini si attraggono, però bisogna farsi riconoscere, andando in giro senza  maschere troppo coprenti.
Basta sapere, più o meno, chi si è e cosa si cerca e non scoraggiarsi se occorre un po' di tempo per incontrare le persone giuste: se ne perde molto di più a correre dietro a persone che appaiono troppo lontane da ciò che desideriamo.
E' molto difficile, spesso impossibile, cambiare una persona. L'amicizia esiste di per sè, a motivo del fatto che due persone sono sulla stessa lunghezza d'onda: noi dobbiamo solo sentirla e riconoscerla. 

venerdì 23 dicembre 2011

Un Natale speciale

Dedicato a tutti coloro che a Natale sono soli
e temono la solitudine:


Quest'anno a Natale voglio farmi un regalo speciale:
mi regalo il Natale.
Voglio che questo Natale sia un giorno tutto mio,
dedicato solo a me.
Lo passerò facendo solo cose che mi fanno felice:
dormire fino a tardi, poltrire nel letto,
farmi un bel bagno caldo,
curare il mio corpo,
leggere, scrivere, ascoltare i miei sogni.
Coccolarmi nel mio mondo interiore,
suonare, disegnare, accarezzare i gatti.
Prepararmi qualcosa da mangiare
ma senza esagerare.
Godere del fatto che
non dipendo da nessuno,
che sono libero di fare
ciò che più mi pare.

Fa presto ad arrivare il primo pomeriggio
e se mi va posso anche fare un po' di ordine
in mezzo alle cose che nel tempo
si sono ammucchiate:
posso aprire e riordinare
vecchie carte, cassetti, bauli ed armadi.
Sono io il festeggiato oggi,
e ho diritto di fare quello che mi va.

Ecco, a questo punto sono pari agli altri,
a quelli che si alzano ora dalle tavole imbandite,
e lamentandosi perchè hanno mangiato troppo,
salutano e ritornano a casa.
Se ho voglia di uscire posso trovare
un film che mi piace davvero
o magari uno che ho in casa
e che da tanto tempo volevo vedere.

Arriva la sera:
è ora di mangiare qualcosa, anche
quel dolce speciale
che mi sono comperato
perchè non ho resistito
alla tentazione di farmi un regalo.

Che bello!
Oggi non ho dovuto correre,
non avevo impegni da onorare
nè orari da rispettare.
Oggi mi sono voluto bene,
mi sono preso cura di me,
mi sono dedicato tempo e attenzioni
e mi propongo di farlo
anche in futuro,
tutte le volte che potrò.

E' bello stare in compagnia,
ma non è poi così male
nemmeno stare soli
se ci si vuole davvero bene,
tutti i giorni dell'anno,
compreso il Natale.

domenica 18 dicembre 2011

l'importanza del nonno

Incontro mensile di lavoro tra amici-colleghi psicoterapeuti: senza un motivo particolare si arriva a parlare della insicurezza dei giovani.


Parliamo insieme a ruota libera per circa un'ora su questo argomento, poi a un certo punto il discorso arriva, casualmente, ad avere come tema i nonni, in particolare il nonno.
Si parla di come i bambini di oggi abbiano dei nonni diversi da quelli di quarant'anni fa: nonni mediamente più vecchi, ma con maggiori desideri di autonomia e libertà, che abitano più lontano, meno presenti nella quotidianità. 
Emerge il ricordo di una di noi, siciliana d'origine, che non vide mai il nonno perché venne ucciso dalla mafia per non essersi piegato. La figura eroica di questo nonno, assente fisicamente ma sempre presente col sacrificio della propria vita, ha indirizzato i comportamenti di tutta la famiglia verso la serietà, l'impegno, la determinazione morale, la salvaguardia della dignità: di fatto si è trasformato in un esempio da seguire.
Qualcuno afferma: ma non sarà che a mancare maggiormente ai giovani di oggi sia proprio   la determinazione e i racconti dei nonni, carichi di forza e di senso?
E ci si chiede: come mai il discorso è partito dall'insicurezza dei giovani ed è arrivato ai nonni? Non ci sarà una relazione  tra le due cose?

Poi arriva il ricordo di uno di noi, dell'importante ruolo che ha avuto la figura di suo nonno quando  lui era piccolo, della gioia provata nell'ascoltare i racconti del nonno; un altro di noi, riferendosi alla sua esperienza di nonno oggi, racconta del nipote che lo cerca sempre, di quanto egli sia felice di stare con lui e sentirlo raccontare le proprie esperienze di vita.
Allora ci chiediamo: cosa rappresenta la figura del nonno per il cucciolo d'uomo?
Forse rappresenta l'opportunità di  avere davanti a sè l'esempio di una vita vissuta tutta e interamente, la possibilità di immaginare che anche a lui capiterà di vivere tanto a lungo e fare tante esperienze: il nonno come un capotribù, con un suo carisma, con la sua saggezza che gli deriva dalla forza dell'esperienza.
Ma ce ne sono ai nostri tempi dei nonni così, che raccontano con partecipazione ma anche con un po' di distacco le vicende di un'intera vita? Non sarà che i cuccioli d'uomo crescono più insicuri perchè un po' abbandonati a sé stessi o perchè troppo contagiati dalle ansie continue e a volte eccessive di madri e padri preoccupati per mille cose diverse?
Insomma: chi non vorrebbe aver avuto un bel nonno semplice e forte, ma anche generoso e affettuoso?
Non darebbe un po' di  sicurezza aver avuto un nonno così?

giovedì 15 dicembre 2011

Se questa è una schizofrenica


E se una signora di 70 anni con diagnosi di schizofrenia vi raccontasse che da ragazzina, mentre le altre bimbe giocavano con le bambole, si incantava a guardare "Amore e Psiche", il capolavoro del Canova?
Se poi la stessa signora aggiungesse al racconto che lei percepiva in quella statua qualcosa di elevato, che non  aveva a che fare solo e semplicemente con la sessualità?
E se, ancora lei, la signora di prima, vi mostrasse una tavoletta in ceramica, appesa al muro di casa sua, con su scritto "La misura giusta dell'amore è amare senza misura", confidandovi che per lei è importantissima, anche se magari nessuno le ha mai detto che si tratta di una frase di Sant'Agostino, voi che idea vi fareste di lei?
Che è schizofrenica?

martedì 13 dicembre 2011

lo stalking: l'altro è mio per sempre

Per stalking si intende normalmente il comportamento di chi è stato lasciato dal partner e lo perseguita in continuazione con telefonate, sms, appostamenti sotto casa, inseguimenti in auto, ecc.
La motivazione di questi comportamenti è quasi sempre il fatto che chi è stato lasciato non riesce a staccarsi affettivamente dall'ex-partner, non accetta che egli sia ritornato una persona completamente libera. Rimane fortissima la speranza di un ripensamento dell'altro, con continue sollecitazioni, costituite nei casi meno gravi da vari tipi di blandizie e in quelli più gravi da minacce e violenza.
Il dato di fondo sempre presente è, comunque, che una persona non accetta che l'altro non lo ami più e che possa amare un'altra persona.
Il nucleo patologico profondo dello stalker è il sentimento di possesso che egli ha nei confronti dell'ex-partner, come se costui fosse una parte del proprio corpo e della propria anima, che ovviamente non hanno il diritto di abbandonarlo e diventare autonomi.
Come raccontava Romina in un commento al post precedente, questo sentimento di possesso può esistere anche se non c'è stata tra i due una vera e propria relazione, perché a volte lo stalker identifica una persona concreta con il proprio partner ideale e non accetta che qualcuno gliela porti via: deve rimanere libera da vincoli, a sua sola ed eterna disposizione, perchè la identifica come sua.


Questo meccanismo patologico può, in casi gravissimi, degenerare fino all'uccisione dell'altro; il ragionamento è: o per sempre con me o di nessuno mai.
Per cercare di riconoscere questi soggetti bisogna rivendicare, fin dall'inizio di una relazione, spazi naturali di libertà personale e vedere come l'altro reagisce. Se ci si rende conto che per l'altro il bisogno di controllarci e averci sempre al suo fianco cresce oltre limiti normali, bisogna valutare attentamente la situazione.

Nel caso in cui siano già cominciate le molestie, occorrerà mantenere un atteggiamento di distacco assoluto, di chiusura totale delle comunicazioni, perché qualsiasi attenzione, qualsiasi frase, qualsiasi momento dedicato al dialogo con lo stalker, può venire da lui interpretato come il segnale di un cedimento alle sue aspettative, un incoraggiamento alla sua attività molesta.
La maggior parte degli stalker sono maschi, ma esistono esempi anche al femminile.
Credo che questa patologia ci debba fare riflettere sull'importanza di stabilire relazioni che non siano all'insegna del possesso dell'altro e della identificazione dell'altro come parte di noi stessi.
L'altro è sempre un altro: non è mai una parte di noi (anche perchè altrimenti non sarebbe possibile nessuna relazione realmente autentica, dialogica e paritaria).

venerdì 9 dicembre 2011

il narcisismo


Narciso secondo Caravaggio
Il narcisismo è una delle psicopatologie più diffuse nella nostra società. Innamorarsi di un narcisista può portare a grandi, inutili e prolungate sofferenze, per cui è fondamentale cercare di rendersi conto se la persona di cui ci si è innamorati sia affetto da questa patologia per cercare di difendersi (e con un narcisista l'unica difesa possibile è, quasi sempre, chiudere il rapporto affettivo).
Il narcisista, a differenza di ciò che abitualmente si crede, non è capace di amarsi perchè non è mai stato amato in modo per lui sufficiente e proprio qui sta il suo problema; infatti, non amandosi, è obbligato ad andare a cercare l'amore, il riconoscimento e l'apprezzamento degli altri in modo compulsivo, esattamente come un drogato ha bisogno della dose quotidiana.
E' una necessità talmente forte la sua, che il narcisista deve realizzarla a tutti i costi, senza potersi permettere di pensare al male che può fare agli altri facendo incetta di tutto l'amore che trova in giro; non è in cattiva fede, ma, non essendo capace di amare, ha bisogno di avere l'amore degli altri, non ne può fare a meno.
Poichè il narcisista non è capace di amare gli altri, non riesce a stare dentro ad un rapporto amoroso con stabilità e costanza e questo rende tragica la relazione affettiva con un narcisista.
Fino a quando egli nella relazione amorosa riceve l'affetto e l'attenzione dall'altro, non c'è problema, ma quando, come è naturale che sia, prima o poi, gli viene anche chiesto di dare, di fare qualche fatica, qualche sacrificio per il bene dell'altro, il narcisista non ce la fa, non ce la può fare, dà segni di stanchezza e la relazione comincia a diventargli stretta.
Orson Welles nelle vesti di Citizen Kane
(Quarto Potere) 
Chi, in buona fede, si innamora di un narcisista, affascinato da qualche sua bella caratteristica (che egli esibisce come un pavone appena ne ha la possibilità, per attirare sempre nuove prede), rischia, se inesperto, di fare una gran brutta esperienza.
Il narcisista, infatti, fa sempre di tutto per fare risaltare le proprie caratteristiche seducenti, ma all'unico scopo di far innamorare di sè la preda di turno, per farsi amare e quindi sentirsi gratificato. Il suo bisogno però è continuo e inappagabile, cosicchè una volta conquistata una preda, ha bisogno di essere amato da qualcun altro per avere nuove conferme. E per quante conferme potrà ricevere, non saranno mai abbastanza
Proprio perchè non si ama e non è capace di amare, gli è impossibile stare troppo a lungo in una relazione d'amore; appena gli viene richiesta una qualche forma di impegno, di fatica o di rinuncia, il narcisista abbandona il campo giustificandosi con mille pretesti: che non è quello l'amore che cerca, che non sente più i campanellini suonare, che non si sente pronto, che non si sente degno dell'amore dell'altro, eccetera. Le giustificazioni possono essere le più svariate, ma il senso è sempre quello: me ne vado quando mi devo impegnare.
Bisogna assolutamente riconoscere un narcisista e fare come chi va a cercare i funghi, che deve riconoscere e non raccogliere quelli che sono tossici o mortali.
Purtroppo non c'è speranza di modificare la struttura narcisistica di personalità, a meno chè la patologia sia molto leggera, ma in quel caso bisogna assolutamente osservare i fatti, i gesti, le azioni che il narcisista compie e giudicare in base a quelli, non dando assolutamente importanza alle sue parole e alle sue promesse.

(Per tornare alla homepage del blog: http://www.lapoesiadellapsiche.blogspot.it/ )

lunedì 5 dicembre 2011

la necessità della cova


Opera di Giampaolo Tomassetti

Stamattina, appena sveglio, mi stavo godendo il calore del letto sotto al piumone, mentre la mia mente seguiva un immagine, un pensiero che mi portava lontano, ad altre immagini e ad altri pensieri.
E mi è apparso chiaro quanto sia importante covare al caldo i propri pensieri, i propri sentimenti.
Voglio dire che come le uova degli uccelli o di altri animali hanno bisogno di qualcuno che ci stia accovacciato sopra a lungo per proteggerle e dare loro calore, così anche ciò che comincia a circolare in modo spontaneo e un po' confuso nella nostra mente e nel nostro cuore ha bisogno di tempo, cura e calore per maturare, ha necessità insomma di essere covato per acquistare una forma e una sostanza più precise e più concrete.
Covare significa stare amorevolmente attorno al nostro uovo-idea o uovo-sentimento, stando attenti a non schiacciarlo col peso di conclusioni affrettate, creare cioè le condizioni ideali affinchè possa avvenire un processo naturale  di trasformazione.
Opera di Giampaolo Tomassetti
E dobbiamo covare con cura e con costanza nel tempo finché ci appare necessario: guai ad abbandonare il nido prima!
Ma stare lì a covare non è semplice.
Penso a quanti stimoli ci bombardano continuamente e ci distolgono dallo stimolo precedente, come se un uccello cambiasse l'uovo da covare ogni cinque minuti: sicuramente non nascerebbe niente e il calore della cova verrebbe disperso inutilmente.
Credo quindi che dovremmo cercare di selezionare con cura gli stimoli per covare solo quelli che sono per noi essenziali, senza volerci impegnare in troppe cose od occuparci di tutto.
Le magie riescono solo ai maghi e molto spesso sono illusioni.
E anche se all'inizio l'idea o il sentimento nascono in un lampo, da un'intuizione o un colpo di fulmine, con la stessa velocità dello spermatozoo che feconda l'uovo, dopo, per far nascere qualcosa di vitale, dobbiamo covarlo con assiduità, senza stancarci e senza abbandonare troppo presto il nostro progetto.

venerdì 2 dicembre 2011

la nostra vita e la Vita


Spesso ci dimentichiamo delle cose più semplici, creandoci un mondo di difficoltà  nel nostro vivere quotidiano, dimenticando, ad esempio, la profonda differenza che c'è tra la nostra vita e la Vita.

Noi non possiamo modificare la Vita in sé, ma possiamo tuttavia cercare di plasmare la nostra vita, cioè il nostro modo di stare al mondo, realizzando un risultato limitato, sì, ma concreto ed efficace negli effetti che può determinare sulle nostre relazioni quotidiane.
Noi possiamo cioè modificare la Vita soltanto attraverso la nostra vita, non possiamo fare di più, ed è per questo che è sommamente importante prenderci cura anche di noi stessi.
La Vita è un contenitore che comprende tutto ciò che è umanamente possibile: dal bello più bello fino al brutto più brutto, dal sommamente giusto all'infinitamente ingiusto.
Opera di Francesco MUSANTE
Molto spesso la disperazione è il frutto della mancanza di sentimento vitale, della sensazione di non riuscire a fare abbastanza, nasce dall'impressione che il mondo sia dominato dal male.
Ma bene e male fanno parte della Vita: è sempre stato così e sarà sempre così; a noi il compito di fare la nostra parte, con impegno.  Io credo che il senso del vivere sia riassumibile proprio in questo: cercare di fare tutto ciò che possiamo per fare la nostra parte, nel miglior modo possibile, con tutte le energie che abbiamo a disposizione.  Se ci lasciamo abbattere dalle contrarietà, se diventiamo passivi, non potremo più contribuire al bene del mondo. E’ per questo che dobbiamo cercare di mantenere in buona forma il nostro corpo e la nostra anima.

L’insegnante che desidera il bene dei propri alunni, il medico o l’infermiere che desidera la guarigione dei propri malati, lo psicoterapeuta che fa il tifo per i propri pazienti,  sono tutte persone accumunate dalla forza di volontà che nasce dal sentimento. Anche nelle nostre relazioni quotidiane possiamo aiutare il prossimo solo se coltiviamo un sentimento di benevolenza, di empatia, di vicinanza umana con l'altro: aldilà del guadagno personale e della realizzazione certa di risultati soddisfacenti.
E' lo sforzo che conta, il provare a fare ciò che si sente buono e giusto, nel rispetto dell'altro e accettando il fatto che si può anche non riuscire nei propri intenti.

L'importante è cercare di essere quello che si è veramente e sentire che la responsabilità di ciò che accade è sulle spalle di tutti, non solo sulle nostre o solo su quelle degli altri.