lunedì 16 settembre 2013

amore o possesso?

E se non dicessimo più mia moglie o mio marito?
Se non usassimo più l'aggettivo possessivo per indicare il coniuge che amiamo?

Questa è la proposta provocatoria che Umberto Galimberti ha lanciato oggi nel corso della sua conferenza al Festival della Filosofia di Modena, rispondendo alla domanda di una donna che chiedeva cosa si può fare per fermare il femminicidio.
La sensazione di possedere l'altro, il sentirlo come cosa propria, invece di considerarlo una persona libera, padrona di sé stessa, è alla base delle violenze che si consumano quando l'altro non soddisfa i nostri desideri e reclama la propria autodeterminazione.

E' una proposta che forse fa fatica ad essere accettata a livello razionale, perchè siamo abituati da sempre a dire: mia moglie, mio marito, la mia fidanzata, ma anche mio figlio... Provate però ad immaginare se nessuno dicesse più mio o mia riferendosi alla persona che ama, se non si sentisse nessuno usare più queste parole. Chissà se a livello collettivo cambierebbe qualcosa nella percezione della relazione amorosa con l'altro?

E in ogni caso, anche solo ricevere questa provocazione e fermarsi un po' a rifletterci sopra, può fare un po' di bene. Quando ci arrischiamo ad andare con l'immaginazione oltre le regole di comportamento codificate razionalmente, allarghiamo i nostri orizzonti e possiamo immaginare di realizzare cambiamenti che migliorino il nostro e l'altrui modo di vivere.


4 commenti:

Cinzia ha detto...

Io penso che a volte le parole possano influire sui pensieri e sulle emozioni. Ma anche viceversa... Potremmo chiamare mogli e mariti, figli e nipoti per nome, eppure prima o poi ci capiterà di dover spiegare a qualcuno chi sia Paolo, o Maria, o Elena... e allora eccoci di nuovo a usare i pronomi possessivi...
Una provocazione utile alla riflessione... mi domando però se chi è invischiato in queste modalità distorte sia in grado di cogliere la provocazione e abbandonarsi alla riflessione...

Cinzia

paola tassinari ha detto...

Ciò che amo è mio, mio perchè lo amo più di me, non credo che il possessivo faccia differenza,fa la differenza la repressione dovuta alla civilizzazione, questo ciò che penso io.

alessandra ha detto...

Mi è capitato di riflettere su questo riguardo alle relazioni, al senso e bisogno di possesso oppure al desiderio di appartenenza che toglie respiro e libertà al singolo individuo.
Per esempio, fin da giovane ho sempre provato un senso di fastidio quando sentivo pronunciare parole tipo: Tu sei mio-io sono tua- tu mi appartieni- ecc.
Mi suocero riferendosi alla moglie diceva:- la mia donna- mi sentivo soffocare senza comprenderne in pieno il motivo, di recente ho collegato questa sensazione ai terribili accadimenti dei giorni nostri.

Anonimo ha detto...

Credo che l'aggettivo possessivo in questione non abbia niente a che fare con la visione distorta del maschio malato...altrimenti che dire delle donne, costrette a prendere il cognome del marito, e a vedere lo stesso affibbiato ai propri figli invece del proprio, nonostante l'averli creati dentro di se' e partoriti...eppure non mi risultano tutti questi "maschicidi"...
Ergo o l'essere umano maschile ha in se' una tara nascosta, pronta ad esplodere...o forse bisognerebbe dare la colpa a chi ce l'ha, cioè a chi da sempre ha presentato la figura femminile come una figura di serie B. Basta vedere una qualsiasi pubblicità e un qualsiasi film. Lo stereotipo è SEMPRE lo stesso.

ereticanelcuore