venerdì 31 marzo 2017

digiuno e valore simbolico del cibo

Riporto integralmente un mio articolo che è stato pubblicato sul numero 24 (Gen.-Mar. 2017) della rivista Neuroscienze Anemos dedicato al tema del digiuno.


Che cos’è un simbolo

Il simbolo, nell’antica Grecia, era un piccolo oggetto, spesso una tavoletta, che veniva spezzato in due quando un amico partiva per un lungo viaggio: una metà rimaneva a chi restava e l’altra metà la portava con sé il viaggiatore. Durante il viaggio, ciascuno dei due, guardando la tavoletta, pensava a colui che ne deteneva l’altra metà.
Il simbolo quindi è qualcosa che allude, rappresenta, fa pensare a un’altra cosa che ad esso in un qualche modo è collegata.
Cosa può rappresentare quindi simbolicamente il cibo quando digiuniamo o quando lo mangiamo? Che valore simbolico può avere per noi il cibo?

Ecco alcuni esempi e modi di dire che ci fanno capire, senza bisogno di troppe spiegazioni, che il cibo può avere un valore simbolico:
- “essere affamati di giustizia, di sesso o di amore”;
- “cercare il nutrimento per l’anima o per lo spirito”;
- “per essere una persona davvero adulta bisogna avere mangiato il mondo” (detto indiano)
- “mandare giù un boccone amaro”;
- “avere sale in zucca”;
- il pane e il vino che nell’Eucaristia diventano il corpo e il sangue di Gesù.


Aspetti simbolici del cibo

Proviamo ad immaginare qual è il rapporto col cibo che ha una persona sufficientemente equilibrata:
- mangerà il cibo che qualcuno gli avrà preparato esprimendo le sue preferenze e i suoi giudizi sinceri e al bisogno si cucinerà qualcosa da solo;
- a volte andrà in trattoria o in pizzeria insieme ad altri o anche da solo;
- a volte mangerà qualche schifezza alimentare per pura golosità, ma senza eccedere;
- il più delle volte cercherà cibi sani e gustosi, avrà delle preferenze alimentari, ma mangerà qualsiasi tipo di cibo tranne quei pochi che proprio non gli piacciono;
- mangerà quando avrà sentito lo stimolo della fame, ma senza esagerare.

Chi ha qualche problema legato al cibo, invece, non si comporta così tranquillamente: i suoi problemi possono riguardare apparentemente il cibo, ma in realtà possono avere delle origini simboliche diverse. La tavola può diventare semplicemente il luogo dove i problemi si manifestano, ma non dove nascono: molto spesso i problemi legati al cibo hanno la loro origine nel rapporto tra genitori e figli.

Un genitore che ha un bimbo piccolo, in un momento di grandissimo amore, può prenderlo in braccio, guardarlo con occhi adoranti e dirgli: “Dio, come sei bello, ti mangerei!” oppure può giocare con lui dicendogli scherzosamente: “Guarda che ti mangio!”. Il bambino in questo caso è un cibo simbolico: non si vuole mangiare fisicamente il bambino, gli si sta dicendo che lui è un buon cibo per il genitore, cioè che il genitore si nutre del fatto di averlo generato, di amarlo e di essere in una buona relazione con lui.
Purtroppo a volte un genitore può mangiare davvero psicologicamente il bambino. Ad esempio quando, mentre il bambino diventa grande, il genitore, invece di aiutarlo a staccarsi sempre più da lui, a diventare autonomo e andare nel mondo per conto suo, fa in modo, consciamente o inconsciamente, che il bambino rimanga il più possibile dipendente da lui. In questi casi si parla di genitore divorante.

Lo studio dello psicologo è pieno di ragazze e giovani donne che non sanno cucinare e fare i fatti di casa perché la mamma non glielo ha mai insegnato, come anche di giovani uomini che a 25-30 anni ciondolano ancora per casa con i genitori che si occupano di tutto, dal cucinare al tenere in ordine la camera (a volte comperano loro anche i vestiti), per non parlare poi delle accanite difese a priori dei figli che hanno conflitti con gli insegnanti e con gli altri in generale, senza preoccuparsi di cercare di capire in modo equilibrato come davvero stiano le cose.
La presenza troppo ansiosa e protettiva dei genitori accanto ai figli, lasciandoli fare tutto ciò che desiderano senza porre dei limiti, ha spesso come risultato di renderli dipendenti e incapaci di provvedere a sé: i figli che hanno sempre la pappa pronta non sanno affrontare e superare le difficoltà e le frustrazioni che la vita normalmente riserva a ciascuno di noi e non vivono le sfide della vita come occasioni di crescita: gli attacchi di panico, la tossicodipendenza, il senso di vuoto interiore e la chiusura depressiva in se stessi sono spesso la conseguenza di rapporti genitori-figli di questo tipo.

Anche il padre autoritario, che sa solo richiamare il figlio al rispetto delle norme, che non accetta nessuna critica, che fa sentire il figlio inadeguato e vuole continuamente nutrirlo solo di ciò che egli ritiene essere corretto e vero, tende a mangiare il figlio, inglobandolo nella propria visione del mondo, senza tenere minimamente conto della sua diversa personalità.

Anche nei rapporti affettivi degli adulti riscontriamo spesso dinamiche divoranti. Purtroppo a volte il partner non è vissuto come altro da sé, come un individuo autonomo, ma diventa quasi una parte di sé, una cosa posseduta, che deve fare ciò che noi desideriamo e che se, alla fine, desidera lasciarci, viene ucciso barbaramente, con tutta la rabbia che può avere un padrone verso uno schiavo che vuole la sua libertà. L’amore vero è collegato al reciproco mangiarsi e lasciarsi mangiare: se il “fai di me quello che vuoi” è reciproco, allora c’è parità nel dono di sé all’altro.

Nelle fiabe più famose il tema del mangiare e dell’essere mangiato è spesso presente: ricordiamo il lupo e Cappuccetto Rosso, Pinocchio il cui padre Geppetto è stato mangiato da una balena ed egli deve a sua volta farsi mangiare per andare a salvarlo, oppure Hansel e Gretel che finiscono nella casa di marzapane della strega cattiva che li vuole mangiare (come è dolce la casa in cui i genitori si assumono tutte le responsabilità dell’esistenza e il figlio rimane bimbo per sempre accanto ai suoi divoranti genitori!). Le fiabe, espressione della saggezza popolare, invitano sempre a lottare per non farsi mangiare dagli altri, e questo avvertimento è importante, perché così come esistono persone che bramano nutrirsi della vita degli altri, allo stesso modo esistono persone che a volte cedono alla tentazione di lasciarsi mangiare dagli altri per evitare la fatica di crescere, di diventare adulti autonomi e indipendenti.

Accade frequentemente che i figli inizialmente godano della eccessiva protezione dei genitori, ma successivamente sentano che i genitori stanno loro troppo addosso e a volte riversino sul cibo la loro ribellione. Il cibo cucinato e offerto dai genitori diventa un simbolo: rifiutando il cibo, in realtà si rifiuta il modo di comportarsi dei genitori. Così spesso nascono i rifiuti del cibo delle anoressiche, il loro allontanarsi dalla tavola dove i familiari mangiano insieme, per mangiare nella propria camera da sole, magari ad orari diversi.
Altre volte capita che i figli non vogliono mangiare i cibi tradizionali da sempre preparati dalla mamma, ma iniziano a seguire diete diverse (macrobiotiche, vegane, etniche, ecc.) per differenziarsi dai genitori e affermare una propria individualità: il cibo diventa simbolo della separazione dai genitori.

Il cibo ha un notevole valore affettivo.
La mamma che offre al neonato il latte del suo seno trasmette, insieme al latte, il calore del suo corpo e il suo amore per lui.
Il cibo che si mangia insieme agli amici davanti a un camino acceso ridendo e scherzando è più nutriente affettivamente di quello mangiato da soli in un luogo freddo; la padrona di casa che apparecchia con gioia la tavola e cucina per gli amici offre un valore aggiunto agli alimenti che prepara.
Dunque, a volte, rifiutare il cibo può rappresentare un segnale che c’è qualcosa che non va nel rapporto affettivo con chi quel cibo l’ha cucinato; mangiare da soli può significare che non si sta bene con gli altri; non riuscire a preparare qualcosa di buono per sé quando si è soli può significare che si ha poca benevolenza per se stessi; essere eccessivamente rigorosi nel salutismo può significare una eccessiva rigidità di comportamento verso se stessi, mentre mangiare schifezze in modo disordinato come fanno i bulimici, può significare che si ha poco rispetto per sé e un grande bisogno di sostituire l’affetto che non si è ricevuto con grandi quantità di cibo.

La grande importanza che viene data oggi al cibo biologico riflette, a mio avviso, non solo una sana presa di coscienza salutista, ma anche la necessità che in tanti oggi avvertono, di nutrire la propria mente e il proprio spirito in modo più naturale, di prendersi cura di sé negli aspetti più semplici, naturali ed essenziali dell’esistenza, valorizzando la propria capacità creativa e rifiutandosi di assumere passivamente il cibo materiale e spirituale già preparato per noi da chi è semplicemente interessato a vendere i propri prodotti.

Il cibo è legato simbolicamente all’amore e al desiderio. Ne è esempio il Simposio di Platone, dove il piacere del cibo si unisce al piacere dei discorsi sull’eros, sulle diverse forme dell’amore e dell’amicizia. Nel convivio il cibo è duplice: quello che nutre e fa crescere il corpo, unitamente ai discorsi fatti in compagnia che nutrono l’animo e aiutano a crescere spiritualmente.
E’ bello mangiare in compagnia, ciascuno col proprio posto e il proprio piatto, col diritto di mangiare ciò che più piace nella quantità giusta, lasciando a tutti gli altri le medesime libertà.


Il digiuno

Chi decide di digiunare si astiene dall’ingerire cibo per motivazioni diverse: religiose, politiche, salutistiche oppure per esprimere un rifiuto verso qualcosa o qualcuno (ricordiamo, ad esempio, il digiuno come mezzo di lotta non-violenta praticato da Gandhi in India).
Mentre il bambino piccolo che sputa il cibo che la mamma gli offre può farlo perché non ha fame, ma anche per gioco o per fare un dispetto alla mamma, il digiuno consapevole dell’adulto è un momento di conscia sospensione dell’assunzione del cibo, una specie di silenzio e ritiro del corpo, che utilizza, per continuare a vivere, quello che ha già in sé, senza aggiungere nuovi contenuti. Se assumere cibo significa trasformarsi entrando in contatto con qualcosa di nuovo e diverso da sé, il digiuno può significare rinuncia, sacrificio, ma anche uno stare con se stessi, con quello che c’è già dentro di noi: il digiuno può quindi rappresentare un momento di riflessione, di ripiegamento su se stessi, di silenzio interiore, di ascolto profondo della nostra totalità.
In questo senso, il digiuno sembra essere un esercizio che si pone decisamente in contrasto con due delle abitudini più psicologicamente negative che la società del nostro tempo ci propone quotidianamente: la compulsività nel riempirci di stimoli o relazioni nuove e la necessità ossessiva e consumistica del godimento e della soddisfazione, che poi lasciano spesso un senso di vuoto profondo perché annullano il nostro desiderio, che si fonda sulla mancanza. Siamo tendenzialmente pieni di relazioni (virtuali e non), di oggetti, di stimoli e cibi di ogni tipo (l’obesità e il sovrappeso sono fenomeni purtroppo molto diffusi nella nostra società), ma siamo mediamente drammaticamente insoddisfatti, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che ci soddisfi.
Forse abbiamo davvero bisogno di imparare a digiunare un po’ in tanti sensi diversi: assumere meno cibi, comperare meno oggetti, rimanere un po’ più in compagnia di noi stessi ed ascoltarci di più per prendere meglio coscienza di chi siamo, di cosa vogliamo davvero e di quale è il nostro modo più personale ed autentico di vivere con equilibrio e serenità la nostra vita.