giovedì 7 novembre 2013

di ritorno dalla Biennale di Venezia


Di ritorno dalla Biennale di Venezia, mi è capitato di osservare scorci di realtà e di pensare: ecco, questa è un'opera d'arte, potrebbe essere esposta alla Biennale: mi è accaduto, ad esempio, con una rastrelliera di biciclette colorate un po' malandate e con la porzione di un edificio un po' diroccata incontrata lungo l'autostrada.
Anche mentre mi spostavo tra un padiglione e l'altro della Biennale, ogni tanto, avevo il dubbio se un certo manufatto, un oggetto con una sua identità particolare, ad esempio un bidone scrostato o un cestino un po' storto, fossero opere d'arte o oggetti comuni. 
Non sto scherzando e non è una sensazione di poco conto. 
Intanto, perchè può significare che qualsiasi cosa che abbia una sua identità singolare può offrire uno spunto creativo, se guardata con occhio artistico, e dall'altra, ci può fare chiedere qual'è la differenza tra noi comuni mortali e gli artisti affermati e ufficialmente riconosciuti come tali. 
Io credo che gli artisti contemporanei abbiano delle intuizioni, dei sentimenti, delle urgenze interiori, come noi tutti, e che, a differenza di noi, abbiano il tempo e il coraggio per trasformare questo materiale in oggetti, installazioni, video e invenzioni varie.
Cosa mi ha colpito di più?
A parte i disegni originali del Libro Rosso di Jung, così carichi di energia e di colori, che sono stati la molla che mi ha spinto ad andare a Venezia, insieme all'idea di prendermi un paio di giorni di riposo in quella splendida città, mi ha colpito il fatto che la stragrande maggioranza delle opere esposte raccontano il disagio, la povertà d'anima, la ripetitività, la mancanza di speranza che caratterizzano grande parte della nostra società. E poichè esponevano artisti di quasi cento nazioni diverse, temo che la globalizzazione riguardi anche lo smarrimento interiore rispetto alle prospettive di sviluppi futuri positivi del nostro mondo.

Una bella eccezione mi è rimasta particolarmente impressa: nel padiglione finlandese c'era un video che raccontava l'impresa di un giovane artista, che faticosamente trascinava nel mare alto circa un metro, a una certa distanza dalla spiaggia, uno dopo l'altro, una lunga serie di sacchi neri, fino a formare una barriera per le onde (tipo frangiflutti) che poi diventava un isoletta con addirittura una palma, sulla quale si sedeva contento, dopo la sua grande fatica. 
Ho apprezzato il significato simbolico del suo sforzo per contrastare e superare le ondate del mare che tendevano ad impedirgli di costruire la sua piccola personale isola (e d'altra parte, il rapporto col mare è un tema simbolico che si trova spesso nei sogni che facciamo).
Al contrario, il momento più disperante è stato nel padiglione spagnolo, dove troneggiava un enorme cumulo di rottami alto circa sei metri e largo come tutto il padiglione.

In compenso, ho mangiato dell'ottimo pesce, a prezzo accettabile, vicino a Venezia e venerdì primo novembre è stata una splendida giornata quasi primaverile. 


  

1 commento:

Olgica T ha detto...

Hai ragione a volte ci si chiede se l'opera d'arte è arte o spazzatura!Buona giornata dottore.