martedì 31 gennaio 2012

simboli: la cucina













La cucina è una metafora della vita, perchè è il regno delle trasformazioni: in cucina il freddo si trasforma in caldo, il crudo in cotto, il duro in tenero, il secco in morbido, l'insipido in saporito.
Elementi che da soli sarebbero cattivi e immangiabili come il pepe, il peperoncino e le spezie acquistano senso se usati nella giusta misura, rendendo gustose zuppe e minestroni.
In cucina impariamo che ogni piatto risulta sempre diverso dagli altri, mentre i cibi prodotti industrialmente hanno sempre lo stesso sapore. Inoltre nessun piatto riesce sempre perfettamente e a ciò bisogna abituarsi, proprio come nella vita.
Chiunque ha avuto a che fare coi bambini piccoli sa che i giochi acquistati nei negozi sono per loro molto meno interessanti della possibilità di stare in cucina a paciugare con farina, acqua, latte e uova.
In cucina si impara a prendere le cose così come vengono e a cercare di fare meglio la prossima volta, imparando dai propri errori.
Attorno ai fornelli si possono osservare le diverse caratteristiche di personalità: il preciso, il meticoloso, il creativo, l'ansioso, il tranquillo, l'egocentrico, lo sbadato...

Il cibo ha un valore simbolico: noi ci nutriamo di cibi materiali, ma anche di affetti e di alimenti per lo spirito. Quasi tutte le religioni vietano alcuni cibi sempre o solo in certi giorni dell'anno e conferiscono valore di simbolo ad altri cibi assunti nell'ambito di cerimonie rituali.  
E' molto importante il modo con cui viene offerto un alimento, il sentimento e la cura con cui viene preparato. E' molto facile rendersi conto se un cibo è stato cucinato in modo sciatto e banale o, al contrario con cura e attenzione.
Cucinare bene, come vivere bene, è un'arte. E qualche volta bisognerebbe dedicarsi un po' di tempo per prepararsi con cura qualche buon piatto anche se nessuno li condividerà con noi.  
E in ogni caso, come diceva ironicamente Irene Frain:"Per quanto si sorvegli la vita come il latte sul fuoco, appena ti distrai un attimo, uscirà subito dallo stampo".

sabato 28 gennaio 2012

simboli: il giardino

Un detto orientale recita:

Se vuoi essere felice qualche ora, bevi vino;
se vuoi essere felice qualche anno, prendi moglie o marito;
se vuoi essere felice tutta la vita, coltiva un giardino.

Dunque, la cura del giardino come passaporto per la felicità, che sembrerebbe non essere conseguenza del piacere, ma del prendersi cura di un giardino con affetto, sentimento ed impegno.
Chi si prende cura si accolla anche preoccupazioni e affanni, accoglie e accetta anche quelli.
E allora perchè collegare la felicità alla cura di un giardino? Forse perchè il giardino è un simbolo della vita.
Un giardino è limitato, ha dei confini, come è giusto e naturale che li abbia anche la nostra vita; nel nostro giardino possiamo cercare di mettere le piante che ci piacciono di più, creando scenari, paesaggi e rapporti tra colori e forme, nello stesso modo in cui ogni giorno cerchiamo di modellare la nostra vita nel modo che sentiamo più autentico.
Il giardino va curato quotidianamente: bisogna innaffiare, concimare, pulire, potare, proteggere dal troppo sole e dal troppo freddo le parti più sensibili; non si può abbandonare la cura del giardino per troppi giorni, altrimenti le piante muoiono. Allo stesso modo ci dobbiamo prendere cura quotidianamente del nostro corpo e del nostro spirito, con affetto e benevolenza.
Nel giardino si cerca di curare le parti malate e si può anche modificarne qualche settore, proprio come a volte ci capita di fare nella nostra vita.
V.Van Gogh: Il giardino dell'ospedale di Arles (1889)

Osservando il nostro giardino, vedremo il susseguirsi delle stagioni e il ciclo vitale delle piante e degli animali; osservando noi stessi possiamo vedere giorno per giorno le naturali modificazioni del nostro ciclo vitale.
Come con il giardino dobbiamo fare anche con la nostra vita: vedere con chiarezza i nostri confini, seminare, zappare, vangare, piantare e strapiantare con cura; osservare la vitalità che a volte si mostra negli angoli più nascosti delle nostre giornate.
Inoltre bisogna fare attenzione ai parassiti, che rischiano di distruggere il nostro lavoro creativo, nel giardino come nella vita.
E, anche se abbiamo steso le reti protettive, dobbiamo sempre confidare che dal cielo non scenda una grandinata così forte da danneggiare irrimediabilmente le nostre piante.




martedì 24 gennaio 2012

il linguaggio dei sogni

J.W.Waterhouse: Psiche (1903)
La psiche si manifesta attraverso le immagini dei sogni, immagini che a volte sono precise perfino nei dettagli, altre volte sono confuse e poco chiare.
Al risveglio dopo un sogno, le domande da farsi sono: perchè proprio queste immagini? Perché questi dettagli? Perché questa particolare combinazione di elementi e non un'altra? Il dialogo con le immagini dei sogni parte necessariamente dal ricordo preciso delle immagini sognate per poi lasciarle risuonare emotivamente dentro di noi.
Mentre Freud tendeva ad interpretare l'inconscio quasi esclusivamente in chiave sessuale, Jung, introducendo il concetto di realtà dell'anima, ci ha insegnato ad ascoltare le immagini e a lasciare che esse agiscano su di noi emotivamente, facendoci venire in mente associazioni e collegamenti nuovi: chiamò questo metodo di lavoro amplificazione. Egli diede la massima importanza alla risonanza emotiva che le immagini hanno su di noi. Elaborò la teoria dei complessi (nome che divenne poi di moda), che egli definì complessi a tonalità affettiva, rimarcando l'importanza del sentire nell'accostarsi alla psiche.
Le immagini che lo colpivano di più erano quelle che mettevano insieme due o più elementi, che nella realtà diurna non stavano o non potevano stare insieme: pensò che se la psiche creava una immagine particolare, ci doveva essere senz'altro un motivo, una spiegazione speciale. Da qui nasce il valore poetico della psiche: dal suo linguaggio immaginale e simbolico.
Un simbolo è per Jung l'immagine più idonea che l'inconscio riesce a trovare per comunicarci qualcosa di importante.
Monika Bulaj: Ucraina
Faccio un esempio.
Tantissimi anni fa ricordai un sogno importante. Avevo allora una relazione che si protraeva un po' stancamente e non riuscivo a decidermi a dare una svolta al rapporto. Una notte sognai che a terra, sulla strada che conduceva alla casa dove abitavo insieme a quella donna, c'era un documento abbandonato. Mi chinai, lo raccolsi e vidi, con mio grande stupore, che era il mio libretto della pensione, con tanto di foto (allora avevo circa 25 anni). Quando mi svegliai associai quella relazione che procedeva stancamente all'immagine del libretto della pensione, come se il sogno mi avesse voluto dire che con quella donna, in quella casa, stavo facendo una vita da pensionato, nonostante avessi 25 anni. Un po' lo sapevo già che quella relazione era un po' spenta, ma il poter vedere concretamente in sogno il mio libretto della pensione fu decisivo: mi diede il coraggio per affrontare la situazione. Compresi che il libretto della pensione era il simbolo che alludeva al rapporto.
Per i greci sunbolon era il nome di una tavoletta che veniva spezzata in due parti quando una persona doveva intraprendere un lungo viaggio: una parte la teneva chi partiva e l'altra parte la conservava chi restava, così nel periodo di lontananza, ciascuno dei due, guardando la propria parte di tavoletta, pensava all'altro che aveva la parte mancante. Simbolo quindi è una immagine concreta che allude, rimanda, fa venire in mente qualcosa di importante e collegato.
Le immagini hanno una forza emotiva molto superiore a quella delle parole e bene lo sanno i pubblicitari e gli uomini pubblici, che di immagini vivono e che curano meticolosamente sia la propria immagine pubblica sia quella dei prodotti che desiderano vendere.
Le immagini sono potentissime perchè entrano dentro di noi e arrivano a toccare la sfera dei nostri sentimenti; non è un caso se ancora ci ricordiamo quella volta in cui Berlusconi, seduto davanti alla ormai famosa scrivania  di ciliegio,  firmò il patto con gli italiani nel 2001: una scena destinata a rimanere a lungo nella nostra memoria, sicuramente un escamotage pubblicitario e simbolico di fortissimo impatto.

sabato 21 gennaio 2012

da dove vengono i sogni?


Quasi tutti ci siamo chiesti, prima o poi, nella vita: da dove vengono i sogni?, chi li genera?, cosa rappresentano? che significato e che senso hanno?
Non vi è dubbio che il sogno appartenga ad un tipo di realtà diversa rispetto a quella che viviamo da svegli, non foss'altro perchè nel sogno accadono cose che nella realtà diurna sarebbero impossibili: morti che ritornano in vita, persone vive che muoiono, fatti accaduti nel passato che ritornano presenti, persone che hanno età diverse rispetto all' attuale, luoghi e personaggi immaginari mai visti prima, ecc.
Nei sogni spesso vengono meno tutte le regole che governano la nostra vita conscia: le normali nozioni di tempo e spazio sono annullate e accade di frequente di trovare  naturalmente insieme elementi che razionalmente non potrebbero coesistere.
Allora? Che tipo di mondo è quello rappresentato nei sogni? Da dove viene? Chi lo governa? Chi decide che quel mattino dovremo proprio ricordare quel preciso sogno?
C.G.Jung (1875-1961)
Tante persone hanno detto la propria opinione sull'origine dei sogni.
Per quanto riguarda la psicoterapia, i sogni sono stati oggetto particolare di studio più di un secolo fa, quando Freud e Jung iniziarono a fare dei collegamenti tra i contenuti dei sogni e i sintomi dei loro pazienti. Dopo di loro, molti altri studiosi utilizzarono i sogni come materiale utile a scopi terapeutici, nella convinzione che i sogni che una persona ricorda non provengono da qualche luogo  esterno al soggetto che sogna, bensì dalla sua stessa psiche.
Secondo le loro tesi, suffragate da un secolo di esperienze, mentre la nostra coscienza è assopita la psiche produce immagini, di cui spesso non riusciamo a capire il significato.  Alcune volte invece, al risveglio, abbiamo la sensazione che il sogno ci trasmetta un messaggio chiaro, uno stimolo su cui riflettere, che magari riguarda questioni sulle quali stiamo riflettendo proprio in quei giorni.

Un fatto importante è che si può arrivare a dialogare con la parte di noi che crea i sogni.
Mi è capitato diverse volte di chiedere nella prima seduta a un paziente se ricordasse abitualmente dei sogni, sentendomi rispondere un no deciso: qualcuno mi ha detto di non averne mai ricordati in tutta la propria vita. Poi, a volte, nella seduta successiva, con meraviglia di entrambi, è capitato che qualcuno mi abbia raccontato di avere ricordato qualche sogno proprio negli ultimi giorni.
Altre volte i pazienti ammettono di essere andati a dormire confidando di ricordare qualche sogno e di essersi svegliati il mattino dopo ricordando un sogno importante.  
Da tutto ciò si deduce che i nostri sogni sono davvero nostri,  perché i loro significati ci appartengono personalmente e perché noi abbiamo la capacità/possibilità di interagire con la parte della nostra psiche che crea i sogni.
Su questi assunti si fondano le possibilità riequilibratrici e psicoterapeutiche del lavoro psicologico coi sogni.

martedì 17 gennaio 2012

gli psicofarmaci

Edvard Munch: Melancholy
Col nome di psicofarmaci si intendono i farmaci creati per agire sulle psicopatologie.
Fondamentalmente sono di quattro tipi:
- ansiolitici: per sedare l'ansia e le crisi di panico;
- antidepressivi: per togliere i sintomi collegati agli stati depressivi;
- antipsicotici (o neurolettici): per attenuare o fare sparire sintomi deliranti nelle patologie psichiche più gravi:
- regolatori degli stati dell'umore: per alleviare gli sbalzi repentini ed eccessivi di umore (euforia-depressione).
Il Centro Studi Ricerche in Psichiatria di Torino ha calcolato che ogni anno circa 500.000 persone si rivolgono ai 707 Centri di Salute Mentale pubblici esistenti in Italia e di queste circa il 70% ha sintomi ansioso-depressivi; se a questa cifra aggiungiamo tutti quelli che si rivolgono semplicemente al proprio medico di base o a specialisti e strutture private, vediamo che il disagio psichico in Italia è notevole. D’altra parte, anche in questo campo, imitiamo gli Stati Uniti, dove già una decina di anni fa il medicinale più venduto era il Tavor, un ansiolitico, che superava nelle vendite anche l’Aspirina; più del 50% degli abitanti degli Stati Uniti assume abitualmente ansiolitici o antidepressivi.
L'atteggiamento verso gli psicofarmaci ha due poli opposti: chi non vuole assolutamente prenderli e chi li assume regolarmente da anni, trovando così il modo di tenere a bada i propri sintomi. Su questo argomento credo che non si debba né giudicare né, tanto meno, condannare nessuno, perché l'equilibrio psichico è materia troppo personale per poter essere correttamente valutata dall'esterno.
Ci sono persone che hanno energie per affrontare i propri problemi esistenziali, che sono capaci di cercarne le cause  e di accettare di modificare qualcosa della propria vita, mentre altri questa energia proprio non ce l'hanno, anche se non si deve certamente fargliene una colpa.
Ciascuno sa di sé, della propria storia, e molto spesso non immagina nemmeno lontanamente in quali condizioni si siano trovate a vivere certe persone che, nel momento in cui possono dire di aver raggiunto un equilibrio decente con l'aiuto degli psicofarmaci, possono definire il loro nuovo equilibrio come un grande successo esistenziale.
Ovviamente la cosa migliore sarebbe riuscire a non usare psicofarmaci, oppure assumerli se e fin quando sia realmente necessario, cercando contemporaneamente di migliorare la qualità della propria vita cambiando qualcosa nel rapporto con sé stessi e con gli altri.
Un discorso diverso riguarda gli antipsicotici, che sono stati veramente utili per aiutare i pazienti più gravi a sopravvivere e a rendersi indipendenti, attutendo l'impatto delle sintomatologie deliranti. Ricordiamo che fino agli anni '60 del secolo scorso i manicomi erano luoghi dove venivano rinchiuse e dimenticate persone che, molto spesso, erano semplicemente diverse dalla maggioranza; nessuno si curava di ascoltare le loro storie e le loro difficoltà nè di essere loro vicini umanamente e le terapie consistevano principalmente in elettroshock e tecniche affini.

In generale, comunque, credo che, soprattutto per gli psicofarmaci, così come per tutti gli altri farmaci, sia importante il contesto in cui vengono prescritti: intendo riferirmi al rapporto umano e all'attenzione del medico verso il paziente, al sentimento di complicità e di fiducia che si dovrebbe creare tra loro, senza demandare semplicemente ad un farmaco x la cura per il paziente y da parte del medico z, ricercando sempre quella necessaria personalizzazione della cura che  tenga conto dell'individualità e della storia di ciascun paziente.     

sabato 14 gennaio 2012

il valore dei sintomi


I sintomi che fanno capire che c'è qualcosa che non va a livello psicologico sono tanti: ansia, tristezza, insonnia, irrequietezza, disturbi alimentari o sessuali, attacchi di panico, ecc.
Il fatto che una persona abbia quel sintomo particolare e non un altro è sicuramente rilevante, ma ancora più importante è che abbia un sintomo, qualunque esso sia, perchè ciascun sintomo può portare a farsi delle domande e a cercare il modo migliore per farlo scomparire.
Comunemente si ritiene che un sintomo sia una iattura, qualcosa che sarebbe meglio se non esistesse e che si deve far sparire nel minor tempo possibile facendo la minor fatica possibile, magari sbattendogli la porta in faccia, come se fosse un malvivente, un ladro o un aggressore.
In realtà, molte volte dovremmo ringraziare i nostri sintomi, perchè ci permettono di darci da fare per cambiare in meglio la nostra vita, modificando alcuni nostri atteggiamenti o comportamenti disfunzionali.
Se compare un sintomo, ciò significa che la nostra vita non sta procedendo in modo del tutto naturale (e questa è la condizione in cui quasi tutti viviamo): la struttura della nostra società non ci permette, salvo rarissime eccezioni, di vivere in modo sufficientemente naturale, di sviluppare la nostra personalità in modo armonico.
Jack Vettriano: "the singing butler"

Fino ad un certo limite, i sintomi sono sopportabili: si presentano sporadicamente, non sono troppo forti e non ci impediscono di trascorrere la nostra vita in modo quasi normale. I problemi nascono quando questa soglia di sopportabilità viene superata: i sintomi diventano persistenti, forti, ci debilitano e non ci abbandonano quasi mai: questo significa che stiamo vivendo in un modo che si è allontanato troppo dalla nostra naturalezza.
A questo punto possiamo fare due cose: cercare di far cessare i sintomi con dei farmaci o cercare di diventare consapevoli delle cause che hanno portato alla comparsa dei sintomi e modificare il nostro modo di vivere per renderlo più consono alla nostra vera natura.
Ho visto molte persone ringraziare i propri sintomi, perchè senza il loro aiuto non sarebbero mai riuscite a conoscersi meglio, a superare paure o idee errate, a modificare alcuni propri comportamenti e il loro modo di rapportarsi con sè stessi e con la vita, anche se per ottenere questi risultati è stato necessario un minimo di impegno e di fatica.
E questo credo che sia uno dei problemi più attuali oggi: per che cosa siamo disposti ad impegnarci, a spendere le nostre energie?
Dalla risposta che diamo a questa domanda dipende quasi sempre la qualità della nostra vita futura.  

giovedì 12 gennaio 2012

Il processo di individuazione di C.G. Jung


Esistono tre punti di partenza diversi dai quali possiamo pensare all'evoluzione e allo sviluppo della nostra coscienza.
Il primo è l'uomo primitivo, che viveva immerso nella natura, era guidato dalla pura istintività e non aveva conoscenza delle cause oggettive che creavano gli effetti che  percepiva coi sensi, di fronte ai quali provava stupore o paura.
Il secondo è il neonato, che non distingue sè stesso dalla madre e dal mondo che lo circonda. Anch'egli, come il primitivo, vive di istinti e di percezioni sensoriali, ma non conosce nulla del mondo in cui vive.
Il terzo è la persona completamente folle, colui che vive in un mondo totalmente diverso da quello reale, un mondo tutto suo, dove immagini, fantasmi, allucinazioni, si mescolano, si sovrappongono e si frantumano senza logica.
In queste tre situazioni la vita è percepita come caos primordiale, puro inconscio totalmente indistinto, impossibilità di tracciare con certezza confini, di conoscere e delimitare le forme della realtà nelle loro reciproche diversità.

La nostra consapevolezza (di noi, degli altri, delle cose del mondo) la possiamo pensare come il frutto di un percorso che inizia dalla completa inconsceità e giunge fino alla piena coscienza attraverso acquisizioni graduali, e ciò vale sia per il genere umano nel suo complesso, sia per i singoli individui.
Il nostro grado di consapevolezza di noi e del mondo può essere diverso da persona a persona e normalmente cresce col passare degli anni.
La coscienza di sè è insieme una grazia e il risultato di una serie di fatiche; la si acquista a caro prezzo, perchè è necessario distinguersi dal caos primordiale, dall'identificazione con tutti gli altri esseri umani e ciò comporta un vissuto di separazione, di diversità a volte duro da accettare.
Occorre riconoscere i propri confini, le proprie potenzialità, i propri limiti, sapere cosa ci piace e cosa non ci piace, cosa desideriamo veramente e cosa detestiamo, cosa ci nutre e ci fa crescere e cosa ci danneggia o ci fa solamente perdere tempo.
D'altra parte, quanto più uno è consapevole della propria identità, tanto più facilmente può trovare il giusto posto nella collettività e riuscire a essere parte vitale e creativa di una comunità.

Questo percorso graduale dall'inconscietà alla consapevolezza di sè, che Carl Gustav Jung definì processo di individuazione, può avvenire in modo naturale se non sopravvengono esperienze di vita che lo contrastano e tendono ad impedirlo.
In alcuni di questi casi, il lavoro introspettivo su di sè e sui propri sogni può aiutare ad integrare nella propria coscienza parti autentiche di noi delle quali siamo inconsapevoli oltre a riconoscere e depotenziare quelle forze negative che abbiamo introiettato e che tendono a crearci delle difficoltà nel nostro rapporto con la vita. 

lunedì 9 gennaio 2012

egoismo e sensi di colpa


Mi è capitato spesso di conoscere persone che pensavano che la ricerca e la realizzazione della propria autenticità fossero comportamenti di tipo egoistico.
Ciò li portava ad avere sensi di colpa tremendi tutte le volte che avvertivano il desiderio di seguire le proprie inclinazioni naturali.
In realtà, cercare di rendersi conto di chi siamo veramente, non significa assolutamente peccare di individualismo o di egoismo.
Una cosa è individuarsi, cercare di conoscere come si è fatti, altra cosa è essere individualisti, cioè occuparsi solamente del proprio bene e trascurare quello degli altri.
Ci sono persone abilissime a farci sentire in colpa tutte le volte che esprimiamo desideri, opinioni, bisogni o progetti che riguardano la nostra vita e che non sono da loro condivisi o apprezzati.
Dobbiamo ricordare costantemente a noi stessi che non siamo venuti al mondo per vivere la vita degli altri e che la nostra vita appartiene solo a noi stessi e solo noi possiamo sapere cosa sentiamo autenticamente vero.

Mentre ascoltare ciò che gli altri hanno da dirci è quasi sempre utile e fonte di possibile arricchimento, prendere decisioni che riguardano la nostra vita spetta solamente a noi.
Non condivido la sfiducia di chi pensa che siamo fondamentalmente egoisti, credo che spesso l'egoismo sia una reazione a costrizioni e violenze subite, al mancato riconoscimento, accettazione e rispetto della nostra identità da parte degli altri.
Credo che una persona che fin da piccola sia stata abituata a vivere relazioni sane avrà un atteggiamento di base rispettoso degli altri.
D'altra parte esiste anche il diritto di sbagliare, ovviamente affrontandone le conseguenze, senza per questo dover essere considerati troppo negativamente. Anzi, normalmente, dai propri errori si imparano cose fondamentali per il nostro futuro che in nessun altro modo si sarebbero potute imparare.
Davvero fondamentale è il modo in cui ci si relaziona con l'altro, perchè normalmente la freddezza trasmette freddezza, mentre il calore fa nascere sentimenti caldi verso sè stessi e gli altri.

mercoledì 4 gennaio 2012

da non perdere


A Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino all'8 gennaio è aperta la mostra Gli anni folli, dedicata alla Parigi degli anni '20-'30. Quadri di Modigliani, Picasso, Dalì, Chagall, Renoir, De Pisis e tanti altri pittori dell'epoca, oltre a sculture, costumi e fotografie.


La mostra è bellissima, organizzata perfettamente, aperta tutti i giorni con orario continuato, nel weekend fino alle 23. L'orario con minore affluenza è dalle 13 alle 15, ma normalmente c'è poca fila e comunque si sta al coperto sotto il portico di un cortile interno. Il comodo parcheggio dei Diamanti è a 100 metri dalla mostra.

 

Molto bello è anche l'ultimo film di Woody Allen  Midnight in Paris, ambientato nella Parigi degli anni '20. Allen fa rivivere Modigliani, Picasso, Scott Fitzgerald, Hemingway, Gertrud Stein e altri artisti dell'epoca.
Si sente l'amore del regista per gli ambienti artistici e letterari parigini dei primi anni del '900. Atmosfere oniriche, fotografia, scenografie e costumi straordinari.
Da non perdere.

domenica 1 gennaio 2012

Un 2012 pieno di amore e conoscenza


Esiste un luogo dell'anima dove laicità e religiosità possono convivere armoniosamente al punto di identificarsi quasi l'una con l'altra?
Fino a ieri avrei risposto di no, condizionato come tanti, credo, dall'abitudine a considerare queste due categorie dello spirito in modo oppositivo, quasi inconciliabile.
Oggi invece mi sento di rispondere che quel luogo esiste, che è possibile questa specie di assurdità logica.
Questo cambiamento è avvenuto in me grazie alla lettura di un libro per me bellissimo che consiglio caldamente a tutti, sia alle persone che si professano atee, sia a quelle che ritengono di avere una qualche forma di religiosità: il libro si intitola Io e Dio ed è stato scritto da Vito Mancuso, un teologo cattolico molto particolare.
A pagina 182, Mancuso cita tre scrittori.
Il primo è Bertrand Russell, ateo:
"La vita retta è quella ispirata dall'amore e guidata dalla conoscenza. Conoscenza e amore non hanno confini, cosicchè una vita, per quanto retta, è sempre suscettibile di miglioramento. L'amore senza la conoscenza o la conoscenza senza l'amore non possono maturare una vita retta... Benchè amore e conoscenza siano necessari, l'amore è in un certo senso, più fondamentale, perché spinge l'intelligenza a scoprire sempre nuovi modi di giovare ai propri simili".
Il secondo è Norberto Bobbio:
"Non ho tratto le soddisfazioni più durature della vita dai frutti del mio lavoro... Le ho tratte dalla mia vita di relazione, dai maestri che mi hanno educato, dalle persone che ho amato e che mi hanno amato".
Il terzo è Eugenio Scalfari:
"Ho ancora cose da fare, sentimenti e affetti da esprimere nel presente, conoscenza di me e del mondo da arricchire. Insomma condurre una buona vita finchè durerà. Sono circondato da molto amore e lo ricambio con pari intensità, ricambiare l'amore non costa fatica, anzi l'amore vero dà riposo e beatitudine".


E aggiunge Mancuso:
"Io voglio, desidero, ordino a me stesso, di andare in una direzione precisa, quella del bene e della giustizia, quella dell'amore, quella di una vita all'insegna della veridicità e della lealtà. Io desidero salire sul treno che conduce verso il bene e la giustizia, per me e il maggior numero di persone possibile... Per questo faccio attenzione alle mie idee, le indago, le soppeso, le confronto con le loro antitesi... Desidero tuttavia giungere a una visione del mondo che mi consenta di non sentirmi un illuso nel coltivare l'idea del primato dell'amore e del bene, ma che anzi mi dia più energie per lavorare...
Io non vorrei neppure essere cristiano, se essere cristiano significasse essere qualcosa in più e di diverso dal mio essere naturale, una sorta di vestito soprannaturale che si aggiunge e che copre il mio essere naturale. Non voglio appartenere a nulla e a nessuno che non sia questa vita, da servire in perfetta libertà, per quanto a un essere umano possa essere dato di vivere in perfetta libertà. Voglio essere semplicemente un uomo, un uomo accanto ad altri uomini che crede nel bene e nella giustizia, che crede nell'amore [...] elevando la mia mente a comprendere e a sentire con viva emozione la realtà che più di ogni altra merita il nome di mistero, e che qui nomino con le parole di Lucio Dalla:
"Ecco il mistero,
sotto un cielo di ferro e di gesso
l'uomo riesce ad amare lo stesso,
e ama davvero,
senza nessuna certezza,
che commozione, che tenerezza".


Perchè, per essere uomini naturalmente buoni, in fondo in fondo, non serve che questo: amarsi, amare gli altri, conoscersi e conoscere gli altri, sempre di più e sempre meglio, in un percorso di crescita personale che può durare per tutta la vita.
Perchè amare senza conoscere sé stessi e gli altri può essere un'assurdità, un esercizio sterile di buone intenzioni che può portare ad agire inutilmente e a volte in modo dannoso: è solo la conoscenza vera di sé e degli altri che può portare ad amare realmente, con risultati positivi concreti, e il fatto che una persona sia atea o religiosa, da questo punto di vista, non fa alcuna differenza. Ecco, proprio questo, dove amore e conoscenza sono ambedue amati e incoraggiati, credo sia il luogo dove laicità e religiosità possono convivere insieme in pace e armonia.